Pasquale Montalto, Come goccia d’acqua (nota di Rosaria Di Donato)

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Pasquale Montalto, Come goccia d’acqua, Macabor Editore 2025

Come goccia d’acqua, ultima silloge poetica di Pasquale Montalto è un viaggio simbolico tra la realtà e il sentimento, tra il pensiero e l’immaginazione, tra la vita e la morte. La trasparenza dell’acqua è il simbolo di una rinascita, di una palingenesi dalla quale nasce una visione cosmica di fratellanza universale, oggi, più che mai necessaria. L’incertezza esistenziale, determinata da guerre, pandemie, aggressività che connotano il nostro tempo, andrebbe mutata in gioia creativa, in affetto sincero verso i propri simili e verso tutte le creature, in umile e semplice accoglienza della vita. La prima sezione, In divenire, invita ad ascoltare il progetto della vita, a inseguire le linee dell’amore che sole possono condurci all’incontro dell’altro: Sono un compratore di sogni scrive l’Autore che rifiuta un mondo capovolto che crea barriere tra le persone e le cose imponendoci il ritmo del consumo anziché quello del libero pensiero. Un nuovo Ulisse e un nuovo Abramo, secondo Montalto, potrebbero segnare l’inizio di un agire rinnovato; l’audacia del dissenso e dell’anticonformismo, la ricerca interiore, la gioia per i colori, l’autenticità potrebbero condurci a un riscatto morale e umano che fecondi l’avvenire:

L’oltre dell’altrove

Tutto è bello e splende
sotto l’arco dello spirito,
piacevole moto di tante gocce d’acqua
che colorano l’estasi celeste
con un’allegra pioggerella,
infervorata dal cammino nell’altrove,
sotto lo sguardo abbagliante
della luce dell’infuocato sole,
maestria del saggio battito terrestre
che su ogni orma di piede traccia
una preziosa mappa per non disperdersi
e ricongiungersi con l’ambizioso oltre.

L’amore non è un’astrazione, ma una moneta sonante con cui realizzare quel sogno d’armonia e di fedeltà che ci unisce agli altri esseri, ai nostri cari, con un patto solidale e fraterno che solo ci consente di scrivere su righe che, troppo spesso, la storia e la cronaca sembrano ignorare o calpestare. Quante morti, quanti lutti, quanto dolore nel Mare vuoto! Solo abnegando noi stessi, ciò che siamo diventati, e ritornando all’infanzia, a uno sguardo puro e disinteressato potremo salvarci e, insieme a noi, salvare il pianeta:

La retta circolare

Bambino
completamente aperto
palpita fiducia e speranza
poi
tutto si perde
nei mille rigagnoli
degli anni

fraseologie frastagliate
lessico dissociato
grammatica degradata
gli alberi
solo gli alberi
si alzano ad altezza cosmica

Quale forza
oltre lo sconforto?

Unica retta lo sguardo
circolare verso il lato
opposto al mio,
dove qualcosa succede,
una luce s’accende sullo stretto vicolo. Continua a leggere

Antonio Sanges, Distensione del destino (Nota di Antonio Chessa)

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Antonio Sanges, Distensione del destino, Edizioni Ensemble 2025 (nota di Antonio Chessa)

Le poesie del nuovo libro di Antonio Sanges, Distensione del destino (Ensemble 2025), forniscono diversi spunti di riflessione perché sono collocate in ambito contemporaneo e sono vicine alla sensibilità dell’uomo di oggi. Il paesaggio esteriore è spesso un riflesso di quello dell’interiorità. Il gelo invernale si rispecchia nel freddo interiore fino a quando non appare un raggio di sole che produce un effetto benefico e comincia ad avvertirsi il disgelo; ma non è solo il freddo invernale, a volte è anche l’inferno cittadino in cui ormai ci stiamo abituando a vivere, a frenare qualsiasi facile entusiasmo, e questa condizione esistenziale non sembra essere solo individuale ma collettiva, come ci ricorda la poesia Inferno di asfalto:

Vidi il mio inferno da un vetro che affaccia
su un mare di asfalto,
e sul mare di asfalto vidi un mare
di gente che corre che striscia con meta apparente
la terra promessa:
un ufficio, un bar gremito di gente,
una chiesa chiassosa gremita di gente. […] (pag. 14)

Ogni tanto, però, sia la natura che le persone trovano un attimo di tregua o di “distensione”, come suggerisce il titolo della raccolta e questi sono i momenti di attesa di un cambiamento.
La poesia sembra essere il mezzo con cui attuare il mutamento stesso; è tuttavia manifesta la difficoltà di trovare una voce poetica adeguata, ma non per questo si rinuncia a cercarla. E si vedano gli ultimi versi del testo I nomi delle cose:

[…] Ma sarebbe inesatto sostenere
che non posso dire
alcunché:
ancora parlo
ancora scrivo
ancora vivo.     (pag. 26)

