Una scelta coraggiosa

Qualche anno fa ho conosciuto una ragazza di Alassio. Questo paese è la versione ligure di Forte dei Marmi, ovvero una località pensata per i turisti d’élite, quelli che nuotano tutti i giorni nel lusso più sfrenato e a maggior ragione vogliono nuotarci quando vanno in vacanza. E’ un posto che mi mette a disagio, ve lo confesso. Non solo perché non me lo posso permettere, ma anche perché quando ci vado mi sento un pesce fuor d’acqua: io mi vesto con le prime cose che trovo nell’armadio, amo mangiare nelle trattorie ed evito tutte le spese non necessarie, quindi sono l’esatto opposto del turista tipo di Alassio.
Voi penserete: la ragazza a cui fai riferimento vive circondata da tutto questo lusso, quindi sarà una di quelle con la puzza sotto il naso, che i tipi come te li guardano dall’alto in basso e poi si voltano dall’altra parte. Invece no: ciò che mi colpiva di più di Alessia era proprio la sua straordinaria umiltà. Pur essendo ricchissima, era molto semplice e alla mano nei modi, ed era anche molto simpatica.
Tuttavia, il motivo principale per cui la ammiro è un altro: è una che vuole camminare con le proprie gambe. Per lei sarebbe molto facile inserirsi nell’attività della sua famiglia e poi prenderla in mano quando i suoi genitori saranno troppo anziani; invece ha scelto di studiare per diventare una truccatrice. Anche ponendo che lei riesca a trasformare questa passione in un lavoro, comunque non guadagnerà mai neanche un centesimo di ciò che potrebbero darle ogni mese i suoi genitori; tuttavia, a lei non importa. Anzi, è molto più felice così, perché lavorando per loro guadagnerebbe di più, ma non farebbe ciò che ama; quando trucca una donna invece si sente pienamente realizzata, e sperimenta la gratificazione che si prova nell’essere stati scelti per le proprie qualità, non perché si è figli di uno che conta.
Ho pensato a lei quando ho visto Touch. Questo film parla di Christopher, un ragazzo che studia economia a Londra. Frequentando un ateneo così prestigioso, lui una volta laureato avrebbe tutte le possibilità del mondo, e qualsiasi lavoro lui scelga si ritroverebbe comunque a guadagnare un pacco di soldi. Il guaio è che Christopher ha perso interesse per l’economia, e non ha nessuna intenzione di rimanere tutta la vita in un ambito che ormai gli provoca solo una noia mortale. Così molla l’università, e decide di cercarsi un lavoro.
Dato che ha il solo diploma come titolo di studio e non ha nessuna esperienza lavorativa, gli tocca accontentarsi di fare il lavapiatti. Per di più in un ristorante giapponese, in cui tutti i dipendenti parlano nella loro lingua, e quindi lui è inevitabilmente emarginato. Ma siccome è un ragazzo intelligente, Christopher comincia a studiare il giapponese da autodidatta, e lo impara in pochi mesi. E una volta superata la barriera linguistica, si fa insegnare anche a cucinare, diventando in pratica uno di famiglia. Lo diventa in tutto e per tutto, perché si è innamorato della figlia del proprietario: il boss ovviamente non lo sa, e non è affatto detto che accetti la relazione tra i 2…
Ciò che ho apprezzato di più di Touch non è la storia d’amore che racconta (comunque molto coinvolgente), ma il messaggio che lancia. Se Christopher fosse rimasto a studiare economia controvoglia e poi si fosse laureato, avrebbe sicuramente trovato un lavoro ben pagato, ma non sarebbe stato contento. Facendo il cuoco in un ristorante invece ha trovato la vera felicità, che non sempre si misura in soldi. Alessia lo sapeva già, ed è per questo che mi sento così fortunato ad averla conosciuta.

