Poesie inedite di Roberto Cescon.

13161087_10209192405145580_1420429495_oIn questi inediti si apre una voragine conosciuta, l’ansia del vivere contemporaneo crea precipizi, crea “il nemico” stesso. Cescon scrive di lasciti e fallimenti, dell’affronto verso se stessi. Ogni cosa sarebbe più facile, più giusta senza noi stessi, che ci sabotiamo attraverso continui fallimenti e dolori passati. Cescon non cerca a tutti i costi le cure ma la riconciliazione e la sapienza del metodo, le sue parole ne sono traccia: “Ma tu sei il tuo nemico/ senza stucco per le crepe:/ per inseguire i bagliori devi/ riconciliarti con il fallimento”. Le poesie di Cescon non sono fatte per rimpiangere nulla, tutto ciò che noi facciamo morire è nel nostro volere e nell’impossibilità di farci del male, di essere noi stessi fino in fondo al vuoto che siamo e che occupiamo nel mondo.

                                                                                                                              Luca Minola

*

Al diavolo urlare nel cuscino
le gabbie dorate dei se vuoi
il silenzio armato e il mezzo pieno
mentre rotoli dalla scala impossibile.

Vorresti un vomere su questi giorni
per curare il guasto nell’ignoto
scardinare ciò che ami
dal precipizio di te stesso.

Ma tu sei il tuo nemico
senza stucco per le crepe:
per inseguire i bagliori devi
riconciliarti con il fallimento.

 

*

Portami via da queste ossa
che sopporto leccando gli avanzi
qui ci tenta il dolore che pestiamo
testardi dentro le stagioni
perché facciamo morire le cose
per rimpiangere di averle fatte morire.

 

*

Quando te ne andrai lasciami
almeno un ginocchio, un orecchio,
perché non saprò più dove cade
l’accento, oppure con una tenaglia
strapperò il tuo odore
per non sentirmi un vaso vuoto.

 

Nota biografica.

Roberto Cescon è nato nel 1978 a Pordenone, dove vive e insegna al Liceo “Leopardi-Majorana”. Ha pubblicato le raccolte La gravità della soglia (Pordenone, Samuele Editore, 2010) e La direzione delle cose (Borgomanero, Ladolfi, 2013). Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge. È tra i giurati del Premio Castello di Villalta Poesia e del Premio Rimini.

“Abitiamo attraverso la pelle” di Ryszard Krynicki.

Krynicki, Abitiamo 180Ryszard Krynicki è uno dei massimi poeti polacchi contemporanei, insieme ad Adam Zagajewski. La sua opera si è creata in anni e anni di “Resistenza poetica”. Krynicki, è importante ricordarlo, è nato in un lager austriaco nel 1943. Ha vissuto gli anni della giovinezza e dell’età adulta durante il regime comunista in Polonia. Krynincki è un poeta di dissolvenze. Le parole delle sue poesie sono ferme, sono pietre. L’elaborazione del testo è sempre in togliere, e nell’accettazione di una mancanza. “Abitiamo attraverso la pelle” sottolinea l’abilità dell’esperienza umana, i suoi percorsi continui fra memoria e fisicità. Krynicki opera con particolare energia sul piano emotivo: ” Abitiamo attraverso la pelle,/ troppo vicini per avvicinarci di più: questa separazione,/ attraverso gli uomini che ti ricordo, dura,/ attraverso gli uomini che prima ti hanno percorso, stazione,/ in lingua straniera, di un testo, attraverso le donne/ che non ho sedotto tanto da dimenticarmi di loro; solo/ questo terrore primordiale, è da quello che ci riconosciamo come dalla lingua madre/ in una stazione sconosciuta; i più vicini e dunque/ i più lontani, amati pieni di odio…” L’abitare di questo autore si nutre di viaggi ed esperienze. L’esistenza in queste poesie conduce sempre all’inafferrabile, al punto magnetico, per riprendere il titolo di un’opera dell’autore, del vivere umano senza sicurezze o bussole.

                                                                                                                              Luca Minola

Solo le nevi

Solo le nevi,
solo l’acqua e il fuoco,
solo la terra pesante e l’aria leggera,
solo gli elementi che portano morte,
solo le cose morte

sono indipendenti
dalle proprie opere e azioni

 

 

*

Quest’anno
non ho generato frutti

solo foglie
che non hanno ombra

ho paura, Rabbi,

ho paura, Signore,

che mi maledirà affamato

affaticato
sulla strada infinita
verso Gerusalemme

(1986)

 

 

*

(Da Maister Eckhart
o dal libro dello Zohar
?)

nulla, Dio

 

 

 

Nota biografica

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Foto di Natalia Krynicka.

Ryszard Krynicki è nato il 24 giugno del 1943 nel lager austriaco di Wimberg a Sankt Valentin. Gli esordi di Krynicki sono legati al movimento Nowa Fala (Nuova Ondata) che comprendeva anche poeti come Zagajewski, Karasek, Baranczak, Kornhauser vicini nell’opporsi al grigiore del regime comunista in Polonia. Ha ottenuto diversi premi letterari, è traduttore di Brecht, Nelly Sachs, Paul Celan. Ha pubblicato varie raccolte. Nel 1988 ha fondato la casa editrice a5, che pubblica poesia contemporanea, tra cui Herbert e Szymborska. In Italia sono pubblicati e tradotti i libri “Punto magnetico”, Forum Edizioni, a cura di Francesca Fornari, 2011 e “Abitiamo attraverso la pelle”, Interlinea, 2012, sempre a cura di Francesca Fornari.

 

“Storie” di Damiano Sinfonico.

