quando siamo rimasti in due siamo diventati insufficienti abbiamo giocato a biglie ma erano lacrime di vetro la bravura è mancare il bersaglio come assicura il lanciatore di coltelli a volte basta una tovaglia come se fosse di domenica quando tirò il sasso nello specchio non avrebbe immaginato di sparire. appare qualcosa – e non significa l’amata con cento rimedi vaneggia – favoloso sapere (vuoi farei contenuto? fai il palo?) (o l’amore guardiano mentre fa il suo giro?) soltanto l’accaduto è abitato grandissime dalie (segni delle donne) (aiuole di civiltà mature) manca un colpo da maestro? un riquadro di finestra – da dove riguardare? mentre si prepara qualcosa da qualche parte – a quest’ora ci sono i minuti contati sale d’aspetto – che di notte chiudono alle due e se dopo ci fosse il mare se non fosse Cesano Boscone ma spalancato vuoto tra acqua e cielo? alla finestra – un rumore di vele poi cieli mutevoli – soffitti dipinti belli come i seni del respiro dunque è vero: sei tu che non finivi le equazioni per paura dell’uguale?
(A. Lumelli, Trattatello incostante, 1980)
“Sono rarissimi i maestri che ci vengono donati in questa vita”. Con queste ed altre affettuose parole di commiato lo ricorda l’ex presidente dell’associazione “Casa della poesia al Trotter”, Giusi Busceti. Mentre Luigi Cannillo, poeta e critico, ricorda di aver da lui ricevuto “un dono raro: la capacità di guardare dietro le apparenze, di vivere la Poesia disinteressatamente e con azzardo”. Sono parole che rimarcano l’eccezionalità di un uomo e di un poeta che non ho conosciuto personalmente, ma che ho sentito il desiderio di incontrare, al di là del tempo, attraverso la poesia.
Dunque, la scelta di questa poesia di Angelo Lumelli è guidata dalla volontà di regalare ai lettori un testo illuminante, custode di una folgorazione, ma anche di rendere omaggio a un poeta, recentemente scomparso.
La poesia di Lumelli, infatti, è una continua sorpresa: ogni verso, ogni a capo rappresentano un imprevisto, un’accostamento audace, una rivelazione.
Fin dall’inizio, infatti, il lettore si ritrova davanti a una sintassi inaspettata, in cui la principale disattende la subordinata temporale del primo verso: “quando siamo rimasti in due /siamo diventati insufficienti”. Il v.4, poi, rappresenta un vero e proprio rovesciamento: “la bravura è mancare il bersaglio”.
Così, dopo averci sapientemente guidati nel suo dettato poetico, Lumelli cambia inaspettatamente direzione e ci immerge in un nuovo dipanarsi di immagini e di associazioni, dimostrando un linguaggio audace e libero, personalissimo e originale. Tra tutte le immagini una se ne evidenzia per efficacia: “quando tirò il sasso nello specchio /non avrebbe immaginato di sparire.” perché, mentre lo specchio si frantuma, noi come l’Alice di Lewis Carrol entriamo in una nuova galassia; quella precedente forse è collassata, forse si è moltiplicata e ha generato tanti universi quanti sono i frammenti. Ed ecco appare realmente qualcosa, percepiamo anche noi che “soltanto l’accaduto è abitato” e desideriamo andare a fondo dell’enigma, coglierlo. Allora continuiamo a seguire il poeta e gonfiamo anche noi il seno, il petto, nel respiro o tratteniamo il fiato, perché il senso ultimo è proprio lì, fuori dalla finestra, dalla sala d’aspetto…e ci sfugge! proprio quando c’eravamo quasi. Perché la poesia, nel suo fluire semantico traccia sentieri e li disperde, apre una nuova dimensione.
Quella di Lumelli è una poesia audace, capace di “iuncturae” abili, intelligenti nel senso usato da M. De Angelis: cioè “capaci di andare a fondo”. La chiusa, invece, ci interroga tutti. Chi saprebbe dire a cosa è uguale l’esperienza di lettura che abbiamo appena fatto? D’altronde, Lumelli ci aveva lasciato un indizio: è una candid camera e quello che accade, anche se lo abitiamo, è a nostra insaputa.
La poesia di Sauro Albisani è un tessuto di rapporti tra il Soggetto e il contesto, in uno spazio/scenario reale o simbolico. In questi testi, scelti dall’autore stesso, l’automobilista /eroe esce dall’auto per accarezzare le capre che hanno occupato l’asfalto della strada. Oppure, rientrando a casa, l’autore spera di vedere “nella stanzina vuota” i Penati protettori. Il bambino di una poesia successiva si è è appena trasferito dal paese alla città. Tra i diversi spazi il movimento resta talvolta come sospeso, si esprime una forma di riluttanza, di dubbio: “Io sono il pino che davanti casa/ vecchio non so di quanti secoli ode/ premere dentro sé l’eternità/ e tuttavia maledettamente/ inclina… verso dove? Quale, quale/ altro cielo continuo a cercare,/ da quello che m’incombe verticale?/ […]” L’orizzonte e il perimetro degli spazi più comuni e consueti (la casa, il prato davanti, la scuola) si aprono a scenari più astratti e metafisici: il bordo verso il baratro, l’abisso. Gli interrogativi su identità e destino si fanno più pressanti e gli interlocutori e le voci meno facilmente distinguibili: “(alle spalle una voce/ che fingo di ignorare/ ma è la mia è la mia)/ […]/ fino a che riconosco/ il viso di qualcuno/ non lasciarmi le dico/ cadere ma chi è/ che mi spinge? (sono io?)” Sono i piccoli grandi misteri che possiamo vivere nel quotidiano: “Forse quando cadiamo in quel torpore mortale/ esseri superiori ci osservano/ e potrebbero annichilirci in un attimo,/ chiudere la partita/ senza dircelo, ma non lo fanno”. Così come lo stesso mistero della voce misteriosa e presaga alle spalle nell’ultima poesia: “tocca a te, non sei il primo”
I contesti quindi sono attraversati da personaggi, movimenti e voci e in questo si articolano anche in spazi nei quali si sistemano presenze definite oppure enigmatiche come attori in scena – a ricordarci la ricca e prolungata attività di Albisani in campo teatrale. La voce, le voci e la parola sono un elemento significativo in queste poesie: oltre a quelle già citate quella del protagonista in mezzo alle capre: “Io non so più parlare,/ ma non c’è bisogno di parlare.” Ma anche la voce delle maestre del doposcuola che intonano canzoni patriottiche americane a diciotto anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E la poesia dà voce anche anche al vecchio pino davanti alla casa o sale dal fondo dell’abisso.
Uno degli elementi fondanti della poesia di Albisani è la sorpresa, il trasalire di fronte all’inatteso. Tutto il primo quadro delle capre e basato sull’incontro inaspettato con gli animali e sul contatto epifanico con le loro labbra umide. Così viene presa in considerazione l’eventualità di un rientro a sorpresa per poter incontrare i Penati. E ancora: la voce dell’eternità che preme alla spalle del pino. Inaspettate sono anche alcune soluzioni testuali che sembrano interrompere un flusso prevedibile e lineare, immettendo nuovi elementi o commenti: Così ”l’eroe” si risveglia e rinuncia a investire il gruppo di pecore. Oppure gli inserti di parlato /”Si fa che s’era: io, il padrone,/ e tu lo schiavo; cominciamo adesso. O alcune chiuse: “E poi, oltre tutto, ho ancora paura del buio.” Oppure: “Lui non ha fame e non sa cantare.”
Tutto sembra portare al passaggio, alla transitorietà, come nell’ultima delle poesie, in una sospensione tra immanenza e trascendenza, possibilità e rinuncia, a cui allude anche il titolo della poesia eponima dell’ultima raccolta pubblicata: in bilico tra prato, bordo e baratro, ma senza drammi, piuttosto nella profumo del mistero: “e mi chiedo da dove/ (qualcuno mi risponda!/ non c’è proprio nessuno?)/ esala quest’odore/ di giovani viole/ che sale dall’abisso/ che ha il mio stesso respiro/ che mi ripete vieni/ sussurra alla mia mente/ queste parole.”
(da “La valle delle visioni”, Passigli 2012)
CAPRE
I fari illuminano le capre che come ogni sera hanno risalito la scarpata per ammusarsi sull’asfalto alla luce delle stelle. Non vogliono più erba ma il tepore di questo lenzuolo liscio e innaturale. Di qui non passa un’anima fino a giorno, potrei premere sull’acceleratore e lasciarmi alle spalle un bagno di sangue, come Aiace che infierisce su quella mandria inerme. Dopo, però, l’eroe si risveglia. Invece freno, esco dall’auto e le accarezzo. Ruzzano con la mia mano che indugia sulle loro labbra umide. Io non so più parlare, ma non c’è bisogno di parlare. Forse quando cadiamo in quel torpore mortale esseri superiori ci osservano e potrebbero annichilirci in un attimo, chiudere la partita senza dircelo, ma non lo fanno.
(da “Orografie”, Passigli 2014)
OLTRE TUTTO
Rincasando la sera faccio appena in tempo a posare la borsa nel mio studiolo e la cena è in tavola. Ma lascio la luce accesa sul quaderno bianco, nella stanzina vuota. Non uno spirito di vento volta la pagina. Tuttavia spero sempre di vedere i penati rientrando a sorpresa.
E poi, oltre tutto, ho ancora paura del buio.
(da “Terra e cenere”, Edizioni Il Labirinto 2002, seconda edizione 2024)
Io sono il pino che davanti casa vecchio non so di quanti secoli ode premere dentro sé l’eternità e tuttavia maledettamente inclina… verso dove? quale, quale altro cielo continuo a cercare, da quello che m’incombe verticale? Io spezzo l’equilibrio graffio l’aria pendo su queste vite fiduciose su questa casa… Chi mi vede non sa che anch’io mi nutro di pensieri e che i bambini giocano con me e mi sorreggono col loro sguardo.
(da In bilico, Passigli 2024)
His soul goes marching on
Il bambino portava al doposcuola un panierino azzurro. La merenda era una fetta di pane col burro e lo zucchero. Diciotto anni prima era finita la guerra mondiale. Non lo sapeva ancora. Le maestre cantano Glory! Glory! Hallelujah! Bambini, insieme, ripetete in coro. La mamma cuce i pantaloni. Lui pensa al paese, e canta, è solo un mese che sta in città. Si vergogna di togliere quella fetta di pane dal paniere. Glielo fanno pesare, che è un ragazzo venuto dal paese. Forse è solo il primo mese, poi saranno amici. Si fa che s’era: io, il padrone, e tu lo schiavo; cominciamo adesso. John Brown’s body lies a-moulderling in the grave. E’ iniziata la terza elementare. Lui non ha fame e non sa cantare.
IN BILICO
Sono vicino al bordo so che dovrei guardare guardare dentro il baratro o fare un passo indietro ma qualcuno mi dice (alle spalle una voce che fingo d’ignorare ma è la mia è la mia) tocca a te non sei il primo (senza pietà lo dice) non spingermi le dico voglio ancora giocare su questo prato almeno fino a che riconosco il viso di qualcuno non lasciarmi le dico cadere ma chi è che mi spinge? (sono io?) è il tepore del vento è il profumo dei fiori eppure il campo è arido e mi chiedo da dove (qualcuno mi risponda! non c’è proprio nessuno?) esala quest’odore di giovani viole che sale dall’abisso che ha il mio stesso respiro che mi ripete vieni sussurra alla mia mente queste parole
Nota bio-bibliografica
Sauro Albisani è nato nel ‘56 a Ronta del Mugello, dove vive. Dopo gli studi classici si è laureato in Storia del teatro e ha iniziato a insegnare nella scuola secondaria superiore. Poeta e drammaturgo, ha proposto a più riprese un teatro di poesia. L’attività teatrale occupa fin dall’inizio del suo percorso uno spazio importante anche nella didattica, per il suo valore maieutico e liberatorio. Per questo Albisani ha sempre affiancato all’insegnamento la conduzione di un laboratorio rivolto specificamente agli studenti. Suoi maestri in questa duplice vocazione che ha visto spesso fondersi insieme le due esperienze sono stati Carlo Betocchi per la poesia e Orazio Costa per il teatro. Albisani è stato legato a entrambi da un’amicizia più che decennale; è stato segretario del primo, di cui ha curato molti degli ultimi libri, e assistente alla regia del secondo che ha accompagnato in numerose esperienze di messinscena. Per cinque anni, dal 2004 al 2009, Albisani ha diretto il teatro Giosuè Borsi di Prato. Nel 2019 Albisani, su committenza del Teatro della Pergola, ha portato in scena, in forma di opera musicale e con l’interpretazione della Compagnia iNuovi, il percorso poetico ed esistenziale di cinque grandi poeti del nostro Novecento: Pascoli, Gozzano, Palazzeschi, Betocchi e Campana (https://youtu.be/FD6DkNlkG9c ). Sempre in collaborazione col Teatro della Pergola: Nuda Voce, letture dantesche per il settecentesimo della morte del Poeta (https://youtu.be/lnf5xdfAYcI ). Albisani ha pubblicato libri di poesia, drammaturgia, saggistica, narrativa e traduzione. Per la poesia: Terra e cenere (2002 – 2024), La valle delle visioni (2012), Orografie (2014), In bilico (2024). Per la drammaturgia: Campo del sangue, Il santo inganno, Il roveto ardente, Perché il volo cominci, Un bagno caldo, L’ultimo volo, Nero, Tagli, e altri testi. Per la saggistica: Il cacciatore d’allodole, Ippocrene, Verso casa, Cieli di Betocchi. Per la narrativa: L’adozione. Per la traduzione: Vangelo secondo Giovanni (in endecasillabi). Marziale (“Roma liberatutti”). Ha vinto numerosi premi di poesia.
Molti autori che, per la qualità della loro poesia, si potrebbero considerare di assoluta eccellenza sono spesso apprezzati in una cerchia ristretta di estimatori, ma purtroppo sottovalutati, se non ignorati, dal mainstream letterario e dalla critica ufficiale. È il caso di Umberto Simone, scomparso lo scorso anno, che vanta tre raccolte ricche di gioielli poetici. Dall’esordio con L’isola delle voci (2001) attraverso Il sacco del curdo (2008) fino alla raccolta uscita postuma Turisti nella luce (2023) la poesia di Simone ha raffinato sempre più gli strumenti stilistici ed espressivi senza snaturare le caratteristiche della propria ispirazione. Si tratta di una modalità di scrittura originale, distante dalle derive minimaliste e neo-orfiche o dai risultati sterili di una ricerca astrusa. Simone segue piuttosto il filo della comunicatività, articolando le sue composizioni in fraseggi che uniscono misure lunghe e pluristrofiche o l’inserimento del discorso diretto, e testi più brevi e sospesi. Si avvicendano così una impostazione narrativa, momenti colloquiali e slanci lirici ed estatici.
Nella citazione da Le mille e una notte in apertura della sua seconda raccolta l’autore ricorda l’episodio nel quale si decantano le meraviglie all’interno di un sacco conteso che all’apertura rivela contenere poche semplici vettovaglie. Nel sacco di Umberto Simone avviene effettivamente una trasmutazione tra elementi di vita quotidiana e fenomeni inaspettati, fra comune e straordinario. Attraverso la forza felice del comporre, del creare, gli elementi fantastici si manifestano davanti ai nostri occhi come veri – o comunque verosimili. I riferimenti autobiografici come Il giorno forte sono significativi ma rari perché “l’opposto di poesia/ non è la prosa ma la vanità.”