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Io e Valentina

Quando finii di studiare, per trovare un lavoro dovetti emigrare a 350 km da casa mia. Non fu un grande sacrificio per me: sia perché l’alternativa era rimanere disoccupato, sia perché la regione in cui emigrai (la Liguria) è davvero bellissima, e infatti ci torno ogni anno per le mie vacanze estive.
Prima di legarmi alla Liguria, quando andavo al mare sceglievo sempre e solo la Romagna. Fu lì che conobbi Valentina. Suo padre aveva un bar proprio di fronte al mio albergo, e lo faceva gestire interamente a lei: purtroppo il bar in questione andava male, quindi lei passava intere giornate a leggere romanzi in attesa di un cliente. Era questo che mi colpì di lei: il fatto che leggesse romanzi. Non riviste di gossip, non cruciverba, ma romanzi. Insomma, era una ragazza di un certo spessore, aveva tanto tempo a disposizione, stava davanti al mio albergo ed era pure carina: non potevo non provarci. E infatti ci provai.
Siccome già allora avevo una certa parlantina, io e Valentina cominciammo a chiacchierare per giornate intere, e scoprii diversi dettagli su di lei. Purtroppo alcuni di quei dettagli scavavano un solco profondissimo tra di noi: ad esempio, scoprii che lei aveva 25 anni e io 18, e quindi lei stava già finendo l’università, io invece non avevo ancora finito neanche il liceo. Tuttavia, io non mi feci scoraggiare, e quindi non solo continuai a bazzicare il suo bar per tutti i giorni della mia vacanza, ma rimasi in contatto con lei anche dopo la fine dell’Estate.
L’Estate successiva ovviamente tornai in Romagna, e ovviamente avevo in testa Valentina prima ancora di partire. Purtroppo però nel giro di un anno la situazione era radicalmente cambiata: suo padre aveva chiuso il bar e aveva aperto uno stabilimento balneare, quest’ultimo stava andando benissimo, e quindi quando andavo a trovarla lì Valentina non aveva mai un minuto da dedicarmi. Anzi, avevo l’impressione di infastidirla andando lì, perché se perdeva anche solo 5 minuti dietro a me rallentava il servizio, facendo spazientire sia i clienti che suo padre. In pratica potevo stare con lei soltanto quando finiva di lavorare, e anche allora non è che mi desse chissà quanto spago, dato che era stanca morta dopo ore di lavoro frenetico.
Non ho ancora citato il cambiamento più negativo di quell’Estate: Valentina si era fidanzata. Di conseguenza, se stava poco con me sia sul lavoro che fuori era anche perché temeva che il fidanzato lo scoprisse, e in tal caso rischiavo grosso. Insomma, fu una vacanza terribile.
Dopo quell’Estate non sono più tornato in Romagna, essendo venuta a mancare la motivazione principale che mi portava lì. Da allora sono passati ben 16 anni, durante i quali non ho più sentito Valentina, ma mi sono sempre tenuto aggiornato su di lei tramite i suoi social. Il fidanzato che me la soffiò è diventato suo marito, e hanno 2 figli; suo padre è morto, ma lo stabilimento balneare da lui fondato gode ancora di un successo strepitoso; lei non lavora più lì, ma ha trovato un impiego ancora più redditizio in ambito finanziario. Insomma, è una donna realizzata sotto tutti i punti di vista, e ha fatto tanta strada dai tempi in cui ci siamo conosciuti. Proprio per questo, non ho mai preso in considerazione l’eventualità di ricontattarla: quando la tua vita ha raggiunto un equilibrio, hai sempre un pizzico di timore che qualche fantasma del passato arrivi a turbarlo, quindi sono sicuro che se risbucassi dal nulla dopo tanti anni non le farei affatto piacere, anzi la metterei in agitazione.
Ho ripensato a lei quando ho visto The Last Summer. Potrei raccontarvi molte cose su questo film, ma per non svelare troppo mi limiterò a dire che parla di alcuni ragazzi che sperimentano proprio ciò che successe a me quando conobbi Valentina, ovvero innamorarsi nella stagione più bella dell’anno e nella fase più spensierata delle loro vite. Le loro storie d’amore avranno una conclusione più felice rispetto alla mia? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di aprire Netflix e guardare The Last Summer: è un film perfetto nella sua semplicità.

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I 10 film che ho visto con quattro gatti, vol. 4

Quando vado al cinema, la prima cosa che faccio appena entro in sala è contare il numero degli spettatori. Lo faccio nella convinzione che la gente non è stupida, e quindi più la sala è affollata, più è probabile che il film sia di buona qualità.
Questa mia teoria è stata smentita innumerevoli volte. A vedere The Master eravamo un centinaio, ma faceva schifo; a vedere Ipotesi di reato eravamo in due, ma era un bel film. In linea generale, però, il ragionamento funziona.
Essendo un cinefilo accanito, mi è capitato molte volte di vedere un film in un cinema quasi deserto: non a caso ho scritto 3 post sull’argomento (uno nel 2016, uno nel 2018 e uno nel 2021), in cui elencavo tutti i film che avevo visto con meno di 10 persone in sala. Nei 3 anni passati dal terzo post mi è capitato con altri 10 film: ecco quali.

10) M3gan (9 spettatori): E qua partiamo col botto, perché M3gan è davvero un ottimo horror. Il guaio è che è uscito nello stesso periodo di Avatar 2, e quindi ce lo siamo goduto tra pochi intimi.

9) Plan 75 (8 spettatori): Un film in cui non succede praticamente nulla. Come spesso succede quando il film ha una trama inconsistente, il regista ha cercato di metterci una pezza affidando una parte ad una bella figliola, ma l’attrice in questione appare solo per pochi minuti, e quindi non migliora più di tanto la situazione.

8) Diabolik chi sei? (7 spettatori): Tra tutti i cinecomics che ho visto negli ultimi anni, ovviamente quelli targati Marvel e DC sono quelli che mi sono piaciuti di più. Diabolik chi sei? non sfigura in confronto ad essi, anche grazie alla presenza di un’attrice che mi fa venire gli occhi a cuoricino ogni volta che la vedo (Miriam Leone).

7) Occhiali neri (7 spettatori): Dario Argento è il mio regista preferito, quindi sono andato a vedere questo suo film con il massimo della benevolenza. Nonostante ciò, perfino io devo riconoscere che è una vera schifezza. 

6) Bussano alla porta (6 spettatori): Se avessi bevuto un bicchierino per ogni situazione assurda che vedevo succedere davanti allo schermo, sarei stato ubriaco già alla fine del primo tempo.

5) Top Gun: Maverick (6 spettatori): Noiosissimo come il primo Top Gun. Nessuno stupore che a vederlo fossimo soltanto in 6. Se nel cast non ci fosse stata una bellona come Jennifer Connelly (l’attrice nella foto) probabilmente saremmo stati ancora meno.

4) Watcher (4 spettatori): Se la protagonista ha un’aria depressa dal primo all’ultimo minuto, difficilmente allo spettatore verrà voglia di proseguire la visione del film. E infatti io sono arrivato in fondo solo perché avevo pagato il prezzo del biglietto.