STORIELe “Storie” di Damiano Sinfonico ci riguardano, riflettono il quotidiano di ognuno. Opera prima pubblicata da “L’arcolaio”, dell’editore Gianfranco Fabbri e introdotta dalla partecipe prefazione di Massimo Gezzi. Nell’introdurre il libro Gezzi, parla del “verso-frase” che compone le poesie di Sinfonico. Versi interi che costituiscono le fondamenta di un racconto continuo, che si dischiude in particelle di precisione, dove la memoria si rispecchia nelle inadeguatezze umane: “MI hai telefonato mentre pensavo a Costanza D’Altavilla./ Mi hai investito di parole che qualcuno era morto./ Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente./ Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore./ Mi hai colto tra miniature medioevali./ Invischiato in faccende che non mi riguardavano”. Sfruttando una vena discorsiva fitta di candore,  Damiano Sinfonico marchia una quotidianità misurata e accessibile. Nulla in queste poesie sembra prendere il sopravvento, dalla vita può solo arrivare altra vita.  Nemmeno gli  episodi più gravi e toccanti o le singole sintesi di istanti sono vissuti come ricerca assoluta o ascesi. In queste poesie si respira la verità di un vivere sincero e comune. L’amore è toccato in attimi di semplice gioia e dolore, fra ritorni, abbandoni o il vivere ragionato di una colazione parigina. Questi versi costruiscono una realtà feconda di riferimenti e motivi. Il linguaggio sempre efficace e genuino distingue l’opera da assurde ricerche letterarie prive di fondamento. La scioltezza di Damiano Sinfonico impone l’amore come tema costante e unitario all’interno del libro, un sentimento che è anche un abbraccio di freddo e paura: “quanti abbracci freddi sulle tele/ ci dev’essere freddo dentro la cornice/ o la neve appena fuori/ lo sguardo si gela, le mani si fanno pure aguzze/ se ti abbraccio, non aver paura/ c’è freddo anche dentro l’amore”. Le inquadrature che Sinfonico impone si dissolvono nel tormento non dichiarato, taciuto nelle righe di un frammento mentre quello che ci assedia/circonda rimane in circolo, ascoltato e ripagato. I nostri gesti pubblici o privati rimangono, precisi e fermi come fissati, per essere raccontati e descritti: “Non distinguevi l’acciuga dal caffè./ Rispondevi ai telefoni pubblici quando squillavano./ Affrontavi la notte con una sciarpa e un ombrello rosso./ Toglievi la suoneria quando volevi piangere./ Nell’aria come vento ti sei dissolto”. La solitudine di Sinfonico è la solitudine di uno scrivere in versi costante e vero, che spazia e trascina la vita alle latitudini più accattivanti.

                                                                                                                              Luca Minola

da (prime)

*

Fuggivano da Aquileia.
La laguna era a portata di mano.
Avrebbe scoraggiato qualunque invasore.
Fuggivano da Aquileia.
Fondavano le prime case riflesse nell’azzurro.
Avrebbero aggiunto merli e piazze.
Quei coloni incolti.
Quale bellezza stavano scoccando.

 

 

da (aperte)

*

quanti abbracci freddi sulle tele
ci dev’essere freddo dentro la cornice
o la neve appena fuori
lo sguardo si gela, le mani si fanno punte aguzze
se ti abbraccio, non aver paura
c’è freddo anche dentro l’amore

 

 

da (innocenti)

*

Ci tocca questa trafila di vetrine, di manichini spogliati.
Hanno strisce di plastica al posto degli occhi.
Allungano la mano, con borse e foulard sgargianti.
Il loro busto non conosce grasso e vecchiaia.
Dal magazzino scendono e salgono come fiocchi di neve.
Sorridono, scintillano, oscillano, bevendo la luce del mattino.

 

 

da (ultime)

                                                                                      a Francesco

*

Il trasloco sta finendo.
I quadri, le bottiglie, i portasciugamani.
Tutto ha trovato una collocazione.
Resta poco da fare.
Aspettare insieme il domani.
La luce filtrata dagli alberi.
Questa casa si apre agli anni futuri.
Arriveranno uno a uno.
Li conteremo insieme, luminosi e meno.
In te c’è un altro secolo di vita.

 

 

Nota biografica.

Damiano Sinfonico - fotoDamiano Sinfonico (Genova, 1987) è dottore di ricerca in letteratura italiana e attualmente insegna italiano presso l’Università di Granada. È redattore di “Nuova Corrente”, collabora con “Poesia” e con il blog “La Balena Bianca”. Storie (prefazione di Massimo Gezzi, L’arcolaio, Forlì 2015) è il suo primo libro di poesie.

“Libro del freddo” di Antonio Gamoneda.

il-libro-del-freddoParlare di Antonio Gamoneda è parlare della poesia stessa. E’, non solo il più grande poeta spagnolo vivente ma anche uno dei più importati sul piano internazionale. Gamoneda è figlio della maggiore tradizione poetica di lingua spagnola, che va da Luis de Gongora a Federico Garcia Lorca e da Antonio Machado a Juan Ramon Jimenez. Autore, che nella metà degli anni settanta, ha pubblicato, dopo la morte di Francisco Franco, il libro capolavoro “Descripcion de la mentira/Descrizione della menzogna” che riporterà alla ribalta il suo lavoro. Tradotto in Italia, dall’editore romano Empiria a cura di Sara Zanghì, da Città Nuova a cura di Valerio Nardoni, proprio con “Il libro del freddo”, pubblicato per la collana Versus diretta da Daniele Piccini e infine tradotto per il “Quadernario” di Lietocolle e per il “Bisestile” EDB da Alberto Pellegatta. “Libro del freddo” è un libro uscito ormai da sei anni ma come sempre la buona poesia dura e rimane attuale. Con la curatela di Valerio Nardoni che introduce il libro in maniera egregia e dettagliata, si resta colpiti dalla perfetta inflessione fredda e puntuale della prima poesia dell’autore: “Sento freddo vicino alle sorgenti. Sono salito fino a spossare il mio cuore./ C’è erba nera sui declivi, e violacei gigli in mezzo alle ombre, ma che ci faccio io davanti all’abisso?/ Sotto le aquile silenziose, l’immensità è priva di significato”. Gamoneda non nasconde gli abissi dell’umano che le sue parole vogliono tradurre. Il freddo presentato fin dal titolo non è altro che la morte, l’avviarsi di questo estremo passaggio viene dotato di un enorme e ragguardevole amore per la materia. La carnalità, la finitudine del corpo umano sono vissuti e intesi come unica e sola eternità. La metafisica del corpo si spegne nella sua essenza materiale e mortale. La luce è un canale che Gamoneda usa per le immagini, per esplorarne i materiali vivi, per ossidare i contenuti fino a renderli altro: “Davanti alle vigne bruciate dall’inverno, penso alla paura e alla luce (una sola sostanza dentro i miei occhi),/penso alla pioggia e alle distanze attraversate dall’ira”. La scrittura di Gamoneda si mescola veloce e attiva alle pazienti e misteriose avversità del corpo, fino agli odori di un sacrificio assurdo. Le avversità celebrano il fisico in una forma fatale e misera, lasciando lo sguardo come unica e sola prospettiva, l’oltraggio non è la vita ma la disgrazia della morte, la rinuncia e suoi limiti: “Distendo il mio corpo sulle assi screpolate dalle lacrime, odoro l’ombra e l’olio di lino./ Ah la morfina dentro il mio cuore: dormo con gli occhi spalancati davanti a in territorio bianco abbandonato dalle parole”. Questo abbandono viene sopportato con mirabile maestria e pazienza, quasi come una gioia per questa nostra mortalità ormai indescrivibile. La poesia di Antonio Gamoneda vive i territori come metafore della mente. Il colore bianco sprigiona la sua spossatezza in un equilibrio che acceca. Le parole sono utilizzate con estrema radicalità, il poeta esprime l’inesprimibile e i passi rallentati di ogni materia. L’organico si esprime con la vita e con la morte. La malattia è sempre in attesa di guastare ogni stabilità: “Era veloce sopra l’erba bianca./ Un giorno sentì ali e si trattenne per ascoltare in altra età. Certamente, pulsavano petali neri, però invano: vide i duri tordi allontanarsi verso i rami acuminati dall’inverno/ e tornò ad esser veloce senza meta”. Gelo e freddo per ogni età se la morte è un progetto insuperabile. In questa gelida verità si sprigiona tutta la bellezza possibile della grande poesia di questo autore, unico e inimitabile nel suo genere. “Libro del freddo” è decifrare la vertigine di memoria e realtà. L’insuperabile speranza è la sottrazione, l’abbandono completo alla sparizione di sé e degli altri: “Ho amato le sparizioni e ora l’ultimo volto è uscito da me./ Ho attraversato le cortine bianche: ormai c’è solo luce nei miei occhi”.

