Lucio Mayoor Tosi

Può anche essere che in futuro, in un tempo spero non troppo lontano, la gente abbia voglia di leggere canzoni, qualcosa che dia loro lo stesso piacere del canto; anzi, della canzonetta, così che parlando possa sfuggire un verso in forma di modo-di-dire (o di scrivere). Un genere di poesia “facile”, o “semplice”, all’insegna del condivisibile, bella da pronunciare. Tipo “il mattino non ha l’oro in banca. Ma passiamo alle notizie:”
Il verso forte è “passiamo alle notizie”.
(inizio settembre 2025)

Mi penso poeta insulso, che scrive versi intermedi, di collegamento tra un inizio promettente e una chiusa sfolgorante. Lì si posso trovare gemme grammaticali, modi di dire che non esito a definire epocali: è la sede del linguaggio, che altrove si ammanta di complicate ambizioni e pastorali velleità.
(fine settembre 2025)

Roberto Sanesi teneva un corso di letteratura inglese all’Accademia di Brera dove studiavo. Anche se capivo la metà delle cose che diceva (avevo vent’anni) quell’incontro fu molto importante per me. Poi capitai in casa di Fernanda Pivano quando ancora abitava in via Manzoni, venne anche a sentirmi leggere in un localino e mi fece i complimenti. Non mi sono fatto mancare niente, dai reading di Corrado Costa, Totino, Niccolai (Giulia, che poi prese i voti da buddista), Spatola e diversi altri… tra cui Franco Fortini e Giancarlo Majorino, molto attivi in città. Con Fortini e Majorino organizzammo un reading a teatro (la Comuna Baires, allora in via della Commenda) che intitolammo “Versi e grida”, incontro tra poeti noti e giovani poeti della periferia milanese (i poeti italiani più affermati non capivano come mai noi ragazzi fossimo ancora tanto interessati alla Beat Generation). Tra gli amici di allora c’era Livia Candiani (poi Chandra Vimala); in casa di Chandra conobbi di sfuggita (non poteva essere diversamente, era una tipa strana) Amelia Rosselli. Grazie a Chandra, che allora frequentava Milo De Angelis, iniziai a pormi i primi interrogativi sul linguaggio. Poi fu la volta di Franco Loi. Raboni era irraggiungibile, sempre attorniato da poetesse e code di poeti che a noi sembravano mendicanti… A noi poeti di periferia non piaceva questo andazzo, erano i nostri “nemici”.
Tutto ciò a me sembrò normale, troppo ingenuo non ho mai saputo distinguere cosa fosse davvero “utile e importante”, non avevo tempo, ero sempre di corsa, bevevo e tutto il resto. Non mi importa un fico secco di ossequi e cerimoniali e probabilmente non pubblicherò mai un libro (già fatto, ma perché ho ceduto alla voglia di non so cosa… e tuttavia contento). Senza interruzioni la mia vita da artista prosegue egregiamente, è la sola cosa che conta.

Questo per dire che l’ambiente in cui si cresce è certamente importante. Nord Sud, questo tipo di faccende, bisogna solo imparare a distinguere.
Al blog “L’Ombra delle parole” arrivai all’inizio, ma si capiva già da questo inizio che poesia di tradizione e poesia sperimentale erano ormai alle spalle. Tra Miłosz e Tranströmer, soprattutto il secondo, i conti andavano fatti in quell’area. Senza questa frequentazione non avrei mai conosciuto le poesie di Maria Rosaria Madonna. Il suo esempio, le poche poesie pubblicate, infonde gioia e speranza.

Nel 2019 ho pubblicato qualche poesia nell’antologia bilingue  How the Trojan war ended I don’t remember (Come è finita la guerra di Troia non ricordo), Chelsea Editions, New York. Poi, nel 2023 nella prima Antologia Poetry kitchen e  nel volume saggistico di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, sempre per l’editore Progetto Cultura, Roma.
Nel 2024 ho pubblicato “Mi sorrido gratis. E altre anomalie”, prima raccolta di miei esperimenti poetici. 

E-mail: luciotosi31@gmail.it

 

Commenti ricevuti nel corso del tempo. Poesie della mia formazione, oggi irreperibili. 

