Essere felici con poco

Ho sempre pensato che l’ambizione fosse una brutta bestia. Perché chi è divorato dall’ambizione è disposto a passare sopra tutto e tutti per raggiungere i propri obiettivi, senza curarsi dei danni che provoca agli altri e delle leggi morali che calpesta. Inoltre, chi è troppo ambizioso non è mai contento: se ha una casa al mare ne vuole una anche in montagna, se ha la Ferrari vuole anche la Lamborghini, se ha 40 milioni di euro ne vuole 41. E se per ottenere quel milione in più deve rubarlo ai bambini malati di tumore va bene, lo ruberà senza battere ciglio (avrete capito a chi mi riferisco).
Proprio per questo, mi reputo molto fortunato ad essere una persona di poche pretese. Se mi metti davanti un piatto di pasta io son già contento come una Pasqua, e non chiedo nulla di più dalla vita. Forse se fossi stato più ambizioso avrei ottenuto qualcosa in più, ma non avrei saputo cosa farci, perché quel poco che ho mi basta.
Clay Carter non ragiona come me. Si è laureato in giurisprudenza e ha superato l’esame da avvocato, quindi potrebbe essere fiero di se stesso; invece si sente una nullità, perché è uno di quegli avvocati che non riescono a raccattare neanche un cliente, e quindi aspettano che il tribunale gli passi qualche imputato al quale fare da avvocato d’ufficio. La sua fidanzata Rebecca lo ama lo stesso; i genitori di lei invece non sopportano l’idea che la loro unica figlia stia con uno spiantato, quindi la convincono a mollarlo in favore di un riccone.
A quel punto scatta qualcosa dentro Clay. Lui vuole dimostrare ai genitori di Rebecca che hanno fatto male a seminare zizzania tra lui e la sua ex, e che anche lui è in grado di diventare qualcuno. Così si butta nel mondo delle denunce alle case farmaceutiche. Per farla breve: poniamo che una casa farmaceutica sia ansiosa di lanciare un farmaco sul mercato, e quindi comincia a venderlo senza aver prima appurato quali sono gli effetti collaterali. Se salta fuori che quel farmaco provoca tumori o comunque gravi malattie, chiunque l’abbia assunto può trascinare in tribunale la casa farmaceutica che l’ha prodotto. E qua entra in gioco Clay, convincendo coloro che hanno assunto quel farmaco ad accordarsi per un risarcimento senza passare per un processo. Quella che gli viene proposta è una cifra da favola, quindi loro accettano pensando di aver fatto un affarone; in realtà sono stati truffati, perché Clay si prende una grossa percentuale di quei soldi, e soprattutto perché quel risarcimento non basterà minimamente a coprire tutte le spese della chemioterapia.
Tutto va liscio come l’olio fino a quando uno dei truffati si fa intervistare da un giornalista, e gli rivela che sta morendo di tumore perché a suo tempo un avvocato da strapazzo l’aveva convinto ad accettare un maxi – risarcimento del quale poi ha visto soltanto pochi spiccioli. L’articolo arriva sotto gli occhi di una procuratrice distrettuale (Helen Warshaw), e quest’ultima si indigna così tanto che da quel momento in poi rovinare Clay diventa lo scopo principale della sua vita. Non vuole solo farlo radiare dall’ordine degli avvocati: vuole anche costringerlo a risarcire una per una tutte le vittime delle sue truffe.
Come avrete intuito, Il re dei torti di John Grisham è un libro molto originale. Come in tutti i legal thriller, c’è un buono che vuole farla pagare ad un cattivo; tuttavia, l’originalità sta nel fatto che qui è il cattivo ad essere il protagonista della storia, e la buona è un personaggio di contorno che appare solo dopo molte pagine. Ovviamente tifavo per lei, e ho pregato con tutto me stesso che alla fine riuscisse a far pagare a Clay tutte le sue colpe. Tuttavia, chi conosce i libri di John Grisham sa che le sue storie sono come il lancio di una monetina: talvolta vince il buono, talvolta vince il cattivo, e fino all’ultimo non puoi prevedere chi avrà la meglio tra i 2. Stavolta chi vincerà, Clay o Helen? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Il re dei torti: non riuscirete a chiuderlo fino all’ultima pagina.