                                                                                                                              Luca Minola

 

da “ancora”

*

Parlano le sorgenti nella notte, parlano nei magneti del
silenzio.

Sento la soavità delle parole dimenticate.

 

da “sabato”

*

Sono nudo davanti all’acqua immobile. Ho lasciato i
miei panni nel silenzio degli ultimi anni.

Era questo il destino:

arrivare sull’orlo e aver paura della quiete dell’acqua.

 

“da freddo di limiti”

*

Odori le umide lenzuola, i tuoi acidi. questo resta di te,
uno spessore vivente.

Vedi lo specchio senza mercurio. E’ solo vetro sommerso
nell’ombra e lì dentro c’è il tuo volto. Così

tu stai dentro te stesso.

 

*

Tendono panni sterili, versano liquidi nell’avorio malato.

Un animale di luce si sparge sotto la tua pelle. Sotto le
cannule

ferve, azzurro, l’acciaio.

 

Nota biografica.

gamoneda3finalAntonio Gamoneda è nato a Oviedo nel 1931, è il più importante poeta spagnolo vivente.
Ha pubblicato quasi una ventina di libri. “Esta luz” raccoglie quasi tutti i suoi libri di poesia. E’ tradotto in sedici lingue. Ha meritato numerosi premi importanti, fra cui il Premio Cervantes nel 2006, il più importante premio al mondo di lingua spagnola. In Italia le sue poesie sono pubblicate in “Solo luce”, Empiria, 2009 e in “Libro del freddo”, Città Nuova, 2010. E’ in preparazione per l’editore EDB nella collana “Poesia di ricerca” a cura di Alberto Pellegatta, un libro con testi tratti dai suoi maggiori lavori e testi mai tradotti in italiano.

 

 

Nota su “Pasta madre” di Franca Mancinelli.

pasta madre mancinelliPasta madre inizia dichiarando un presupposto: «Cucchiaio nel sonno, il corpo / raccoglie la notte». In questo libro qualcuno fronteggia l’oscurità e la solitudine e le fa entrare in sé. Chi parla suggerisce anche che questo stato è solo umano. Solo gli umani devono scontare dolorosamente la notte.
Da subito i versi si dirigono a un destinatario, un “tu” che oscilla fra veglia e sonno: «Dovrai seppellirti / tornare calda radice» si afferma a un certo punto; nella poesia successiva invece «un colpo di fucile / e torni a respirare» ma subito dopo, di nuovo «tutto / si allontana». Il risultato è un’altalena fra coscienza e incoscienza, costellata di riflessioni in prima persona da parte della protagonista: «quello che sono è una finestra».
La seconda sezione del libro accoglie chi legge con più familiarità. In Pasta madre è sempre la protagonista ad accogliere il lettore, mai il contrario. Così si entra per la prima volta, davvero, nella sua stanza: «secchi sparsi nella stanza / quaderni vuoti». Sentiamo una certa gratitudine, come quando una persona timida ci sceglie per confidare qualcosa di cruciale. Ben presto questa confidenza scema: segue infatti una serie di testi brevi e taglienti e la sezione si chiude con la chiara formula «Scriverà sempre / perché non sa parlare / ha la lingua bucata come un soldo», dichiarando con amarezza la difficoltà di stabilire relazioni.

In Pasta madre la figura retorica dominante è la similitudine. Intersecando diversi campi semantici, una sola metafora fornisce l’ambiente entro cui si sviluppano le immagini poetiche. Come qui: «dopo la mietitura / si affacciano allo specchio / con i nodi e le doppie / strade sforbiciate, e molta luce / entrata a mulinare / nel petto / come fra i raggi di una bici». L’immagine del sole fende tutta la poesia, ed è possibile collegare l’iniziale «mietitura» ai «raggi» del finale. L’ambiguità di quest’ultimo termine, che si associa innanzitutto all’immagine della «bici», spinge a ripercorrere il testo a ritroso rintracciandovi altre immagini di una stessa scena. Così ripensiamo a «strade sforbiciate» associandolo all’andare della «bici» e al gesto iniziale della mietitura. Pur essendo dominanti, insomma, le similitudini non si sviluppano in orizzontale, verso per verso, ma in diagonale. Come accade, ad esempio, con i frammenti di Eraclito, la doppiezza semantica delle parole moltiplica le immagini proiettandole in tutte le direzioni, dando vita a una scena impalpabile ma precisa, geometrica.

