“Incontri e agguati” è uno scontro imprecisato che si tramuta in ascolto. E’ la sottile dipendenza alla vita di un autore come Milo De Angelis. Uno dei più importanti poeti contemporanei italiani, un autore decisivo per la sua generazione. Autore di veri e propri libri unici come “Somiglianze” e “Tema dell’addio”. De Angelis vibra di un raggiunto equilibrio, dove il racconto si riproduce: “Vieni, amico mio, ti faccio vedere,/ ti racconto”. “Incontri e agguati” è sicuramente uno dei libri più “aperti” di De Angelis. I ricordi, le ossessioni del passato vengono isolate e centellinate. Gli incontri che si rivivono sono molteplici e gli agguati hanno la cadenza della morte. “L’antico fenomeno del mondo” mischia le carte e le memorie sono perlustrate nel dettaglio fino alla massima sintesi. L’elemento della morte, che è una costante in ogni libro di De Angelis, toccherà il suo vertice e sigillo in “Tema dell’addio” dove parlerà attraverso la poesia. In “Incontri e agguati” la morte assume la forza del messaggio, del manifestare in isolate regioni di parole il tentativo di decifrarne le movenze e le mosse. La centralità del mostrarsi resta decisivo in queste poesie, l’avvitarsi dell’autore stesso nel corpo del libro è necessario e la fine si deve percepire e vivere: “Ogni frutto ha un tremore/ e da quelle antiche terre mi raggiunge/ ora sono il precipizio di me stesso/ e a poco a poco la vita/ s’impiglia nella sua fine per sempre”. La “gioia” è uno degli elementi cardine di questa poesia, in questo De Angelis si colloca sempre al limite, non indietreggia di un passo: “… e legge su quei volti il labiale di una gioia/ conclusa e straripante”. Si potrebbero tagliare con lame affilate i dialoghi, questi “Incontri e agguati” che non si piegano all’ovvio. Il rito è sempre quello per Milo De Angelis, avere una fisicità estrema sulla pagina. Nelle descrizioni taglienti questi versi esplorano di nuovo le geometrie della mente e i suoi abissi, le venature screziate dei particolari, il fine di ogni sostanza: “E quelle pastiglie nascoste nella borsa?”/ “Illuminarono all’improvviso la notte.”/ “E tu cosa sentivi?”/ “ Sentivo di svanire a poco a poco tra i fili d’erba.”/ “ E lo dici sorridendo?”/ “ Sì, la mia vita è sorridente”. Negli incontri di questo libro ci sono anche alcune sicure poesie d’amore, dove l’autore con grazia non indifferente scaglia le sue importanti parole, che possono essere lettere o poesie: “… e noi siamo/ il frutto di un contrasto magistrale/ che prepara giorno dopo giorno la lettera d’amore”. L’ultima sezione del libro, un poemetto interamente dedicato alla confessione dell’assassinio di una “giovane sposa” dove le mura isolate e infinite del carcere prendono voce e tratti di stampa. L’estrema sorveglianza della parola traduce la privazione della cosa amata e della libertà attraverso la vita in prigione: “… parlavi di lei oscura furia delle melograne/ luce selvaggia al cadere di una veste/ assoluto mescolato all’ora d’aria”. L’amore può tramutarsi in omicidio e male, può segnare indelebilmente ogni vita, i contrari si modulano, ogni frase prende il suo aspetto più invadente, perfino lei, la ragazza uccisa torna in immagini indelebili: “Lei donna di sedici anni diadema del sangue/ codice lunare nelle guglie della sera/ fervore di ceneri via lattea”. La colpa si tace nell’espiazione, unico l’oblio ricercato nel ricordo, nell’assurda confessione che si fa sguardo durissimo e toccante, nell’atto omicida stesso che si ripropone: “…poi l’estate/ precipitò nella notte/ e mi nascosi lì, colpevole e tramante…/ …per un intero minuto/ l’ho colpita”. Non c’è nessun tipo di giudizio in De Angelis, che travolge la narrazione, l’omicida parla attraverso la sua voce di poeta e non potrebbe fare altro. L’abisso è in noi, questo è chiaro, siamo la parte più estrema del pensiero fatto carne, siamo l’assurda parola che sceglie un destino; questo tocca principalmente l’intimità di un libro come “Incontri e agguati”, un libro di silenzi e omissioni, dove viene detto il giusto. De Angelis è solo, ancora descrive le sue immagini, ancora esplora la sua impossibile continuità verso un traguardo, il compimento di qualcosa che ci porta in ogni fine: “… tracciano per terra/ un annuncio oscuro di linee/ e parole, barlumi di volti e di città: un disegno/ di salvezza, forse, o un’esecuzione”.
Luca Minola
da Guerra di trincea
*
Poi, di colpo, un lunedì di febbraio
tutto è tornato come prima…è uscita
dal suo feudo,
ha fatto incursioni, all’alba,
nella casella della posta, ha ripreso
la sua cerimonia incessante, ha diffuso
un canto di puro gelo
ha cercato proprio noi.
*
“Sarai una sillaba senza luce,
non giungerai all’incanto, resterai
impigliato nelle stanze della tua logica”
“Sarai la crepa stessa
delle tue frasi, una recidiva,
una voce deportata, l’unica voce
che non si rigenera morendo”.
da Incontri e agguati
*
“Mi sono allontanato,vedi, dal campo
delle nostre partite iridescenti
e mi troverai qui, sotto le parole:
il quaderno è stato il mio unico compagno
e ora sulla mano, vedi, c’è la linea della morte.
Solo tu puoi salvarmi, solo tu
con un tiro all’incrocio prodigioso”.
*
Rinasce in un prato di piazza Aspromonte
la vecchia contesa tra questo rettangolo
e i cavalli della mente, tra questo semplice
rettangolo terrestre e tutti gli spettri
che si affollano lì, dove il numero otto
tirò preciso a fil di palo ed entrò
in una galleria di anni e domeniche piovose
e ora regna su di noi lo sguardo di un demiurgo
che si raccoglie nel centro della mano
e legge su quei volti il labiale di una gioia
conclusa e straripante.
da Alta sorveglianza
*
I
In carcere bisogna parlare
lo sanno anche i taciturni come te
il veleno si fa strada in ogni silenzio
la notte ti interroga ti interroga
e tu alla fine hai risposto
parlavi di lei corpo sposa tenaglia
lei come una garza folgorata
nessuno nel vederla resta vivo
parlavi di lei oscura furia delle melograne
luce selvaggia al cadere di una veste
assoluto mescolato all’ora d’aria.
*
VIII
Sei un’ansia che non ha luce, dicevano,
sei nell’ateismo
di ogni battito cardiaco, reclusione, reclusione.
Nota biografica.
E’ nato nel 1951 a Milano, dove insegna in un carcere di massima sicurezza.
Ha pubblicato Somiglianze (Guanda, 1976, 1990), Millimetri (Einaudi, 1983 e poi Il saggiatore, 2013 ), Terra del viso (Mondadori, 1985), Distante un padre (Mondadori, 1989), Biografia sommaria (Mondadori, 1999), Tema dell’addio (Mondadori, 2005), Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori), Incontri e agguati (Mondadori, 2015). Ha scritto il racconto La corsa dei mantelli (Guanda, 1979 e poi Marcos Y Marcos, 2011) e un volume di saggi Poesia e destino, Cappelli, 1982). Nel 2008 è uscito Colloqui sulla poesia, dove appaiono le sue principali interviste. Sono anche usciti Dove eravamo già stati (Donzelli, 2001) e Poesie (Oscar Mondadori, 2008) che raccolgono il suo lavoro poetico.