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Spero di farcela

Quasi tutti i miei amici li ho conosciuti sul posto di lavoro. Questo dipende da tanti fattori: prima di tutto, lavorando mi capita di conoscere decine di colleghi nuovi ogni anno, e per la legge dei grandi numeri almeno uno interessante c’è sempre. In secondo luogo perché vivo in una zona dove non è così facile fare nuove amicizie. Se io entrassi in un pub o in un bar di Napoli e cominciassi ad attaccare bottone con gente a caso, probabilmente qualcuno che mi dà corda lo troverei: se fai una cosa del genere a Firenze invece il fiorentino medio penserà “O ì che vole questo?”. Noi fiorentini abbiamo la fama di essere simpatici e scherzosi, ma lo siamo con chi vogliamo noi: se non fai parte di una cerchia i fiorentini non si comportano affatto così con te, anzi sono più chiusi che mai.
Per gli atleti vale più o meno lo stesso discorso. Per loro è difficile conoscere qualcuno al di fuori del loro ambiente, perché lo sport che praticano è un impegno così totalizzante da lasciargli pochissimo tempo per incontrare gente nuova. Per loro perfino andare a fare una cena in pizzeria è un problema, perché devono seguire una dieta bilanciata al massimo, quindi mangiare tutti i carboidrati contenuti in una pizza (per di più la sera) manderebbe a rotoli la loro forma fisica, e di riflesso anche le loro prestazioni sportive.
Una delle poche occasioni in cui gli atleti hanno l’opportunità di conoscere tanta gente nuova sono le Olimpiadi. Perché nel villaggio olimpico sono riuniti tutti insieme gli atleti di ogni sport e di ogni nazionalità, e quindi in pratica è un mondo in miniatura. Inoltre, gli atleti convocati per le Olimpiadi hanno tutti le stesse ansie, conducono tutti lo stesso stile di vita e hanno fatto tutti dei grandi sacrifici per arrivare fin lì, quindi gli viene proprio naturale trovare dei punti d’intesa, perché solo loro possono capire fino in fondo cos’hanno passato.
Tuttavia, le Olimpiadi sono anche una fonte di grande stress. Perché nel giro di pochi giorni ognuno di quegli atleti si ritroverà a vivere il momento più bello della sua vita oppure la delusione più cocente, e talvolta non è neanche colpa o merito suo, perché nello sport esistono dei dettagli decisivi che sfuggono al controllo degli atleti. A far sfumare la medaglia può essere un infortunio, può essere un errore arbitrale, se giochi in uno sport di squadra può essere anche un errore di un tuo compagno.
Tutto questo Aidy lo sa bene, perché è stata convocata per le Olimpiadi di Parigi con la Nazionale di pallavolo. E siccome è una gran figa, viene notata da ben 2 nuotatori, Teo e Nico. I 2 non potrebbero essere più diversi: Teo è un ragazzo posato, equilibrato, metodico, che analizza tutto con freddezza e non lascia mai trasparire nessuna emozione; Nico invece è tutto genio e sregolatezza, vive sempre a cento all’ora e mette la sua bruciante passione in tutto quello che fa. Così a seconda del proprio carattere al lettore verrà da tifare per l’uno o per l’altro nuotatore, e quindi a vivere la sfida da un diverso punto di vista. Anzi, le sfide, perché i 2 si contendono non solo il cuore della bella Aidy, ma anche la medaglia d’oro. Chi vincerà le Olimpiadi? E soprattutto, chi vincerà in amore?
La carta vincente di questo libro è la scelta di mischiare 2 argomenti che raramente incontriamo nello stesso romanzo: lo sport e i sentimenti. Senza lo sport sarebbe stato un semplice romanzo rosa, peraltro basato su un cliché piuttosto stantio (il triangolo amoroso); con l’aggiunta dello sport assume tutto un altro sapore, perché così la rivalità tra Teo e Nico diventa ancora più accesa, e la storia diventa molto più trascinante. Mentre la leggevo ho tifato per Teo fin dal primo momento: ho puntato sul cavallo vincente? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Love Games – Chi gioca vince di Joy C. Hazelnut: ne sarete deliziati.
P.S.: E voi per chi avreste tifato?