Tutto sembra partire dalla percezione giocosa e stupefatta anche dell’impoetico strutturato in sequenze, narrazioni, paradossi, che originano testi avvincenti e sorprendenti. A produrre una sorta di incantamento del lettore, conseguente a quello dell’autore, contribuiscono tempi storici anche lontani come quello attraversato in Il mio nome è Legione o il periodo elisabettiano evocato in La sottoveste e il regno). I luoghi sono mete esotiche di viaggio, o di incantata villeggiatura come Capri, o le visioni nella pittura di un Maestro in Ricordi di una visita imperiale. I protagonisti sonopersonaggi costruiti a partire da dati reali oppure nati dalla suggestione di eventi storici o di fantasia. Alcune leggende – vere o inventate – vengono ricreate, reinterpretate e attualizzate. A volte si tratta di sequenze articolate in una sintassi ampia, in altri casi poesie-cammeo che incastonano momenti irripetibili, come il paesaggio nel silenzio, sul lago. Caratteristico in Simone è il tono favolistico e ironico, la sorpresa dei finali (Ma il mio nome è Legione, dalla Gehenna arroventata arrivo,/ e non da una casetta in Canada) o il sigillo di una chiusura inaspettata, sapienziale: “non esiste visione migliore della vista.” O uno slancio lirico: “fra un obelisco e il lago spunta tranquilla, stella della sera.”
Nella sua introduzione alla raccolta più recente di Simone, e riferendosi anche al titolo delle due precedenti, Marco Munaro osserva. “Le voci, il sacco, la luce. Si tratta quasi di una sintesi emblematica dei modi in cui Simone afferma la sua adesione alla vita, attraverso il piacere di raccontare le storie che ci tramandiamo di bocca in bocca. Semmai, allo stupore e all’incandescenza del sangue si aggiunge ora una malinconia nuova, dissimulata, sempre però ammantata di buonumore e fiducia. […] Simone può sollevare un’isola o per sortilegio stare chiuso in una bottiglia, prendere in mano il pianeta come fosse una biglia e scoprire di essere lui stesso un sacchetto di biglie scatenate. Egli è simile al serpente a due teste, l’anfisbena, reale e fantastico insieme, e al papavero, emblema della passione che pervade ogni fibra del suo sguardo sensuale sul mondo..”
Scomparso con il poeta anche l’unico segno di presenza sui social, un semplice sito con i testi delle raccolte, il compito della memoria spetta a chi lo ha conosciuto, letto e stimato, a chi è stato affascinato dalle sue storie e dalle sue atmosfere. Affinché l’incantesimo non si interrompa: “davvero, a volte, un po’ immortali siamo.”
da L’isola delle voci, Ed. E-et-Ci, Pontinia (LT), 2001
NINNANANNA DEL LUNGO DOLORE
Mentre le mele si vanno dorando nel forno, e il gelo, fuori, scortica stalla e silos, mamma, raccontami ancora di quando scappammo in Egitto, che mi tenevi avvolto nel vecchio scialle con le rose,
e al passo della mula io m’addormentavo, stringendoti un vetro azzurro della collana, e tu ad ogni fruscio smettevi di pregare ed afferravi la sacca con dentro il coltello del pane.
Perché non arrivi stavolta, perché non arrivi, frontiera? Arriva, e trasforma in ricordi di prossimi inverni fatica e paura, in mezzo a due file di sfingi sicura raddrizzati, strada; fra un obelisco e il lago spunta tranquilla, stella della sera.
RICORDI DI UNA VISITA IMPERIALE
Opere del Maestro non ne esistono più, tutte perse fra sommosse e incendi: ma restano le lodi quasi incredule di quelli che le amarono in tempo, e che tramandano
titoli di raccolte già di per se incantati: “Barche e nuvole”, “Visioni nella Festa delle Lampade”, “Incontri sulla Strada delle Persiane Blu, “Ricordi di una Visita Imperiale”,
e restano leggende, come quando lungo l’argine i fiori di un ciliegio, per cadere, hanno aspettato che finisse il paesaggio, e solo allora scesero, pioggia lieve – e poi, resta la frase
serbata da un discepolo: “Sebbene conosca ottantadue tipi di bianco, non saprò mai dipingere quanto ho visto in giardino oggi al risveglio: la luna e l’alba insieme sulla neve.
LUCE DI CAPRI
Luce di Capri abisso orizzontale, franano in pieno cielo vigneti incandescenti, ringhiere arroventate s’impennano sul mare, fuoco, vento, corallo, vertigine, ametista – santi e profeti, lasciali parlare: non esiste visione migliore della vista.
*****
da Il sacco del curdo, Il Ponte del sale, Rovigo, 2008
IL GIORNO FORTE
Nacqui mentre suonava la sirena dell’una, sul Cantiere: non appena svanì, le due sorelle che dall’orto del vicino scrutavano la siepe udirono il bambino ed era un giorno forte, anche se forse non me ne sono troppo ricordato finora e quando dico forte, intendo un giorno tutto di luce e bora, tanta rissosa bora
che strapazzò comignoli, persiane e i manifesti di antichi circhi, e tanta quasi domenicale e augusta luce che Monfalcone stava come chiusa in una mela di vetro, dalla Rocca sul colle ai moli del Club della Vela.
Fuori, fulgore e strepito; dentro, penombra e quiete, solo, un viavai di zie (fruscii, sussurri, a tratti il canto tintinnio di una scodella bianca a fiori azzurri) lungo le scale – e giù, nella cucina, le fusa dei gatti.
LA SOTTOVESTE E IL REGNO
“Benché donna, ho il cervello e il fegato di un Re, e Dio m’è testimone che, quand’anche fossi un giorno scacciata in sottoveste dal mio regno, con simili alleati mi rifarei una vita in qualunque altro punto della Cristianità.”
No, non l’ha detto Shakespeare, ma Elisabetta I, in Parlamento, ai suoi baffuti e fatui Lord… Però, venendo a noi, l’audace accostamento fra i vocaboli “regno” e “sottoveste” mi fa pensare, guarda caso, a te,
a te che non benché donna ma perché donna, così sei: un misto di clangore e di fruscio, luminescenze di seta e insieme cappa d’augusto impenetrabile ermellino,
ed è talmente stretto tale intreccio
che proprio quando inerme ti scende una spallina brilla allora di più, alta fino al soffitto, la corona.
PAESAGGIO NEL SILENZIO
Sul lago, nel tramonto, verso l’ora che le oche ritornano alla riva – quasi dipinti, noi le canne e i monti, su un rotolo di seta della Cina – tiepida l’acqua ai lati della barca, la punta delle dita ci lambiva – e così facilmente esistevamo che forse neanche lasciavamo sia.
Sebbene il tempo creda di averci in sua balia, davvero, a volte, un po’ immortali siamo.
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da Turisti nella luce, puntoacapo, Pasturana (AL), 2023
Il mio nome è Legione
Il naufrago che scorse all’orizzonte un lido fra i marosi ed era Atlantide, l’inserviente di Delfi che si scottò addentando di nascosto la focaccia votiva, il centurione cogli enormi polpacci striati di varici che invocava soffiando sui dadi la fortuna, e un gladiatore dai muscoli ardenti idolo delle arene, cocco delle matrone, il mio nome è Legione,
nell’Indo ho fatto un tuffo, o nel Danubio, o nell’Eufrate, ma nel barile delle mele sono Jim, Daniele nell’imbuto dei leoni, Cenerentola sui tacchi trasparenti, Costantino nella culla di porpora grande quanto una sala, e in molti modi fui chiamato, figlio di un cane, o pazzo o addirittura amore, ma il mio nome è Legione, ed ogni lingua muore dalla voglia di farmisi canzone, e se è già morta mi ubbidisce e resuscita di nuovo irradia come un prisma – qualunque geroglifico, anche il più eroso della stele, o quello più muto da più secoli di oblio, è chiaro come un cembalo per me – per me l’Allora è Adesso e il Dappertutto è Qui.
Troppi, presi del sé, parlano d’uno che esiste come esiste la saliva. Girini sono, e pensano di essere progenie di Tyrannosaurus Rex. Eppure è ormai venuto chi gli ha detto che l’io è un altro, ma non gli hanno creduto, non sanno che l’opposto di poesia non è la prosa ma la vanità, tristi solisti dell’identità, vati in calosce.
Ma il mio nome è Legione, dalla Gehenna arroventata arrivo, e non da una casetta in Canadà.
L’epitalamio in sol maggiore
Quando ci sposeremo inviteremo solamente i cugini girasoli, non lo zio cactus dall’ispido rictus, né la troppo invadente zia gramigna,
né il parentame appiccicoso delle edere (che arrivisti, i rampicanti!) e lasceremo a casa ogni cicoria ed ogni indivia, a impregnarsi d’aceto, a macerare nell’invidia,
ma i girasoli loro sì, li inviteremo, che, all’uscita dal duomo nell’estate, sorgano a farci ala, eretti, sull’attenti, gli spavaldi cadetti di un’illustre Accademia floreale,
i birilli di un bowling giallissimo nel quale il Grigiore sarà sempre una schiappa come tiratore, gli aghi senza ombra intorno a segnare un eterno mezzogiorno, il colmo della luce sospeso sulla nostra meridiana.
Sinbad di terra
Tutto è peso, per me – ma già, faccio il facchino, sonnecchio, uno mi scrolla, indica involto ed indirizzo, e trotto; e siano melagrane, seta a fiorami o chiodi, sempre stancano, e tocchino al cadì, a Zobeida, a un ebreo, mi costano il medesimo sudore.
Tutto è peso, ed io stesso che spezzato in due dal carico vedo i miei enormi piedi screpolati calpestare la strada, io stesso dunque sono un peso per la terra, e la terra così grava sull’aria, e l’aria
chissà su che, su Chi, per questo mondo di fossi acquitrinosi, di curve dissestate, d’archi bui. Di strettoie roventi… e dopo tanta pena che mi resta? D’altri è la merce, io ho solo piccole mance brusche e la fatica.
Un Sotto eterno è insomma il mio destino, e, quel che è peggio, avviene nel più convinto dei silenzi tanto, se piango, o se minaccio, pietà o paura io non ne desto – e poi, povero quel facchino che non sa almeno risparmiare il fiato.
Nota bio-bibliografica
Umberto Simone è nato nel 1949 a Monfalcone, da padre pugliese e madre istriana. Ha trascorso in Puglia infanzia e adolescenza, quindi si è laureato in Medicina a Padova. Si è in seguito trasferito a Pisa, dove è mancato il 10 luglio 2023. Ha pubblicato le raccolte L’isola delle voci Ed. E-et-Ci, 2001 (Premio Diego Valeri 2002), Il sacco del curdo, Il Ponte del sale, 2008 (Premio “Massa Città fiabesca 2010” e “O. Pelegatti” Civitella del Tronto 2012) e Turisti nella luce, puntoacapo, Pasturana (AL), 2023. Per Il Ponte del Sale ha collaborato con Ombre come cosa salda – Il Purgatorio letto dai poeti, Canti I-IX (Il Ponte del Sale, 2009) commentando il secondo canto. Un suo testo è apparso in In classe con i poeti, puntoacapo, 2014. Ha inoltre scritto numerosi articoli, dal settembre 2009 al settembre 2011, per il mensile di approfondimenti culturali Riflessi online.
I testi – selezionati dal poeta stesso – si aprono in modo esplicito, in prima persona. l’autore entra in scena a sipario aperto, nella pienezza della propria identità, nell’affermazione più semplice e temeraria, l’incrocio di immagini astrali e parti del corpo. E nell’urto si compiono anche una postura e una pratica interiore. L’autore è nudo con la propria essenza e il proprio slancio, ma anche con la propria dispersione, in un qui e un sempre nel quale gli elementi si manifestano in uno spasmo, là dove lo smarrimento e il ritrovarsi coincidono, si specchiano l’uno nell’altro. Convergono nella parola. Questo rispecchiamento si realizza anche nel rapporto tra ferita, sangue e paralisi. La combustione, così come il sanguinamento, rappresentano bene questa energia che concentra permanenza e dinamismo in una dimensione estatica nella quale ogni fenomeno persiste e si sviluppa. Così i testi poetici si articolano tra narrazione e sentenza. La scultura del pensiero è trauma e torre al centro di sé, immagine verso la quale gli elementi si innalzano levitando. Ci si ritrova “da questa parte della ferita”, coinvolti nelle apparizioni.
Se la sequenza delle poesie presenta in esordio un Io, e successivamente si sposta direttamente verso la terza persona e il tu, Litio ci porta piuttosto a una forma di condivisione, di sviluppo destinale e al vivere in uno stato di dissoluzione la sentenza, il Tempo e l’orrore. Antonio Devicienti commentando in vialepsius.wordpress.com questa poesia e, più in generale, la poetica di Bellasio, cita un passo dell’autore dal suo volume di saggi Disappartenenza: “Più a fondo, più fatalmente di dolore e piacere ci marchia l’Unheimlich, l’elemento arcaico, la volta stellata, l’intarsio di litio. Esso non conforta e non migliora, non lenisce e non educa, ma compie un lavoro più sottile: modifica. Arresta il tempo e annulla gli spazi”. Il perturbante interviene nella percezione e nella scrittura poetica. Lo scatto del tono spinge i versi uno verso l’altro (Fu/ un movimento brusco… ecco… qui… Scocca..) anche attraverso le suggestioni di accelerazioni lessicali (sbatte… Un urlo… raffiche) fino a concludersi in un “principio immobile”. Elementi simili si possono ritrovare anche nella successiva Tibet con la prima parte che disarticola la sintassi estrapolando congiunzioni e soggetto o isola gli elementi base: neve-emoglobina-fluido-magnete per concludersi nell’invocazione finale con il riferimento all’infinito: “parlaci/ tu che sei altissima/ un’ultima volta di te stessa di noi// e dell’infinito”. I sussulti, gli elementi traumatici, gli scarti di ritmo le pulsazioni imprevedibili fanno coincidere stesura e tessitura con una forma di sincope esistenziale che può portare a stordimento come a illuminazione, ma non al dubbio: la scrittura di Bellasio, per contraccolpo, sviluppa una intensa coscienza del tragico, della necessità della ricerca e la percezione della caduta, in una archeologia che è anche oracolo: “Nelle spore/dei metalli, in fondo/ alle cisterne, agli abitacoli/ si avvera la più vera/ essenza della specie, / l’attimo e la fine” E in questi diversi luoghi, ancora una volta domina il Tempo: “Oggi…” e “…dopo di noi”. Anche al “dopo” è legato un tempo concentrato come entità assoluta e, se non il suo sviluppo, la sua deriva. In una scrittura che si conferma franta e perentoria anche nei versi di una sola parola: “trema…/trova…/ anche/tu…/dopo…/potresti…/allora…”, oppure negli slanci tra un verso e l’altro per cui si snodano una specificazione o aggettivo e sostantivo, o sostantivo e articolo: “se solo la tua mano non toccasse/ sabbia, l’altra mano, sabbia” oppure “fiato, capelli/ staccatisi da te qualcosa/ che ciascuno ignora di se stesso/ e lascia noncurante sul cammino/ compiuto ed incompiuto, un/ embolo di carne, una/ oscura traccia di animale/ che perdura/ respira/ e non perdona.”
Come afferma Devicienti nell’intervento già citato “Le riflessioni di Alessandro Bellasio si dispongono su uno spettro molto ampio affinché il fare poesia (arte) possa essere strappato all’unidimensionalità e alla banalizzazione, all’appiattimento sull’attualità e sul solo bios, esse insistono nell’attraversare profondità temporali e concettuali abissali,” L’Assoluto che attraversa tali profondità si fa qui parola e annulla gli spazi, arresta il tempo. Con intransigenza, rifiutando ogni mediazione.