Le difficoltà del cammino e i tentativi per superare gli ostacoli fanno parte della natura umana, che è governata dal fato o dal destino. Mentre il “fato” è inevitabile, il “destino” può essere modificato dall’uomo ed ha un’accezione positiva. Il destino è pertanto la forza stessa che invoglia l’uomo a continuare a cercare, e la ricerca coinvolge sia il mondo antico che il mondo moderno.
Esempio emblematico di questa ricerca è la poesia Verso Occidente (pag. 33) dove la città di Lisbona viene chiamata con il suo nome antico “Olissipo”. Essa è l’unica capitale europea che si affaccia sull’Atlantico e perciò rimanda ad un mondo che esiste al di là del bacino del Mediterraneo. Un mondo che l’Ulisse omerico voleva conoscere, oltrepassando i limiti di quello allora conosciuto, contrassegnato dalle Colonne d’Ercole. Sanges, però, non segue Ulisse e preferisce l’Europa e il Mediterraneo. Un altro esempio emblematico della ricerca è la poesia Esilio (pag. 37), un testo intimo ed esistenziale, di presa di coscienza del proprio io e del proprio passato che va inesorabilmente incontro ad un’assenza di futuro quando la vita sarà annientata dalla morte. Con il tempo che scorre come un fiume, il πάντα ρει di Eraclito, non avremo più memoria del passato, né potremo vivere nel presente o nel futuro. La brevità e l’insignificanza della vita umana è racchiusa nei versi finali della poesia che in qualche modo richiamano Samuel Beckett e il teatro dell’assurdo

[…] Siamo inquieti ospiti di un istante
senza storia
in combutta con l’assurdo
in rivolta
contro niente. Continua a leggere

Giovanna Amato, Terzaé (nota di lettura e intervista all’autrice di A.M. Curci)

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Giovanna Amato, Terzaé, Robin Edizioni 2024

 Nota di lettura di Anna Maria Curci

Una scuola secondaria di primo grado in provincia di Roma, una classe, la Terzaè, sfida, confronto e cura, preoccupazione: in Terzaé troviamo insieme tutti questi elementi, come nel sostantivo tedesco “Sorge”, che appare nella ampiezza delle sue accezioni nel titolo di un racconto di Kafka Die Sorge des Hausvaters (“L’assillo del padre di famiglia” nella mia traduzione). Le studentesse e gli studenti vengono chiamati con soprannomi o con i loro cognomi; ad eccezione di Pavel, non conosciamo i loro nomi di battesimo. Il registro elettronico al quale si ispira idealmente l’autrice, Giovanna Amato, pungola in tal senso alla ricerca di parentele con i personaggi di Domenico Starnone, così come appaiono nei racconti raccolti sotto il titolo La scuola (Ex cattedra, Fuori registro, Sottobanco, Solo se interrogato).
I cognomi delle insegnanti, dal canto loro, dispiegano una sonora batteria di richiami, letterari e cinematografici innanzitutto, ad autori e personaggi. Accanto ai cognomi appare la materia. Dinanzi agli occhi di chi legge si presentano Serpico di storia (e geografia), Alfieri di italiano, Fortini di tecnologia, Petrangeli di matematica e scienze, Salvia di arte e immagine, Sabelli di inglese, Filippi di musica, Trani di francese.
Per alcune di loro, sono brevi e precise pennellate a portarle sulla scena. Per altre, in particolare per Serpico e per Alfieri, l’autrice permette di accedere a strati più profondi, attraverso la descrizione di consuetudini e la narrazione di episodi ai quali, pur nella drammaticità delle varie situazioni, non manca mai un tocco di umorismo, alimentato da una spiccata capacità di ironia, dal rovesciamento della prospettiva o, ancora, dall’osservazione delle diverse risposte alla ritualità dell’avvicendarsi di azioni degli studenti nella quotidianità scolastica e di puntuali tappe burocratiche, da affrontare indubbiamente, in forme, come è logico aspettarsi, diversificate, con punte di virtuosismo nel disbrigo di verbali e di relazioni da parte di Serpico, con commoventi riferimenti a disequazioni come sfida a sé stessi nella quiete della sera, così come ad ascolti devoti di musica classica, in particolare della sinfonia n. 45 di Haydn, la “sinfonia degli addii”.
La citazione dal capitolo 17, versetto 10 del Vangelo di Luca illumina in esergo sia lo slancio dello spirito di servizio, sia la consapevolezza circa il carattere arduo del compito, la possibilità del fallimento ed esalta, soprattutto, l’assenza di immotivati, benché “umani, troppo umani” protagonismi: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
La coscienza di difficoltà e limiti dell’azione pedagogica non intacca, tuttavia, la convinzione di stare svolgendo un’opera di vera e propria resistenza. È anche in virtù di tale convinzione che la prosa assume toni epici, come avviene, ad esempio, nel brano di p. 56, riportato a ragion veduta nella quarta di copertina:

«La Terzaé è come una lunga, dolcissima battaglia e chiunque di loro, preside inclusa, abbia abitato quella trincea diventa mai più solo mai. Belli di guerra come eroi dell’epica antica, sanno di aversi a vicenda come una testuggine romana sa di dover camminare insieme».

La Terzaé, dal canto suo, non dismette mai la volontà di confermare la propria fama di classe difficile, con Guarratore che schiaffa i piedi sul banco per allacciarsi più comodamente le scarpe, Pavel che in classe lancia la palla contro il muro e bestemmia quando qualcuno cerca di dissuaderlo dal perseverare nel misfatto, Bastutta che è malato di competizione e non sopporta che qualcuno abbia voti più alti di lui, Mancuso che ha il cellulare come appendice, lo usa come specchio per truccarsi ed è pronta a sguinzagliare la madre (o l’avvocato) contro ogni sanzione che le viene comminata, fosse anche un solo rimprovero, Cianfa che interrompe la lezione per chiedere se può dare una disinfettata ai banchi con lo spruzzino, e i tre che si fanno chiamare come gli stadi del muco cervicale ovulatorio, Sticky, Rubbery e Egg-White.
L’anno procede con note disciplinari e con la stesura di verbali, con verifiche e (soprattutto per il corpo docente) con la preparazione agli Esami.
L’andamento disincantato della classe, che afferma che non ci saranno non ammessi agli esami perché i prof “vogliono toglierseli di torno”, subisce una brusca svolta nelle pagine finali del breve romanzo, diviso in capitoli dai titoli che di per sé costituiscono già dei microcosmi. L’evento è drammatico e comporta un capovolgimento amaro della verità. Una sconfitta? Senz’altro resta il dubbio, instillato dalla presenza di un confine quanto mai incerto tra innocenza e colpevolezza.