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Non ti lascerò mai

Harry è un uomo dalla storia molto particolare. E’ un americano nato e cresciuto in Giappone, felicemente fidanzato con una giapponese e titolare di un pub tra i più frequentati di Tokyo. Insomma, la vita non potrebbe andargli meglio.
Il guaio è che vive nel 1941, e in quell’anno i giapponesi entrarono in guerra contro gli Stati Uniti. E così Harry, che ha sempre vissuto in mezzo a loro senza alcun problema, diventa improvvisamente un gaijin. Se cercate questa parola su Google Traduttore vi darà come risultato “straniero”, ma in realtà questa parola ha un significato ben più forte e dispregiativo: gaijin significa “persona che non è dei nostri”, quindi un intruso, quindi un nemico.
Harry potrebbe rivolgersi all’ambasciata americana, e i suoi connazionali gli troverebbero in quattro e quattr’otto un aereo pronto a decollare per gli Stati Uniti. Ma questo significherebbe lasciare tutto quello che ha, dal pub alla sua fidanzata. Harry decide quindi eroicamente di rimanere in Giappone, e di provare a difendere ciò che ha costruito in tanti anni di sacrifici. Ce la farà, oppure la guerra finirà per travolgere tutto?
Uno dei motivi per cui ho amato così tanto Tokyo Station di Martin Cruz Smith è che ognuno di noi può identificarsi con ciò che è successo a Harry. Perché ognuno di noi 5 anni fa aveva una vita normale, dei progetti per il futuro, in molti casi nessun problema serio all’orizzonte, e poi di punto in bianco è arrivato il maledetto covid a travolgere tutto dall’oggi al domani. Anzi, noi eravamo messi pure peggio di Harry, perché lui una via d’uscita avrebbe potuto imboccarla, noi invece no, perché non c’era un solo luogo al mondo che fosse immune alla pandemia. E quindi anche noi come Harry abbiamo dovuto rimboccarci le maniche, e trovare un modo per sopravvivere in mezzo alla tempesta. Anzi, Harry non si limita a sopravvivere: cerca di fare in modo che anche in mezzo a mille difficoltà ci sia sempre un motivo per sperare e per sorridere, perché è consapevole che anche in una situazione come la sua la vita è proprio bella. E allora tu, vedendo con quanto ottimismo e con quanta forza d’animo Harry affronta il futuro, ti viene da fare per lui un tifo sfegatato, e speri con tutto te stesso che per lui vada tutto a finir bene. Andrà così? Non posso dirvelo, chiaramente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Tokyo Station: ne sarete deliziati.

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Lo scandalo Emilia Perez

Il 2021 è stato un anno particolare. Non è stato tragico come il 2020, che ha sconvolto le nostre vite dall’oggi al domani e ci ha costretti a fare i conti con una pandemia che ha condizionato a lungo la nostra quotidianità; tuttavia non è stato neanche un anno “libero” come il 2022, perché l’abbiamo passato alternando continuamente periodi di aperture totali ad altri in cui era tutto chiuso. In questo contesto avevo terribilmente bisogno di qualcosa che mi infondesse speranza, che mi facesse capire che, nonostante tutto, la vita è proprio bella.
Proprio mentre ero in questa situazione, vidi un film intitolato Sognando a New York – In the Heights. Era esattamente ciò di cui avevo bisogno, perché quel film è un’autentica ventata di leggerezza e di ottimismo, e io venni letteralmente travolto dalla sua energia. L’ho inserito tra i migliori film del 2021, e secondo me finirà per diventare anche uno dei migliori film del decennio.
Quel film era diretto da Jon M. Chu, uno dei registi emergenti di Hollywood. Di conseguenza, sono STRAFELICE che il suo ultimo film (Wicked) abbia vinto 2 Oscar stanotte, e gli auguro di vincerne ancora di più con il sequel (in uscita tra pochi mesi).
Per quanto riguarda le altre premiazioni, la sorpresa più grossa l’abbiamo avuta nella categoria migliore attrice. Demi Moore era la strafavorita, perché Hollywood adora le star decadute che rinascono dalle proprie ceneri e riescono a tornare ad alti livelli: nelle storie di questo tipo c’è proprio l’essenza dell’America, che è la terra delle opportunità anche per chi sembra ormai spacciato. Invece Anora è piaciuto così tanto da indurre i giurati dell’Academy a premiarlo in tutte le categorie possibili, dando l’Oscar ad un’attrice che non ha un centesimo dell’esperienza di Demi Moore: quest’ultima ha fatto 72 film in 40 anni di carriera, Mikey Madison invece non arriva neanche alla doppia cifra, perché Anora era il suo nono film. Onestamente questa sorpresa non mi è piaciuta: non per Demi Moore (che non mi ispira grande simpatia), ma perché ritengo che nell’assegnare l’Oscar bisogna valutare l’intera carriera, non solo ciò che l’attore o l’attrice ha fatto in 2 ore scarse di film.
Proprio perché valuto l’intera carriera, sono invece molto contento dell’Oscar a Zoe Saldana: lo meritava almeno dai tempi del divertentissimo Get over it. Inoltre, anche in tempi più recenti aveva recitato benissimo nello splendido Blood Ties – La legge del sangue.
Zoe Saldana ha vinto l’Oscar per Emilia Perez. In uno dei miei ultimi post avevo detto che questo film era il favorito per l’Oscar più importante, perché quando Trump è al potere i giurati dell’Academy tendono a premiare i film che incarnano ciò che lui detesta, e un film con una protagonista trans si prestava perfettamente allo scopo. Del resto, che l’Academy avesse quest’intenzione era visibile fin dalle nomination, perché Emilia Perez era stato il film che ne aveva ottenute di più (ben 13, a un passo dal record assoluto di 14). Poi sono successe varie calamità che gli hanno tarpato le ali: prima la reazione del pubblico (infuriato per il fatto che questo film avesse ottenuto un numero di nomination sproporzionato rispetto al suo valore), poi lo scandalo sorto proprio attorno alla trans che interpreta la protagonista, che in passato aveva pubblicato dei post sopra le righe sui propri social. Alla luce di questo, è un miracolo che il film abbia vinto 2 Oscar minori, perché c’era il serio rischio che non ne vincesse neanche uno su 13 nomination (e anche questo sarebbe stato un record).
A beneficiare di questa caduta inaspettata è stato Anora. Onestamente non so se la pioggia di Oscar caduta sul suo capo sia meritata oppure no, perché tra i film candidati ho visto solo quello di Demi Moore, The Substance (e mi è piaciuto abbastanza, quindi sono contento che abbia portato a casa almeno l’Oscar per il miglior trucco).
E voi per chi tifavate? E cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Poveri ma felici