3) The Menu (4 spettatori): Il film vuole prendere in giro la tendenza di alcuni chef a spacciare per opere d’arte i loro piatti sofisticati ma con poca sostanza, e anche la stupidità degli esaltati che abboccano a questo bluff. Se il film fosse stato impostato come una commedia forse avrebbe potuto funzionare; il guaio è che l’hanno voluto impostare come un horror, e quando mescoli 2 generi lontanissimi tra loro come la satira e l’horror è difficile che venga fuori un bel film.

2) Cocainorso (2 spettatori): I produttori non hanno ancora capito che solo un regista in tutto il mondo sa mischiare comicità e violenza riuscendo a risultare divertente; se ci prova qualcun altro il film non solo non fa ridere, ma risulta anche fastidioso.

1) A Quiet Place – Giorno 1 (2 spettatori): Guardereste un prequel di Ghost in cui non ci sono i personaggi né di Patrick Swayze né di Demi Moore né di Whoopi Goldberg? Ovviamente no. Ebbene, questo film ha fatto flop per la stessa ragione, ovvero la scelta cretina di fare un prequel di A Quiet Place senza nessun personaggio del primo film.

Cosa ne pensate dei film che ho elencato? E soprattutto, quali sono i film che voi avete visto con quattro gatti?

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Io e Tommaso

Quasi tutti i ricordi più belli della mia vita da studente sono legati alla mia classe delle medie. Dentro quella classe c’era non solo la mia prima amicizia femminile (la Bianca di cui vi ho già parlato), ma anche l’indimenticabile Tommaso. Era quello che oggi definiremmo un iperattivo: non riusciva a stare fermo per più di 5 minuti, quindi tendeva a interrompere spesso la lezione alzandosi in piedi o dicendo la prima cosa che gli passava per la testa. Negli anni in cui ero in classe con lui ero infastidito dalle sue continue interruzioni, perché facevano perdere il filo del discorso sia a noi che al professore; tuttavia, in seguito l’ho rivalutato, perché mi sono reso conto che tante lezioni di materie per me noiosissime (come Matematica o Disegno tecnico) sono riuscito a seguirle fino in fondo proprio perché c’era lui a movimentarle ogni 5 minuti. Se invece avessi dovuto ascoltare il professore che parlava di proiezioni ortogonali dal primo all’ultimo minuto, probabilmente mi sarei addormentato dopo neanche mezz’ora.
In seguito ho rivalutato Tommaso anche per un altro motivo: è uno che non porta rancore. Alle medie ci eravamo accapigliati per una questione di nessuna importanza: avevo ragione io, ma avevo usato delle parole così dure con lui che ero finito per passare dalla parte del torto. A causa di quel brutto episodio, abbiamo finito le medie senza più parlarci. Qualche anno dopo ci siamo rivisti per puro caso: mi aspettavo che lui facesse finta di non riconoscermi o mi trattasse con freddezza, invece era sinceramente contento di rivedermi, e facemmo una bellissima chiacchierata.
Da allora io e Tommaso, che non eravamo mai stati veramente amici neanche quando eravamo in classe insieme, abbiamo cominciato a sentirci regolarmente. Questi ultimi anni sono stati molto significativi per lui, perché si è sposato, ha fatto 2 figli e ha aperto ben 3 ristoranti.
La vita perfetta che Tommaso si era costruito è entrata in crisi a causa di un fulmine a ciel sereno che l’ha colpito l’anno scorso. Stando alle accuse, lui aveva corrotto un dipendente della società autostrade affinché gli fornisse regolarmente delle informazioni riservate. Una volta ricevute queste informazioni, aspettava che venisse indetta una gara d’appalto: a quel punto vendeva le informazioni riservate alle società interessate a vincerla. Queste ultime erano ben liete di pagare, perché sapere qualcosa che i loro concorrenti non sapevano gli garantiva un vantaggio decisivo, e infatti chi comprava quelle informazioni poi l’appalto lo vinceva.
Questo sistema è venuto a galla a causa di un pacco postale. Perché Tommaso quelle informazioni non le passava dal vivo o a telefono: era così incauto da scriverle su carta e poi andare a spedirle alla Posta. Così un giorno uno dei suoi pacchi è stato aperto dalla Polizia postale, e al suo interno sono state trovate delle informazioni che né il mittente né il destinatario avrebbero mai dovuto sapere. Era stato scoperchiato il vaso di Pandora.
Quando ho letto tutto questo sui giornali, sono rimasto semplicemente sbalordito. Mai nella vita avrei immaginato che il mio amico potesse essere invischiato in una situazione del genere. Non l’avrei ritenuto capace di entrare in un brutto giro neanche con un ruolo minore, figuriamoci con un ruolo da protagonista. Non solo per il suo carattere, ma anche perché non aveva alcun bisogno dei soldi guadagnati in quel modo: come dicevo prima, è un ristoratore di successo, quindi i ricavi delle sue attività erano più che sufficienti per garantirgli un buon tenore di vita.
Proprio perché questa situazione mi sembra assurda sotto tutti i punti di vista, vi confesso che tuttora non sono convinto della sua colpevolezza. So che quel pacco sembra inchiodarlo in maniera schiacciante, ma so anche chi è Tommaso, e non riesco a vederlo nei panni del losco faccendiere che si mette a rimestare nel torbido. Di conseguenza sono fiducioso che ci sia una spiegazione, e che il suo avvocato riuscirà a metterla in luce.
Hugh e Keith hanno una storia simile a quella mia e di Tommaso. Da giovani sono amici per la pelle: stanno sempre insieme non solo in classe, ma anche sul campo da baseball, dove si intendono a meraviglia e sono le 2 stelle della squadra. Poi crescendo prendono strade diverse: Hugh diventa un mafioso, Keith diventa un procuratore distrettuale. E quindi in pratica il lavoro principale di Keith è trovare il modo di inchiodare Hugh. Ma quando il senso del dovere confligge con il valore dell’amicizia è davvero difficile capire quale sia la strada giusta da prendere, e non è affatto scontato capire quale dei 2 sentimenti prevarrà…
Come potete vedere, I ragazzi di Biloxi di John Grisham è molto più di un legal thriller. Questo è soprattutto un libro sulle persone che ci sembrano incapaci di fare del male a una mosca, e invece a un certo punto prendono una strada totalmente diversa dalla nostra. Quando ti succede una cosa del genere ti ritrovi con lo stesso dilemma morale di Keith: non sai se restare accanto al tuo amico che ha sbagliato, o se invece devi cominciare a considerarlo un tuo nemico. Cosa farà Keith? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere I ragazzi di Biloxi: vi resterà dentro per sempre.