A volte la protagonista di Pasta madre si trova costretta ad affrontare il mondo. Il quotidiano può essere una violenza: «È il carnefice che ti alza presto / ti spella via dal buio, ti leva / le coperte, ti scorta in corridoi / scavati dentro il ghiaccio / dove altri corrono levando / un segno di saluto, uno specchietto». La quinta sezione del libro inaugura poi la presenza di un “lui”, e l’amore si confronta con la sua insita condanna: «Per te avrò aghi sempreverdi / e sboccerò ogni inverno per bruciarmi».

L’astrazione immaginifica notturna non è mai solo metafisica. L’isolamento non produce pensieri ossessivi: si conserva sempre il contatto stretto con la materia, con le cose, che se sembrano lontane non tardano a farsi rivedere: «sbiadiscono i perimetri. Da qui / si continua a tentoni / a passi indietro / fin dove ha inizio la tua scomparsa // fino a che torni / perso nei lineamenti / come un’eredità / un paio di occhiali».

 

Nicola D’Altri

 

 

Testi da “Pasta madre”

 

*
un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso, e tutto
si allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti vola.

 

*
lasci la pelle sul lenzuolo
come una biscia al cambio di stagione
e un sacchetto di semi
per il deserto che sta arrivando
oltre le reti, le dighe
colme senza rimedio.
Dovrai seppellirti
tornare calda radice.

 

*

darò semplici baci di sutura                                         
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.
Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

 

 

Nota biografica.

12695326_10208565914251480_1846212977_oFranca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007; premio opera prima “L’Aquila” e “Giuseppe Giusti”) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013; premio “Alpi Apuane”, “Carducci”, “Ceppo-giovani”). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Suoi testi sono compresi in diverse antologie tra cui Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009). Fa parte della redazione della rivista «Smerilliana». Collabora come critica con «Poesia» e con altre riviste e periodici letterari.

“Apologia del sublime” di Giulio Marchetti.

copertinajpegGiulio Marchetti propone un’idea di poesia semplice ed efficace. “Apologia del sublime”, pubblicato nel 2014 per le edizioni “puntoacapo”, è un’opera che riassume le poesie di Marchetti dal 2008 al 2014. Marchetti sottopone le proprie parole ad un’analisi giusta e rituale, dove i messaggi mai nascosti o in ombra risolvono con immediatezza le richieste del lettore. Creare è per Marchetti riportare la vita alle sue inquietudini sottili, alle sue urgenze: “Vorrei avere il desiderio del vento/ e morire da fermo. Vorrei prenderti e toccarti/ come l’ultima goccia/ di questa oceanica distanza”. Con fermezza genuina e parità d’intenti queste poesie trattano la dissoluzione della vita stessa. La poesia di Marchetti pretende ascolto, una lettura accurata e una verifica dei contenuti.

                                                                                                                              Luca Minola

Da “Il sogno della vita”.

La penna

Cedevole avvolge la carta
come un pensiero,
incerta laddove nel merito
incide lo spazio,
dolore convesso nell’angolo
è forse un addio.

Libero

Fu quando spinsi il passo oltre la fuga
e gli istanti più nuovi già dietro la schiena
che sognai la compostezza del volo
e poi la splendida agonia di liberarmi
senza più sapere da cosa.

Domani

A lume di naso
avrò fumo negli occhi
e pochissima luce a portata di mano
per sperare di riempirmi la bocca
con parole illuminate.
Ma tu, in ogni caso,
farai orecchie da mercante.

Da “Energia del vuoto“.

Fantasmi

Muoio anch’io sotto il peso
dell’aria.
Mi sfiora chiunque.
Non si vede l’azzurro oltre,
la luce oltre.
Tutto c’è e nulla accade.

Energia del vuoto

Essere come l’attimo prima
del silenzio, la furia immobile
degli sguardi, aria concreta.
Energia del vuoto.
Io sono l’addio sulle tue labbra
e so che non tremi.

Da “La notte oscura”.

Cieli immensi

Ho smesso di credere ai colori
ma le azzurre profondità dei tuoi occhi
sono l’unica ragione per cui credo
che esistano due cieli.

Nota biografica.

12607208_1001966953183386_301928930_nGiulio Marchetti è nato a Roma nel 1982. Ha esordito in volume con Il sogno della vita (Novi Ligure, 2008), finalista al “Premio Carver” e segnalato con menzione speciale della giuria al Premio “Laurentum”. Nel 2010 ha pubblicato, con prefazione di Paolo Ruffilli, Energia del vuoto (puntoacapo), seguita nel 2012 da La notte oscura (ibidem). Con Cieli immensi, tratta da quella raccolta, ha vinto il Premio “Laurentum”2011, sezione sms. La notte oscura ha ottenuto il III posto al Premio Nazionale di Arti Letterarie “Città di Torino” e al Premio Internazionale “Tulliola” ed è stato finalista al Premio “Città di Sassari”. Nel 2014 ha riunito le precedenti pubblicazioni e la sezione inedita Disastri nella raccolta Apologia del sublime (puntoacapo), segnalata al Premio “Città di Sassari”. Nel 2015 ha pubblicato Ghiaccio nero (Ladolfi).

“Poesie inedite” di Andrea Cati.

12647621_559307657557136_740364090_nAndrea Cati è il protagonista di queste poesie inedite, intense e vere. Maturate in una solitudine potente ed essenziale. Concentrate in una lingua che è conforto e vivace termine del vivere. L’amore che si tormenta e cresce verso una propria fine, legittima e unica: “Vorrei raccontarti cosa ne è stato di me da quando ho capito che tutto volgeva verso la nostra fine./ Invece, ti ascolto, bevo in silenzio e taglio questa carne con la stessa forza con cui non ti ho trattenuta a me./ In qualche ristorante di Bologna, Pescara, Milano, siamo ancora seduti agli stessi tavoli a ridere e a litigare./ A toccarci sotto le tovaglie, tra gli abissi del nostro amore”. La prigione maggiore si può vivere fra lo sconforto e la devastante quotidianità del dolore, fra attese e attimi di gioia. Il pensiero di essere irripetibili e di sapere per forza e per certezza che l’amore vissuto non avrà altre espressioni, sarà stato solo quello, la nostra interminabile ricerca di noi e degli altri. Una continua scoperta che può rinnovarsi nell’accettazione, nell’esperienza più vera che ci concentra, che ci forma come persone. Non c’è altro amore che amare gli altri più di se stessi, Andrea Cati scrive di questo, di questo suo amore che si alza alla rovina: “La calda buccia della sera/ si stacca silenziosa su via Broseta./ Davanti ai miei occhi passa la storia/ delle nostre vite. Sono sicuro di esserne/ stato il protagonista. Di averti perso/ del tutto”.