Nell’Italia di una volta quasi nessuno aveva il telefono in casa. Spesso ce n’era uno in tutto il paese, ed era dentro il bar: di conseguenza, per trovare qualcuno dovevi telefonare al bar e chiedere di fartelo passare. Se avevi la fortuna di trovarlo lì in quel momento bene, altrimenti la barista avrebbe riferito la tua chiamata la prossima volta che l’avrebbe visto.
Poi i telefoni arrivarono dentro le case, ma erano i duplex: questo significava che c’era una sola linea telefonica ogni 2 appartamenti. Se telefonavi a orari strani non c’erano problemi, se invece telefonavi a un’ora normale rischiavi di trovare la linea occupata, perché il telefono lo stava usando il tuo vicino. E allora come si faceva a farla tornare libera? Dovevi bussare alla parete in comune tra i 2 appartamenti: il tuo vicino capiva che avevi bisogno di chiamare qualcuno anche tu, e quindi si affrettava a liberare il telefono.
Le case di una volta erano particolari anche per altri motivi. Ad esempio, quasi nessuno poteva permettersi un’asciugatrice, quindi le nostre nonne avevano inventato un sistema geniale per sostituirla: piazzavano un tubo di metallo sopra i fornelli, ci stendevano sopra i vestiti poco prima dei pasti, e così quando cominciavano a cucinare il calore proveniente dai fornelli oltre a cuocere il cibo finiva anche per asciugare i vestiti. Certo, questi ultimi al posto dell’odore di pulito prendevano l’odore del cibo cucinato dalla nonna, ma tanto quel cibo profumava di buono, e quindi non era poi questo gran male.
Sotto un aspetto le case non sono cambiate: oggi come allora, puoi comprarle o prenderle in affitto. Ma se lavoravi in una grande azienda, quest’ultima poteva dartene una in affitto ad un prezzo ribassato. Ad esempio, se lavoravi al Corriere della Sera potevi iscriverti a una graduatoria, e appena arrivava il tuo turno l’azienda ti assegnava una casa che tu non avevi mai visto ma che accettavi con gioia, perché a quei tempi anche un risparmio di mille lire sull’affitto era una piccola fortuna.
Tutto questo me l’ha raccontato Gerry Scotti. Nessuno può saperlo meglio di lui, perché quell’Italia lui l’ha vissuta, e suo padre era proprio uno dei fortunati dipendenti del Corriere della Sera che si vide assegnata una casa in affitto, con tanto di telefono in comune e tubo di metallo per far asciugare i vestiti sopra i fornelli. E lui non si sentiva povero, anzi si sentiva ricco come un pascià, perché nella sua casa precedente il telefono non c’era, e quindi per sapere chi l’aveva chiamato doveva andare al bar.
Leggendo il racconto della sua giovinezza in quell’Italia, si capisce perfettamente perché Gerry Scotti è diventato una persona così squisita. Perché l’Italia in cui ha vissuto era più semplice e più povera, ma era anche più genuina, e lui sa parlarne con una dolcezza che ti commuove ad ogni pagina. Preferisco non dirvi nient’altro sul suo libro: posso solo dirvi che contiene altri cento aneddoti oltre ai 2 o 3 che vi ho citato, e che raccontandoli l’autore ha saputo cogliere la magia di un’Italia in cui avrei tanto voluto vivere. Se volete assaporare anche voi un po’ di quella magia, leggete Che cosa vi siete persi di Gerry Scotti: ne sarete deliziati.