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Una ragazza speciale

Nel 2016 ho trovato un lavoro a tempo indeterminato. Avendo raggiunto il traguardo della stabilità lavorativa ad un’età relativamente giovane, poi ho passato gli anni successivi senza avere mai nessuna reale ambizione, nessun obiettivo per cui lottare. Questo da un lato mi faceva sentire fortunato, ma dall’altro mi dava l’impressione che alla mia vita mancasse qualcosa. Più precisamente, mi mancava quell’adrenalina che senti in corpo quando insegui qualcosa in cui hai riposto tante aspettative e tante speranze. Adesso dopo tanti anni sono tornato a lottare per un obiettivo: per scaramanzia preferisco non dire di cosa si tratta, ma al di là di questo il fatto di essermi rimesso in gioco mi ha fatto riprovare l’eccitazione febbrile di cui vi parlavo prima, ed è una sensazione bellissima.
Proprio nel periodo in cui ho preso la decisione di gettarmi in questa nuova avventura mi è capitata sotto gli occhi una serie tv in cui potevo identificarmi perfettamente, Sing again. Parla di una ragazza che cerca di diventare una cantante: in questo suo progetto i suoi familiari non la ostacolano affatto, anzi la incoraggiano, perché anche loro sono dei grandi appassionati di musica (e infatti l’hanno chiamata Piano).
Se ho apprezzato così tanto la storia di Piano non è soltanto perché lei come me ha un sogno da realizzare, ma anche perché ci fa capire quanto siamo fortunati: infatti Sing again è ambientato in Thailandia, ed è un paese molto più povero rispetto all’Italia. Ad esempio, in una scena fanno vedere la protagonista che rimane sbigottita davanti a un macchinone, e l’automobile in questione non è una Ferrari o una Lamborghini, ma una (per noi) normalissima Hyundai.
Inoltre, proprio perché per loro anche una Hyundai è una macchina troppo costosa, i thailandesi vanno in giro sempre a piedi. E quei piedi non calzano delle scarpe, ma delle ciabatte a infradito: infatti in Thailandia perfino le scarpe sono un bene di lusso, e quindi vengono indossate solo per le occasioni speciali.
Il bello è che, pur essendo ambientato in una realtà così povera, Sing again non diventa mai squallido o deprimente. Al contrario, è una serie incantevole, perché quando la protagonista si mette a comporre ci dà modo di assistere alla magia della musica che prende forma, partendo dagli spunti più banali e arrivando poi a livelli elevatissimi di qualità.
Inoltre, mette in luce un aspetto davvero commovente dei thailandesi: proprio perché sono poveri, capiscono che l’unico modo per sopravvivere è fare gioco di squadra, e quindi si aiutano tutti tra di loro. E infatti nel suo tentativo di sfondare Piano viene appoggiata non solo dai suoi familiari, ma anche dai suoi amici e dai suoi vicini di casa. Nessuno la ostacola, la scoraggia o le dice che sta inseguendo un sogno irrealizzabile: magari dentro di sé lo pensano che difficilmente diventerà la Jennifer Lopez della Thailandia, ma finché c’è anche solo un 1% di possibilità che questo avvenga loro non gettano la spugna, e fanno tutto ciò che possono per spingere Piano verso il successo. Un tempo anche in Italia era così, poi diciamo che la situazione è un po’ cambiata.
Come vedete, Sing again è una serie tv così ricca che è difficile dire quale sia l’argomento principale. Parla di musica, di altruismo, di sogni da realizzare… più in generale parla della vita, e lo fa con una passione che ti conquista ad ogni episodio. Puntata dopo puntata ti viene da fare un tifo sempre più sfegatato per Piano, e speri con tutte le tue forze che alla fine il suo sogno possa diventare realtà. Piano riuscirà a sfondare? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di aprire Netflix e guardare Sing again: ne rimarrete deliziati.

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Chi l’avrebbe mai detto?