                                                                                                                              Luca Minola

 

 

*

Ti abbraccio forte. Poi il silenzio, la grande febbre di saperti
con la tua calda voce per sempre presente.
C’è stata pioggia a Bologna quel pomeriggio
l’ombrello distrutto, il mio corpo sudicio
la tua chiosa finale: due sillabe infilzate addosso.
Nulla di preciso ci ha diviso. Nulla di incompiuto
è ora qui a sezionare le nostre solitudini
la tua ossessione, le mie paure.
Ti abbraccio forte.

 

 

*

Non è più data l’attesa di rivederti, il venerdì notte in stazione
nel buio letale delle strade, il taxi di Flora, le gambe di Alina
la tua bocca appena affacciata alla porta, la nostra ultima
sigaretta spenta tra le dita di un bacio, tra le colline
silenziose dove abitava la nostra umile gloria.

Non è più qui il nostro tempo, la nostra spiaggia
le nostre corse lungomare, le nostre cene
i nostri sogni, le tue illusioni
la mia malinconia.

 

*

Decollano aerei sopra il chiasso delle nostre ultime parole.
Non c’è altro da dire ti dico mentre ordiniamo vino rosso e brasato.
La tua mano cerca la mia, poi si ritira, affonda tra le lacrime che baciano il tuo volto.
Siamo qui seduti, impressi in una foto che ci ritrae goffi, incapaci di dirci addio.
Vorrei raccontarti cosa ne è stato di me da quando ho capito che tutto volgeva verso la nostra fine.
Invece, ti ascolto, bevo in silenzio e taglio questa carne con la stessa forza con cui non ti ho trattenuta a me.
In qualche ristorante di Bologna, Pescara, Milano, siamo ancora seduti agli stessi tavoli a ridere e a litigare.
A toccarci sotto le tovaglie, tra gli abissi del nostro amore.

 

*

Era il giorno perfetto, la gloria dei nostri nomi
seduti intorno al paesaggio blu cobalto
tutti i dettati rimossi dal magma inesorabile del disamore
la frana delle istanze, la nostra più grande sconfitta
che ora giace liquefatta sulle strade di Milano.

Eravamo perfetti, amanti oltre la furia del tempo
amici inviolabili, fratelli dal grido unanime
creazione di un gesto assoluto e letale.

 

*

Sono seduto su una sedia. Inietto nelle mie vene
la tua assenza. La calda buccia della sera
si stacca silenziosa su via Broseta.
Davanti ai miei occhi passa la storia
delle nostre vite. Sono sicuro di esserne
stato il protagonista. Di averti perso
del tutto. Ti voglio bene ti dico
mentre guardo la mia mano
e conto le linee, le curve
che ci dividono.

 

*

Imparo a lasciarti andare con passo di cervo
oltre le gole, tra abeti e labirinti di muschio
più in alto, dove la neve custodisce
la nostra radice. Vorrei saperti felice
nell’aria che culla la tua grande ombra:
una carezza protegga il tuo sguardo mite.

 

Nota biografica.

Andrea Cati è nato nel 1984 a Cisternino (BR). Laureato in filosofia, ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna. Sue poesie e profili critici sono stati ospitati all’interno di quotidiani nazionali, riviste e sul web. Ha ottenuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari, tra i quali il “Laudomia Bonanni”, “Mario Luzi”, “Premio Penne”. Nel 2009 ha pubblicato la raccolta Eppure io mi innamoro (Akkuaria) e nel 2011 Quattro movimenti (Tracce).
Ha creato ed è curatore del blog Interno poesia (www.internopoesia.com), con il quale collaborano Maria Grazia Calandrone, Claudio Damiani, Mario De Santis, Valerio Grutt, Franca Mancinelli, Giovanna Rosadini e Francesca Serragnoli.

“erbaluce” di Francesca Moccia.

Foto2553Autrice feconda e abissale, Francesca Moccia crea con un verso compatto e ansiogeno, un libro rivelatore e trascinante. “erbaluce” è stato pubblicato dalle Edizioni L’Arca Felice con i particolari e sempre curatissimi disegni di Massimo Dagnino. Quest’opera, come scrive nell’introduzione Maurizio Cucchi parte da parole –tracce e segni-chiave: “Eppure, seguendo magari la traccia di certe parole chiave, sondandole ben oltre il loro letterale, generico apparire, ci accorgiamo che una sostanza di fondo, sia pure quanto mai tesa e articolata (magari come la “ragnatela” del testo d’apertura), sorregge l’intero, misterioso percorso di ogni singolo testo, e non solo”. L’intraducibile realtà è per la Moccia già traduzione di sé, sintesi dell’incessante desiderio che la spinge alla scrittura. La sensazione è di confrontarsi con una continua stimolazione di significati ardui e avvolgenti: “ Cuore isolato dal senso/ quel che batte ora a martello/ desiderio incessante/ giro le mani nelle tue/ è il mare davanti eterno cielo d’acqua/ fiotto che cadi nell’acqua e sussurra”. La lesione dei testi si verifica attraverso un uso delle immagini al limite del disordine. Il sospetto è che Francesca Moccia stessa pronunci il suo continuo turbamento, il suo amore cercato e invocato ai limiti del freddo: “ Disteso immobile sulla sabbia/ erano le dieci fingevo pressappoco/ guardavo te il volo/ lento il mare/ iniziammo a parlare/ fistola di luce inizia a fare il freddo”. I toni profetici della poesia di Francesca Moccia accolgono il “divino”. Un divino ai confini dell’eresia. “erbaluce” è un’avvolgente storia d’amore, anzi una “leggenda”, un riappropriarsi del proprio corpo e della propria finitudine.

                                                                                                                              Luca Minola

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Torso, matita e china su carta, 2015. Di Massimo Dagnino.

 

 

*

Disteso immobile sulla sabbia
erano le dieci fingevo pressappoco
guardavo te il volo
lento del mare
iniziammo a parlare
fistola di luce inizia a fare freddo.

 

*

Ho riaperto lo sguardo
bianco era il tuo corpo
lunghe onde erano venute
a lambire cuore e sangue
dedalo disperato  tra alghe
e onde le ciglia dischiude
o sovrano quanto era
durata l’assenza del sonno stasera
vieni e guarda quanto conosco tieni
stretto la rete  e l’onda
ancora trapassa la carne
rantola nella gola del
gabbiano.