*
io sono la luce stretta la stella cancellata sopra gli inseguiti la valle e il tumulo, la tempia e il fusto sono la veglia rotta nelle mani l’arbusto, la meditazione
io sono il torace, il torso l’aria io sono la montagna: qui di me non ho che il vento la corsa disperata in questa vita la gabbia tersa il vetro la tenaglia con l’urto che li fece i vivi la parabola la polvere e il peso e l’incendio in ognuno per sempre la luce spezzata dentro il coro il precipizio dove ho sanguinato questo
(da “Nel tempo e nell’urto”, LietoColle – pordenonelegge, 2017)
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CLESSIDRA (LEGGENDA)
«Una vena, spargendo all’improvviso l’albume del proprio sangue in stasi, divenne la parola, la grande navata in cui il pensiero scolpì il pensiero, bruciandolo. Non si riebbe, neanch’esso, mai più dal trauma, quella fitta, altissima e a forma di torre piantata al centro di sé, tra i soffitti dove il vuoto ancora aleggia sulle acque, con nevi immobili, bicchieri, urina e gusci in levitazione su di lui… Fu l’assoluta mancanza di ossigeno, l’aria strappata che dominava quelle altezze o forse fu il peso schiacciante che devasta, sulle cime, il tempo – lì davvero globo azzurro, densa, insostenibile deità di asma… Fu un movimento brusco che lo ridestò da questa parte della ferita, dove giunse solo – cavo d’acciaio per i tiranti della mente, bulbo oculare e vento sottile planato con il suo silenzio sulla valle… Non seppe, poi, mai più di sé, riavvolto, all’improvviso, nel nastro di acque oscure, scomparve nel canneto, in una scia di limo e minuscoli insetti che lo riconobbero, chiamandolo per nome. Al suo risveglio – raccontano i saggi – apparisti tu».
LITIO
Un luogo azzerato è l’ora dove abbiamo respirato cenere, la polvere, fittissima, di queste esalazioni tra cui vivremo piano e cancellati… Dissolti nella strana calma di un sussurro, dove le sostanze agiscono radiali, diventano sentenza remota e improvvisa nello stridio di noi: ecco, da un alto giorno, venirci incontro i nostri sensi inginocchiati, dentro il niente, nei patriarchi – qui, riversi sui giornali, dove capiamo a stento il nostro esistere, l’interludio, perenne, di notizie e scorie che vi crivellano civili con i kalashnikov, gli F16.
Scocca da lontano questo colpo, e si alza sopra i legni dove sbatte respirando nel niente degli uomini, mentre un urlo pende dal soffitto, sempre più preciso sempre più vicino, squarciandosi la gota… Altri cieli, poi, lunghissime incursioni dentro la radice, tra le raffiche – il soffio di nessun ossigeno in volo verso il paradiso, quando punta il freddo che vive nelle docce, l’attimo che vi attraversa senza generarsi, fino al giorno del giudizio, finché sia l’ergastolo di ogni cellula e dei secoli e l’universo torni nel suo principio immobile.
(da “Monade”, L’arcolaio, 2021)
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TIBET
«Innalzo in te che vivi strangolato la luce del mio viso come un sogno». E da un foro spalancato in fondo a un orizzonte epatico senza un abitante, la curva di un treno che deraglia staglia perentorio il graffito del tuo hinterland: «io sarò il tuo tibet – la neve ferma e senza ossigeno, vera emoglobina equilibrista nello spazio rovesciato delle cime, fluido magnete scavato nelle stelle che ti irradiano le bussole»… Ricevendo in ginocchio l’ostia di quest’alba pura e sconsacrata, per tutto il cielo di un mattino fatto di certezze veramente sbriciolate, parlaci tu che sei altissima un’ultima volta di te stessa, di noi
e dell’infinito.
ARCHEOLOGIA
Oggi senza gioia nella carne di quartieri liquefatti tra i sensori e le vetrate di improvvise nuvole.
Lividi ci scrutano i tuoi luoghi, i nostri cervelli gettati sui pavimenti come stracci promessi alle piastrelle, fra gli smalti perenni di antichissimi stabilimenti dove tutto distruggerà il suo inizio…
«Nelle spore dei metalli, in fondo alle cisterne, agli abitacoli, si avvera la più vera essenza della specie, l’attimo e la fine».
Oggi senza gioia premuto dentro il fiato, tastiamo le vene del tuo polso, ti cerchiamo disperati con le antenne, nelle polveri del nulla e degli astri rimasti a galleggiare sulla terra dopo di noi.
DOPO LA MENTE
Schermi in cima alle lamiere nel giorno che si fa di piombo sotto l’improvvisa pioggia.
Trema il tuo respiro, non trova nomi il pensiero per dire cosa grida o cosa affonda tra le ombre visitate dalle fotocellule della notte.
Anche tu distruggi piano l’orizzonte, entri in ginocchio nel silenzio – sei il silenzio che pulsa dentro il cuore degli esseri e dei luoghi
l’incendio segreto e l’attesa che prepara nuova vita sul pianeta dopo che anche la mente sarà finita.
(da “Fallout”, raccolta inedita, 2023)
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POTERE
Chi detiene il potere oltre o appena sotto la superficie delle parole ci respinge come dalla riva di un miraggio sgorgherebbe acqua se solo la tua mano non toccasse sabbia, l’altra mano, sabbia
il glabro allucinarti delle dune.
Potresti e non potresti scoprirti calamita allora per il regno delle ombre, se all’improvviso gli aghi che proteggono la superficie delle cose ti puntassero, per un incauto odore di sangue al tuo passaggio, fiato, capelli staccatisi da te qualcosa che ciascuno ignora di se stesso e lascia noncurante sul cammino compiuto ed incompiuto, un embolo di carne, una oscura traccia di animale, che perdura respira e non perdona.
Da “Le stelle invisibili”, raccolta inedita, in fieri
Nota bio-bibliografica
Alessandro Bellasio (Milano, 1986) ha scritto i libri di poesia Nel tempo e nell’urto (2017), Monade (2021), e il volume di saggi Disappartenenza. Letteratura e ascesi (2022). Ha vinto i premi Città di Como, Città di Fiumicino e Europa in Versi. Suoi testi sono apparsi in antologia e rivista, tra cui Giovane poesia italiana (Fondazione Pordenonelegge, 2019, tradotta anche in inglese, francese, tedesco e spagnolo) Nuovi Argomenti e Poesia. Ha curato traduzioni di alcuni classici dell’espressionismo (Georg Trakl, Gottfried Benn, Georg Heym).
Anna Lombardo scrive con due percorsi di stile che si alternano e talvolta si intrecciano: uno tendenzialmente più verticale e l’altro più orizzontale, in estensione o sottrazione di elementi a seconda dei casi. Scopriamo la prima modalità per esempio nei testi sintetici di Con candide mani, nei quali è accentuato l’aspetto del pudore dei sentimenti, di fronte alla perdita: “Misurare la distanza tra te e un fiore/ controllare quanto sangue/ cola lungo le ferite/ considerare il vuoto, il pieno/ la mancanza”. Come osserva Alessandro Cabianca nella prefazione alla raccolta “A volte un profluvio di parole non comunica quanto una sospensione o un silenzio. L’ansia che produce un silenzio, quando se ne coglie il vuoto, non è lo stesso tipo di ansia che produce un silenzio carico di suggestioni e di quella serenità che deriva dal coglierne i significati appena accennati. […] Il turbamento che discende da quel che non si potrebbe accettare se non con un atto di rimozione viene accennato nel momento della presa d’atto che l’irreparabile è compiuto e che solo una parola ridà corpo all’esperienza vissuta e in certo senso la giustifica” Anche nel testo conclusivo della sequenza proposta, Scalcia terra,la suddivisione in strofe e la ritmica concentrano il cerchio della tensione attraverso ‘elemento dell’essenzialità.
La seconda tendenza compositiva dell’autrice è invece orizzontale, si dispiega in una misura più estesa di testi e versi. Racconta storie, espone impegno e denunce in modo partecipato e appassionato. Corrisponde a una sensibilità di critica sociale che preferisce essere esplicita come nel testo Per Nirmal Singh – morto assiderato nell’ex stabilimento di via Tempini a Brescia l’11-12-2012 contenuto nell’antologia La nostra classe sepolta – Cronache poetiche dal mondo del lavoro. E di cronaca sensibile si può trattare, di attenzione al contemporaneo, anche nella denuncia del degrado dei luoghi, dell’inquietudine osservando che “Una pletora di selfie/ Immortala sospira di chiome/ Ammalate al vento e tutto si adagia/ Nel fluire minaccioso del tempo.” O nel rivendicare comuni radici affermando l’esigenza di pace e giustizia in In caso l’abbia tu scordato…
Anna Lombardo si pone in modo altrettanto critico e dialettico se non dubbioso, rispetto alla stessa parola, e in particolare alla parola poetica, nella ricerca (anche auto/critica) di un percorso che resti dentro il Sogno, la speranza, che non perda contatto con l’Utopia: “Riduco parole troppo all’osso/ o è l’osso che si è rimpicciolito/ come gli occhi che stringono/ il cielo per costellazioni nuove?” In questa epoca, in questo contesto, non è più possibile dire “di sbieco” quando tutto sembra arrivare di traverso: l’espressione diretta e immediata consente posizioni nette, quindi trasmette consapevolezza e condivisione.
Già nel primo testo antologizzato, edito nella rivista Le voci della Luna l’autrice concludeva: “Cerca tra le perle delle tue mani/ una parola nuova, nuova eco/ che risuoni nelle vene come fruscio d’amore/ nelle frasche, un filo rosso attrarre/ e prendere a srotolare.” L’energia verbale, il filo rosso trova sintesi particolarmente felice proprio in quella stessa poesia, nella caratteristica allegorica dei testi dove verticalità e orizzontalità convivono, nel rapporto disincantato tra realtà e trasformazione in un tempo nuovo “veloce e capriccioso”. Si tratta di una poesia piena di interrogativi rispetto ai risultati e alle prospettive dell’agire (Cosa peggiorò la vista? Cosa mancò allo sforzo? Ricominciare con gli orizzonti offuscati?), in un paesaggio spazio- temporale che ricorda nella sua desolazione la Waste Land di Eliot. E proprio nell’alternarsi di ampi slanci e concisione, nella ricerca di una sintesi tra ideali e vivere quotidiano che si possono tentare delle risposte agli interrogativi, che interiorità e coscienza sociale possono ritrovarsi e coincidere sviluppando ricerca di senso. All’interno di questa ricerca la parola, e in particolare la parola poetica, resta elemento essenziale di comunicazione e relazione, preziosa in una poesia che sia essa stessa componente fondamentale di comprensione e rappresentazione della realtà. Il tratto comune non solo da riuscire a creare o attrarre, ma da “srotolare” tra gli eventi.
da Quel qualcosa che manca/The something that’s missing, Le Voci della Luna, 2009
Appuntite lame picchiettano
insistenti le spalle peregrine di questo tempo. Fingiamo che l’estate sia un bel canto e gli scherzi del cielo un beccheggio sul mare.
Son stagioni che perdurano ora tanto quelle che soffocano riso e pianto e mani aperte come ciglio di un bimbo sonnecchiante. Ah, questo secolo andante!
Sono minuti abbozzi di uccelli i pensieri senza ali, cinguettano le sinistre ombre sempre più sorde alle sirene antiche.
Ora il tempo è nuovo come l’acqua che nuova s’è seccata e più non si congiunge con l’amata terra. Cosa peggiorò la vista? Cosa manco allo sforzo?
Celata nella gabbia delle pulci la lotta del vivere quotidiano e a schermo un pensile giardino per occhi di sconvolti emigranti. Ricominciare con gli orizzonti offuscati?
Davvero il sole compie la salita La terra ondeggia e il cielo spinge? Tieniti in grembo le astuzie; il tempo È veloce e capriccioso ora E tutto sembra un film mal digerito.
Cerca tra le perle delle tue mani una parola nuova, nuova eco che risuoni nelle vene come fruscio d’amore nelle frasche, un filo rosso attrarre e prendere a srotolare.
* * *
dall’antologia La nostra classe sepolta – Cronache poetiche dal mondo del lavoro, Ed. Pietre Vive, 2019
PER NIRMAL SINGH morto assiderato nell’ex stabilimento di via Tempini a Brescia l’11-12-2012
La notte che avvolge con candidi o fiorati cuscini il tuo morbido corpo la notte tanto attesa dagli innamorati – quel vestito che la terra indossa con eleganza e mistero che risveglia o addormenta per sempre – è la notte che interrompe l’arsura del giorno quel buio che è amico a chi non vede oltre lo sguardo della sua calda casa-confine. La notte buia del nostro continente si è chiusa indifferente sul corpo di Nirmal Singh indiano di 36 anni giunto nel 2002 in attesa di permesso. Nirmal Singh costretto nella notte fredda bresciana dal nostro grado zero di accoglienza. Avrà mai peso quella sua ultima notte nelle nostre notti di “pace occidentale” per noi che ci teniamo sepolti in un mare di sillabe ancora pazienti?
* * *
da Con candide mani, Proget Ed., 2020
Misurare la distanza tra te e un fiore controllare quanto sangue cola lungo le ferite considerare il vuoto, il pieno la mancanza
quell’assenza che imprigiona la corolla del fiore reciso non si sa quando è l’esercizio mentale più intransigente adesso
che si fa spazio fin negli spazi più remoti della mente
***
Tutto è un caos momentaneamente eterno, il rosicchiare delle menti
quel torpore che accorcia le distanze tra l’alba e il sonno e spezza ogni remota speranza
di stare dentro al sogno come uccello fuori dalla gabbia
INEDITI
Quei luoghi che di noi dicono tutto
Quei luoghi che di noi dicono tutto Dovrebbero parlare, chiudersi alle passerelle Comiziali, alle genuflessioni, alle dichiarazioni D’amore smisurato
Quei luoghi calpestati, sviliti e svuotati Giorno dopo giorno, Sole e pioggia, acqua infetta Mani e piedi restii a cambiamenti
E tuttavia, quei luoghi serbano Ancora speranza a me mentre La nostra luce riflette un corpo Adombrato di carcasse umane
Una pletora di selfie Immortala sospiri di chiome Ammalate al vento e tutto si adagia Nel fluire minaccioso del tempo
(Venezia, ottobre 2020)
** *
Presagi
1.
Questo mondo non parla S’azzuffa, cane in cerca di ossi Ammaliato da robotiche sentinelle Del divenire. Tornare ai vecchi campi Profumare di brezza in colloquio col mare Violaceo, vestiti da predatori coi coltelli In mano. Un sospiro che Si spegne. Uno su tutti, tutti su uno Prediche giornaliere in fumetti Affamati. Rispecchiamento. Il sale Si insinua tra maniche, orpelli di ogni Tipo e valore. Parola s’inceppa; i nervi Fuscelli alla deriva. Il dialogo con stelle Sconfitte tra radar, droni, pazzie Di occidente e di oriente incuneato Tra religione e scienza.
[…]
(Venezia, 29/12/2020)
* * *
da NON SO PIÙ DIRE DI SBIECO
Tell all the truth, but tell it slant (Emily Dickinson)
1.
Io non so Più dire di sbieco Ora le ore S’accorciano lente Si sono accorte del tempo Quell’ombra che ti precede Lieve senza mai Voltar le spalle
Schiuma bianca Vapore malefico Nei versi Stampigliati Ai bordi sbordati delle strade
Il vento è di traverso Patti inutilmente infruttuosi- No, non so più dire Di Sbieco
(Venezia, 2022)
* * *
In caso l’abbia tu scordato veniamo dalle stesse cellule di madre colei che semina ostinata questa terra
Lo vedo come l’hai dimenticata come quel suo affanno non ti appartiene da come abbracci quel fucile come semini odio anche tra alberi più dimessi
C’è uno spessore altro nel respiro profondo che percuote il cuore giunge allo sterno, poi stringe la gola un fumo che disegna corpi attorcigliati
Gravidi di ragioni e torti inutili quanto il battito di una mano sola sull’orlo del proprio pregiudizio. Io mi ripiglio certo l’alba dorata piuttosto
Che il fosco giorno. Nebbia e torpore rigurgita ogni momento e stanco ora ritorna il pensiero al viaggio glaciale dei nostri tempi insani
Riduco parole troppo all’osso o e l’osso che si è rimpicciolito come gli occhi che stringono il cielo per costellazioni nuove?