Qualche anno fa andai al cinema a vedere Gangster Squad. Quel film era uno dei tanti tentativi di riportare sulla cresta dell’onda un genere (il noir) che è andato fuori moda addirittura da 80 anni, e che periodicamente qualche regista prova a rivitalizzare. Come in tutti i noir, in quel film c’era una bellona ad interpretare il ruolo della femme fatale: allora non avrei mai potuto immaginare che la bellona in questione avrebbe fatto strada, passando da un ruolo di contorno come quello al vincere il secondo Oscar a 35 anni.
Come avrete capito, l’attrice a cui mi riferisco è Emma Stone, e il premio che ha vinto stanotte è stata l’unica vera sorpresa di questa notte degli Oscar: infatti sembrava scontata la vittoria di Lily Gladstone per Killers of the Flower Moon. Emma Stone era nettamente sfavorita, sia perché aveva già vinto, sia perché questa era un’occasione irripetibile di premiare per la prima volta un’indiana d’America, quindi anche dal punto di vista politico Lily Gladstone sembrava la candidata ideale. Onestamente questo colpo di scena non mi è piaciuto: Emma Stone era già l’attrice più lanciata di Hollywood, quindi per lei questo premio non era poi così fondamentale; Lily Gladstone invece è in quella delicata fase in cui potrebbe esplodere come potrebbe anche cadere nel dimenticatoio, e quindi un Oscar avrebbe fatto un’enorme differenza per la sua carriera.
A mio giudizio se hanno deciso di premiare Emma Stone è stato un po’ perché Povere creature! è piaciuto molto alla critica, un po’ perché negli ultimi anni l’Academy ha sviluppato un’evidente antipatia nei confronti di Scorsese. Quest’anno Killers of the Flower Moon ha totalizzato 10 nomination e zero statuette; nel 2020 era successa la stessa identica cosa con The Irishman; prima ancora un capolavoro come Silence aveva raccolto la miseria di una nomination minore, e ovviamente zero statuette anche in quel caso. Insomma, è evidente che Scorsese da molto tempo a questa parte non piace più alla critica, e purtroppo anche il pubblico lo sta abbandonando, dato che Killers of the Flower Moon ha incassato meno di quanto è costato. Va detto che lui se l’è andata a cercare, perché i suoi ultimi 2 film durano entrambi più di 3 ore, e quando sfidi la pazienza degli spettatori fino a questo punto è inevitabile che ti vengano dietro in pochi.
Per quanto riguarda le altre premiazioni, mi dispiace molto per il mancato Oscar a Mark Ruffalo. Mi consolo pensando che se non altro è stato battuto da un altro ottimo attore, Robert Downey Jr. Io gliel’avrei dato già ai tempi di Spider – Man: Homecoming, perché già in quel film era emersa la sua capacità di bucare lo schermo anche con pochi minuti a disposizione. Ma ovviamente, siccome era un cinecomic, l’Academy non lo prese neanche in considerazione.
Un altro grande artista che è stato finalmente premiato è Christopher Nolan. Il suo Oppenheimer ha vinto entrambi i premi più importanti (miglior film e miglior regia), quindi è evidente che questo film è piaciuto da impazzire all’Academy. Di norma quando una casa di produzione capisce di avere per le mani un film da Oscar lo fa uscire a ridosso delle nomination, così rimane più impresso nella testa dei giurati e ha più possibilità di venire premiato; se invece un film esce mesi e mesi prima, quando i giurati dell’Academy arrivano a decidere le nomination e le vittorie se lo sono già scordato, e quindi rischia di rimanere a bocca asciutta. Nel caso di Oppenheimer non è successo niente di tutto questo: il film è uscito addirittura a Luglio 2023, ma l’Academy se l’è ricordato benissimo, e gli ha assegnato ben 7 statuette. Evidentemente è uno di quei film che lasciano il segno, e ti rimangono in testa anche molto tempo dopo che li hai visti. Io non l’ho visto, ma tifavo per Christopher Nolan, quindi sono contento che abbia vinto.
E voi per chi tifavate? E cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Vi racconto la mia storia

Il mese prossimo saranno 10 anni esatti che mi sono laureato. Ricordo benissimo come mi sentii dopo quel traguardo: da un lato ero contento per com’era andata, dall’altro ero preoccupato, perché avevo ottenuto una laurea poco spendibile nel mercato del lavoro, e quindi rischiavo seriamente di rimanere disoccupato. Ero così determinato ad evitare questa fine che cominciai a mandare il mio curriculum in tutta Italia, finché alla fine non trovai un impiego a 350 km da casa mia. Insomma, la mia fase di limbo tra la fine dell’università e l’ingresso nel mondo del lavoro durò poco, ma ricordo benissimo l’angoscia che ho provato in quei momenti: è l’angoscia logorante di chi vive una situazione di incertezza, e non può prevedere in nessun modo quando finirà.
Anche Yuki sta provando questa sensazione. E’ un ragazzo al termine del suo percorso universitario, e prima ancora di laurearsi ha già cominciato a fare i primi colloqui di lavoro. Essendo un ragazzo molto altruista, il suo sogno sarebbe quello di fare un mestiere che gli permetta di aiutare il prossimo in qualche modo, ma per iniziare gli andrebbe bene qualsiasi cosa, anche lavorare in una fabbrica di orologi.
E’ anche un tipo molto organizzato, perché tra lo studio e i colloqui di lavoro riesce a trovare del tempo anche per i suoi amici. Frequentano tutti l’università con lui, e hanno un modo tutto loro di comunicare: hanno comprato un quaderno, lo hanno piazzato in una delle loro aule universitarie, e hanno stabilito che ogni volta che a qualcuno di loro succederà qualcosa di importante lo racconterà agli altri scrivendolo su quel quaderno. E’ una sorta di gruppo Whatsapp su carta, e in effetti a quei tempi (la storia di Yuki è ambientata nel 2004) era proprio così che funzionava la comunicazione non verbale: si prendeva carta e penna e si scriveva nero su bianco. Gli sms erano roba per ricconi, perché costavano 10 centesimi l’uno (e se superavi i 150 caratteri il messaggio te lo facevano pagare doppio).
Tra tutti gli amici che scrivono su quel “quaderno collettivo”, la scrittrice più dotata è una ragazza di nome Sae. Lei non parla bene perché è sorda, quindi per lei quel quaderno è provvidenziale, perché le permette di esprimere per iscritto tutti i pensieri che non può comunicare a voce. Yuki rimane molto colpito dai suoi messaggi, e comincia lentamente a innamorarsi di lei. Tuttavia, Sae ha un bel caratterino, quindi non sarà facile corteggiarla senza dire o fare qualcosa che la irriti…
Ci sono molti motivi per cui ho apprezzato la storia di Yuki e Sae. Innanzitutto il protagonista maschile: è il classico bravo ragazzo, l’amico e il figlio che tutti noi vorremmo avere. Poi la protagonista femminile: chi l’ha creata ha avuto il coraggio di tratteggiare un personaggio disabile non totalmente positivo, con gli stessi difetti di una persona normodotata. Sae è orgogliosa, irascibile e melodrammatica, nel senso che tende ad avere una reazione esagerata anche per le sciocchezze più irrilevanti: paradossalmente questo non la rende odiosa agli occhi degli spettatori, anzi fa nascere in loro un forte senso di solidarietà, perché è evidente che si comporta in maniera così rabbiosa non per cattiveria, ma perché non ha ancora accettato di essere diversa dagli altri. Yuki lo ha capito, quindi cerca con pazienza di aiutarla a tirare fuori anche tutto il buono che c’è in lei, e che traspare chiaramente dai messaggi che scrive.
La serie Netflix che racconta la storia di Yuki e Sae si intitola Orange Days. Il titolo fa riferimento ad un altro piccolo rito degli amici di Yuki: prima di andare a lezione passano davanti al giardino di un signore, rubacchiano qualche arancia dal suo albero e poi corrono verso l’università prima che lui li colga in flagrante. Come dice il titolo, per Yuki quelli dell’università erano “i giorni delle arance”, ovvero i giorni in cui viveva così libero e spensierato che il problema più grosso che potesse capitargli era venire beccato a rubare un’arancia. Tutti noi abbiamo nostalgia di quel periodo, ed è anche per questo che ho adorato così tanto questa serie tv. Guardatela anche voi: ne rimarrete deliziati.