“È difficile entrare dentro questa (…) come ogni enigma è chiusa in sé, va in senso contrario alla «de-metaforizzazione» che Pier Vincenzo Mengaldo individuava nella poesia di Satura (1971) di Montale. Ma proprio in quanto ostica alla penetrazione del lettore la poesia impone la sua presenza, obbliga il lettore a tornarci sopra. La poesia non ha senso, nel senso che ha molti sensi e tutti diversi, tutti dispari, tutti «sentieri interrotti» (gli Holzwege di Heidegger), e nessuno che conduca in qualche luogo perché non c’è un luogo che possa essere abitato, ci sono soltanto luoghi di sosta, luoghi parentetici, luoghi di transito. Ci sono frammenti di una conversazione che è caduta nel buio, pensieri che galleggiano, che emergono dal buio… ma che non sanno dove andare…”

Giorgio Linguaglossa

 Questo costrutto di carattere teorico ed  estetico ha un suo diritto di proporsi nella sua forma liberale e autonoma, anche perchè la poesia è un mare di affluenti esterni. Con un rovesciamento semantico di questo genere, la forma standardizzata  si allontana dalla sua superiorità omettendo il concetto di tolleranza. Non esistono limiti ma esperienze dello stile poetico come fine ultimo di essere poeti. Vai avanti. Un caro saluto. Mario.

Mario M. Gabriele

Mi scrive Lucio Mayoor Tosi: «vedere come può stare un verso lanciato nel vuoto, senza una chiara ragione e soprattutto senza difese. Come un bengala nel buio, un verso nel futuro».

Lucio Mayoor Tosi è forse il più conseguente esecutore testamentario di una poesia del «frammento» nel duplice senso che il senso abita il «frammento» e nel senso della frammentarietà del «frammento» stesso. È il suo personalissimo contributo alla poetica del «senso del frammento» che oggi alcuni poeti tentano di perseguire. Il problema che affronta Mayoor Tosi è che oggi l’«oggetto» si dà in forma di «frammento», e quindi il «frammento» è la chiave per entrare dentro l’«oggetto». È questa la grande novità di questa poesia. Adottando questo punto di vista, cambia tutto, cambia la stessa cognizione del metro e del verso. Cambia la natura del metro e del verso. Saranno il metro e il versus che dovranno piegarsi (sintatticamente, semanticamente) alle esigenze del «frammento», che adesso acquista una posizione centrale.

C’è in Mayoor Tosi la consapevolezza che l’aforisma di Minima moralia che recita Das Ganze ist das Unwahre (“il tutto è il falso“) è il rovesciamento di un noto passo della Fenomenologia hegeliana.
“Il vero è il tutto [Das Wahre ist das Ganze]. La poetica del «frammento» è la risposta più evidente e forte che la poesia italiana oggi dà alla Crisi della poesia e alle ideologie dominanti: ha consapevolezza che la poesia del «frammento» è una poesia del negativo, della negatività assoluta che confuta il «falso» e il «vuoto» della «totalità» che abita la poesia della riproposizione metrica. Mayoor Tosi sospetta fortemente che l’unità metrica è un falso, e la mette da parte, spezza il parallelismo della poesia della riproposizione metrica, lo frantuma, lo svuota di senso, mette la dinamite sotto l’ideologia della riproposizione metrica, ne mostra l’interno vuoto e posticcio, elimina i passaggi, gli enjambement, i legamenti tra un verso e l’altro e procede per «vedere come può stare un verso lanciato nel vuoto». È l’utopia del verso isolato e scisso dal «tutto», che impersona l’utopia contro l’ideologia. Lucio Mayoor Tosi vuole una poesia «senza una chiara ragione e soprattutto senza difese. Come un bengala nel buio, un verso nel futuro».

Ecco i primi tre versi della poesia:

Scacchiera e blu elettrico sull’asteroide Pio XI°.
Pavimento di larghe piastrelle, chiaro, dove si balla.
Salirci è un attimo.