Il cerchio si inebria di luce forse solo quando luce non riflette il cerchio vuoto di passi stanchi e mani appese a esili rami
Come ricami su tende che il sole tende a scolorire: io, l’altrove, tu e il quando e il come? Sottraggo intanto l’amore mio da questo inferno
Gli dico che stare dentro il sogno spinge speranze, spazza il vento nei solchi di verità nude e scintillanti
Perché veniamo dalle stesse cellule di madre, colei che semina ostinata quest’altra terra che giorno e notte mi arde di parole
(Venezia, 9/6/2022)
* * *
Scalcia terra Vento inquieta Rovente s’abbatte sole
Se cerchi passato Presente o futuro Volgi lo sguardo Al mare increspato
A fatica solleva corpi In fuga sull’onda Dei disastri nostri
Scalcia terra Inquieti ultimi alberi Ultimi respiri
Tu resta
(Venezia, 2022)
Nota Biobibliografica Anna Lombardo: Vive a Venezia. Poetessa, traduttrice e attivista culturale. Laurea in Lingue presso Università Ca’ Foscari di Venezia; PhD sulla marginalizzazione della scrittura poetica femminile presso il Trinity College di Dublino. Raccolte poetiche bilingue: Anche i Pesci Ubriachi (2002); Nessun Alibi (2004); Quel qualcosa che manca (2009); Con Candide mani (2020). Ha curato le seguenti antologie: C’è chi crede nei sogni (2014); 15×15 la fotografia incontra la poesia (2020); Quaderni della Palabra Numeri:1-2-3- (2020-2021-2022), La Traduzione al tempo del Covid (2021). Lavori critici e di traduzioni di vari autori e autrici, tra i quali: A. Lowell, J. Hirschman, J. Lussu, PP. Pasolini, Chi Trung e Matt Sedillo. Suoi testi, tradotti in varie lingue sono presenti in riviste ed antologie nazionali ed internazionali. Ospite in molti festival internazionali (U.S.A., India, Irak, Colombia). Collabora con il Global Right e con il World Poetry Movement. Alcuni testi in inglese sono presenti nell’ultimo numero internazionale del Poetry Planetariat Number 4 (2020) e Voices from Far and Near (2020). Dal 2012 cura la direzione artistica del FIP (Festival Internazionale di Poesia) Palabra en el Mundo per Venezia che annualmente accoglie diverse voci nazionali ed internazionali.
Durata: 122 minuti Genere: Drammatico Anno: 1961 Regia: Michelangelo Antonioni Attori: Monica Vitti, Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Rosy Mazzacurati, Bernhard Wicki. Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Ennio Flaiano, Tonino Guerra Fotografia: Gianni Di Venanzo Montaggio: Eraldo Da Roma Musiche: Giorgio Gaslini
La morte di un amico è (letteralmente) un momento critico nella vita di una persona: non soltanto per l’inevitabile dolore che procura. “Critico” rimanda a “crisi”, scelta. Una persona con cui si sono condivisi momenti felici o meno felici scompare e ci costringe a ridisegnare la mappa della nostra vita, a ripensare a quei momenti e alle scelte passate che hanno determinato le nostre conquiste, forse le nostre frustrazioni. Senza contare che l’amico è generalmente un coetaneo: questo dato banalmente generazionale ci mette di fronte alla nostra morte imminente, alla tremenda fragilità del tutto.
Per Giovanni, scrittore di successo, e per la sua nevrotica moglie Lidia, la malattia terminale e la morte dell’amico Tommaso aprono un varco su un matrimonio al capolinea, ma soprattutto su problemi e dilemmi esistenziali mai risolti: la solitudine, la fedeltà, la passione, il rapporto con il successo e con il denaro, la vacuità e strumentalità dei rapporti umani ̶ forse persino di quelli più intimi e profondi. Sarà un’occasione mondana, nel corso della notte, a far emergere i conflitti latenti, ma soprattutto a rappresentare, in uno scenario sociale apparentemente ricco di ottimismo e di progetti (Milano in pieno boom economico), il vuoto esistenziale che attanaglia la città. Dietro il paravento rassicurante della ricostruzione, e forse proprio dietro l’ansia di modificare radicalmente il panorama metropolitano nel senso di una modernizzazione accelerata, si celano ancora vive le ferite di guerra; nell’ipocrisia e nella forzatura delle relazioni borghesi si legge la frettolosa rimozione del recente, doloroso conflitto civile. La peculiarità del film, in pieno stile antonioniano ̶ soprattutto se consideriamo la cosiddetta “trilogia dell’incomunicabilità”, di cui La notte fa parte ̶ sta nel rappresentare il disagio attraverso la doppia focale interna ed esterna: da un lato campi lunghi su una città ancora deturpata e in rapidissima trasformazione, dall’altro dettagli catturati al microscopio o al rallentatore e dialoghi fortemente intimistici, tipici di certa cinematografia francese, che sappiamo ben presente al regista. Non a caso lo stesso Roland Barthes ha dedicato pagine molto profonde al cinema di Antonioni, definendolo “di vigilanza”; si è parlato diffusamente anche di “soggettività senza soggetto”. Vanno viste in tal senso le lunghe passeggiate di Lidia fra ruspe, macerie, scene di violenza e indifferenza gratuite fino al surreale (memorabile la scena collettiva del pestaggio in una periferia desolata); i passaggi di aerei a bassa quota, fin troppo scopertamente perturbanti di per sé, ma resi soggettivamente ancor più inquietanti attraverso la postura, le movenze e le espressioni dei protagonisti.
Si esce da questo film, meritatamente premiato con l’Orso d’oro al Festival di Berlino, con la precisa sensazione del fallimento totale del linguaggio, ove si tratti di comunicare i sentimenti e soprattutto le emozioni. Il cinema di Antonioni è un cinema di sensazioni, o meglio un cinema di pensiero innestato direttamente sulle sensazioni: senza l’artificiosa mediazione della parola, oppure attraverso la dimostrazione patente della sua insufficienza. Come Antonioni così anche Bergman, scomparso per un curioso caso lo stesso giorno, mese e anno del collega, ha dedicato ai sentimenti un’altra memorabile trilogia: come a dimostrare che una singola opera, forse neppure un’intera serie tematica può bastare a esaurire un tema tanto complesso. Ma mentre Bergman, figlio di un pastore luterano, è ossessionato dalla morte e dagli aspetti inconciliabili tra vita e fede, Antonioni affronta i dilemmi in maniera più laica e aperta, con un distacco che sfiora spesso il cinismo. Nella scena finale, che per ovvie ragioni non descrivo, la macchina da presa è traslata alle spalle degli attori e saluta lo spettatore con un memorabile campo lunghissimo dalle molteplici interpretazioni, che non suggerisce né conclude.
La notte è un film lungo due ore d’orologio, ma appare mirabilmente rallentato, ai limiti delle quasi ventiquattro della vicenda. Se sussistesse qualche dubbio sul fatto che tempo e durata siano (bergsonianamente) entità affatto diverse, quest’opera starebbe a chiarirlo definitivamente: non con un pedante ragionamento filosofico, ma con l’evidenza sensibile, assoluta dell’arte. Forse il film andrebbe visto proprio di notte, non fosse altro che per introdurre lo spettatore nel tempo surreale dell’insonnia, di cui sembra esso stesso magicamente materiato: quel tempo strano in cui tutto appare più grande, ma nel quale la verità, pur rimanendo sempre irraggiungibile, a volte sembra per un attimo così prossima a disvelarsi.
La notte è visibile gratuitamente cliccando sul link
Guerra, fede, simboli, letteratura, miti del passato e del presente: una storia mondiale. Federico Canaccini, IL MEDIOEVO IN 21 BATTAGLIE, Laterza, Bari 2022.
Non un elenco di battaglie famose, come l’autore stesso ci tiene a precisare nella Premessa, affidato a una Histoire-batalille, una storia fatta solo di battaglie che celebra la guerra, ma la guerra come chiave di accesso a ciò che viene messo in gioco sull’arena insanguinata della storia umana e in essa si commisura: fede, economia, tecnologia, società, progetti politici. Ogni battaglia è una resa dei conti, un precipitato spazio-temporale di forze contrapposte e alleate, un apice drammatico in cui la fortuna e le umane virtù, cioè caso, capacità, valutazione, si sfidano, si confrontano, ricercano una loro soluzione. Ma niente nasce dal niente. Ci sono delle premesse e delle cause, vicine e lontane nel tempo e nello spazio. L’ottica dell’autore non si limita a sfatare miti antichi e narrazioni correnti ma propone la ricerca costante di una prospettiva lunga, nel tempo e nello spazio, non eurocentrica, bensì mondiale delle linee di forza degli avvenimenti. Portiamo, come esempio, la prima e l’ultima delle ventun battaglie.
Campi Catalaunici (451 d.C.): la prima, non definitiva, sconfitta di Attila, il re degli Unni. Da dove provenivano gli Unni? La risposta parte da lontano nel tempo e nello spazio: III sec. a.C. a nord della Cina. Al centro delle sconfinate steppe asiatiche. La muraglia cinese. Il primo Imperatore cinese: Qin Shihuang-di (221-206 a.C.), quello seppellito nella tomba circondata dall’esercito di terracotta: «Per quanto lontana sia, la Muraglia Cinese fu certamente una delle concause che contribuì in modo decisivo alla caduta prematura dell’Impero di Roma, come affermarono Uifalvy, Ross e Teggart. L’onda unna, frenata da questo gigantesco frangiflutti invalicabile, tornò indietro, sospingendo i numerosi popoli delle steppe verso occidente, fino a giungervi, da ultimo, essi stessi.» (Federico Canaccini, IL MEDIOEVO IN 21 BATTAGLIE, Laterza Bari, 2022, p.4). L’autore, prima di analizzare la battaglia, ci parla di invasioni barbariche, del sacco di Roma del 410, di Ezio, l’ultimo grande Generale dell’Impero Romano d’occidente, prima alleato e poi nemico degli Unni. A capo di un esercito multietnico, li sconfisse nel 451 ai Campi Catalaunici, nel nord-est della Francia, grazie alla scelta vincente delle posizioni su cui schierare le proprie truppe e alla rapidità dei movimenti.
Ciò che Canaccini sfata, in questa articolata e documentatissima disamina, è lo schema manicheo, spesso applicato a questa battaglia, di contrapposizione tra civiltà da una parte (i Romani) e barbarie dall’altra (gli Unni). Come è intitolato uno dei paragrafi, si tratta di barbari contro barbari, più o meno romanizzati. Gli stessi Unni, in occasioni precedenti, erano stati alleati di Ezio, lo stesso Attila, abile e spietato opportunista, non era l’incarnazione del diavolo e lo stesso Ezio era di sangue sciro. Tenochtitlàn (1521), la battaglia/assedio con cui gli spagnoli di Cortés, alleati degli Tlaxaltechi, sconfiggono gli Aztechi, un popolo alacre e bellicoso e demoliscono la loro capitale. Uno dei paradigmi più distruttivi dell’incontro tra civiltà. L’autore sfata il mito del buon selvaggio per quanto concerne la vita e l’organizzazione sofisticata della società azteca e certamente non aderisce alla teoria consolatoria che la società azteca potesse essere di tipo socialista. Cortés fu abile nello sfruttare il malcontento dei popoli sottomessi dagli Aztechi: «Per Cortés, dunque, si profilava una preziosa alleanza multietnica. Sulla piana dei Campi Catalàunici, contro gli Unni, Ezio era a capo di un piccolo drappello di catafratti romani: il resto era una congerie barbarica di vari popoli germanici uniti a Roma contro gli Unni, “più barbari dei barbari”, alleati ad altri popoli barbarici, in lotta per una fetta più grande di terra. I dissensi interni tra i vari popoli del Centro America vengono quindi sapientemente sfruttati da un giovane ambizioso, dalle indubbie doti strategiche, che è a capo di un manipolo di alcune centinaia di Spagnoli, a capo di migliaia di guerrieri locali, con un rapporto anche di 10 cavalieri spagnoli per 10000 Indios.» (Federico Canaccini, Ibidem, p.484). Cortés, una volta espugnata la città, sfruttando anche la superiorità tecnologica derivante dal possesso dei cavalli, delle armi di ferro e delle armi da fuoco, non ha scrupoli a saccheggiare i tesori dell’oreficeria azteca e a radere a suolo Tenochtitlàn, questa gigantesca Venezia, i suoi orti galleggianti, la sua diramata e fragile rete di ponti e canali, solcati da canoe e piroghe: «Con lenta e spietata sistematicità la città veniva rasa a suolo: la popolazione dell’antica capitale era poi decimata dalla fame e dalla sete, e colpita dal cosiddetto cocoliztli, cioè l’insieme delle malattie portate dagli Occidentali – quali il vaiolo, il tifo, il morbillo e, probabilmente, la salmonella – che, negli anni a venire, avrebbero provocato la morte di milioni di indigeni, portando, in cinquant’anni, la popolazione da venticinque milioni di abitanti a poco più di due milioni e mezzo.» (Federico Canaccini, Ibidem, p.496). Tra i Campi Catalaunici e Tenochtitlàn, si sdipana più di un millennio di storia, il cosiddetto Medioevo. La guerra greco-gotica, l’espansionismo arabo con Maometto, i Vichinghi, gli Ungari, i Normanni, i Mongoli, la Guerra dei Cento Anni, la conquista di Costantinopoli, l’epoca delle navigazioni oceaniche da parte degli Europei.
Ogni periodo una battaglia che lo caratterizza, ogni battaglia un’epoca. Ma ciò che rende particolarmente intrigante e innovativo il lavoro di Canaccini è un ulteriore aspetto. Canaccini non si limita alla storiografia e non disdegna di misurarsi con la cronaca, il teatro, la letteratura, la cinematografia, moderni e/o contemporanei che permettono di scavare in profondità nelle simbolizzazioni e nelle mitografie e di connettere il passato, non lasciandolo isolato in un’inafferrabile unicità, con il presente. Viene in mente quanto sostenuto sia da Croce sia da Gramsci, che tutta la storia è storia contemporanea e si potrebbe aggiungere storia dei media, dei giudizi /pregiudizi, delle narrazioni, dei simboli e dei miti che si stratificano nel tempo.
A proposito di una delle figure più controverse del Medioevo europeo, Giovanni il Senzaterra, nel capitolo della Battaglia delle Nazioni, Bouvines, 1214, il giudizio viene filtrato passando dal teatro (Shakespeare) alla letteratura fantastica (Buzzati) ai cartoni animati (Walt Disney): «William Shakespeare, nel 1603, ne fece un sovrano irascibile e violento, tormentato dalle sue debolezze, incline allo sfarzo: forse in quanto ultimogenito di Enrico II, dalla storiografia alla letteratura, emerge un ritratto di un tiranno frustrato e folle, senza contare che uno dei suoi titoli era softsword, una sorta di “spadamoscia”, per le sue non proprio brillanti virtù militari, forse anche irridente della sua stessa virilità. Nelle sue vene, in fin dei conti, scorreva il sangue di Melusina, la fata rappresentata araldicamente come una chimera, un essere mostruoso e diabolico, progenitrice della famiglia da Lusignano. Le Melusine, per dirla con Dino Buzzati, “vengono dai piccoli pertugi neri del tronco preistorico e secco, perlustrato dalle formiche a miriadi” e quando alla sera “i ciuffi, i gruppi di faggi, di carpini, di querce, di alberi antichi, stanchi e strampalati, si richiudono neri, allora dalle radici dei fossi escono le Melusine”. L’opera di Buzzati, Poema a fumetti, uno dei primissimi graphic novel dell’editoria, fu pubblicato nel 1969, quattro prima dell’uscita del celebre film a cartoni animati prodotto dalla Disney, Robin Hood, in cui Giovanni è certamente un leone, ma non ne ha di sicuro il cuore come Riccardo, se viene ritratto mentre si ciuccia il pollice come un lattante, con un mantello fuori misura e gioielli inappropriati, a bordo di una carrozza degna del re Sole e con una corona – metafora meravigliosa! – certamente troppo larga per lui, falso re, un phoney, usurpatore di quel titolo che sarebbe spettato ad Arturo di Bretagna di cui aveva ordito l’omicidio.» (Canaccini, Ibidem, p.268).
