Pasta madre inizia dichiarando un presupposto: «Cucchiaio nel sonno, il corpo / raccoglie la notte». In questo libro qualcuno fronteggia l’oscurità e la solitudine e le fa entrare in sé. Chi parla suggerisce anche che questo stato è solo umano. Solo gli umani devono scontare dolorosamente la notte.
Da subito i versi si dirigono a un destinatario, un “tu” che oscilla fra veglia e sonno: «Dovrai seppellirti / tornare calda radice» si afferma a un certo punto; nella poesia successiva invece «un colpo di fucile / e torni a respirare» ma subito dopo, di nuovo «tutto / si allontana». Il risultato è un’altalena fra coscienza e incoscienza, costellata di riflessioni in prima persona da parte della protagonista: «quello che sono è una finestra».
La seconda sezione del libro accoglie chi legge con più familiarità. In Pasta madre è sempre la protagonista ad accogliere il lettore, mai il contrario. Così si entra per la prima volta, davvero, nella sua stanza: «secchi sparsi nella stanza / quaderni vuoti». Sentiamo una certa gratitudine, come quando una persona timida ci sceglie per confidare qualcosa di cruciale. Ben presto questa confidenza scema: segue infatti una serie di testi brevi e taglienti e la sezione si chiude con la chiara formula «Scriverà sempre / perché non sa parlare / ha la lingua bucata come un soldo», dichiarando con amarezza la difficoltà di stabilire relazioni.
In Pasta madre la figura retorica dominante è la similitudine. Intersecando diversi campi semantici, una sola metafora fornisce l’ambiente entro cui si sviluppano le immagini poetiche. Come qui: «dopo la mietitura / si affacciano allo specchio / con i nodi e le doppie / strade sforbiciate, e molta luce / entrata a mulinare / nel petto / come fra i raggi di una bici». L’immagine del sole fende tutta la poesia, ed è possibile collegare l’iniziale «mietitura» ai «raggi» del finale. L’ambiguità di quest’ultimo termine, che si associa innanzitutto all’immagine della «bici», spinge a ripercorrere il testo a ritroso rintracciandovi altre immagini di una stessa scena. Così ripensiamo a «strade sforbiciate» associandolo all’andare della «bici» e al gesto iniziale della mietitura. Pur essendo dominanti, insomma, le similitudini non si sviluppano in orizzontale, verso per verso, ma in diagonale. Come accade, ad esempio, con i frammenti di Eraclito, la doppiezza semantica delle parole moltiplica le immagini proiettandole in tutte le direzioni, dando vita a una scena impalpabile ma precisa, geometrica.
A volte la protagonista di Pasta madre si trova costretta ad affrontare il mondo. Il quotidiano può essere una violenza: «È il carnefice che ti alza presto / ti spella via dal buio, ti leva / le coperte, ti scorta in corridoi / scavati dentro il ghiaccio / dove altri corrono levando / un segno di saluto, uno specchietto». La quinta sezione del libro inaugura poi la presenza di un “lui”, e l’amore si confronta con la sua insita condanna: «Per te avrò aghi sempreverdi / e sboccerò ogni inverno per bruciarmi».
L’astrazione immaginifica notturna non è mai solo metafisica. L’isolamento non produce pensieri ossessivi: si conserva sempre il contatto stretto con la materia, con le cose, che se sembrano lontane non tardano a farsi rivedere: «sbiadiscono i perimetri. Da qui / si continua a tentoni / a passi indietro / fin dove ha inizio la tua scomparsa // fino a che torni / perso nei lineamenti / come un’eredità / un paio di occhiali».
Nicola D’Altri
Testi da “Pasta madre”
*
un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso, e tutto
si allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti vola.
*
lasci la pelle sul lenzuolo
come una biscia al cambio di stagione
e un sacchetto di semi
per il deserto che sta arrivando
oltre le reti, le dighe
colme senza rimedio.
Dovrai seppellirti
tornare calda radice.
*
darò semplici baci di sutura
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.
Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.
Nota biografica.
Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007; premio opera prima “L’Aquila” e “Giuseppe Giusti”) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013; premio “Alpi Apuane”, “Carducci”, “Ceppo-giovani”). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Suoi testi sono compresi in diverse antologie tra cui Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009). Fa parte della redazione della rivista «Smerilliana». Collabora come critica con «Poesia» e con altre riviste e periodici letterari.