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Provaci ancora Margot

10 anni fa andai al cinema a vedere Tutto può cambiare. Avevo capito fin dal trailer che era un film valido, ma non avrei mai creduto di venire travolto da così tanta meraviglia. Non ho mai pianto per un film, né prima né dopo di allora, ma in quell’occasione mi successe per ben 3 volte. Piansi anche mentre tornavo a casa, ripensando a tutte le emozioni che avevo provato durante la visione. E il bello è che Tutto può cambiare non è affatto un film triste: piansi perché ero commosso dalla sua bellezza.
Se quel film è venuto così bene, buona parte del merito è del suo attore protagonista, Mark Ruffalo. In quel film ha sfoderato tutta la sua simpatia, e ha dato vita ad uno dei miei personaggi preferiti in assoluto.
Alla luce di questo, sono STRAFELICE che oggi Mark Ruffalo sia stato candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista. Tuttavia, sono consapevole che probabilmente non lo vincerà, perché Robert Downey Jr. è favoritissimo. Sembrano annunciati anche gli Oscar al miglior attore e alla miglior attrice: il primo andrà a Cillian Murphy, il secondo a Lily Gladstone. Quest’ultima in particolare ha la statuetta già in mano, perché per blindare la sua vittoria l’Academy ha escluso fin dalle nomination l’unica che poteva darle filo da torcere (la Margot Robbie di Barbie). Esorto quest’ultima a riprovarci, perché stramerita l’Oscar fin dai tempi di Suicide Squad, e a mio giudizio l’Academy non potrà ignorarla in eterno.
A proposito di Barbie, non comprendo l’indignazione che si è scatenata sui social per il fatto che questo film sia stato escluso da alcune categorie importanti (non solo miglior attrice, ma anche miglior regista). Al contrario, secondo me il vero scandalo è che abbia ottenuto 8 nomination, perché è uno dei peggiori film che abbia mai visto. Non è neanche quel trash divertente in stile Blood Out, bensì quel trash così imbarazzante che ti viene da vergognarti tu per chi l’ha realizzato.
Casomai il popolo dei social avrebbe dovuto indignarsi per la mancata nomination di Ridley Scott. Questo regista ci regala un capolavoro dietro l’altro da oltre 40 anni, ma per motivi misteriosi l’Academy l’ha sempre snobbato: stavolta per essere sicuro di venire premiato Ridley Scott ha fatto un film che fonde i 2 generi più amati dall’Academy (il biopic e il film storico), eppure niente da fare, il suo Napoleon ha ottenuto solo il misero contentino di 3 nomination minori. Non ho visto il film, quindi può darsi che non sia sullo stesso livello di altri suoi gioielli come The Counselor e House of Gucci, ma a questo punto mi viene il sospetto che l’Academy lo snobbi a prescindere. Potrebbe fare anche il film più meraviglioso nella storia del cinema, e i giurati dell’Oscar troverebbero comunque il modo di negargli la statuetta.
Stesso discorso per Bradley Cooper, anch’egli volutamente escluso dalla nomination come miglior regista. In compenso è stato candidato come miglior attore e miglior sceneggiatore, e in quest’ultima categoria ha qualche possibilità di vittoria. Sarebbe anche l’ora, considerato che nella sua carriera ha racimolato 12 nomination e 0 vittorie.
Barbie non è stato l’unico film a raccogliere meno nomination del previsto: ha fatto ancora peggio il remake de Il colore viola, che di candidature ne ha ottenute solo una. Il film originale ne prese 11, e questo la dice lunga su quanto sia stato clamoroso il flop di questo film. A mio giudizio se l’Academy l’ha ignorato così tanto è proprio perché si tratta di un remake. Ormai la critica e il pubblico non ne possono più di sequel, prequel, remake, reboot e tutti gli altri termini con cui vengono indicate le rimasticature di roba già fatta: abbiamo tutti una gran voglia di aria fresca, di idee mai viste prima. E’ uno dei motivi per cui il grande pubblico si sta spostando in maniera sempre più netta dai film alle serie tv: perché il mondo delle serie tv è un vulcano di creatività, in cui puoi trovare ogni mese tantissime storie nuove di zecca. Se andate in un cinema a 10 sale, probabilmente tutti e 10 i film in programmazione saranno una scopiazzatura più o meno dichiarata di un altro film del passato; se invece andate sull’homepage di Netflix, vi troverete davanti agli occhi decine di serie tv una più originale dell’altra. Capite bene che non c’è paragone.
Spero che non ci sia paragone neanche tra Io capitano e gli altri candidati come miglior film straniero: non tanto per il film in sé (che non ho visto), ma perché sarebbe davvero una bella notizia se il cinema italiano venisse ricoperto d’oro alla notte degli Oscar.
Forse non ci avete fatto caso, ma non ho ancora fatto una previsione su chi agguanterà le statuette più prestigiose (miglior film e miglior regista). Ebbene, secondo me le vincerà entrambe Oppenheimer, per il motivo che vi dicevo prima: l’accoppiata biopic + film storico è esattamente ciò che serve per lusingare i giurati dell’Academy. Se la mia previsione si rivelasse corretta, vincerebbe l’Oscar un altro “snobbato seriale”, ovvero Christopher Nolan: onestamente trovo che sia molto peggiorato da Dunkirk in poi, ma sono molto affezionato ai film che ha fatto prima di allora, e quindi una sua vittoria mi farebbe molto piacere.
Tirando le somme, io tiferò per Christopher Nolan, Mark Ruffalo, Bradley Cooper e Io capitano. Non posso dire molto di più, considerato che dei film candidati ho visto solo Barbie. E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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I 10 film più belli che ho visto nel 2023