Qui è stato distrutto tutto, è stata dichiarata guerra ad ogni ipotesi di senso e di verosimiglianza che un concetto ideologico di poesia tardo novecentesca vorrebbe conculcarci. Qui siamo su di un «asteroide» con un «Pavimento di larghe piastrelle» «dove si balla». È incredibile con quanta naturalezza e facilità qui sia stata distrutta l’ideologia del senso della poesia della riproposizione metrica oggi dominante, «salirci è un attimo», scrive Mayoor Tosi.
Una proposizione di poetica chiara, forte, inequivoca.
Il «frammento» è concepito come particolare che esprime la negazione della totalità, l’espressione cioè di una totalità negativa. Il «frammento», dunque, non può essere che una micro totalità intensamente abitata dal negativo e dalla negazione. È una poesia che va dritta verso l’ignoto senza salvagente come un acrobata che volteggi senza rete di salvataggio.
*

Lettura di Letizia Leone

Lucio Mayoor Tosi tra frammento, fotogramma e colore. Undici poesie inedite per una Nuova Ontologia Estetica.

“Il mio frammento l’ho trovato scrivendo versi in giustezza d’immagine, come se sopra ogni verso ci fosse un’immagine, un riquadro. La base del riquadro corrisponde alla misura del verso”: così Lucio Mayoor Tosi colloca la propria ricerca poetica sotto lo statuto della visibilità chiarendo i modi dell’organizzazione spaziale del suo verso, un verso che inevitabilmente prende la misura del “frame” o fotogramma se incornicia l’avvenimento catturato dall’immagine dentro i limiti lineari e metrici di un “riquadro”. Una sorta di forma-icona.

Un modo di procedere sperimentale sul contrappunto ritmico di sequenze-frammento che come speciali inquadrature cinematografiche traggono forza enunciativa dall’immagine. O per meglio dire: la scrittura di Tosi si muove nell’ambito della visione, del colore, della resa iconica, una speciale “grammatica del vedere” e ciò in coerenza con la sua ricerca formale di artista figurativo che ha grande familiarità con la forma, lo spazio e la sostanza del colore.

In questa scrittura che sembra seguire la logica compositiva di un modello cinematografico entra in gioco anche la dimensione pittorica quando visione e percezione coagulano la potenza espressiva del dire sul puro valore cromatico.

Il tempo della pittura irrompe con le coordinate del colore, con la fissità apodittica di un pigmento, ad esempio un blu, anticipato da grandi circonferenze di nero nell’esempio seguente:

Lei volse altrove
gli occhi grandi suoi neri.
E io fui accanto a mia madre.
Una signora blu.

In quest’ultimo verso l’effetto di spaesamento è assicurato come in una freddura. Mettere il punto all’inquadratura con un episodio cromatico (qui il blu) significa aprire la strada alle possibilità della rappresentazione informale. O perlomeno è lo sbilanciamento verso una dimensione ulteriore. Il lapsus o l’“errore” (elemento importante della composizione come ci informa Tosi) dove il “puro accadimento” entra in corto-circuito con l’indicibile, si fa portatore di una “contra-dizione”.

E non era Yves Klein, artista del tema monocromo del blu, che parlava di “estasi ipnotica del blu”? “Il blu è la verità, la saggezza, la pace, la contemplazione, l’unificazione di cielo e mare, il colore dello spazio infinito, che essendo vasto può contenere tutto. Il blu è l’invisibile che diventa visibile.”  Il blu è investito “di una pluralità semantica che si esalta nel colore puro”.

Una notte blu. – Decisamente fuori commercio.

Oltre la notte misurata del tempo cronologico, qui il senso epifanico del blu, colore freddo che precede il nero evoca un non-tempo, espressione altresì dell’idea del vuoto. L’impianto formale dei testi ha spossessato il poeta di ogni cedimento enfatico o sentimentale cosicché, là dove l’obiettivo cattura atmosfere asettiche, il colore si fa portatore neutro e trasversale di pathos. Sembra aleggiare la lezione di   Kandinskij sulla “Prospettiva patica” del colore. Oppure come non rievocare il Wittgenstein delle “Osservazioni sui colori” quando parla di “osservazione percettiva” là dove i “colori stimolano alla filosofia”?