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Lei è tornata

L’anno scorso vi ho parlato di un film di fantascienza chiamato Wifelike. Era una copia spudorata di Ghost in the Shell, però a me piacque lo stesso, perché aveva rielaborato il film di partenza dandogli un tocco personale e originale.
Forse non lo sapete, ma Wifelike non è un caso isolato. Tante case produttrici del sottobosco di Hollywood sfornano a getto continuo dei film d’azione e di fantascienza di serie B, che però si rifanno in maniera più o meno plateale a dei film di serie A. La più sfacciata in questo senso è la Asylum, che ha fatto uscire dei film come Sinister Squad (copia di Suicide Squad), Android Cop (copia di Robocop) e The Fast and the Fierce (copia di Fast and Furious).
Queste case produttrici nelle loro scopiazzature infilano spesso una star in declino, nella speranza di “acchiappare” alcuni dei suoi fan. Ad esempio, prima di ritirarsi Bruce Willis ha recitato in una marea di questi film (un esempio su tutti è Breach, ovvero l’Alien del discount).
Uno di questi prodotti (chiamarli film è eccessivo) è The Substance. La sceneggiatura è identica a quella de La morte ti fa bella, e guarda caso la protagonista è l’ex moglie di Bruce Willis: evidentemente conosceva l’ambiente del cinema di serie B grazie al marito, e ha deciso di giocare sul suo stesso terreno.
A quel punto è capitato qualcosa che nessuno si aspettava: The Substance è stato un successone. Il motivo è molto semplice: gli americani adorano le storie su una star caduta in disgrazia, fin dai tempi di Viale del tramonto. E infatti tutti i film che hanno battuto su questo tasto hanno trionfato agli Oscar, dallo stesso La morte ti fa bella fino a The Artist.
In più, questo film aveva anche un altro elemento adoratissimo dagli americani: la mescolanza di realtà e fantasia. Demi Moore infatti è DAVVERO una star caduta in disgrazia, e come la protagonista del film sembra incapace di accettare il proprio declino fisico: di conseguenza nel film ha interpretato se stessa, e a Hollywood questi personaggi “un po’ veri e un po’ finti” conquistano sempre tutti.
Alla luce di questo, non sono affatto stupito che oggi Demi Moore sia stata candidata agli Oscar, e anzi sono convinto che abbia già la statuetta in pugno. Spero che valga lo stesso per Edward Norton (candidato per il biopic su Bob Dylan), perché merita il premio almeno dai tempi di Motherless Brooklyn.
A proposito del biopic su Bob Dylan, a dirigerlo è stato un regista a me molto caro, James Mangold: di conseguenza mi fa molto piacere che abbiano candidato anche lui. Mi dispiace solo che abbiano snobbato per l’ennesima volta un altro grande regista, Ridley Scott: il suo sequel de Il gladiatore ha ottenuto una sola nomination… per i migliori costumi. Anziché dargli questo misero contentino, forse sarebbe stato meglio escluderlo del tutto. Non ho visto il film, quindi può darsi che non sia sullo stesso livello di altri suoi gioielli come The Counselor e House of Gucci, ma a questo punto mi viene il sospetto che l’Academy lo snobbi a prescindere. Potrebbe fare anche il film più meraviglioso nella storia del cinema, e i giurati dell’Oscar troverebbero comunque il modo di negargli la statuetta.
Un’altra esclusione dolorosa e incomprensibile è avvenuta nella categoria miglior film straniero. Voi direte: speravi nella nomination del film italiano, Vermiglio. No, in realtà io tifavo per il film islandese: faccio molta fatica a credere che ci fossero 5 film stranieri migliori di quello, perché racconta una storia di una bellezza sconfinata.
Forse non ve ne siete accorti, ma nel commentare le nomination di oggi ho fatto un pronostico solo sulla categoria miglior attrice. E gli Oscar più importanti chi li vincerà? Innanzitutto, dobbiamo considerare che su questi premi influirà senza dubbio l’ombra di Donald Trump. Dato che Hollywood lo odia, negli anni della sua prima presidenza l’Academy ha premiato molti film che incarnavano tutto ciò che lui detesta (da Moonlight a Green Book): di conseguenza, adesso che lui è tornato presidente è molto probabile che l’Oscar più importante venga vinto nuovamente da un film “anti – Trump”. In questo senso Emilia Perez è imbattibile, perché un film con una protagonista trans è quanto di più lontano ci possa essere dall’America che Trump vuole (ri)costruire.
In conclusione, alla prossima notte degli Oscar tiferò per Edward Norton e James Mangold. Per quanto riguarda i film invece non posso esprimermi, perché non ho visto nessuno dei film candidati. Non mi era mai capitato in vent’anni che seguo le nomination e le premiazioni: questo significa che nel 2025 l’Academy ha puntato in maniera troppo pronunciata sui film che piacciono solo ai critici, snobbando quelli che sono piaciuti al pubblico. E infatti alcuni blockbuster come Deadpool and Wolverine e il sequel di Beetlejuice non hanno ottenuto neanche una nomination. E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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I 10 film più belli che ho visto nel 2024

Che anno è stato il 2024 per il cinema? Per quanto mi riguarda un anno di pausa, nel senso che ho guardato pochissimi film per concentrarmi soprattutto sulla lettura. Pensate che in tutto il 2024 ho visto solo 31 film: questi sono i migliori 10.