A proposito, invece, della Battaglia sul lago ghiacciato, Peijpus, 1242, tra Russi e Cavalieri Teutonici, (vinta dai Russi), il capitolo esordisce con il riferimento al film di Sergei Ejzenštejn, del 1938, Aleksandr Nevskij, tragica profezia degli eventi della II Guerra Mondiale. Il dettaglio spettacolare, nel film, dei Cavalieri Teutonici inghiottiti dalle acque del lago, quando il ghiaccio che li sorreggeva si spezza, l’autore ci spiega come non sia testimoniato da nessun documento storico attendibile, ma come sia un’invenzione mitologica che sorge tre secoli dopo la data della battaglia, quando Nevskij viene canonizzato (1547), dalla Chiesa Ortodossa: «si tratta, in fondo, di un’analogia con la punizione inflitta da Dio agli egiziani, travolti dalle acque del Mar Rosso attraverso le quali è passato indenne il Popolo Eletto.» (Canaccini, Ibidem, p.303). Nel 1709 Carlo XII di Svezia viene sonoramente sconfitto da Pietro il Grande a Poltava. Finita la guerra con la Svezia, la zarina Caterina I inaugura l’Ordine imperiale di Sant’Aleksandr Nevskij, ordine cavalleresco e onorificenza concessa ai sudditi russi che si sono distinti in guerra. Dopo due secoli l’Ordine viene abolito dalla Rivoluzione d’Ottobre. Viene ripristinato nel 1942 da Stalin, cassando le voci imperiale e Santo. L’onorificenza viene rifondata da Putin, concessa a personaggi che si sono distinti nello Stato, nella cultura, nell’industria o in altre attività a servizio della comunità. Tra gli insigniti figura il Patriarca Cirillo I di Mosca: «e suonano sinistre le parole pronunciate da Cirillo I nel 2022: “L’offensiva in Ucraina è una lotta contro il nazismo, contro le forze del Male” e “i nostri soldati stanno portando a termine la missione dei nostri antenati che combatterono la Grande Guerra Patriottica”. “Siamo entrati in una lotta che non ha un senso fisico, ma metafisico […]. Stiamo parlando di qualcosa di molto più importante della politica. Si tratta della salvezza umana, di dove andrà a finire l’umanità, del posto che occuperà alla destra o alla sinistra di Dio”.» (Canaccini, Ibidem, p.305).
Usa, 2009 Di Brandon Camp Sceneggiatura: Brandon Camp, Mike Thompson Fotografia: Eric Alan Edwards Montaggio: Dana E. Glauberman Musiche: Christopher Young Con Aaron Eckhart, Jennifer Aniston, Martin Sheen, Dan Fogler, Judy Greer, John Carroll Lynch Durata: 109 min.
Okay, dice Ryan entrando nella platea affollata e lo ribadisce unendo a cerchio il pollice e l’indice nel tipico gesto. “A-Okay” è il titolo del seminario che tiene in un grande albergo di Seattle e Un sentiero attraverso il dolore è il libro che gli ha dato la celebrità. In realtà Ryan è un mentitore accanito, ha scritto quel libro per fuggire il dolore della perdita della moglie in un incidente stradale e per mascherare il proprio senso di colpa. Il testo, un manuale per elaborare il lutto, è una grande finzione perché l’autore non ha affrontato né elaborato un bel niente, ma ha fatto di Ryan un uomo di successo che viaggia da un capo all’altro degli States a tenere workshop e a firmare copie.
Ryan è rigido come un manico di scopa e ha paura ad entrare in un ascensore ma sa affascinare le sue platee sofferenti che lo seguono e lo adorano.
Se tutto restasse così non ci sarebbe storia, nessun viaggio interiore, nessuna trasformazione. Il film parte da queste premesse per arrivare a uno scioglimento che prefigura una rinascita per il protagonista. Attorno al quale si muovono alcuni personaggi chiave: Eloise, fiorista capace di vedere oltre le apparenze e di essere coerente con il proprio sentire; Lane, agente di Ryan, abile a farne fruttare il talento pur sapendo che si tratta di un bluff; Marty, aiutante di Eloise, autrice di poesie femministe con cui partecipa a incontri di slam poetry; infine Walter, che partecipa con riluttanza al seminario, e il suocero di Ryan: due personaggi laterali ma importanti nello smascherare la grande finzione.
Qualcosa di speciale è un film leggero e dallo svolgimento un po’ prevedibile, ma non sciocco: il tema dei personaggi carismatici, predicatori, leader e psicopompi e del loro rapporto con le masse e il mercato è attuale ed interessante: il film lo tratta con garbo e anche con un certo senso dell’umorismo, si fa vedere senza annoiare e non senza offrire spunti di riflessione allo spettatore.
Al centro della poesia di Antonella Doria si è andata realizzando progressivamente la concezione – e la pratica – di un poema incessante. Sia nelle singole raccolte che attraverso l’opera, complessivamente intesa, che si è sedimentata nel tempo. Alle fondamenta di questa concezione appartiene (e non solo inizialmente, nel titolo della prima raccolta) l’elemento acqua: per le sue caratteristiche di fluidità, di memoria ancestrale. E, successivamente, il mare, che nella sua natura separa e unisce paesi, in particolare il Mediterraneo come via di comunicazione, culla di culture, percorso di speranza e di tragedia dei fenomeni di migrazione. Infine, alla conclusione del viaggio, l’approdo, il porto, la metropoli con l’incrociarsi di corpi e destini, nella condizione dell’esilio.
Lo scorrere, il sovrapporsi e la profondità caratterizzano l’incontro nelle via d’acqua e di terra, nei continui rivolgimenti della Storia e delle Ere, nel riunire e separare individui come in un maremoto o per ondate lunghe e continue. A questo fenomeni possono attingere sia la percezione del quotidiano che l’attualità del Mito o la continuità del Materno. In un confluire e defluire, in un addensarsi e diradarsi che è proprio dell’elemento acquatico.
Giulia Niccolai sottolinea nella Nota introduttiva a Millantanni – una trilogia. Edizioni del verri, 2015, la continuità esistente nelle diverse opere di Antonella Doria, tra Palermo e Milano, osservando in particolare, riguardo all’aspetto del linguaggio: “Ma in tutta l’opera di questa autrice è sempre riconoscibile una perfetta estraneità narrativa: un io che riesce a scomparire nel controllo della congestione dei versi in una sua severissima griglia interiore che le permette ogni volta di traghettare – per bravura linguistica – da un mondo polimorfo e avvolgente a un singolo anneddoto zoomato e chiarissimo, nel quale ognuno di noi si ritrova e si emoziona.” Lo zoom operato da Antonella Doria mette in luce, magari talvolta anche per il tempo di un verso o di una sequenza brevissima, un singolo elemento. Come in un flash, o un appunto solo accennato. Può riferirsi alla tematica della tossicodipendenza, “Stringhe Lise/ Altri di droga Spenti”, ai luoghi del mito, “Colchide d’oro o verde/ umile Itaca?” oppure a loro personaggi o figure: il Vello d’oro o “monstri argonauti ulissi”. Altre volte è la rete dei corpi a emergere; “tessere d’esistenza/ al passaggio d’ogni marea”, “sempre vedrai/ corpi nel tempo in carne/ e ossa”. Corpi che “si fanno parola/ e sguardi muti solcano/ il lastrico sconnesso di strade/ toccano la soglia di corpi/ contigui segnano un verbo/ incarnato nel fiato nella fecondità”. Tra i testi qui presentati non manca poi l’uso del siciliano, in una ninna nanna che, nella propria lingua madre, tra lontananza e vicinanza delle figure madre e figlia, suggerisce un doppio ruolo nello scambio di esperienze e vissuti.
La dinamica incessante dei temi e del tono trova rispondenza assoluta negli aspetti stilistici. L’oscillazione, la sospensione dei versi e dei testi danno origine a una partitura che, in continuità attraverso le raccolte, si incontra con la declinazione delle singole parole, nell’uso di allitterazioni, in assonanze, neologismi, rime interne, composizioni o scomposizioni di singoli elementi verbali. E ancora: nell’assenza di punteggiatura, in uno stile prevalentemente nominale, con una sintassi essenziale. Ricorrendo magari all’uso espressivo delle parentesi, dei corsivi, delle maiuscole. Inoltre, sotto l’aspetto grafico nella stesura del testo, la distanza fra gli elementi non è quella convenzionale, ma può variare. Si crea così una tessitura tra spaziature diverse che può conferire a vuoti e pieni la caratteristica di sospensione del significato, creare effetti stranianti o riprese di senso.
La poesia di Antonella Doria è una scrittura del transito sotto ogni punto di vista: dalla riva di partenza a quella di approdo, dal conosciuto allo sconosciuto, dall’emerso al sommerso, dai luoghi naturali alle aree urbane, dalla memoria al presagio, nello stesso riaffermarsi del principio dell’esistenza e della materia: “Vedrai…/ batte ancora il cuore/ in pancia alla terra/ selvaggio fra il fugace/ e l’eterno […]”.
Da Altreacque, Book Editore, 1998
* A ruota libera Di corsa quasi per caso Sotto il tavolo del Bar Non hai più naso S’impenna il Cavallo da chimera C’è già chi aspetta l’asso Romba il Motore L’osso del collo fuorifase Ignota culla mania i cervelli Stupefacente luogo del Mattino Siringhe Lise Altri di droga Spenti Non dà Requie il perdutoparadiso Artificiale è Altrove
* naviga. Fantasmi dei mari dell’onda al picco internet danzano: Supremi Spazi remoti apparenze fende furti forse carnali abissi rimanda minacciosi immateriali presenze : spasmi osceni in oceanideliri annegata divora vorace la Mente
* ‘nnaca dda naca d’organza bianca chiànci nica chianci puru mmrazza tu amurusa mi teni sutt’a l’ali e m’arricògghi sonnu ‘ntra lu mantu e chianu chianu dintra di ‘na núvula, lèggia mi n’acchianu Cantavi cunti di n’isula luntana, canti cuntavi pi chista mia vicina quannu ca dòrmi cca allatu a mia si’ tu me matri eppuru a mia figghia mi pari Tu mi ‘nnacavi e mi tinevi mmrazza e litanii nuveni a l’ànima cantavi pi ninna-nanna iu ti sintía … sempri chiú luntana dintra dda naca d’organza bianca
(ninna-nanna, cercando la mamma)
da Mediterranea, Ibiskos, 2005
*
medi terranea riva luogo primordiale del ritorno se… è in serbo per noi un altro approdo… àncora pietra d’esilio confine isola su terra ferma frontiera segnata giocata parola di vento muove scacchi su geografiche carte strappate strade luoghi di freddo inquietudini (mai farai a meno d’amare ) segni ciechi taciturni sassi dissepolte portano dissonanze note memorie dimenticanze di transiti… ritorna armonica polifonia partitura sua sorgente prima promana da tutte cose case tutte in passaggio in perenne penombra ingiallisce
*
medi terranea mente (monstri argonauti ulissi ) diversa dimensione pensiero diverso di sogno segno senso a ricongiungersi naviga procède vortice fievole parola (carcere o maschera ) idea àncora di mondi sommersa saetta ancòra naviga a ricongiungersi bruma sfumata di trasparenze nuovi rivolgimenti sempre cerca (questo andare tornare ) raggiunge appena forse sfiora l’enigma tagliente cristallo in bocca l’oro del mattino arcàno sogno (Colchide d’oro o verde umile Itaca?) lampo cangiante di tempo di senso segno su bianca baluginante bava gelatinoso intreccio segreto sinapsi dura pia perla madre matrice di flussi di note divine sincronie sinfonie primordiali metamorfosi satura
*
in margini d’ombra stanno tessere d’esistenza al passaggio d’ogni marea a largo ai porti ariosi ad arte riannoda funi sommerse d’inquietudini muove corpi incerti fili confini di luci ombre ripari appresta per anime sgomente al passaggio d’ogni marea servono fabbricanti di tende templi cattedrali di pietra (luoghi sono di meditazione tempo senza tempo) eterea ascesi di pietraie accese di possibile perfetta origine sospesa visione mistica colonne (sedici braccia al cielo…) al crinale del buio contrario doppio possibile modo ipogeo altro volto sguardo luce nera accesa (are eretici roghi alti ere mitiche metafisiche figure) in masse monadi raccoglie all’immanenza epicurea sensibili al sangue mischia mistiche corporeità
Da Metropolis, Excogita Ed., 2008
Senza memoria di sé senza passato questo andare non sapendo… (voce inscritta su pietra metallo ) Strappi rotture di tessuto connettivo di pelle materia desiderio marginalità adiacente inganna dove guarda gravitano luci voci parole eppure… affiora ci sono nodi gangli un apparato di memoria di pietra luoghi pronta a spiare esitazioni di luce incertezze d’infinite sovra pposizioni sfumature di colori variazioni suoni alloga da un territorio interiore dove chiaro dove scuro buio profondo un cielo blunotte allaga eppure… molte sono voci corpi metropolitani invadono rotte fili tessuti di terre sconosciute
da Millantanni, edizioni del verri, 2015
Vedrai … batte ancora il cuore in pancia alla terra selvaggio fra il fugace e l’eterno più pesanti del chàos sempre vedrai corpi nel tempo in carne e ossa a margine sempre resistono restano sul confine feroce sulla soglia fra armonia e orrore al dolore inevitabile al silenzio necessario dell’oblio a perdersi resistono in deserti della mente megalopoli di dòlmen… (bucano i cieli ) dove pietre bestie animali intelligenti e parassiti pensanti tutti sovrasta indolore l’errore del vitello d’oro … *
[…]
[…] sorprende sempre questo esilio e ogni sua filiazione immagini produce produce parole nel tempo del transito del silenzio dove corpi si fanno parola e sguardi muti solcano il lastrico sconnesso di strade toccano la soglia di corpi contigui segnano un verbo incarnato nel fiato nella fecondità nella riga sottile che segna il volto la pelle in anni di memoria … impara la foresta la strada il lampo nel pensiero sinfonia sintonia istantanea di orizzonti e infinito … impara l’alveo immenso del dolore e come serve capire ragionar con cuore mani e lingue di foco oh voi c’avete intelletto d’amore … […]
*
Nota Biobibliografica Nata a Palermo, formatasi per studi a Siracusa, è laureata in Scienze Sociali. Dal 1970 è a Milano. Vive fra Milano e la Liguria. Presente in riviste e antologie italiane e straniere, fra cui Poeti per Milano-una città in versi, a cura di A. Gaccione (viennepierre ed. 2002), Poesia a Comizio, a cura di M. Carlino e F. Muzzioli (ed. Empirìa 2008), etc.etc. Finalista in diversi Premi Letterari. Pubblicazioni: Altreacque (Book Ed. 1998); medi terraneo (1995 -1999), Primo Premio di pubblicazione per l’Inedito Il Porticciolo, Sestri Levante 2004 (Ibiskos Ed. 2005); Parole in Gioco (AA.VV. s.i.p. 2005); Metro Pólis (ExCogita Ed. 2008); Millantanni (edizioni del verri 2015). Il 30/4 e il Primo Maggio 1999 organizza a Milano, presso la Tenda Bianca del Comitato per la Pace, una due-giorni di Concerto di Poesia contro la Guerra; da questa iniziativa nasce l’antologia Poesia contro Guerra (Ed. PuntoRosso 2000, 2007 ampl.) con nota di Dario Fo. Nel marzo 2005 è invitata alla Biennale del Cinema per la Pace tenutasi alla Leopolda di Pisa. Curatrice della sezione di Poesia della Mostra Internazionale d’Arte: Per una “Carta” visiva dei diritti civili (catal. viennepierre, 2001) organizzata da “LIBERA, ass.ni nomi e numeri contro le mafie”. Condirettrice/redattrice per venti anni della rivista Il Segnale – percorsi di ricerca letteraria. Ha scritto su importanti Autori, fra cui – L. Bacchini, J. Insana, H.M. Enzensberger, B. Noёl, P. Oppezzo, F. Bandini, F. Leonetti, etc. È stata redattrice di Inoltre (JacaBook ed.), rivista di antropologia, società e cultura. Ha fatto parte, fin dalla sua prima formazione, con Pierluciano Guardigli, Roberto Carusi, Giusi Busceti, della Associazione ‘Casa della Poesia al Trotter’ di Milano. Nell’ottobre 2005 – con i poeti Andrea Rompianesi e Alberto Mori – ha fatto parte della delegazione che, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, ha rappresentato la Poesia Italiana nell’ambito della V Settimana della Cultura Italiana nel Mondo. In rappresentanza della redazione de ‘Il Segnale’, è con il poeta Lelio Scanavini al Festival franco- anglais de Poésie di Parigi, nel giugno 2007. Nel 2008 è al Centro Culturale Nazim Hikmet di Istanbul, invitata dal poeta turco Erkut Tokman a presentare il suo libro “medi terraneo”. Nel 2015 partecipa alla PennSound Italiana – Archivio della Poesia Italiana Contemporanea, del Dipartimento di Italianistica dell’Università della Pennsylvania, su invito della Prof. Jennifer Scappettone. È stata tradotta in francese, turco e lingua slava.