 

 

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Torace, matita su carta, 2014. Di Massimo Dagnino.

 

*

Dolore contro onda supero
la sabbia e in fondo tra le fibre
del tuo volto filamento rotto
il mattino fende il mare, altalene
cadono contro la riva.

 

*

Termina la corsa il treno
tra le ortensie la stazione
dei tre binari su questa
di marmo grigia luce debole
crepuscolo e un gatto
miagola sui gradini. Resto imprigionato
figura irta
come porcospino su un foglio bianco.

 

*

Ridotto, ferito
chiudo la strada. Un mare profondo,
insiste per scaldare. I fari…

 

 

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Lavanda, matita su carta, 2015. Di Massimo Dagnino.

 

 

Nota Biografica.

Moccia 20160108_120957Francesca Moccia, nata a Ponte (BN) nel 1971. Sue poesie apparse in antologie e riviste: I poeti di vent’anni  a cura di M. Santagostini (Stampa, Varese 2000) , “Nuovissima poesia italiana a cura di M. Cucchi e A. Riccardi (Mondadori, Milano, 2005), Orchestra N° uno, direttore M. Cucchi (LietoColle, Como 2007), una silloge di poesie è apparsa nella rivista  Monte Analogo (novembre 2010). La muffa del creato (LietoColle, Como 2005)  è la sua opera prima. Nella collana Poesia di ricerca ha pubblicato con  Jack Underwood, Wilderbeast, EDB, Milano 2013 mentre nella collana da collezione  Coincidenze ha dato alle stampe  la plaquette  erbaluce, con disegni di Massimo Dagnino (Edizioni L’Arca Felice, Salerno, 2015) nello stesso anno ha pubblicato anche alcune poesie in “Quadernario” (a cura di M. Cucchi, LietoColle, Como, 2015).

 

 

 

“Tutte le poesie” di Giovanni Raboni.

downloadE’ difficile parlare di Giovanni Raboni e della sua opera. Giovanni Raboni è un autore unico ed è incalcolabile l’influenza e la bellezza che ha saputo donare con la sua opera poetica, pubblicata per intero dall’editore Einaudi nel 2014, in occasione dei dieci anni dalla morte di Raboni, in due volumi “Tutte le poesie. 1949-2004”. La curatela è stata affidata a Rodolfo Zucco, che aveva già curato in maniera eccellente il Meridiano di Giovanni Raboni nel 2006 uscito per Mondadori. I due volumi sono introdotti da due “Autoritratti” firmati da Raboni stesso: il primo del 1977 e il secondo nel 2003. La vastità dell’opera di Raboni non preclude un interessamento motivato solamente da interessi letterari, Giovanni Raboni è un poeta per tutti, non perché “poeta civile” o “realista”, ma perché è universale. La sua parola si stringe e si infittisce, entra nella vita di tutti i giorni, con estrema dolcezza, con l’imbarazzo di chi non può tacere e racconta, e scrive degli altri e di sé. I racconti dei Vangeli, incrociati alla poesia di Eliot e Pound con l’intera tradizione poetica italiana, creeranno non solo le poesie di “Gesta Romanorum”, ma anche un vero capolavoro “Le case della Vetra”, che dalla prima poesia dispiega le sue potenzialità e le sue invincibili pretese alla vita: “ Qui i frantumi diventano poltiglia./ E anch’io che ti scrivo/ da questo luogo non trasfigurato/ non ho frasi da dirti, non ho/ voce per questa fede che mi resta,/ i fischi simmetrici, le sedie/ di paglia ortogonali,/ non ho più vista o certezza, è come/ se di colpo mi fosse scivolata/ la penna dalla mano/ e scrivessi col gomito o col naso”. La lucidità dell’opera di Giovanni Raboni si rispecchierà soprattutto con i problemi sociali, sicuramente la raccolta “Cadenza d’inganno” ne è l’esempio più lampante. Opera smossa e complessa che comprende poesie legate alla stagione politica del ’68 e al periodo drammatico della “strategia della tensione”, che danno una precisa chiave di lettura del difficile momento sociale e delle preoccupazioni di Giovanni Raboni uomo, vissute in prima persona come protagonista di un determinato periodo storico. Il libro comprende più poesie, composte in un vero Canzoniere amoroso, dettate dalla visione miope e raffinata dell’autore. Bellissima la celeberrima sezione di “Parti di Requiem” dedicata  alla morte della madre dell’autore, una vera e propria celebrazione del lutto: “Scendi a pianterreno/ come ti pare, porta o tubo, infilati/ dove capita, scatola di scarpe/ o cassa d’imballaggio, orizzontale/ o verticale, sola o in compagnia,/ liberaci dall’estetica e così sia”. Più compatto e  fisso “Nel grave sogno” che si compone di trame separate ma condivise: il viaggio, l’amore, e la considerazione dell’apparenza come forma veritiera che tutto muove: “ L’infantile disastro del mondo”. La delicatezza del dettato di Giovanni Raboni è superbo e unico, direi inimitabile per particolarità e visione. Le poesie di Raboni nel loro massimo vertice riescono a riportare i movimenti delle persone, il tatto usato verso gli oggetti e soprattutto gli odori, che legano le persone al mondo, alla realtà condivisa con gli altri. L’argomentazione amorosa viene centrata del tutto e resa in maniera unica con “Canzonette mortali”, libro interamente dedicato alle armonie e alle disperazioni delle emotività umane, in maniera chiara e raffinata: “Solo questo domando: esserti sempre,/ per quanto tu mi sei cara, leggero”. Tutte queste opere verranno riassunte nel 1988 nel volume complessivo e antologico di “A tanto caro sangue” che include anche delle poesie inedite fra cui la bellissima “La guerra”. Nella sua virtuosità, nella capacità del cambiamento Giovanni Raboni sceglierà di percorrere delle strade diverse, in questo caso il recupero della forma chiusa in poesia. Primo capitolo di questa novità è la raccolta “Versi guerrieri e amorosi”, perfetta continuazione del libro precedente “Canzonette mortali”. Nella prima parte del libro sono presenti i ricordi legati al secondo conflitto mondiale, i fatti nelle poesie sono raccontati attraverso il riavvolgimento essenziale di eventi storici vissuti in una doppia valenza: in maniera storica e in maniera strettamente personale. Ogni evento per Giovanni Raboni non solo “tocca” l’individuo ma ne regola la vita, le memorie e l’ immagine di sé: “Ma non sento/ se era a dinamo o a pila la tua spora,/ anima, quando essendo ancora/ mi sfioravi nel buio come un vento”. Continua nelle due successive raccolte “Ogni terzo pensiero” e “Quare tristis” il rinnovamento nella ricerca della forma chiusa, si ritrovano riflessioni sulla maturità sottilmente alimentate da ricordi. L’idea di poetica si raffina di dettagli, di enunciazioni mentali, “Ogni terzo pensiero” si carica di un linguaggio che assume in sé la grazia della sintesi in un dettato psichico che si ripercuote sull’autore: “Senza affanno/ si cerca sulle onde corte la voce/ antidiluviana che rassicura/ gracchiando, sì, è finita la paura,/ interrotta causa neve l’atroce/ partita, l’interminabile, stanca/ corsa del tempo. Più nessuno manca”. In “Quare tristis” la riflessione temporale si spiega in maniera magnifica nell’ultima parte del libro, nell’agitato ricordo dell’adolescenza, smossa ancora una volta da odori e ombre: “E non potrei giurarlo/ ma forse fu proprio lì, nell’arsura/ atroce degli intervalli, aspettando/ che quel buio tornasse come un balsamo/ su un’ustione che comincia a pregare/ come faccio ancora, e sempre in latino,/ ogni volta che per troppo silenzio/ o troppa luce il cuore si contorce/ ignominiosamente”. Stupendo e avvolgente, in una versione più vicina al primo Raboni per la forma metrica che ritorna libera, è l’ultimo libro pubblicato in vita “Barlumi di storia”. In questo libro, la ricercata giustizia di una “Comunità dei vivi e dei morti” portata avanti in ogni libro scritto da Raboni, si riassume nella ricerca inquieta delle ragioni di una vita, di una lingua che restituisce in versi limpidissimi le forme perfette dei dubbi e dei drammi di ognuno: “Niente più primavera,/ mi viene da pensare, se allo sperpero/ non ci fosse rimedio, se morire/ fosse dolce soltanto per chi muore”. Chiude il secondo volume,  il libro “Ultimi versi” uscito per Garzanti a cura di Patrizia Valduga di forte reazione in chiave civile e politica. Sempre in chiusura dei volumi si trovano alcune poesie abbandonate e disperse in vita. Queste pagine non sono solo l’opera di uno dei più grandi poeti italiani del secondo novecento e dei primi anni duemila, sono le poesie di un uomo, di un uomo di cultura unico e raro che ha sempre creduto nella parola poetica e nel messaggio di libertà e verità della poesia.