10) Giurato numero 2: Mi aspettavo grandi cose dal nuovo film di Clint Eastwood, e le mie aspettative sono state pienamente ripagate. Certo, non è un capolavoro come Million Dollar Baby o Richard Jewell, ma in fondo non vuole neanche esserlo, perché qui Clint Eastwood aveva come unico obiettivo quello di realizzare un buon legal thriller: ci è riuscito alla stragrande.

9) Madame Web: Il personaggio del titolo è una spalla dell’Uomo Ragno, che però non compare. E’ per questo che il film ha incassato poco: fare un film su Madame Web senza l’Uomo Ragno e pretendere che qualcuno lo veda è come vendere le fette di pane con l’olio senza l’olio e pretendere che qualcuno le compri. A me però è piaciuto, anche per la presenza nel cast della bellissima Sydney Sweeney (l’attrice nella foto).

8) Wifelike: La trama è una copia spudorata di Ghost in the Shell, quindi sicuramente questo film non brilla per originalità. Io però un posticino nella Top 10 gliel’ho voluto trovare, perché in mezzo a tante scopiazzature ci sono anche dei colpi di scena da urlo.

7) Touch: Per i motivi spiegati qui.

6) Cult Killer: Questo film ha un finale da urlo, e anche prima di esso ci sono tante scene una più bella dell’altra: se non l’avessero fatto uscire in piena Estate, sarebbe diventato un cult per davvero.

5) Maxxxine: Quando vidi il trailer capii subito che Maxxxine forse non sarebbe stato il film più bello dell’anno, ma di sicuro sarebbe stato il più figo. Non mi sbagliavo.

4) Uglies: Ogni anno Netflix mi fa scoprire qualcosa di bello. Nel 2024 è successo per ben 3 volte: prima con le serie tv Orange Days e Sing again, poi con questo splendido film.

3) Tatami: E’ un film sul judo, e come tutti i film sullo sport è molto coinvolgente. In questo caso a rendere la storia così appassionante contribuisce non solo l’adrenalina delle gare, ma anche l’ammirazione che suscita la protagonista, uno dei personaggi femminili più riusciti nella storia del cinema.

2) Il socio: John Grisham è uno dei miei scrittori preferiti. Il socio è uno dei suoi capolavori, e il film è pienamente all’altezza del libro.

1) Dirty Dancing: Può sembrare incredibile che un film così semplice abbia realizzato uno dei più grandi incassi nella storia del cinema. Invece non deve stupire, perché nella sua semplicità riesce a dire delle cose profonde, e anche perché è palese che chi ci ha lavorato l’ha fatto con amore. E infatti quest’amore è stato pienamente ripagato dagli spettatori.

E voi? Avete visto qualcuno di questi film? E quali sono i film più belli che avete visto nel 2024?