L’ombelico è la nostra ferita
la ferita di essere al mondo
senza spiegazione di cielo: schianto
del pane precipitato nel deserto.
Poi la sabbia.
Molto soli siamo.
E manchiamo.
Sempre manchiamo.
E’ il segno della legatura
per mancare. Sempre.
Così ruotiamo in cerca di luce
d’intero.
Dove ruotano i numeri
nel nero tra le stelle
sei raggiante.
(da C. L. Candiani, La domanda della sete 2016-2020, Einaudi 2020).
Un uomo è definito non solo da ciò che fa, ma soprattuto da ciò che gli manca. Perché ciò di cui sente la mancanza diviene motore del suo desiderio e lo orienta nella vita. Lo spiega bene Massimo Recalcati nel suo splendido saggio “La forza del desiderio” (Qiqajon Edizioni, 2014), nel quale analizza come il desiderio sia una forza incontrollabile che attraversa l’essere umano e lo spinge, soprattutto in adolescenza, a una rottura con ciò che ha rappresentato il confine d’orizzonte dell’infanzia. Realizzare un desiderio, una vocazione, equivale spesso a tradire e deludere le aspettative che altri hanno costruito su di noi. Per queste ragioni, Recalcati dice che “il dono più grande della genitorialità è, come Abramo, è affidare il figlio al deserto” che diviene metafora dell’esistenza.
Chandra Livia Candiani spiega lo stesso abbandono con un verso “schianto / del pane precipitato nel deserto” che ha in sé il richiamo a un nutrimento essenziale e a un luogo fortemente simbolico, con richiami anche biblici, perché il deserto è il luogo della solitudine e dell’erranza, della vita messa alla prova. Ma l’attraversamento del deserto, ce lo insegna la lettura escatologica delle Sacre Scritture, è figura anche della liberazione.
Dunque l’uomo, quando nasce, manca inevitabilmente di qualcosa, e porta nel corpo la ferita del taglio ombelicale a memento di un’altra ferita, quella ontologica, che gli ricorda d’essere sempre “in cerca di luce / d’intero”. Separato come ci racconta anche Platone nel Simposio, eternamente alla ricerca di un amore che sappia restituirlo a una pace pre-natale. “Soli” “manchiamo” ribadisce la poetessa.
Nella raccolta “Il corpo battello” ogni parte del corpo diventa protagonista di una riflessione condotta tramite legami sintattici sorprendenti e a tratti spiazzanti, con un uso delle parole mai scontato e nuovo negli accostamenti semantici. In questa poesia è l’ombelico la traccia concreta da cui parte il discorso poetico, che, nei versi conclusivi, sembra suggerire che “tra le stelle” nel nero del cielo “senza spiegazione” (l’etimologia della parola desiderio ci insegna che de-siderus significa proprio “lontananza dalla propria stella”) un tu “raggiante” orienti il cammino.
In occasione della recente scomparsa, i soci della Casa della Poesia al Trotter ricordano con affetto il loro socio fondatore e presidente onorario, l’amico poeta Giampiero Neri.
Così lo ricorda la nostra Presidente Giusi Busceti:
“Socio Fondatore non è abbastanza, ti vogliamo come Presidente Onorario, Giampiero”… Così, dopo la Giornata Mondiale della poesia 2018, gli dicevo al telefono. “Ah beh, grazie, ma un Presidente che sarà troppo assente per motivi anagrafici… Purchè non ci sia bisogno di carte da firmare!”, rispose con la consueta allegria: Giampiero Neri, uno dei “padri” della poesia di questo Paese, il più entusiasta tra i primi fondatori della nostra associazione, pochi mesi dopo l’esordio al Teatrino del Trotter del 21 marzo 2004. Ce la mise invece tutta, con taxi dell’ultimo istante dal suo Piazzale Libia, per intervenire ogni volta che se la sentiva. Il Signore di Piazzale Libia, come lo chiamava mio padre, così resta nei miei versi e nella mia anima, che sono certa lui ritenesse immortale. La Casa della Poesia del parco Trotter rimane a testimoniare della statura della sua poesia e della sua persona. Senza bisogno di carte da firmare.
(Germania, 2006) Durata: 137 minuti Regia: Florian Henckel von Donnersmarck Attori: Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, Thomas Thieme, Hans-Uwe Bauer Sceneggiatura: Florian Henckel von Donnersmarck Fotografia: Hagen Bogdanski Montaggio: Patricia Rommel Musiche: Gabriel Yared, Stéphane Moucha
La libertà, la politica, la hybris e la pietas, ma anche la disciplina, la responsabilità il rapporto con il Potere che corrompe, eppure non lo fa mai nostro malgrado: sono questi i temi portanti di un film che soltanto per caso e superficialmente può essere categorizzato come “spionistico”. Nella DDR degli anni Ottanta (sì, proprio la stessa dello splendido Il concerto di Radu Mihăileanu), che fatalmente declina verso il crollo del muro e le tentazioni del capitalismo, il capitano Gerd Wiesler (Ulrich Mühe) serve con grigia diligenza la Stasi. Il suo compito è spiare e interrogare i cittadini sospetti e anche insegnare ai futuri funzionari, con metodo e lucidità quasi eichmenniani, come fare (la scena metacinematografica della lezione iniziale è un vero capolavoro di cinema nel cinema, già sottilmente allusivo dell’elemento voyeuristico, che sarà la cifra dell’intero film). Le scene di vita quotidiana, i dialoghi, la stessa preparazione ed esecuzione dello spettacolo teatrale, di cui i protagonisti sono rispettivamente drammaturgo e prima attrice, mostrano la pesante normalità di una popolazione ormai avvezza a questo tipo di regime. Le loro vite, ormai si sa, sono (in senso rovesciato rispetto a quello volutamente e felicemente ambiguo del titolo) vite degli altri : non più proprie, ma in possesso perenne dei militari, che ne conoscono ogni minimo particolare, all’occorrenza anche i più intimi e imbarazzanti.
Il capitano Wiesler riceve dalle autorità una missione speciale: spiare lo scrittore Dreyman (Sebastian Koch) compagno dell’attrice Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck), della quale il ministro della Cultura si è incapricciato, allo scopo di incastrarlo ed eliminarlo. Per quanto il film sia famoso e la vicenda probabilmente nota ai molti che possono averlo già visto (ricordiamoci che vinse un meritatissimo Oscar per il migliore film straniero) non andrò naturalmente oltre nel resoconto. A chi lo rivede spetta ora il compito della rilettura: imporre la resa dei conti a un’opera d’arte che è recente sia nell’ambientazione sia nella realizzazione, e proprio per questo si trova a serio rischio di scadenza, dopo ormai tre lustri e tanti ulteriori cambiamenti intervenuti. Ma ci rendiamo subito conto che Le vite degli altri, come tutti i grandi film, di scadenza non sembra proprio soffrire: per molti aspetti pare scritto proprio ieri, in quest’ epoca di apparente libertà totale, “liquida”, senza padroni né vincoli. Anzi, di sinistramente attuale c’è la presenza nelle nostre vite della tecnologia: eppure il livello degli strumenti da “grande fratello” del regime sovietico nel 1984 (anno in cui, certo non casualmente, è ambientato il film) è così primitivo da far sorridere, soprattutto se paragonato alle inafferrabili misure di controllo cui ci hanno ormai abituato i nostri palmari e smartphone. È assai probabile che l’attuale scenario, ormai sempre più singaporiano, fosse presente già diciassette anni fa all’intuizione profetica del regista. Si può pensare che Donnesmarck ne abbia fatto una chiave consapevole per orientare lo sguardo su un passato ancora recente, ma ormai chiuso e definito nelle sue coordinate storiche: dunque esplorabile con obiettività documentaria e ̶ proprio per questo ̶ suscettibile di un geniale scarto visuale, della messa a fuoco distopica verso un ancor più inquietante futuro.
È un film particolarmente difficile da seguire per la sceneggiatura raffinata e rapida, per la voluta opacità delle riprese, per la complessità non lineare dell’intreccio e per i frequenti colpi di scena, fra i quali spicca il meno probabile di tutti: la possibilità che le persone si trasformino spiritualmente, esprimano una parte buona di sé già presente e ben nascosta, oppure la facciano evolvere a carissimo prezzo, con un lavoro interiore di cui non si conosceranno mai le vere ragioni. Eppure non c’è alcun buonismo, nessuna concessione a un’improbabile retorica del progresso morale o del sacrificio: meno che mai all’epica, sia essa quotidiana oppure eroica. Persino le evoluzioni, le involuzioni e i drammi psicologici (come quello dell’amico regista dissidente, emarginato e infine suicida) sono tratteggiati con pudore e senza parole superflue. Sono piuttosto gli elementi paraverbali (sguardi, posture, gesti, affanni e rincorse) a denunciare sottotraccia la vicenda che va svolgendosi e ad accompagnare lo spettatore alla risoluzione, in uno scenario sempre più vicino temporalmente a quello dell’uscita del film. Lo scabro colloquio finale fra scrittore ed ex ministro ̶ in una Germania finalmente unificata, ma non per questo libera e felice ̶ è una lezione di dignità e un capolavoro di realismo storico-psicologico, anch’esso applicabile al presente e sempre più al futuro, che sembra compendiarsi nella lapidaria frase finale: «E gente come Lei ha governato questo paese!» .
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Le voci che parlano all’una di notte alla segreteria telefonica, quella un po’ alcolica dell’amico che chiama da una festa, quella dall’accento tedesco che evoca campi, quella di tanti che non conosci, poi la madre, in una città lontana su un altopiano, mentre tu sei distante e percepisci la notte e la commistione delle voci riudite e di quelle che nel tempo diurno ti parlarono, al telefono, o solo dentro di te, i persi, i tuoi morti o le voci viventi che ti svegliarono dal sonno delle basse pressioni, dal sottovivere, che ti chiamò dall’ombra sollevandoti nella luce e nel respiro, tutti presenti e vocanti nel ricordo di un tasto appena spento. Non solo la loro voce, la voce impressa, le altre, quelle che ti fecero diurno e perenne mentre sciamano le automobili nel silenzio, e i fari accesi custodiscono il buio, la radio, l’abitacolo, l’altra voce.
(da R. Mussapi, La polvere e il fuoco, Mondadori 1997)
Nella segreteria telefonica ci sono dei messaggi. Ci sono le voci di quelli che hanno parlato con me quando non eravamo in casa. C’è la voce di mia madre: chiede notizie, si assicura che stia bene, che abbia mangiato. Dice: baci. Dice: richiama. Dopo c’è la voce registrata di una centralinista da un Call Center, propone promozioni vantaggiose per pagare meno la linea fissa, sciorina tariffe nell’italiano che reca l’inflessione dell’est. La sua è una voce registrata che parla dopo il segnale acustico. Un dialogo tra registratori. Una conversazione senza scambio. Un dialogo che in realtà non sta avvenendo: sono parole in differita. “Non sono in casa, lasciate un messaggio”. La più straniera, tra tutte le voci ascoltate, resta comunque la mia.
– “Clara, mi senti, Clara?” “Si” fece lei con un tenero bisbiglio “ti sento….Ma sei sicuro che gli altri se ne siano tutti andati?”. “Tutti meno uno” rispose lui bonario “meno uno che finora è stato tutto il tempo ad ascoltare ma non ha mai aperto la bocca.”. Ero io. Col batticuore, misi giù immediatamente la cornetta. –
(D. Buzzati, Sciopero dei telefoni)
Nel racconto di Buzzati le voci si intrecciano e le conversazioni corrono lungo i fili telefonici, sovrapponendosi; ma, a differenza di quanto accade in questo testo di Mussapi, dialogano in diretta. Nella poesia, invece, c’è l’io del poeta che resta in ascolto: le voci che si susseguono nella segreteria dicono parole passate, ma conservano il carattere di permanenza. Sono sempre lì, in agguato “nel ricordo /di un tasto appena spento”. Resta “la voce impressa” dei vivi, quelli che “nel tempo diurno ti parlarono”, ma anche quella dei morti, di chi non c’è più, e pure continua a chiamare “dall’ombra” “o solo dentro di te”.
“Mentre tu sei distante” una commistione di voci parla con la segreteria: è una distanza fisica e metafisica, perché lo spazio e il tempo, collegati, subiscono la medesima distorsione. La voce dei vivi, “quella un po’ alcolica dell’amico che chiama da una festa” ci rimanda, coi suoi sottofondi, a un luogo in cui evidentemente non siamo e non siamo stati. La voce viaggia nell’aria, resta sospesa sotto forma di onde, e poi si ricompone nella sua familiarità umana dentro il nostro orecchio, altrove rispetto al luogo in cui è nata. La voce dei morti, invece, resta imprigionata nella registrazione, gira a nastro, ci desta all’improvviso “dal sonno […], dal sottovivere”. Evoca altro. Alla fine di tutti i messaggi registrati ce n’è uno, nella mia segreteria, che mi invita eternamente a pranzo. E’ per questo che ho scelto questa poesia.
Per il mistero della voce, di ciò che attraverso la realtà ci chiama dall’interno, quello che Buzzati chiama “l’enigma” e Mussapi “l’altra voce”.
USA, 2012 Diretto da Robert Redford Soggetto dall’omonimo romanzo di Neil Gordon Sceneggiatura di Lem Dobbs Fotografia di Luca Bigazzi Montaggio di Mark Day Musiche di Cliff Martinez Con Robert Redford, Shia LaBeouf, Susan Sarandon, Julie Christie, Jackie Evancho, Nick Nolte. Durata: 125 min.