Che anno è stato il 2023 per il cinema? Per quanto mi riguarda un anno di pausa, nel senso che ho guardato pochissimi film per concentrarmi soprattutto sulla lettura. Pensate che in tutto il 2023 ho visto soltanto 36 film: questi sono i migliori 10.

10) Una notte da leoni: Fare un film demenziale è molto più difficile di quel che sembra, perché chi lo gira si muove sulla sottile linea che separa il trash divertente da quello irritante e disgustoso. Una notte da leoni rientra a pieno titolo nella categoria del trash divertente: guardatelo, vi farà spanciare dalle risate.

9) Diabolik chi sei?: Tra tutti i cinecomics che ho visto negli ultimi anni, Suicide Squad e Venom sono di gran lunga quelli che mi sono piaciuti di più. Diabolik chi sei? non sfigura in confronto ad essi, anche se rispetto al primo film si sente la mancanza di un’attrice che mi fa venire gli occhi a cuoricino ogni volta che la vedo (Serena Rossi).

8) The Mother: Nello splendido Run All Night Liam Neeson ha dimostrato che non è necessario avere i muscoli di Arnold Schwarzenegger per fare un film d’azione. Di conseguenza in The Mother anche Jennifer Lopez si è cimentata in un ruolo “Arnoldesco”, a mio giudizio con ottimi risultati.

7) The Ward – Il reparto: Avevo deciso di vedere questo film per la presenza di Sydney Sweeney (l’attrice nella foto). In un certo senso sono rimasto fregato, perché lei fa soltanto un cameo. Nonostante ciò, il film mi è piaciuto molto.

6) Blue Beetle: Il 2023 verrà ricordato come l’anno della morte dei cinecomics. Non si contano più i film di supereroi che hanno fatto flop, da The Flash a The Marvels. Anche Blue Beetle è stato totalmente ignorato dal pubblico, ma a me è piaciuto.

5) Paradise City: Questo è un film evento, perché ha riunito John Travolta e Bruce Willis 30 anni dopo Pulp Fiction. Inoltre, a dirigerli c’era Chuck Russell, che ci ha regalato tanti ottimi film (da The Mask a L’eliminatore). Con queste premesse Paradise City non poteva venire brutto, e infatti a me è piaciuto da impazzire.

4) 20th Century Girl: Da 3 anni a questa parte la Corea del Sud è il paese con meno nascite al mondo. Per risolvere questo problema il governo di quel paese ha trovato una soluzione davvero geniale: produrre una marea di serie tv e film romantici, nella speranza che gli spettatori scoprano quanto è bello l’ammore e comincino ad accoppiarsi come conigli. 20th Century Girl fa parte di quest’originale filone di “propaganda amorosa”, ed è l’ennesima conferma che i coreani sanno parlare di amore in maniera più profonda e coinvolgente che mai.

3) Ti mangio il cuore: La sensualità straripante di Elodie buca lo schermo, e quindi è perfetta per il cinema. Il regista di Ti mangio il cuore se n’è accorto, e infatti le ha affidato un ruolo da protagonista in quest’ottimo film.

2) Creed III: Stallone è il mio mito da quand’ero bambino. Questo è il primo film della saga di Creed in cui non appare, ma la storia funziona benissimo lo stesso, ed è una scarica di adrenalina pazzesca dal primo all’ultimo minuto.

1) Mixed by Erry: Un film che racconta in modo esilarante un’incredibile storia vera: non vi dico nulla di più per non rovinarvi il piacere della visione.