©Anna Maria Curci

 

Intervista di Anna Maria Curci a Giovanna Amato

 

AMC – Terzaé arriva dopo Provincia cronica e a qualche anno di distanza da Terzafascia, che già nel titolo, esattamente come nel caso di questa recente prova narrativa, dichiarava la sua prossimità al mondo della scuola. È un mondo che tu vivi dalla parte dell’insegnante, in ragione della tua professione. Tuttavia l’impressione che si trae leggendo le pagine del libro è quella di sollecitudine e comprensione nei confronti anche degli alunni più ostici e resistenti, perfino ‘oppositivi’. Ecco allora che dietro il personaggio ‘macchietta’ impermeabile a tutto può fare capolino l’adolescente sballottato tra sogni e minacce corpose di caduta. È così?

GA – Terzafascia era un reportage sul precariato della scuola. Terzaé (curioso il ritorno della terna) doveva essere un immaginifico romanzo a tesi su un ragionamento che avevo portato al limite estremo. Ho postulato: si parla tanto di docenti che non riescono ad “acchiappare” gli adolescenti, ma cosa accade se gli adolescenti non vogliono essere acchiappati? E non parlo della normale resistenza che molti alunni fanno quando si sentono “inquadrati” a scuola. Ho immaginato dei ragazzi che non riconoscessero l’adulto in quanto tale, non voglio scomodare il concetto di Maestro che mi è carissimo ma perlomeno quello di guida, di esempio, anche solo di persona che ne sa un po’ più di te o da cui passare a chiedere se puoi andare in bagno. Dove si arriva, se questo patto si rompe? Nel ragionamento del libro, portato all’estremo, si arriva lontanissimo. Un mio collega mi disse che il patto educativo non si ragiona da ambo le parti, che la responsabilità del suo fallimento è solo del docente. Non lo credo. Noi siamo convessi, ma il ragazzo deve orchestrare una sua concavità. Ma non è un atto di accusa verso un ragazzino, al contrario: è la presa d’atto di una tragedia. Io credo di non aver mai creato creature più infelici, nella mia “letteratura”, di questi dieci ragazzi.
Vedi, la curiosità è che entrambi i libri che hai citato hanno il punto di vista del docente. Terzaé non è la storia di una classe. È la storia di un Consiglio di Classe che si trova a sbrogliare una matassa problematica. È la storia delle allergie di Alfieri, dell’intrepida Serpico, dell’acuto sguardo di un dirigente e di sostituzioni orarie che sfasciano in mezz’ora il lavoro di mesi perché chi non conosce vuole fare l’eroe. È una storia su noi adulti, sul nostro essere più o meno capaci di fronteggiare quella che è forse la più grande emergenza sul pianeta Terra: l’infelicità di un ragazzino.

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Su “La voce comune del mondo. Monografia antologica su Fausta Genziana Le Piane” di Plinio Perilli (nota di Anna Maria Curci)

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Su La voce comune del mondo. Monografia antologica su Fausta Genziana Le Piane di Plinio Perilli, Macabor Editore 2025 (nota di Anna Maria Curci)