Un passaggio di Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan dice: “You don’t need a weatherman to know which way the wind blows” (https://www.youtube.com/watch?v=MGxjIBEZvx0), non hai bisogno di un meteorologo per sapere da che parte soffia il vento. È a quell’affermazione che si ispirarono nel 1969 i fondatori del gruppo Weather Underground Organization (WUO), staccatosi dall’SDS (Students for a Democratic Society) – che aveva guidato le lotte nelle università americane fin dal 1964 – allo scopo di combattere “una guerra non di dominio ma per la fine di ogni dominio, non di distruzione ma di liberazione e di abolizione di ogni catena che limita la libertà umana” (Weathermen: i fuorilegge d’America, a cura di Harold Jacobs, Feltrinelli, Milano, 1973, trad. di S. Sarti, p. 123-24).
È questa la premessa storica su cui si basa La regola del silenzio, girato nel 2012 dall’allora settantacinquenne Robert Redford: nel 1980, quando il gruppo è ormai sul punto di essere inghiottito dalla repressione poliziesca e dal riflusso, alcuni weathermen compiono una rapina in banca nel Michigan, nel corso della quale viene uccisa una guardia giurata. Trent’anni più tardi, un avvocato vedovo e padre di una bambina, che vive ad Albany sotto la falsa identità di Jim Grant, finisce nel mirino dell’FBI in seguito alla confessione di Sharon Solarz, un’ex appartenente alla WUO spinta a consegnarsi alla polizia dai rimorsi di coscienza.
Al caso si interessa appassionatamente anche un giovane cronista di Albany, Ben Shepard, che si rivela anche più abile e perspicace dei poliziotti.
La vicenda – sebbene un po’ confusa negli snodi – è una coinvolgente caccia all’uomo nella quale Jim, il cui vero nome è Nick Sloan, riuscendo a tenere in scacco gli agenti, fa riemergere dalle nebbie della storia numerosi ex membri del gruppo armato, quasi tutti assai bene inseriti nel contesto sociale. Pur essendo un film d’azione, La regola del silenzio ha il punto di forza nei dialoghi e nelle storie che affiorano dai suoi attempati personaggi, cui fa da contraltare il vivace Ben, capace di arrivare sempre prima dei cops.
I volti, poi, sono quelli di un cinema agé, fatto più di facce che di effetti e anche questo è un messaggio che ci arriva da sotto le rughe dello stesso Redford, di Nick Nolte e degli altri interpreti, soprattutto le sempre splendide Susan Sarandon e Julie Christie.
I segreti sono pericolosi, Ben, credi di volerli conoscere, ma se mai ne hai custodito uno avrai chiaro che quando arrivi a scoprire qualcosa che riguarda un’altra persona, scopri anche qualcosa di te stesso.
(Francia-Belgio, 2017) Durata: 110 min Regia: Roman Polanski Attori: Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Dominique Pinon, Brigitte Roüan, Noémie Lvovsky, Josée Dayan, Damien Bonnard, Saadia Bentaieb Sceneggiatura: Roman Polanski, Olivier Assayas Fotografia: Pawel Edelman Montaggio: Margot Meynier Musiche: Alexandre Desplat
Il doppio, l’ossessione, lo scambio tra finzione e realtà, i tarli psicologici che si fanno indistinguibili da vere e proprie possessioni demoniache: questi e altri temi di Roman Polanski, già noti in capolavori storici come Rosemary’s baby e L’inquilino del terzo piano (ma a voler guardare in tutti i suoi film), tornano in questo inquietante masterpiece della tarda maturità. Delphine , interpretata da Emmanuelle Seigner, è autrice di un bestseller autobiografico che, dopo averla duramente provata emotivamente, le costa una vicenda di stalking e una buia fase di blocco creativo. È a questo punto che la protagonista incontra Lei, una bellissima donna stranamente somigliante a una versione più giovane e più disinvolta di se stessa, che prende possesso della sua personalità, della sua casa e della sua vita.
Un film bello e inquietante, passibile di interpretazioni aperte e controverse. Come in Misery non deve morire, tratto dal famoso romanzo di Stephen King, il protagonista è uno scrittore e il comprimario ne diviene doppio inquietante e manipolatore, fino a sovrapporvisi e a fagocitarlo. Un’altra analogia fra le due opere è l’ipercura distruttiva, che tuttavia in Polanski, a differenza che in Reiner. non si risolve mai in dolo evidente. Realtà e ossessione, ambiguità e disvelamento convivono qui senza mai elidersi. Delphine è una donna inquieta, incapace al fondo di essere felice (anche nella vita privata) e di godere pienamente del meritato successo; Elle ne è la controparte vitale. Il rispecchiamento patologico fra le due si fa manifesto in dialoghi memorabili (come quello sull’amica immaginaria, in cui Elle descrive una sorta di figura-ponte fra le due donne e comincia a delineare quella che sarà la soluzione finale). Ma Elle è anche la controparte sadica di Delphine, che trova perfetto riscontro e completamento nel lato masochistico della scrittrice frustrata, depressa e incapace di elaborare attraverso la creatività i propri drammatici vissuti famigliari.
Fra citazioni raffinate (una per tutte, la più evidente, da Hitchock nella Finestra sul cortile) ed espressioni sempre più enigmatiche del volto di Eva Green/Lei, la rappresentazione di questo thriller psicologico vola verso una conclusione sempre più concitata. Anche se le interpretazioni possibili sono più di una, a venire in aiuto è sicuramente il titolo: “Lei”, nome lasciato volutamente in sospeso, è anche il doppio della protagonista, con gli stessi occhi verdi, i capelli rossi e una vocazione diversamente espressa per la scrittura. La mancanza di ispirazione che affligge la protagonista è il trigger che crea nella sua mente turbata un alter-ego più risolto, più adatto all’esistenza e forse anche al mestiere di scrittrice: un’amica immaginaria, appunto. Accogliendola nella sua vita, e vedendola altrettanto improvvisamente sparire, Delphine riuscirà finalmente a scrivere il secondo libro, ma anche a raggiungere una sorta di sintesi esistenziale con se stessa. Alla fine lo spettatore comprende che non ha molta importanza stabilire se Elle sia una pura e semplice creazione della mente di Delphine, se sia un personaggio realmente esistente nella finzione affabulatoria oppure sia, al limite, la rappresentazione stessa, puramente letteraria e intradiegetica, del libro futuro.
Polanski riesce comunque magistralmente a possedere l’anima del pubblico fino all’ultimo respiro, con una sceneggiatura perturbante e in tutti i sensi noir. Il finale della pellicola suggerisce, nel caso più felice, una sorta di conclusione di un processo analitico: ma sappiamo bene che l’analisi è interminabile e il particolare decisivo dell’ultima scena, che naturalmente non svelo qui, lascia aperta un’ulteriore ipotesi. Possiamo cioè immaginare che, come un disco rotto, la vicenda ricominci in una sorta di loop ossessivo e che possa esistere un altro film identico a questo, un altro viaggio irrisolto nell’ anima: forse l’arte di per sé non serve affatto a trovare la pace interiore. Occorre un altro passaggio di maturazione. Qui lo spettatore, dominato dal regista fino all’ultimo momento, è veramente lasciato libero di riscrivere il film da capo e di trovare la propria irripetibile risposta.
Quello che non so di lei è visibile gratuitamente cliccando
Le poesie di Valeria Rossella sono costruite per dinamiche e snodi inconsueti. Il tempo sembra un arbitro implacabile ma le lancette del suo orologio scattano e ruotano nei due sensi opposti riservando sorprese già tra le pieghe del primo testo, che oscilla tra esperienza contemporanea (o comunque narrata al presente) e proiezione futura, fino al sigillo del verso finale: “e si congiungeranno l’ombra e la sostanza”. Lo slittamento dei piani temporali verso la sintesi poetica si verifica anche nei testi successivi, scelti dall’autrice stessa – per esempio nei secoli che passano da Simone Martini a Magritte con la discesa degli angeli, nel movimento delle nuvole in fuga e nella stessa dimensione spaziale che riguarda l’universo “nel cosmo che all’infinito si espande e si dirada.” Il tempo poi, in relazione a tale dimensione cosmica “non sta su un piano cartesiano”; scorre, e noi con lui, in un sistema fluido di presenze/assenze per il quale le figure dalla “terra degli invisibili” ritornano immanenti, emergendo “dal permafrost degli anni”. Riprendono a respirare anche nella suggestione dei versi, come il personaggio di Gianna nella poesia a lei dedicata. Anche lo spazio quindi è coinvolto e complice di tali scarti dinamici, con gli scenari che fissano un ambito terrestre o celeste “(il cielo degli spiriti incostanti)”. Fanno da ambiente, da quinta mobile, un bar di Camogli, un’aula di biologia o Santa Maria della Scala a Siena, la stessa distanza dei “cinque passi”: “Il volto pallido acceso dalla sciarpa viola/ si avvicina di cinque passi ma/ ricordandomi che il tempo ci ha disposto/ ad altezze diverse dentro il suo spartito/ di cinque passi si allontana se lo seguo.” Anche grazie a questa fluidità il percorso di attraversamento riesce a ricongiungere i momenti terminali della morte e delle lapidi con il loro presagio, l’ evocazione con l’anteriorità. Spesso è il movimento della danza, concentrato di moto e ritmo all’interno di uno spazio circoscritto, a fare irruzione sulla scena, “moto e quiete […] sulle pareti delle tombe a Tarquinia”; oppure la farandola dei gusci degli insetti estinti con i ragazzi del giorno d’oggi o il minuetto delle triglie nel magazzino del pesce. All’incrocio tra questi piani spaziotemporali si svolge il dialogo con le presenze/assenze, orchestrato nell’intreccio delle diverse misure dei versi e nelle loro inarcature. Alla suggestione operata dalla poesia contribuisce in modo essenziale l’evocazione delle parole pronunciate che si sono deposte e sedimentate, con la citazione e l’inserimento del discorso diretto, immediato e potente come in certi versi: “Temevo il freddo ma fu il calore a togliermi la vita”. E l’autrice è in ascolto, replica con riflessioni in dialogo con quei messaggi estremi e testamentari, arriva perfino a raccogliere il semplice suono della voce di chi è assente, proveniente da un lontano gennaio. Tutti gli elementi contribuiscono ad accogliere e modulare come a un animato crocevia le provenienze, i passaggi, i destini. In un flusso testuale dove nelle diverse tessere si possono trovare, insieme a forme di narrazione, l’uso del discorso diretto, o sintesi fulminee ed enigmatiche, “Cocito, lastra di pianto, antimateria”, insieme a immagini inedite, come quella degli angeli che scendono in bombetta nera a timbrare la cartolina. O anche chiuse surreali come “[…] il grido/ che annuncia l’alba pare di un uccello/ invece è il tempo che piange ininterrotto”. Si inseriscono anche spunti autoriflessivi, se non di monologo interiore: “Forza, coraggio, su, tutto finisce”. Una giravolta effettua una sorta di inversione a U rispetto a un possibile approdo nostalgico elegiaco all’arrivo degli amici da giovani dalla profondità del tempo: “[…] e mentre/ la luce tra le foglie dà lezione di ricamo, punto erba/ punto ombra punto croce/ ridiamo e cantiamo, come fosse una festa.” Così l’ombra e la sostanza si congiungono senza forzature grazie allo spaziotempo che ne può assecondare il contatto, e grazie alla poesia che per sua natura accosta e alterna forma e materia, e, con Valeria Rossella, sensibilità e raffinata sapienza autoriale.
da “La città di Kitež”, Aragno Ed., 2012
Becchime per i passeri, accanto a quei santi e quei soldati, ai pellegrini che trascinano piedi malati per gli affreschi in Santa Maria della Scala mi ripeti Forse per l’ultima volta vedo Siena – e l’ultima fu, fino a che identici saranno moto e quiete come nelle danze sulle pareti delle tombe a Tarquinia, la porta sommersa girerà, Cocito, lastra di pianto, antimateria e si congiungeranno l’ombra e la sostanza
I cieli dei pittori
Simone Martini li vestì di scaglie d’oro per rendere temperante la luce terribile degli Angeli finché le Schiere in bombetta nera non scesero a timbrare la cartolina nel rigido carillon di un quadro di Magritte. Con un gemito uscirono dalla cornice, ed ora solo la forza d’inerzia ci governa, e il cielo non ci sovrasta più del sottosuolo. Le nuvole comparvero nel Rinascimento, e mai non ci abbandona l’ossessionante spettacolo della loro fuga, volubili spume anoressiche o retorici drappi, senza futuro responsabilità o memoria nel cosmo che all’infinito si espande e si dirada.
***
Da “Quello che vedo”, Interlinea, 2021
Aubade
Il passo sciancato del vento tra le foglie è simile a quello del mio amore è simile alla morta farandola che i gusci degli insetti danzano con le immagini dei ragazzi col piercing e l’aritmia cardiaca negli specchi dei bar che chiudono alle quattro del mattino quando tramontano gli occhi imperturbati della notte gelidi sfaccettati occhi di mosca. È ottobre: il vecchio dio cieco ci vede come ombre. Qualcuno smonta il turno con le ambulanze e i camion della nettezza urbana, e il grido che annuncia l’alba pare di un uccello invece è il tempo che piange ininterrotto
Le piccole stazioni hanno due binari arrivi o partenze chi può dirlo, il tempo, il vecchio angelo seduto su una pietra a Staglieno, il tempo non sta su un piano cartesiano Per questo ora mi dici, qui, nel tuo cappotto fuori taglia, nella sala d’aspetto della stazione di Verbania, mentre due ragazzi sonnecchiano, la testa sullo zaino, Temevo il freddo ma fu il calore a togliermi la vita qui me lo dici ma senza partire né arrivare, solo scorrendo fuori dallo spazio, oltre quest’erba fra i binari diafana, le nubi spinte dal lago verso le cave di marmo palissandro, scorrendo
solo nel tempo come fa la musica
Prendiamo un caffè? sento la tua voce arrivare rugginosa di salsedine in un bar a Camogli, e sono di nuovo nel gennaio del novantasei. Un vento cattivo scalcia un mucchietto d’immondizia nel vicolo del porto, mentre le triglie danzano nel magazzino del pesce il loro spettrale minuetto e si fa beffe di me il primo lampo, quello che ammonisce. Forza, coraggio, su, tutto finisce pioverà presto, sui gatti e sulle apparizioni e non sarà più possibile distinguere acqua da acqua. Metterò in tasca una pietruzza raccolta sulla spiaggia, e la porterò sulla tua lapide, o immagine graffiata di raucedine.
Gianna
Perché te ne sei andata mi chiede Gianna sollevandosi nelle particole di polvere fra i vasi di mosche farfalle e scarabei immersi nell’alcol e nella formalina. Luce bassa di feritoia, terzo piano, sento l’odore della canfora nell’aula di biologia dove mi parli del tuo amore per un medico, sgraziata e miope, figlia di un postino, prima della tua morte per monossido. E non pensavo che ti avrei steso qui, sopra questo vetrino, chiedendoti perdono per aver lasciato passare così tanto tempo prima di pronunciare il tuo nome e il tuo destino.
Permafrost
Vengono a trovarmi gli amici, ma da giovani, emergono dal permafrost degli anni, sgranati nel temporaneo disgelo, artici rivoli canterini in un giro di sol, spiriti aspri e spiriti dolci nel compito di greco. Sono soltanto un poco più biondi, vitrei e veloci. Pare vogliano tornare all’inizio, alla sorgente, per chiudere la vena. Così estraggo gli oggetti-talismano, il Rocci, lo spartito dell’Amore è blu, e mentre la luce tra le foglie dà lezioni di ricamo, punto erba punto ombra punto croce ridiamo e cantiamo, come fosse una festa.