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Un amore contrastato

A Milano ci sono 2 scuole di grande tradizione: il Berchet e il Pacinotti. Distano poco più di un chilometro l’uno dall’altra, ma è come se a separarle ci fosse un muro di Berlino alto 5 metri: infatti al liceo Berchet ci vanno tutti i milanesi più ricchi e potenti, quelli che hanno un attico a CityLife, uno chalet a Cortina e una casa al mare ad Alassio; al professionale Pacinotti ci vanno quelli che a stento possono permettersi un bilocale in affitto al quartiere Corvetto, naturalmente in un condominio senza ascensore.
Tuttavia, non è così impossibile che questi mondi così diversi entrino in contatto. Ad esempio, in quella zona c’è anche l’Antico Vinaio, quindi capita tutti i giorni che gli studenti del Berchet si mettano in coda per un panino insieme a quelli del Pacinotti. Inoltre, ogni tanto ci sono le manifestazioni, e a quel punto non conta più che scuola frequenti: ci si mette tutti a reggere lo stesso striscione, a intonare gli stessi cori e a vivere la stessa inebriante esperienza.
Una di queste strane mescolanze ha fatto nascere il primo amore di Clarissa. Lei è una ragazza del Berchet, e lo è fin nei minimi dettagli: ad esempio, lei non sa come funziona il citofono, e lo ignora non perché le sue amiche non vengono mai a trovarla, ma perché ha un maggiordomo che risponde al posto suo.
Il suo fidanzato invece è uno studente del Pacinotti, e anche lui corrisponde perfettamente all’identikit: residenza nel quartiere Corvetto, madre single, padre tatuato dalla testa ai piedi e poi la ciliegina sulla torta, un nome albanese in omaggio alle origini materne (Ardit). Vi immaginate come reagisce la famiglia di Clarissa quando scopre che bel fidanzatino si è trovata?
Il bello è che io, pur capendo perfettamente i genitori di Clarissa, più andava avanti la sua storia e più mi veniva da schierarmi con Ardit. Perché lui sarà pure povero, albanese e studente di un professionale, ma è comunque un bravissimo ragazzo. Inoltre, Ardit non è un furbetto che ha visto un’opportunità di mettere le mani sui soldi di Clarissa e ci si è gettato a capofitto, perché lui ama sinceramente la sua fidanzata, e la amerebbe anche se non avesse il becco di un quattrino.
E’ proprio questo che ci permette di identificarci così profondamente in lui. Perché a molti di noi è capitato di non piacere ai genitori o agli amici della persona che amavamo, magari per motivazioni stupide come quelle che ho appena citato: quando ci siamo trovati in quella situazione abbiamo pregato che l’altra persona non si facesse condizionare da chi provava a mettere zizzania, e avesse la forza di restare con noi a dispetto di tutti. Ardit e Clarissa questa forza la dimostrano ogni giorno: questo ti porta a fare per loro un tifo sfegatato, e a sperare con tutto te stesso che alla fine il loro amore trionfi su ogni avversità. Andrà così? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Bella zio di Marco Pellegrini: ne sarete deliziati.

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Una prof speciale

Nell’ultimo anno abbiamo assistito all’ascesa irresistibile del generale Vannacci. Ha scritto un libro ed è diventato campione di vendite, è andato in televisione ed è diventato campione di ascolti, è sceso in politica ed è diventato eurodeputato.
Uno dei motivi del suo successo sta nel fatto che lui ha il coraggio di dire a voce alta delle idee che gli italiani condividono in pieno, ma generalmente tacciono per vergogna. Una di queste idee è quella per cui le scuole andrebbero divise per livelli: gli studenti dal profitto basso in una classe, quelli di livello medio in un’altra, i geni in un’altra ancora. Se invece li butti tutti dentro un unico calderone gli studenti più deboli finiranno per arrancare, oppure quelli più promettenti si annoieranno facendo delle cose che per loro sono elementari.
Vannacci probabilmente non lo sa, ma la sua idea era già stata presa in esame da un romanzo di fantascienza, La classe di Christina Dalcher. In quel libro si immagina un mondo in cui le cose funzionano proprio come propone lui: gli studenti sono divisi in 3 livelli (geni, normali e scarsi), e frequentano una scuola diversa a seconda del livello che gli è stato assegnato. Chiaramente queste assegnazioni non sono scolpite nella pietra: se uno studente migliora nel rendimento può aspirare a una scuola più prestigiosa, se invece la sua media voto si abbassa viene declassato ad una scuola peggiore.
La protagonista del romanzo è la professoressa Elena Fairchild. Dato che insegna in un’accademia per giovani geni, a lei non dà alcun fastidio che le cose stiano così, anzi è ben contenta di insegnare a degli studenti da 10 e lode. Anche sua figlia frequenta una scuola di serie A, quindi non potrebbe chiedere di più dalla vita.
Poi un giorno la figlia di Elena comincia a peggiorare nel rendimento. E non perché è stupida o perché non studia, ma perché la paura di finire in una scuola peggiore le fa venire un’ansia da prestazione pazzesca, impedendole di esprimere anche i concetti più elementari. Tuttavia, nel mondo spietato in cui vive non c’è spazio per queste giustificazioni: o porti a casa i risultati o vieni spedito in una scuolaccia a calci nel sedere, punto e basta. E infatti alla figlia di Elena succede proprio questo: passa di punto in bianco dal primo all’ultimo livello del sistema di istruzione.
A quel punto Elena scopre qualcosa che non avrebbe mai immaginato: le scuole dell’ultimo livello sono dei veri e propri lager. Le mense forniscono dei pasti volutamente pessimi, perché secondo lo stato non ha senso sprecare del buon cibo per degli studenti dal basso quoziente intellettivo; le aule sono sprovviste anche degli strumenti più essenziali, per lo stesso motivo; i professori sono più aggressivi che mai, perché gli studenti poco brillanti tendono a essere anche indisciplinati, e quindi lo stato incoraggia i docenti a rimetterli in riga con un approccio militare che manderebbe in estasi il generale Vannacci.
Naturalmente niente di tutto questo trapela all’esterno di quelle scuole. Al contrario, la ministra dell’istruzione ha orchestrato un’opera di propaganda volta a far sembrare che lì gli studenti si divertono come pazzi, e i professori trovano il modo di valorizzare le loro qualità nonostante il loro basso quoziente intellettivo. Tuttavia, la ministra non ha fatto i conti con Elena, che schiuma dalla rabbia per ciò che è capitato a sua figlia, e non vede l’ora di far scoprire alla stampa come stanno veramente le cose…
La classe è un libro che mi ha fatto molto riflettere sul concetto di meritocrazia. Tendiamo a pensare che se un sistema premia chi ha il rendimento più alto allora è un sistema giusto, e non teniamo di conto che in realtà il rendimento è condizionato da molti fattori che con il merito non hanno niente a che vedere. Uno studente può ottenere un voto basso perché (come la figlia di Elena) non riesce a resistere allo stress. Oppure perché è stato preso di mira da un professore, e quindi prenderebbe l’insufficienza anche se ripetesse tutto il libro alla perfezione. Oppure perché il giorno della verifica si è sentito male, e quindi non è riuscito a farla bene nonostante avesse studiato con impegno. Proprio perché un brutto voto può dipendere da tanti fattori, è profondamente sbagliato bollare come immeritevole lo studente che l’ha preso. Figuriamoci poi rinchiuderlo in una scuola a parte. Eppure non solo in questo romanzo, ma anche nella realtà esistono dei politici a cui questo progetto della segregazione scolastica pare una gran figata: di conseguenza, non è da escludere che un domani si passi dalle parole ai fatti. Per evitare che questo succeda, leggete e fate leggere a più persone possibili La classe di Christina Dalcher: vi resterà dentro per sempre.

