Marco Onofrio, Luce del tempo (Prefazione di Gianni Turchetta, Passigli Editori, 2024)
Lettura critica di Letizia Leone
Con un titolo significativo che convoca i poli fondanti (la Luce e il Tempo) di ogni riflessione filosofica, teologica, immaginativa o creativa, nonché scientifica (soprattutto nell’attualità della fisica quantistica), Marco Onofrio evidenzia la complessità dei presupposti sottesi alla sua ispirazione. Una poesia che nel valore di continuità con la tradizione si distingue per l’alto spessore meditativo e l’attenta ricerca espressiva nell’ambito di un «pensiero poetante» volto al disvelamento dell’Essere, su una linea che da Parmenide emerge fino alla modernità esistenziale di Leopardi. Situarsi nella linea di una tradizione significa per Onofrio abitare uno spazio di memoria, tra lunghe risonanze e consonanze, ma nell’autenticità di uno scavo espressivo del tutto personale. E neppure tradisce il poeta, con quest’ultima raccolta, l’unitarietà del suo discorso lirico negli anni. Molto è stato scritto su questi ultimi testi, si è citato a ragione Mario Luzi per i segni numinosi che illuminano i versi, o l’espressionismo simbolico di Campana o di un certo Rebora (come puntualmente rilevato da Gianni Turchetta nella prefazione). Molto è stato indagato in generale sul poeta Onofrio (che dantescamente associa attività creativa e studio critico), e dunque qui ci concentreremo sugli assi portanti di queste liriche: la metafisica della luce e l’idea del tempo.
Basterebbe già solo accennare alle numerose occorrenze di immagini e simboli che virano il senso della poesia in una direzione trascendente. Il simbolismo mistico di Onofrio carica il dettato poetico di profonde qualità spirituali. La parola poetica ha la funzione di «porta regale», (per citare appropriatamente un mistico come Pavel Florenskij, sommo studioso delle icone sacre) via di collegamento tra il visibile e l’invisibile. Non è un caso che ad una attenta lettura, il cromatismo della tavolozza di Onofrio (come un pittore bizantino) richiami i colori specifici delle icone russe del XIV e XV sec: l’oro della pellicola di fondo e anche l’azzurro, come nel testo di apertura che incide nei versi i termini di un cammino iniziatico: I monti azzurri tremano lontani / come sogni di rinascimento… Una visione rarefatta si staglia all’orizzonte, meta del viator in tensione ascendente verso l’apice o la vetta. Così come le icone per rappresentare le epifanie divine usano la pellicola d’oro, medium di radiosa profondità o luminosità ultraterrena, anche la luce di Onofrio è pura luce spirituale, e tante sono le occorrenze cromatiche e le isotopie che ne tramano il discorso poetico. Tanti gli esempi di questa pastosità pittorica ossessiva: scorie d’oro, polvere d’oro, barlume d’oro, fiume d’oro, freschezza verde ombrosa, celeste molle dei mattini, ocra- arancio delle sere, dune rosso-arancio, grigio incenerito di pianure…
In generale sempre viene marcato il contrasto luce/ombra, bagliore/ buio, felicità ultraterrena/ dolore incarnato oppure sorgenti sacre contro radici, caverne e abissi. Una dialettica giocata su più piani: la rassegnata angoscia esistenziale, (quell’andare mesti / sotto il buio dell’alta campata) e l’anelito verso l’oltre e il mistero dell’Essere, al di là del nulla. Una tensione sia fisica che spirituale, sia interiore (agita nell’io) che cosmica e universale. Ritroviamo allora puntuali le parole di Pavel Florenskij riguardo la contemplazione sovrasensibile: «il mondo spirituale… invisibile, non è in qualche luogo lontano ma ci circonda; e noi siamo come sul fondo dell’oceano, siamo sommersi nell’oceano di luce, eppure… per l’immaturità dell’occhio spirituale, non notiamo questo regno di luce…” ecco, è prodigioso come Marco Onofrio attraverso la «via regale» della poesia giunga alle stesse considerazioni:
Sensazioni ineffabili
Oltre la portata dei discorsi.
Cose che io vedo ad occhi chiusi
Come i fondali irraggiungibili
Del mare. Continua a leggere