E voi? Avete visto qualcuno di questi film? E quali sono i film più belli che avete visto nel 2023?

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Non la dimenticherò mai

Giovedì 5 Ottobre ho preso un treno che andava da Pisa a Genova. Appena sono entrato nella mia carrozza ho visto una ragazza che piangeva: le ho chiesto che cosa fosse successo, e lei mi ha spiegato il motivo in inglese. Lei stava camminando per Pisa con i suoi compagni di viaggio, e siccome era l’unica ad avere con sé una valigia pesante tutto il gruppo era costretto a procedere a passo di lumaca per colpa sua: di conseguenza i suoi amici si sono spazientiti e le hanno detto “Vai per conto tuo, ci rivediamo sul treno per Genova”. Poi quando il treno è partito lei si è resa conto che i suoi amici l’avevano perso, e quindi si ritrovava a dover viaggiare da sola in un paese che non conosceva: questo l’aveva fatta andare nel panico, e si era sfogata piangendo.
Io l’ho rassicurata dicendole che è meglio stare soli che male accompagnati: infatti i suoi amici erano stati decisamente cafoni a lasciarla da sola soltanto perché rallentava il gruppo, e quindi ben gli stava che loro avessero perso il treno e lei no. Lei ha sgranato gli occhi, come se avesse realizzato solo in quel momento quanto fossero stati cattivi i suoi amici: questo mi ha fatto capire che mi trovavo davanti ad un’anima così pura da non saper riconoscere il male neanche quando se lo trova davanti in tutta la sua evidenza.
Dato che parlo bene l’inglese, sempre per tranquillizzarla ho cominciato a chiacchierare con lei, e ho scoperto che questa ragazza aveva alle spalle una storia molto interessante. Era un’ebrea nata e cresciuta a New York, ma negli ultimi 5 anni è vissuta in Israele; poi ha deciso di tornare a New York, un po’ perché Israele non le piaceva, un po’ perché aspira ad entrare nel mondo del cinema, e da questo punto di vista l’America è il posto migliore in assoluto. Prima di tornare a New York ha deciso di fare una vacanza in Europa con i suoi amici: erano partiti dall’Italia, la tappa successiva era la Francia, e una volta lì avrebbero deciso se proseguire a Ovest verso la Spagna o a Est verso la Germania.
Voi mi direte: lei tra poco se ne torna a New York, tu invece abiti in Italia, quindi avrai perso interesse per questa ragazza. E invece no: anche se ero consapevole che di lì a poco si sarebbe trasferita definitivamente dall’altra parte del mondo, Lihi era così bella dentro e fuori che ho continuato a tenerle compagnia fino a quando siamo arrivati a Genova. Inoltre, prima di separarci ci siamo scambiati il numero di telefono, l’indirizzo e – mail e il profilo Instagram: come vedete le ho chiesto tutti i contatti che mi sono venuti in mente, perché ci tenevo a restare in contatto con lei.
2 giorni dopo in Israele ci sono stati gli attentati terroristici di Hamas. Lei li ha evitati perché era partita solo pochi giorni prima, e quindi in pratica la decisione di fare una vacanza nel nostro paese le aveva salvato la vita. Ovviamente le ho subito scritto per chiederle se i suoi cari stavano bene: lei mi ha risposto che i suoi parenti erano tutti al sicuro, ma tra i suoi amici e conoscenti c’erano state diverse vittime. Poi ho virato la discussione verso argomenti più leggeri, e ne è venuta fuori un’altra chiacchierata molto piacevole.
Onestamente non so come andrà a finire questa mia conoscenza con Lihi. Forse smetterà di rispondermi molto presto. Forse continuerà a rispondermi quando la contatto, ma non ci vedremo più in vita nostra. Poi c’è l’ipotesi più bella ma anche più improbabile, quella per cui non solo continueremo a sentirci, ma troveremo anche il modo di rivederci (come è successo con Elisa). In ogni caso è stato uno di quegli incontri folgoranti in cui scatta da subito un feeling particolare, ed è per questo che ho tentato in ogni modo di dargli un seguito, anche quando lei mi ha dato la notizia scoraggiante per cui tra poco se ne torna a New York.
Anche a Lucky è capitato un incontro così. Mentre era in un bar ha conosciuto una donna, hanno bevuto insieme e poi hanno proseguito la serata a casa di lui. Prima di separarsi lui le ha detto che frequenta quel bar ogni Lunedì e Mercoledì, nella speranza che lei si ripresentasse lì per un secondo appuntamento. E invece Sunny non è mai più tornata in quel bar, facendogli capire che per lei era stata soltanto l’avventura di una notte. Lucky è un campione di football, quindi se volesse potrebbe rimpiazzarla con tutte le donne che vuole; invece si è fissato proprio su Sunny, e vuole a tutti i costi riallacciare i rapporti con lei. Riuscirà a rincontrarla? E anche ponendo che ci riesca, lei avrà voglia di stabilire con lui una vera relazione?
Se ho apprezzato così tanto Lucky di Carina Adams è perché racconta una situazione profondamente realistica. Come testimonia la mia esperienza con Lihi, a molti di noi capita di incontrare casualmente qualcuno che ci colpisce per qualche motivo, e da quel momento nasce in noi la volontà fortissima di mantenere vivo il rapporto con quella persona, di fare in modo che non si dimentichi di noi da lì a poco. Io di sicuro non mi dimenticherò mai di Lihi, e neanche di questo libro: è uno di quei romanzi che ti restano dentro per sempre.
P.S.: E a voi è mai capitato un incontro così folgorante?

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