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Sto per sposarmi

Tra tutte le medaglie che abbiamo vinto alle ultime olimpiadi, quella che mi ha colpito di più è stata quella della scherma femminile a squadre. Non tanto per la gara in sé, quanto piuttosto per la storia particolare che c’è dietro.
Quella squadra era composta da 4 schermitrici, 2 friulane e 2 siciliane. Ciò significa che queste ragazze hanno passato insieme tutta la loro carriera: le prime 2 si allenavano insieme a Udine, le altre 2 a Catania, e quando l’Italia le convocava si ritrovavano tutte e 4 nel ritiro della Nazionale. Questo ha creato un legame fortissimo tra di loro, che era visibile anche nelle interviste: infatti quando parlavano davanti ai microfoni nessuna cercava di prevalere sulle altre, e spesso una schermitrice riprendeva il discorso da dove l’aveva finito la sua compagna. Era come se fossero diventate un corpo unico.
La loro storia dimostra quanto sia importante fare gioco di squadra. Perché ciascuna di quelle 4 schermitrici è brava anche da sola, ma solo mettendosi tutte insieme sono riuscite ad arrivare sul gradino più alto del podio. Se invece si fossero fatte la guerra tra di loro, per invidia o perché ciascuna di loro voleva essere l’unica stella della Nazionale, probabilmente non avrebbero vinto neanche la medaglia di bronzo.
Anche a Boston c’è un gruppo di atleti come loro. Sono tutti giocatori di hockey, e militano tutti nella squadra della Briar University. Come le nostre campionesse della scherma, anche loro hanno passato tanto tempo insieme, e questo li ha resi molto affiatati dentro e fuori dal campo. Ed è proprio fuori dal campo che succedono le cose più interessanti. Ad esempio, mi sono venuti i brividi quando Logan è entrato in una camera d’albergo convinto che fosse quella di un suo compagno di squadra, e invece ci ha trovato una ragazza di nome Grace (con la quale poi si fidanza): quest’incontro casuale mi ha fatto riflettere su come spesso un episodio minimale e che non doveva neanche succedere finisca per dare una svolta decisiva alla nostra vita, spingendola in una direzione che non avremmo mai immaginato. E’ molto bella anche la parte in cui Garrett rivela agli altri giocatori che vuole chiedere alla sua fidanzata Hannah di sposarlo, e cerca di trovare insieme a loro le parole giuste per convincerla: mi ha commosso sia la sincerità con cui ha parlato dei suoi sentimenti, sia l’altruismo con cui i suoi compagni di squadra si sono presi a cuore la questione come se la proposta dovessero farla loro.
Come potete vedere, L’eredità di Elle Kennedy è un libro molto ricco: parla di sport, di amicizia, di amore… più in generale parla della vita, e lo fa con una passione che ti conquista ad ogni pagina. Come andranno a finire le avventure sentimentali e sportive di questi ragazzi? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere questo libro: se lo farete, i suoi personaggi vi resteranno dentro per sempre.

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