L’incontro con la poesia non può non nutrirsi di uno studio costante, quotidiano. L’ascolto e la lettura del testo toccano corde molteplici, fatte vibrare innanzitutto – è ovvio, ma non del tutto superfluo ribadirlo – dalle percezioni sensoriali. In un gioco di rimandi, complesso e imprevedibile, in un viaggio pluridirezionale, risuonano e si illuminano poi collegamenti, che invitano a loro volta ad approfondire, percorrendoli, itinerari di ricerca. Lo studio, l’azione della lettura e dell’ascolto, danno vita a un’analisi di elementi e concetti anche del proprio universo poetico e, soprattutto, a una riflessione sulle sempre dinamiche manifestazioni e modalità sia della pratica poetica sia della sua ricezione, in un flusso continuo che richiama quello della ricerca-azione in campo educativo.
Nel caso del volume di Plinio Perilli, dedicato alle opere di Fausta Genziana Le Piane, volume che Macabor Editore, con una scelta particolarmente felice, inserisce nella collana “Voli pindarici”, lo studio di Plinio Perilli su Fausta Genziana Le Piane, poetessa, narratrice, saggista, francesista, può essere considerato una tappa esemplare di questo procedimento affascinante, fonte di riflessioni, soste feconde e altrettanto feconde ripartenze. Soffermarsi infatti sulle pagine e sui capitoli del volume La voce comune del mondo da un lato attiva la scoperta (o la riscoperta, per chi ha già incontrato la sua opera) di elementi fondamentali della scrittura di colei che viene a ragione definita “figura rilevante e vitale, scrittrice estrosa e multiforme”, dall’altro invita in misura ‘dolcemente tenace’ a un ulteriore approfondimento dei testi dell’autrice.
La prima parte del libro, racchiusa un Prologo e da un Epilogo, è dedicata alle poesie e alle prose poetiche di Fausta Genziana Le Piane, nelle raccolte Incontri con Medusa (2000), La notte per maschera (2003), Gli steccati della mente (2009), Stazioni/Gares (2011), Ostaggio della vallata (2014), Parole scartate (2017), Cappuccio rosso (2019), Scene da un naufragio (2019), Il triciclo di Shinichi (2023).  Già i titoli mettono in evidenza l’ampiezza dei temi, delle fonti di ispirazione, dei richiami alla letteratura, alle arti figurative, alla storia. La cura nella scelta della parola – Fausta Genziana Le Piane si dichiara, giustamente, anche filologa – si associa a un universo mitopoietico ben articolato, con radici, ben messe in evidenza, nella mitologia classica (Fausta Genziana Le Piane, nata in Calabria, è, nel senso più ricco del termine, “magnogreca”, come fa ben notare Plinio Perilli), in quella celtica, nella mitologia legata alle terre della Sabina. Nella mitopoiesi di Fausta Genziana Le Piane intervengono suggestioni, rielaborate in maniera interessante e originale, dall’arte di Géricault, dalla linguistica, dal paesaggio della campagna che si anima di presenze e voci, dalle tragedie della Storia, che si presentano attraverso le testimonianze dei piccoli e dei dimenticati. La “cognizione del dolore” non è mai disgiunta da quello che Perilli indica come principio della creazione poetica dell’autrice: l’Amore, da intendersi in senso onnicomprensivo e non confessionale.
Nella seconda parte, le pagine e gli “omaggi”, come li definisce Plinio Perilli, che questi compone per Fausta Genziana Le Piane, sono rivolti ai racconti e ai saggi che l’autrice scrive. Tra le prose, oltre a quelle scritte con Tommaso Maria Piatti (Un ponte sullo stretto, Duo per tre), vanno annoverati i racconti di La luna nel piatto (2004), il saggio, acuto e lucidissimo, L’artista della gioia (2008) sul romanzo di Goliarda Sapienza L’arte della gioia, le Riflessioni filologiche (2019), le interviste e i colloqui con autrici e autori di poesia contemporanea.
Dalla lettura di questo volume si esce con un sentimento di riconoscenza, nei confronti di Plinio Perilli per la sua Monografia antologica e nei confronti di Fausta Genziana Le Piane, la cui opera si va costruendo negli anni con una solida e significativa fede nella parola.

©Anna Maria Curci

Giovanna Amato, L’Orda è il racconto (su “L’Orda del controvento” di Alain Damasio)

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L’Orda del controvento, di Alain Damasio, traduzione di Emanuelle Caillat, Mondadori 2024, prima: L’orda del vento, Nord 2009

 

 

L’Orda è il racconto

A Gabriella, senza dubbio alcuno.

 

La pacatezza con cui Gabriella mi guarda quando le chiedo di consigliarmi un libro mi dà da pensare; devo essermi persa qualcosa di eclatante. L’Orda del controvento, mi risponde, e dà un altro sorso al calice, che in realtà è un bicchiere di plastica con del chinotto perché siamo al tavolino di un parco e l’ora è tarda. Così il giorno dopo vado a piedi a Eritrea per ritirare la mia copia. A Eritrea mi dicono che in realtà l’ho prenotato a Libia. Così proseguo, piccola orda senza vento, e il mio inizio è già nell’ordine di una missione.
L’Orda numero trentaquattro, con i suoi cantori e i suoi pilastri e i suoi prìncipi e i suoi aeromastri, attraversa il proprio pianeta spazzato dai venti – il vento che, unico, si declina – per conoscerne la genesi, cosa che è stata impossibile alle orde partite in precedenza, sperse in cammino o chissà dove tra le paludi e i chroni che ne mutano la materia. Il racconto appare per macchie, orchestrato dalle voci di ognuno dei membri preceduta dal glifo che la identifica (e che un provvidenziale segnalibro mi aiuta a districare). La trama è esile (gli incontri, gli screzi, la missione comune, lo spirito di gruppo, le avventure, le perdite i rischi); i personaggi sono perfettamente delineati, la loro voce è unica e scandita. Le voragini che la trama apre, gli affondi nella realtà e nella percezione che guida gli umani lungo la percorrenza di questo pianeta, sono destabilizzanti come una febbre.
Gabriella è un poderoso archivio, immagina strutture e le realizza, per questo all’inizio credo che l’Orda risalga questo mondo ventoso all’interno di architetture ben congegnate. Capisco immediatamente di sbagliarmi: il furvento e le altre forme che banalmente chiamiamo vento, e che sono in realtà maniere che ha il pianeta di spazzare via l’esistente, abbattono i paesaggi, costringono l’avanzata a formazioni di guerra, strappano pelle dai costati. Sono il mistero da risalire verso la fantomatica Vetta. Soprattutto, sono la motilità, la dinamica, la forza potenziale. Nel mondo dell’Orda non esiste stato: esiste potenza. Non esiste realtà, esiste metamorfosi.
La rapidità, che si conta in scarti di spazio.
Il moto, che si misura in accelerazione.
E l’altro movimento, quello che genera, che modifica la stasi in nascita, quello che dal nulla diventa cosa.
Solo sei di queste folate sono state archiviate e conosciute; ne mancano tre, e manca il luogo e il motivo da cui tutto ciò che spazza il pianeta con frustate furibonde nasce. Questo è il senso della marcia, che è una prova di conoscenza. La stessa vocazione metamorfica porta l’autore ad architettare l’incontro con i chroni, portali che mutano la materia: possono calcificare le ossa del corpo o possono attivarsi pronunciando una parola che come un incantesimo disidrati dall’interno. Ma la più raffinata delle invenzioni è la lingua con cui si trascrivono i venti. Lo scriba che non la impara vola dalla torre. È una lingua fatta di punteggiature, che segna la stasi e le folate. Ci si può anche giocare, una volta appresa, scrivendoci attorno lettere dell’alfabeto di senso compiuto: chi deve leggere e comparare venti sa dove guardare.

