Luca Lanfredi, ha lavorato in questi anni alla sua prima e, per ora unica, raccolta di poesia. “Il tempo che si forma” non è solo un libro ma è la vera e propria costruzione di un luogo interiore. Uno spazio di parole. Pubblicato per le edizioni “L’Arcolaio” dell’editore Gianfranco Fabbri, sempre attento alle novità poetiche interessanti, è arricchito dalla prefazione di Giacomo Cerrai. Quello che conta di più in poesia è il tempo, non esiste altro: nel tempo si formano le parole, nel tempo si distillano le parti che è giusto che emergano, “la miglior sintesi”. In poesia la cosa più sbagliata è la fretta. La tempistica moderna del “tutto e subito” non può valere per la poesia. Lanfredi ha fatto esattamente questo, ha aspettato il momento migliore e l’esigenza vera di pubblicare. Lo spazio improvviso che scaturisce da questo libro è un episodio di notevole pregio. Ogni elemento del quotidiano viene irradiato di propositi e di luce in un’immersione di chiarezza. La poesia di Lanfredi è avvolgente e lucida: trascrive un vivere di esigenze e d’immediatezza che scatta nella vertigine: “Succede./ Che del resto è pura vita/ anche morire./ E ci si incontra quando la pioggia/ sfila, accanto. E che si/ corre all’infinire”. Tutto il vissuto si ripercuote in noi, passa dentro. Le poesie in questione parlano attraverso frammenti di “notizie” e “fatti”. Ogni cosa nelle poesie di Lanfredi raggiunge se stessa e si doppia nella solitudine di ogni avvenimento, di ogni progetto umano senza risoluzione: “ Poi, vedi, al termine,/ c’è sempre un tragitto/ che ci accompagna./ La notte sono i tuoi cenni,/ il tempo della non infanzia,/ il sostenere obliquo della frase./ Gli eroi non sono più-/ i vertici ci scagionano”. Tecnica e arte sono senza progetti, esistono nella loro incertezza. L’inevitabile è che la vita è una e come la poesia pretende una schiavitù a se stessa irripetibile. Bisogna vincere ogni timore, non accontentarsi di un semplice “apparire”, la poesia pretende di più. Luca Lanfredi stesso pretende di più. “Il tempo che si forma” è un’opera vera, bisogna passarci attraverso, rendersi coscienti dell’inevitabile sorpresa che produce. Nessuno può accontentarsi, bisogna saper leggere anche fra le righe, oltre le parole che sono già sintesi di altro, per produrre una propria reazione a ogni lavoro che porta con sé l’energia della parola, in questo caso la poesia di Lanfredi:“ Sarebbe come accontentarsi/ dei riassunti, dici”.
Luca Minola
da Trovare tutto
(l’impazienza)
Così, mi sto accorgendo
di non avere più quella
impazienza
che c’era da bambini a mezza sera:
di qua, l’affanno quieto delle biciclette
appena smesse; di là,
la soffice inquietudine
dell’ombra.
(l’ottavo mese dell’anno)
Giocavano a pétanque sotto il sole.
Ricordo questo, quando mi venne dato conto
dell’assenza.
Era un borgo non grande, ma con la ghiaia
aperta perché le bocce potessero brillare.
Allora,
misi tutto il mio gesto in quella busta.
da Lo spazio geografico
(lingua dei segni)
Poi senza fermarsi dice, «Io», portandosi la mano
contro il petto.
Il pozzo di luce
e dopo il marmo che tra il supermercato e il bar
era il campo dei giochi, le colonne.
Sì, mi piacerebbe
essere tradotto in gesti camminando.
da La vita adulta
(geroglifici)
Non riuscirò domani a allontanarmi;
vedi: è il non saper risolversi in eterno;
uno sramare d’alberi, un cielo saturato
dai miei nomi.
Perché, dopo questo correre all’esterno,
dopo gli occhi chiusi, la fame, il tempo,
dovrebbe bastare questa casa ad ospitarci?
Ognuno in fondo è un punto
più a centro del centro.
da La misura del lavoro
(sintesi dei punti di forza)
Lo schiocco della porta contro il muro.
Chi eri, tu? – ci si informava attenti alla risposta,
all’orazione lasciata dentro l’aria.
E intanto: la cartella chiusa
posata sulla coscia, il salto acrobatico,
la distanza gelata tra il nulla e la vittoria.
da La pronuncia del nome
(ultime notizie)
Parla piano, e gentilmente convoglia
la speranza dentro al giorno. Tutto qua.
Come un parato, un segno chiuso,
un maglio appeso al polso nell’attraversare
la materia. Un gioco
di fiale dietro al parabrezza
ed un carteggio muto. Tutto qua.
da Registro personale
(inventario di una fine estate)
Piacciono, questi orti di maltempo.
Piace l’umore delle nervature; il penultimo confine
dell’autunno. Piace l’eterna indecisione
delle azioni, la porta leggermente
schiusa, il sussulto delle parole attente;
l’antefissa, dal ghigno sorprendente.
(posta in uscita)
Ma poi: come li hai esclusi gli assenti
dall’elenco?
Il limine odoroso della storia nella città
che si fa piana e mia e umida d’ottobre.
L’ago che cuce e riunisce nel silenzio.
L’andirivieni viscoso delle cose
come cavalli ingrossati che
rampollano.
Dopo troppo e pochissimo di tutto.
Nota biografica.
Luca Lanfredi è nato nel 1964. Abita e lavora a Brescia. La sua prima raccolta, A mezza luce (Clepsydra Edizioni), è stata edita in formato e-book nel maggio 2009.