***
Cinque passi
Questa è la distanza prescritta: cinque passi. Mentre do acqua ai gelsomini che protendono giovani foglie verso la luce e la fine il sole avanza verso il polo invisibile, il nadir. Terra degli invisibili, rispondi! Rispondi, amore mio scaleno. Non perdiamoci di vista dice oscillando nel suo cielo di cristalli e acque (il cielo degli spiriti incostanti) il volto pallido acceso dalla sciarpa viola si avvicina di cinque passi ma ricordandomi che il tempo ci ha disposto ad altezze diverse dentro il suo spartito di cinque passi si allontana se lo seguo. Chiave di sol, chiave di do. Cinque passi è la distanza prescritta, cinque passi.
(inedito)
Nota Biobibliografica Valeria Rossella è nata nel 1953 a Torino, dove è tornata a vivere dopo un lungo soggiorno romano. Tra le sue raccolte di poesie: L’anima del violino (Galleria Pegaso Editrice, Forte dei Marmi 1996), Il luminaio (Crocetti 2003), La città di Kitež (Aragno 2012), Quello che vedo (Interlinea 2021). E’ anche traduttrice dal polacco, ha curato tra l’altro la versione di un’ampia scelta dell’epistolario chopiniano (Il Quadrante, Torino 1986), e di Czesław Miłosz, premio Nobel 1980, un’antologia di poesie (La fodera del mondo, Fondazione Piazzolla, Roma 1996) e il Trattato poetico (Adelphi, Milano 2011).
Italia, 2015 Diretto da Ferdinando Cito Filomarino Soggetto: Ferdinando Cito Filomarino, Carlo Salsa Sceneggiatura: Ferdinando Cito Filomarino, Carlo Salsa Montaggio: Walter Fasano Prodotto da Luca Guadagnino e Marco Morabito Con Linda Caridi, Federica Fracassi, Filippo Dini, Alessio Praticò, Maurizio Fanin, Luca Lo Monaco Durata: 96’
Terzo film sulla figura della poetessa Antonia Pozzi, è il primo con una struttura narrativa tradizionale. Gli altri due – Poesia che mi guardi di Marina Spada (2009) e Il cielo in me(2014) di Sabrina Bonaiti e Marco Ongania – potrebbero essere definiti dei “docufilm”. Qui, invece, troviamo un racconto biografico che si dipana lineare secondo classici stilemi di fiction.
Antonia Pozzi, autrice sconosciuta in vita, fu introdotta al pubblico della poesia da Eugenio Montale e dall’amico Vittorio Sereni. Purtroppo la sua vita era stata da tempo stroncata da una massiccia dose di barbiturici assunta in un freddo giorno di dicembre in un prato nei pressi dell’abbazia di Chiaravalle, a sud di Milano.
In Antonia, il personaggio è interpretato da Linda Caridi che, quando fu girato il film, aveva circa la stessa età della Pozzi ai tempi della sua morte. Un’età critica per gli artisti se pensiamo che alla poetessa mancavano poco più di due mesi per raggiungere i fatidici 27 anni, quelli che pochi decenni più tardi avrebbero rapito B. Jones, J. Hendrix, J. Joplin, J. Morrison, J.M. Basquiat, K. Cobain.
Questo riferimento ad artisti della cultura rock non è casuale, Antonia fu, in un certo senso, precorritrice di quella passione anticonvenzionale e antiborghese che avrebbe caratterizzato gli anni del dopoguerra, dall’epopea beat in avanti. Nata con qualche decennio d’anticipo, non trovò intorno a sé un milieu in grado di comprenderla: troppo “ingessata”, anche se prestigiosa, l’intellighenzia universitaria in cui era inserita, a partire dal professore Antonio Banfi che lesse alcune delle sue poesie ma non ne apprezzò l’effusione lirica e il soggettivismo.
Tutto questo e altro ancora ci fa leggere il bel film di Ferdinando Cito Filomarino, di cui si nota la vicinanza stilistica al più celebre amico Luca Guadagnino (peraltro produttore del film), di cui riprende atmosfere già viste in Io sono l’amore (2009), forse il capolavoro del cineasta palermitano.
In una Milano molto riconoscibile, a Pasturo (in Valsassina), sulle scoscese pareti delle montagne lecchesi ritroviamo, così, Antonia con le sue poesie, il suo diario e i personaggi della sua vita, dal padre, il severo avvocato fascista Roberto Pozzi, ai suoi amori – Antonio Maria Cervi, Remo Cantoni, Dino Formaggio – con, forse, degli elementi di fantasia, in quanto non riconosciuti dai più attenti biografi, come certe effusioni saffiche en passant e un amplesso campestre con Remo, che però ravvivano l’atmosfera e danno modernità al personaggio.
Un’elettricità risucchia velocemente il nettare dai fiori
E i giorni dei cedimenti reimpastano la loro avarìa
Tentano di riempire la frase che non si è più rivelata
Neanche la sera del nostro reale disinganno
Chiedimi se quella poesia a cui stavo accedendo
Si trova ora in lutto in tutto l’universo
E conduce la nostra decifrabilità attraverso un disordine mentale
Un’attività di trasmissione a diverse frequenze
Che distorce l’onda del chiedimi: “Tiziana dove oscilli?”
Quali parole userò più con i miei figli
Se il mio allontanamento devo lasciarlo andare
Nello strano sottilissimo di una conversazione apparente
Mentre pneumaticamente gli occhi vibrano un bianco folgorante
Un mutismo sprigionato dalle ossa delle sante
Usa le parole che avevo forgiato per te, i fatti decisivi
Allèati col mio destino come un Medioevo
Fammi vedere la forma umana del mio testo
Parlala con me in questo isolamento dalle immunità
I cristallini, i vitrei, i fuochi
Ficcami nelle mani gli occhi con cui ti ho illuminato
Perché se pianto un chiodo oggi, se lo pianto
Se decido di battere metallo su metallo
Gli stipiti delle ciglia grondano tutta una diagnosi del mondo.
Ho toccato una parete rovente.
Non è come la luce nell’acqua l’infanzia.
Una trasmissione a diverse frequenze ci conduce
Attraverso un disordine mentale
In tutto l’universo c’è una poesia da cui sono decifrabile – lo so –
L’ho toccata, era rovente,
Una Malattia Massima a cui dovevo arrivare da bambina
In seguito ad un profondo sonno, un Disordine
Eccola
Prenditi cura dei miei figli, tocca loro gli occhi
Chiedimi solo se devo lasciarla andare
Se è questo il fatto decisivo
Se lo spettro che sono oggi tra i vivi e i morti
È la magra forma umana del mio testo.
Chiedimelo.
Fammi dire No.
(T. Cera Rosco, Corpo finale, LietoColle, “Gialla Oro”, 2019)
La poesia di Tiziana Cera Rosco non è una poesia di facile accesso; essa richiede tempo per immergersi dentro il linguaggio, lasciando che questo ci conduca in una “continua produzione di mondi” e, alla fine, dopo averci fatto attraversare “a diverse frequenze” “un disordine mentale”, ci conduce alla soglia di un disinganno o di una decifrazione.
Una trasmissione a diverse frequenze ci conduce
Attraverso un disordine mentale
In tutto l’universo c’è una poesia da cui sono decifrabile – lo so
Il testo è, a tutti gli effetti, un corpo poetico, la trascrizione di un’esperienza totale: la poesia traduce lo spostamento elettrico, la fisica dei neutrini, la metafisica del divino, fissa su carta la “diagnosi del mondo”, la forma impressa dalla vita sulle cose e dalle cose su di noi, dopo l’incontro. Dopo un “fatto decisivo” che lascia sovraesposti, perché il sentire dell’artista è “un’attività di trasmissione a diverse frequenze” che provoca smottamento, ustione. “Fammi vedere la forma umana del mio testo”.
L’artista ha mani occhi e pelle con cui sente la realtà a un grado più elevato, è un’intensità che lo rende destinatario privilegiato d’un dono, una maggiore consapevolezza nell’abitare la vita, un sonar da pipistrello – direbbe la Spaziani – per captare l’ultrasuono dell’universo. Ma questo implica anche la passione, la collisione con le cose, che toccate, lasciano la traccia, la stigmate del chiodo che àncora la santità della salvezza alla carnalità dell’umano dentro la Storia; sentire la poesia brucia: “Avevo toccato una parete rovente”. La Spaziani sosteneva che nel poeta restasse visibile la sua lotta con l’angelo.
C’è nella poesia di Tiziana Cera Rosco un aspetto fortemente materico che si coniuga con la sua esperienza di artista: il corpo nudo degli autoritratti fotografici, o quello che si sporca dentro i calchi di gesso rispondono alla stessa esigenza di ricerca, d’espressione. Nella solitudine dei luoghi Lei cerca una forma di dislocazione e allontanamento: scava nei propri organi per diventare cava, vuota, ripulita da ogni forma di sentimento, persegue una forma di “immunità” dallo scorrere ordinato e piano, non intimamente creativo, delle giornate, perché solo così può riempirsi d’altro, risuonare.
Questa è la fase preliminare dei lavori, degli studi, quella in cui si immagazzinano stimoli, si osservano coccinelle sui piatti, nodi d’albero, venature; in cui ci si pone in ascolto, come dice Celan della citazione in esergo alla sezione “Così poco destino nei vostri sguardi” in cui questa poesia è compresa, perché “la poesia è un dono fatto agli attenti”. E’ “Qui” – avverbio caro a Tiziana Cera Rosco – che qualcosa di atteso ma non ancora rivelato si imprime, come tentativo, domanda per diventare voce più avanti, ed essere ricollocato, congiunto dentro un dialogo più ampio. O se non succede resta “una frase che non si è più rivelata”, un’interruzione del venire al mondo: “la sera del nostro reale disinganno / Chiedimi se quella poesia a cui stavo accedendo / si trova ora in lutto in tutto l’universo”. “Tiziana dove oscilli?”
“Quali parole userò più con i miei figli” che insieme all’amato T. compaiono come Y. e K., destinatari di un colloquio, di conversazioni che non possono mai essere scontate. C’è un disagio, infatti, nella scollatura, nelle parole che non aderiscono alla verità che stiamo cercando, diventa difficile stare con le cose in una posa che non corrisponde alla folgorazione che abbiamo davanti agli occhi in quel momento. “Chiedimelo. / Fammi dire NO.”
C’è poi un atto di resistenza nella chiusa. “Lo spettro che sono oggi tra i vivi e i morti”, questa Persefone che si divide tra la primavera di superficie e gli inferi, non si disgrega dopo il “sonno” e la “Malattia Massima” d’una sofferenza privata, conserva unità nel riconoscere il proprio sé, in apparenza, dentro lo specchio: “fammi vedere la forma umana del mio testo”.
La poesia è prima di tutto un accadimento, un’esperienza, durante la quale, la mente tocca uno stato d’alterazione, accede a un altrove, dopo aver attraversato l’entropia dell’universo. L’esperienza del poetico comporta lasciarsi perforare dalla luce come l’acqua (luoghi dell’infanzia), mentre l’essere profondamente “qui”, presenti, implica essere fuori di sé, dislocati, per diventare conduttori d’elettricità nuove e ricomporre nel linguaggio quella “trasmissione a diverse frequenze”.
Durata: 116 minuti Regia: Ferzan Ozpetek Cast: Riccardo Scamarcio, Carolina Crescentini, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Elena Sofia Ricci, Ennio Fantastichini, Daniele Pecci, Ilaria Occhini, Lunetta Savino, Dario Bandiera Produzione Fandango, Rai Cinema Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Ivan Cotroneo Fotografia: Maurizio Calvesi Montaggio: Patrizio Marone Musiche: Pasquale Catalano
Una famiglia ancorata a segreti, tradizioni e silenzi; un impero economico costruito con tenacia lungo tre generazioni; una vacanza che si protrae fuori programma in Italia meridionale, nella città d’origine di un giovane trasferitosi a Roma per celare la propria reale identità e realizzare il sogno di diventare scrittore. E tanta, tanta luce, Così Ozpetec declina in Mine vaganti, una delle sue prove più complesse e convincenti, i temi a lui consueti: la famiglia, la convivialità, l’orientamento di genere, la grettezza della mentalità comune, l’introspezione, la libertà.
Come in altre opere dello stesso regista, in cui vengono affrontate tematiche simili (ad esempio Le fate ignoranti), Mine vaganti non è soltanto un film sull’esaltazione della libertà, ma soprattutto una meditazione sul prezzo che ciascuna scelta costa all’individuo e all’amarezza che inevitabilmente prevale. Non c’è alcuna risoluzione e si finisce per ritornare, come in un fatale loop, sulla chiusura della propria esistenza. L’unico personaggio davvero esemplare di una libertà totale (la vecchia e incompresa matriarca, interpretata da una meravigliosa Ilaria Occhini) è paradossalmente quello che dall’inizio ha rinunciato a tutto, e che alla fine pagherà di più. Non ci sono vincitori né vinti e gli estremi vita/morte, felicità/dolore, rinuncia/scelta si toccano e si mescolano in questa narrazione stratificata, fatta di continui e non sempre immediati flash-back. Il punto di vista è interno, la macchina da presa costantemente calata nell’anima di ciascun personaggio, con le sue innumerevoli sfumature e i suoi non detti. Anche il ruolo dell’imprenditrice Alba rimane felicemente irrisolto. Da un lato esso lascia nello spettatore il dubbio di costituire una semplice molla strumentale per movimentare la vicenda, dall’altro rivela una delle caratteristiche più interessanti del film: nonostante la determinazione dei protagonisti di confessare tutto o quasi di sé, qualcosa rimane sempre inespresso e i ritratti, lungi dall’essere sbalzati a tutto tondo, sono sfumati e delicati, quasi fosse chiesto allo spettatore di completarli ogni volta con la propria partecipazione e interpretazione.
La splendida luce leccese non esclude dunque l’ombra, anzi la richiama. La scena finale, di chiara matrice felliniana, è forse l’unica soluzione liberatoria, pur a carissimo prezzo. L’apertura quasi trascendente alla speranza di una riconciliazione fra vite irreparabilmente diverse e anime che non sono riuscite a capirsi non sorprende affatto, essendo stata preparata da un’atmosfera profondamente spirituale, che percorre tutto il film. Ovunque silenzi, sguardi, albe e tramonti consonanti con gli stati d’animo sospesi dei personaggi, oppure luci meridiane impietosamente rivelatrici nella loro forza accecante, si connotano come proiezioni di un dramma esistenziale mai risolto, perché non può essere esaurito con una semplice confessione verbale. Il regista sembra volerci dire che le parole in ogni caso non consumano l’angoscia, né riescono compiutamente a elaborarla. Possono riuscirci soltanto il silenzio attivo dell’esempio, l’elaborazione solitaria, l’uscita di scena al momento giusto, nella speranza che le generazioni future raccolgano ciò che è stato seminato. Forse la vita non è propriamente un’opera d’arte, come sosteneva Oscar Wilde, ma può comunque riscattare la mancanza con la testimonianza sempre nuova e inesausta di una ricerca individuale di felicità, per quanto destinata allo scacco. Nella particolarità di questa ricerca, nella sua firma originale sta il lato estetico della vita e forse, per quanto possibile, la felicità stessa: assai più che nei gesti plateali, nelle confessioni aperte e nel desiderio (umanissimo ma destinato alla frustrazione) di essere compresi e accettati dagli altri ̶ persino dalle persone che ci hanno accompagnato sin dai nostri albori e che dovrebbero amarci di più.
La frase celebre del film è: «Gli amori impossibili non finiscono mai. Sono quelli che durano per sempre».
Mine vaganti è visibile gratuitamente cliccando sul link