L’annotazione del vento, per sua natura differenziale, non è affatto una scienza esatta, lo sanno tutti. La percezione del tempo tra le salve, l’ampiezza accordata a una turbolenza, la distinzione fra una decelerazione breve con ripresa di salva e una semplice turbola è piuttosto sottile, a volte dubbia. Agli scribi non viene insegnata l’esattezza come ai geomaestri. A noi insegnano una precisione decisamente più insidiosa: l’architettura degli scarti – il senso, così spiccato tra i migliori, della sintassi, che è pura arte ritmica fatta di inflessioni e variazioni. Poi scrivere a parole viene da sé, banalmente, tanto che le lezioni di scrittura, l’apprendimento vero e proprio della narrazione di un evento, vengono impartite solo un anno più tardi e soltanto a quelli che hanno saputo cogliere il fraseggio del vento nella sua tessitura cadenzata.

Gabriella ha la mente del musico, del matematico e del pensatore. Quando ha posato il calice (il bicchiere di plastica con il chinotto) deve aver pensato: una struttura che non è trama, non è scenografia, non è immagine, non è materia. Quello “che dal nulla diventa cosa”. L’Orda è architettura. L’Orda è il racconto.

©Giovanna Amato

Raffaella Bettiol, Nel domestico giardino (Nota di lettura di Rosaria Di Donato)

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Raffaella Bettiol, Nel domestico giardino. Introduzione di Umberto Piersanti. Disegni di Massimiliana Bettiol, Arcipelago itaca Edizioni 2025

Nota di lettura di Rosaria Di Donato

Nel domestico giardino, con introduzione di Umberto Piersanti e disegni a carboncino di Massimiliana Bettiol (tranne quello di pag. 74 che è una china di Alberto Bolzonella), Raffaella Bettiol incontra alberi, fiori, erbe che sembrano palpitare nel vento, nella luce, nel buio della notte. Come nell’Annunciazione del giovane Leonardo da Vinci, la grande protagonista del dipinto è la luce che crea un’atmosfera quasi corporea, anche se sfumata, che contribuisce alla concretezza del quadro e che dilata il simbolismo della scena, accentuato anche dalle numerose piante raffigurate, così, nei versi dell’Autrice, il chiarore e la trasparenza accendono i colori conferendo alla botanica un vissuto e un messaggio. Il domestico giardino non è un “hortus conclusus” come quello dei monasteri o dei conventi, dove le specie floreali venivano coltivate anche per scopi terapeutici o per la meditazione, ma è il semplice terrazzo dell’abitazione, oppure, è costituito dalle piante che Bettiol incontra lungo le strade durante le passeggiate in diversi luoghi e località. Non so se a Padova si trovino betulle, ma certamente questo albero, così presente in Russia tanto da costituire dei boschi di vasta estensione, è citato dalla poetessa come simbolo di resistenza e di lutto universali: nei versi dedicati a Alexei Navalny La betulla (pag. 32) “grida” la denuncia contro l’oppressione politica, contro la tirannide… è un “grido muto” ma c’è…

La betulla

a A. Navalny

Nel denso grigiore della tundra
s’è spezzata la betulla
al gelo corrosivo dei giorni
al linguaggio smarrito degli uccelli
nell’infausto teorema della vita
schiuma la corteccia caldo sudore
su lenzuola stese di neve
dove s’annida una pesante catena
assordante tra i ghiacci.

Sembra di sentire l’assordante silenzio della neve nel gelo corrosivo dei giorni privi di libertà di pensiero. È un suono forte quello di questo componimento in cui le allitterazioni, le consonanti dure si susseguono rincorrendosi.
Sul Sentiero di Duino (pag. 20), percorrendo sentieri costeggiati da lecci, l’Autrice, sensibile al fruscìo delle foglie e allo scrocchio dei rami calpestati, attende trepida che gli scotani si colorino di rosso vivo (come, nell’Antico Testamento, il roveto ardente di Mosè?) in autunno. Simile a una tavolozza di colori, la poesia di Bettiol è anche un intreccio di scientifica erudizione mista ai sentimenti e alle emozioni che le piante evocano, non come in uno sfondo, ma nell’intersezione con la vita, con lo sguardo, con la carne e il respiro del poeta. Non a caso il componimento è chiuso da una frase del grande Aleksandr Aleksandrovič Blok: ché ad ogni pagina della vita / s’intreccia un verde stelo di leggenda. Il simbolismo è pregnante nei versi di questo componimento (il rosso per A. A. Blok è il colore pre-rivoluzionario), come anche nell’intera raccolta, e, forse, gli scotani sono un omaggio all’amico Piersanti che a questi arbusti (chiamati in primavera “Alberi della Nebbia” per la loro fioritura chiara e piumosa e, poi, per i frutti rosati) ha dedicato ben più di   un’opera. Si fecondano l’un l’altra le poetiche degli Autori amati e come le piante producono bellezza e incanto. La versificazione è piana e sapiente: si nasconde quasi all’alitare del vento tra le foglie, mai predominante. La natura è la protagonista assoluta di questi testi, quasi a ricordarci che noi siamo natura e che il nostro destino di esseri umani non è tra il cemento e le lamiere, tra lo smog e le plastiche, tra  l’artificiosità e l’elucubrazione, ma nell’abbraccio con il Creato e nell’accoglienza delle realtà non umane. Le piante e gli animali sono sensibili, si muovono, provano emozioni: questo sostengono da tempo le neuroscienze; e, in contatto con loro, anche noi possiamo ridestare la nostra autentica identità scevra da ogni forma di alienazione e di dominio; le piante e gli animali hanno dei diritti: questo, oggi sostengono le filosofie e la bioetica. Leggendo i versi di Bettiol noi possiamo ossigenarci e rigenerarci, rinascere, acquisire consapevolezza e abbandonare i sentieri dell’odio e della discriminazione: possiamo smetterla di erigere barriere e abbracciare, invece, un Umanesimo integrale che non accumula e che non affama, che non desertifica e che non spreca, che non annienta e che non odia.