                                                                                                                              Luca Minola

da Gesta Romanorum

Aria per tenore

Crocifiggilo
poiché questo è il mandato
e la stanca vecchiaia s’avvicina.
Inchiodalo nel passo dell’alfiere,
del suonatore di viola, dell’amico
troppo svelto coi dadi.
E ogni volta, a palazzo o nel recinto
del mercato,
dimentica i tuoi sogni e vibra forte,
rapido, fino all’elsa. Crocifiggilo.


da Le case della vetra

Ponzio P.

Al fondo
d’un orrido paese che non ha inverno, rettore
di teste calde, giudice di liti
senza capo né coda
-cos’altro può volere il più maligno
dei padri? Solo in sogno mi riporta
al verde inciso dei prati, ai piaceri d’un tempo
che non ritorna: il trotto nel maneggio
deserto,
le delicate azioni campestri,
le giubbe rosse per strangolare la volpe
dietro l’ultima siepe.
Realtà
è lo squallore dei viaggi, la carriera mal digerita,
le raccomandazioni che non servono a niente
o arrivano in ritardo; è avere, invece
dello stagno grigio e mattutino, pieno
di pigra cacciagione,
questo sporco catino dove mi lavo le mani.

 

da Cadenza d’inganno

Sezione della scala


o forse altrove, ma forse proprio lì- freccina semovente,
baluginosa nel percorso
un gradino dopo l’altro salivo
per godermela in pace la penombra
a fiatare nell’asciutta penombra che era
lo zero millimetrico del percorso nel buio
risalito vivo in verticale verso corte all’oscuro
cinguettare osceno fonografo della tua agonia.

 

 da Nel grave sogno

Personcina

Quando dorme se lo chiami
muove un orecchio solo.

Succhia latte nei sogni
dalla sua mamma morta.

Morde biscotti. Adora
i fondi di caffè.

Con le zampe assapora
scialli e maglioni.

Dorme sui fogli. Usa
un libro per cuscino.

Sta bene soprattutto
in fondo agli armadi, nelle scatole…

Con occhi più verdi, tremando
spia il viavai dei piccioni.

Si lecca i baffi puntando
la mosca che volerà.

 

da Canzonette mortali

Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.

 

da Versi guerrieri e amorosi

Dal fuoco stinto dei nespoli sale
l’ansia di una remota eucarestia
respinta in petto ma non nella mia
gola tremando senza confessione

quasi che l’incertezza fosse il male
cui non vale rimedio né perdono
e acqua e farina tramite d’ustione
del più orribile grado che ci sia

all’atterrito esofago che solo
con te, mia acqua, e ben tardi consolo.


da Ogni terzo pensiero

Non sono bandiere queste bandiere,
vedi che invece di ferite e ustioni
hanno fiori alle finestre, ai balconi
le case. Da infinite primavere

la giostra, qui, s’è fermata, i padroni
l’hanno portata altrove. Ma di sere
così, di notti come quelle, nere
fino all’occlusione, marce di tuoni,

tu sai che affanno e con che artigli preme
il semplice cuore. La verità
è che nessuna guerra è mai finita,

che la stessissima ferita geme
per sempre, che solo chi non ne ha
può scacciare i ricordi dalla vita.

 

da Quare tristis

Svegliami, ti prego, succede ancora
d’implorare in un sogno a questa tenera
età, aiutami, fa’ che non sia vera
l’oscena materia del buio. Sfiora

allora davvero una mano il mio
corpo assiderato e di colpo so
d’averti chiamata e che non saprò
più niente.

 

da Barlumi di storia

Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore- ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine,
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

 

 

Nota biografica.

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Foto di Alberto Cristofari.