Ma analizziamo come una poesia di Lucio Mayoor Tosi crei un effetto destabilizzante sul lettore:

Nel vuoto con gli occhiali.
Guardando con sospetto
il giaccone appeso di fronte
giorni andati a male.
Come scendere in cantina
tra i sepolti vivi.

Qui troviamo quell’arte della concentrazione tanto cara a Tomas Trantstömer, eppure così vicina all’antica poesia giapponese dello haiku, dove concisione e rivelazione vanno di pari passo. Apparentemente il poeta non crea la profondità della prospettiva, si muove in superficie, accavalla una serie di azioni “in presa diretta”, senza filtri e/o montaggio, il set non è costruito, le scene spoglie. Eppure il vortice di un buco nero potrebbe risucchiare ad ogni passo l’ignaro lettore. Eventi normali intessono una trama illusoria sulla vertigine del vuoto. Oppure l’esperienza del trascendente, i massimi sistemi, gli altari filosofici come Tempo, Spazio, Vuoto vengono disinnescati da un geniale cortocircuito epistemologico: “Nel vuoto con gli occhiali”.
I dettagli tranquillizzanti (il giaccone appeso, lo scendere in cantina, gli occhiali, i giorni) innescano l’assurdo di una situazione esistenziale, si fanno correlativi metonimici/metaforici di eventi paradossali. Scriveva Paul Klee nei suoi Diari: “il diabolico farà capolino qua e là e non potrà venir represso. Poiché la verità richiede una fusione di tutti gli elementi”. (Diari 1079) Le operazioni della coscienza o i flussi dell’inconscio si “automanifestano” dal modo in cui vengono mostrate cose e situazioni ambientali. Visibile e l’invisibile, all’improvviso, si danno simultaneamente. L’uso in un’accezione estensiva della metonimia/metafora, il dislocamento dell’astratto nel concreto o viceversa, i “giorni andati a male” in correlazione isotopica con “i sepolti vivi” in cantina, ad esempio, fanno sì che nell’apparente nitore delle sequenze l’oggetto diventi oggetto mentale, “anello che non tiene”, e apra il varco al pensiero e all’intuizione. A frammenti di realtà deformata.
È evidente che con Tosi siamo ormai lontanissimi da certi paradigmi poetici novecenteschi come quei meccanismi testuali azionati dal propellente del soggettivismo lirico sentimentale e minimalista. La sperimentazione investe la qualità dei frammenti- fotogrammi che sapientemente permettono di incrociare un altro livello della realtà. Che sia il sottosuolo dell’inconscio o il magazzino-cantina delle visioni o dei rifiuti della letteratura ‘alta’. Non a caso Tosi stesso si colloca tra due scrittori totem quali Tomas Tranströmer e Philip Dick, poeta laureato Nobel della letteratura l’uno, geniale scrittore “cervello di gallina” della cultura trash l’altro, ma ambedue impegnati nell’allestimento di mondi e dimensioni parallele, nella perforazione della realtà, nello sguardo distopico. Talvolta certi imprevisti surreali o iper-reali cominciano a esprimere la realtà. Disvelano. Anche Valéry, a tal proposito, ha osservato che la maniera più organica di esprimere la realtà è l’assurdo.
Eppure questa poesia espone fondamentalmente una condizione di “gettatezza” (“Il carattere dell’esistenza per cui noi siamo in un certo stato d’animo di cui ci è oscura l’origine, per cui l’essere c’è ma rimane oscuro, lo chiamiamo “l’esser gettato” dell’uomo -dell’Esserci-nel-mondo”). Qui c’è l’uomo dentro l’ingranaggio della realtà, in un originario esser-gettati-nel mondo (Geworfenheit) cosa tra le cose, ente tra gli enti, e a questo punto il lettore entra in una situazione emotiva di profonda angoscia:

Mondo visto dalle fessure di un armadio chiuso. / Un camion parcheggiato. Il volto addormentato di due persone /anziane.

***

A piedi nudi sulla plastica di un tappeto grigio trasparente.
Da sotto il tappeto si osserva l’andirivieni di una coppia. Devono aver litigato.

***

Raccolgo una poesia caduta.
Il silenzio fischiò al passare del treno.
Il freddo apparire delle cose.

***

Ogni tanto un verso / si lascia cadere nel vuoto.