Antico cipresso

E continua a crescere l’antico cipresso
nell’alchimia impervia del verde
in inquiete spirali di luce
nel morso di giorni crudeli. (pag. 26)

©Rosaria Di Donato

Sonia Giovannetti, Cien poemas (nota di lettura di Anna Marras)

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Sonia Giovannetti, Cien poemas
Nota di lettura di Anna Marras

Cien poemas (Más allá del muro)
Autrice: Sonia Giovannetti
Grupo editorial Sial Pigmalión Madrid
Traduzione a fronte: Emilio Coco
Edizione bilingue italiano/spagnolo

La copertina: una soglia da attraversare. Mi piace iniziare dalla soglia del testo o paratesto che accompagna il testo vero e proprio lo circonda e ne influenza la ricezione e interpretazione da parte del lettore: Invita a entrare, a scoprire, a leggere.
L’immagine di copertina è tratta dal dipinto Psiche Opening the Door into Cupid’s Garden (Psiche entra nel giardino) di John William Waterhouse (1904), pittore preraffaellita. Si ispira alla favola di Amore e Psiche narrata da Apuleio nelle Metamorfosi: una figura femminile mitologica che rappresenta Psiche, simbolo dell’anima in attesa, pronta ad aprire una porta segreta. Simbolismo coerente con la silloge.
Il gesto di varcare una soglia – oltre il muro – è lo stesso della poesia di Giovannetti: ricerca, passaggio, svelamento.