Giovanni Raboni (Milano 1932 – Fontanellato, Parma 2004), voce poetica tra le piú alte e rappresentative della poesia del Novecento e dei primi anni Duemila, ci lascia, insieme alla sua opera in versi, un enorme lavoro di traduttore, critico militante – anche cinematografico e teatrale – e commentatore politico e di costume: testimonianze di una straordinaria sapienza letteraria e di una statura morale e civile che ne fanno uno dei punti di riferimento imprescindibili della cultura italiana contemporanea. Tra le sue traduzioni si segnalano I fiori del male di Baudelaire e l’intera Recherche di Proust.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il tempo che si forma” di Luca Lanfredi.

iltempochesiformaLuca Lanfredi, ha lavorato in questi anni alla sua prima e, per ora unica, raccolta di poesia. “Il tempo che si forma” non è solo un libro ma è la vera e propria costruzione di un luogo interiore. Uno spazio di parole. Pubblicato per le edizioni “L’Arcolaio” dell’editore Gianfranco Fabbri, sempre attento alle novità poetiche interessanti, è arricchito dalla prefazione di Giacomo Cerrai. Quello che conta di più in poesia è il tempo, non esiste altro: nel tempo si formano le parole, nel tempo si distillano le parti che è giusto che emergano, “la miglior sintesi”. In poesia la cosa più sbagliata è la fretta. La tempistica moderna del “tutto e subito” non può valere per la poesia. Lanfredi ha fatto esattamente questo, ha aspettato il momento migliore e l’esigenza vera di pubblicare. Lo spazio improvviso che scaturisce da questo libro è un episodio di notevole pregio. Ogni elemento del quotidiano viene irradiato di propositi e di luce in un’immersione di chiarezza. La poesia di Lanfredi è avvolgente e lucida: trascrive un vivere di esigenze e d’immediatezza che scatta nella vertigine: “Succede./ Che del resto è pura vita/ anche morire./ E ci si incontra quando la pioggia/ sfila, accanto. E che si/ corre all’infinire”. Tutto il vissuto si ripercuote in noi, passa dentro. Le poesie in questione parlano attraverso frammenti di “notizie” e “fatti”. Ogni cosa nelle poesie di Lanfredi raggiunge se stessa e si doppia nella solitudine di ogni avvenimento, di ogni progetto umano senza risoluzione: “ Poi, vedi, al termine,/ c’è sempre un tragitto/ che ci accompagna./ La notte sono i tuoi cenni,/ il tempo della non infanzia,/ il sostenere obliquo della frase./ Gli eroi non sono più-/ i vertici ci scagionano”. Tecnica e arte sono senza progetti, esistono nella loro incertezza. L’inevitabile è che la vita è una e come la poesia pretende una schiavitù a se stessa irripetibile. Bisogna vincere ogni timore, non accontentarsi di un semplice “apparire”, la poesia pretende di più. Luca Lanfredi stesso pretende di più. “Il tempo che si forma” è un’opera vera, bisogna passarci attraverso, rendersi coscienti dell’inevitabile sorpresa che produce. Nessuno può accontentarsi, bisogna saper leggere anche fra le righe, oltre le parole che sono già sintesi di altro, per produrre una propria reazione a ogni lavoro che porta con sé l’energia della parola, in questo caso la poesia di Lanfredi:“ Sarebbe come accontentarsi/ dei riassunti, dici”.

                                                                                                                              Luca Minola

da Trovare tutto

(l’impazienza)

Così, mi sto accorgendo
di non avere più quella
impazienza
che c’era da bambini a mezza sera:
di qua, l’affanno quieto delle biciclette
appena smesse; di là,
la soffice inquietudine
dell’ombra.

(l’ottavo mese dell’anno)

Giocavano a pétanque sotto il sole.
Ricordo questo, quando mi venne dato conto
dell’assenza.
Era un borgo non grande, ma con la ghiaia
aperta perché le bocce potessero brillare.
Allora,
misi tutto il mio gesto in quella busta.

da Lo spazio geografico

(lingua dei segni)

Poi senza fermarsi dice, «Io», portandosi la mano
contro il petto.

Il pozzo di luce
e dopo il marmo che tra il supermercato e il bar
era il campo dei giochi, le colonne.

Sì, mi piacerebbe
essere tradotto in gesti camminando.

 

da La vita adulta

 

(geroglifici)

Non riuscirò domani a allontanarmi;
vedi: è il non saper risolversi in eterno;
uno sramare d’alberi, un cielo saturato
dai miei nomi.
Perché, dopo questo correre all’esterno,
dopo gli occhi chiusi, la fame, il tempo,
dovrebbe bastare questa casa ad ospitarci?
Ognuno in fondo è un punto
più a centro del centro.

 

da La misura del lavoro

 

(sintesi dei punti di forza)

Lo schiocco della porta contro il muro.
Chi eri, tu? – ci si informava attenti alla risposta,
all’orazione lasciata dentro l’aria.

E intanto: la cartella chiusa
posata sulla coscia, il salto acrobatico,
la distanza gelata tra il nulla e la vittoria.

 

da La pronuncia del nome

 

(ultime notizie)

Parla piano, e gentilmente convoglia
la speranza dentro al giorno. Tutto qua.
Come un parato, un segno chiuso,
un maglio appeso al polso nell’attraversare
la materia. Un gioco
di fiale dietro al parabrezza
ed un carteggio muto. Tutto qua.

 

da Registro personale

 

(inventario di una fine estate)

Piacciono, questi orti di maltempo.
Piace l’umore delle nervature; il penultimo confine
dell’autunno. Piace l’eterna indecisione
delle azioni, la porta leggermente
schiusa, il sussulto delle parole attente;
l’antefissa, dal ghigno sorprendente.

 

(posta in uscita)

Ma poi: come li hai esclusi gli assenti
dall’elenco?

Il limine odoroso della storia nella città
che si fa piana e mia e umida d’ottobre.

L’ago che cuce e riunisce nel silenzio.

L’andirivieni viscoso delle cose
come cavalli ingrossati che
rampollano.

Dopo troppo e pochissimo di tutto.

 

 

Nota biografica.

 

DSCN1508Luca Lanfredi è nato nel 1964. Abita e lavora a Brescia. La sua prima raccolta, A mezza luce (Clepsydra Edizioni), è stata edita in formato e-book nel maggio 2009.