Cien poemas (Más allá del muro), è, infatti, una silloge che invita a varcare soglie: della memoria, del tempo, dell’identità e della lingua. Ha respiro internazionale. È un’edizione bilingue: italiano (lingua fonte) con testo a fronte in spagnolo, a cura del poeta e traduttore Emilio Coco; tale scelta non è solo una questione editoriale, ma riflette anche un intento profondamente interculturale e dialogico che consente alla voce poetica di Sonia, di estendersi aldilà dei confini linguistici e simbolici, inoltre rende la poesia accessibile a un pubblico internazionale, ed è anche coerente col titolo: Más allá del muro – oltre il confine linguistico, oltre le barriere culturali, una proposta di dialogo tra due lingue che si rispecchiano, arricchendosi a vicenda.
Chi traduce, affronta tale compito con grande rispetto e libertà, restituendo un’opera poetica a doppia voce, non un’imitazione, ma un vero dialogo. Tradurre poesia è una vera e propria sfida per le difficoltà profonde che comporta: cercare di conservare il tono e la voce dell’autrice; restituire ritmo, musicalità, immagini, saper tradurre ambiguità, simboli, emozioni, trovare un equilibrio tra fedeltà e libertà creativa. Quella di Coco è una riscrittura poetica, non una trasposizione letterale, un’opera parallela, rispettosa e viva.
La silloge raccoglie cento poesie, brevi, dense, dal tono lirico-intimista, talvolta civile. I testi toccano temi universali:
il tempo e la memoria (“I giorni”, “Risveglio”);
il dolore personale e collettivo (“Mamma”, “Abuso”, “Papà”);
l’identità femminile (“Mille donne”);
la speranza e la parola come forma di risalita (“Speranza”);
l’arte, la reclusione, il silenzio, la musica, il passaggio delle stagioni e molto altro.
Cien poemas è un percorso vasto, complesso, fatto di molte voci; ho scelto dunque, alcune poesie per me emblematiche che spero possano restituire lo spirito complessivo dell’opera e i suoi principali nuclei tematici.
La Madre il padre, le radici affettive: “PAPÀ” e “MAMMA” ripercorrono una memoria che è dolorosa, ma dolce, struggente, fertile, quasi come se la parola poetica cercasse di tenere in vita ciò che il tempo si è portato via; mi commuovono, forse per una sorta di trasporto empatico, i versi ispirati al papà: “Chiaro mi resti d’ogni tuo gesto sempre nella memoria e chiuso nel cuore ti porto dove il tempo si ferma”. Versi questi che racchiudono l’immensità; non è solo una confessione, ma un mantra dell’amore che resiste alla morte. È il dolore che diventa canto, come una forma alta e delicata di elaborazione del lutto, resa con estrema misura e sincerità.
Mi commuovono i versi struggenti dedicati alla mamma: “Crepuscolari, dolci paesaggi ora nel cuore porto come una vita e l’infinita nostalgia di te m’arriva, eterna memoria».
Sonia fonde qui paesaggio interiore e affetto filiale in una meditazione struggente sul ricordo di sua madre. Quel “crepuscolari” evoca una luce morbida, malinconica, quasi sospesa tra presenza e assenza. I “dolci paesaggi” non sono solo luoghi fisici, ma scenari dell’anima depositati nel cuore come una seconda vita. Arriva poi quell’ “infinita nostalgia”, invadente, ma tenera. che riconduce alla figura materna come “eterna memoria”, dunque mai del tutto perduta. Il lutto si fa stato d’animo costante, identità profonda, segnata da un amore che continua a vivere nella forma del ricordo e del desiderio.
Poi “Mille donne”: “(…) Sarò mille donne per te (…) eppure mi riconoscerai così bene in tutte (…)”.
Sonia ci propone un’immagine forte e fluida della donna, molteplice e misteriosa, ma al tempo stesso trasparente e autentica: la femminilità è plurale, mutevole, ma profondamente riconoscibile, accogliente e veritiera. È un’identità che sfugge alla rigidità delle etichette, capace di contenere tutte le stagioni dell’essere.
Poi “Abuso” che introduce un tono più duro, necessario, civile: “Era nella calza smagliata l’ultimo lancinante grido. L’ho raccolto (…) sotto la coperta del mondo, assente (…).”
La metafora della calza smagliata” e “il grido lancinante accolto sotto la coperta del mondo” colpiscono per la loro forza simbolica e per l’umanità con cui viene trattato un tema gravissimo. Qui la poesia non si chiude nella soggettività, ma si apre a un grido collettivo, diventando atto di denuncia e ascolto: una forma di resistenza e compassione.
E “Uno sguardo”: “Uno sguardo / trascinato dal vento / sull’ultima mareggiata / che sogna, sogna / un fermo porto di mare. / Dove posare gli occhi per sempre. / E riposare”.
L’immagine della mareggiata che sogna un porto stabile diventa ispirazione continua nella silloge: evocazione di ricerca incessante, vagabondaggio spirituale, desiderio di approdo e pace. Il contrasto tra l’acqua in movimento e il porto come stabilità racconta molto della tensione poetica di Sonia.
Poi “Dialogo”: ” Tu detti, io scrivo. Ci sei. Ti ascolto. Qui. Ora. Scrivo. (…) Respiro e volo. Con le tue ali. Le ali della poesia, la sua libertà -come quelle dell’airone come il falco che plana in spazi immensi – sono scrigno in cui conservo speranze”.
Qui la poesia si fa respiro, volo, libertà, immagine resa potente dalla metafora delle ali – dell’airone, del falco – simboli di visione ampia e slancio vitale. E lo scrigno finale si fa contenitore di speranze, custodite nei versi come bene prezioso da offrire al lettore. Anche questo è un esempio nitido dello stile di Sonia, evocativo, profondamente umano, essenziale, ma mai arido: ogni poesia è una fenditura luminosa sul vissuto, dove si incontrano emozione e riflessione.
Un diletto leggere i versi di Sonia!
La sua silloge si distingue per saper coniugare memoria privata e tensione etica, trasformando l’esperienza individuale in espressione universale. Attraverso un linguaggio insieme lirico e civile, Sonia esplora il lutto, l’amore, la giustizia, la speranza…, muovendosi oltre il muro dell’esperienza personale verso un orizzonte condiviso. Nel suo muro non c’è chiusura, ma apertura: è frontiera e passaggio, confine da superare con la parola poetica, con l’ascolto.
Un ruolo significativo è svolto dal bilinguismo italiano-spagnolo, che non è, come già accennato, solo scelta formale, ma anche ponte culturale e politico: ogni poesia parla a più voci, attraversa confini, si fa luogo di incontro tra mondi e identità.
Avrei voluto includere molte altre poesie, altrettanto significative per cogliere appieno la complessità tematica e stilistica della silloge; tuttavia, guidata dalla necessità di sintesi, ho operato una selezione mirata di testi per me esemplari, nel tentativo di offrire comunque un quadro coerente e rappresentativo della voce poetica di Sonia Giovannetti.”

©Anna Marras

 

Sonia Giovannetti legge “Cosa?” di Giuseppe Schettini (Ensemble, 2025)

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Sonia Giovannetti legge Cosa? di Giuseppe Schettini* (Ensemble, 2025)

Se è vero, come pensava Benedetto Croce, che la poesia è una forma di conoscenza intuitiva del mondo e l’intuizione che la suscita è un sentire che precede e, al contempo, influenza la ragione, disponiamo allora di una valida chiave di accesso al mondo poetico di Giuseppe Schettini, un mondo in cui l’animo del poeta convive intimamente con lo sguardo dello scienziato. Nella nota introduttiva alla sua silloge, “Cosa?”, l’autore si interroga infatti con appassionato fervore sul mondo “attorno a noi” e su noi stessi: “Cosa siamo e cosa vorremmo essere?”, evocando con sofferto smarrimento l’ “ordine caotico nel quale ci troviamo”. Ma subito dopo egli assume più pacatamente la “curiosità” – impulso genetico della scienza – quale elemento privilegiato per esplorare sia i sentimenti, sia, lucrezianamente, la natura delle cose.

La curiosità non dispensa tuttavia il poeta dal malessere per un mondo che egli percepisce alterato, deprivato di una giusta misura. Cose che diventano non cose, virtuale che soppianta il reale, come apprendiamo in “Vaghe realtà” e in “Ricerca”, dove la vita, tradotta in numeri, si fa assente, “prossima al niente” e dove anche negli “Auguri sociali” l’assenza di emozioni attesta la realtà di “una vita nella carenza”, perché priva della “presenza”. Vita, inoltre, negata dalle guerre, snaturata dalla violenza, dall’indifferenza alle ingiustizie e ai dolori altrui, come denunciano la “Guerra di P.” e “La legge del mare”.

Ma il male odierno è anche più sottile e pervasivo, diventa esistenziale, come in “Apparire o essere”, antico dilemma rousseauiano, e ancora in “Pausa”, dove il poeta si chiede se il rifuggire dal rischio dei sentimenti sia davvero “vivere” o non piuttosto mortificarsi nel “vedersi vivere”. Eccolo allora cedere anch’egli alla tentazione di emettere un “Urlo” che, traducendo in versi il messaggio del celebre quadro omonimo, dà poeticamente sfogo al suo profondo sconforto per un mondo, sconsolante e sconsolato, della non vita, oltraggiato da dolorosi paradossi e da intollerabili orrori.

Tuttavia, lo spirito della scienza che anima lo sguardo del poeta tende a ricomporre in una prospettiva di luce le sconnessioni e gli squilibri del presente. Già in “Maturare” e in “Condividere”, poesie dedicate al tema dei rapporti interpersonali, il poeta propone la sua ricetta per un mondo migliore, per una vita degna, imperniata sulla “coscienza di sé/ e dei suoi perché”, sul rispetto dell’altro in “un mondo di uguali”. Ma è segnatamente il Platone della “Repubblica” a risultare l’autentico vate ispiratore del poeta, che, sul finire dell’opera, fa implicito richiamo al celebre mito della caverna, concludendo con gli stessi versi due tra le più belle poesie della raccolta, “Giorno” e “Ricordare, dimenticare”: “Nascere, rinascere,/ dall’oscuro della caverna/ al chiarore della lanterna”. Quel “chiarore” che nell’allegoria platonica concede di vedere il Bene a chi abbia saputo liberarsi dall’inganno delle apparenze diventa, nei versi di Schettini, un messaggio di speranza, di fiducia nella capacità della ragione umana di arrivare a guarirci dal male di vivere.

©Sonia Giovannetti

*Giuseppe Schettini è professore ordinario di Campi elettromagnetici presso l’Università “Roma Tre”, dove insegna e svolge attività di ricerca dal 1998. Ha pubblicato numerosi saggi su riviste scientifiche internazionali. È autore delle raccolte poetiche Scritti brevi (2018) e Fili d’erba (2021).

Michele Nigro, Elegia del confino (nota di lettura di Rosaria Di Donato)

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Michele Nigro, Elegia del confino, collana ideata e curata da Massimo Ridolfi, 2024

Nota di lettura di Rosaria Di Donato

Elegia del confino, diario in prosimetro di Michele Nigro uscito nel novembre 2024 per la collana ideata e curata da Massimo Ridolfi: Corale di voci altre _ Collezione Poesia Italiana Contemporanea _ Letterature Indipendenti, si presenta come un elegante volume corredato di video letture. La voce del poeta è intensa nei componimenti lirici mentre diviene più diaristica nelle parti in prosa. È nel volontario confino in un piccolo borgo italiano, a partire da gennaio 2021, che l’autore elabora il suo scritto muovendo da considerazioni raminghe distillate nel silenzio e nella solitudine, lontano dal mondo, rifugiato in una Fortezza Bastiani: Catartica astensione dal mondo/ dai notiziari dei potenti,/ arroccati nel deserto dei Tartari/ stiliamo pagine/ dedicate al vuoto che insegna senza dire (pag. 173). La scelta dell’autoisolamento è un segno di protesta e di rinnovamento che accoglie il silenzio e l’arte di fare spazio alla periferia della ricerca. Non si tratta di dissonanza, ma di autenticità e di coraggio. La disappartenenza dalla città diventa un distacco dal superfluo e dallo stress e un ritrovarsi nel fluire di una vita semplice, essenziale come può essere quella di un paesello. M. Nigro tenta un paragone con l’atmosfera del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, ma troppo diversi sono i tempi e le circostanze tra i due autori: resta in comune solo il lathe biosas del saggio Epicuro. Lasciare il conflitto cittadino ai confini della clausura laica (pag. 110) scrive in terza persona l’autore nella prosa XXXVII, inserita quasi al centro dell’opera; è questo un passaggio importante che ricolloca il poeta in una relazione immediata con  se stesso e con gli altri, con le cose e con il paesaggio: Sospeso sui balconi di una dimora ambigua/ il corpo respira quiete/ tra progetti futuri e pesanti eredità/ tra desideri e doveri/ sogno e risveglio/ fantasia e realtà/ antico e moderno/ ricerca e disincanto/ natura e asfalto/ mistero e certezza/ poesia e tecnica./ Fino al termine della notte/ (pag. 116). La poesia è lì, sospesa tra la penna e il foglio di carta, tra l’interiorità e il respiro, tra il fruscio e l’illusione: la creatività necessità di spazio, di occasioni, di fili d’erba, di consapevolezza. La parola che salva nasce dall’esilio: Spostarsi seguendo il volere delle viscere, di tanto in tanto./ Diventi bussola archetipica dell’inconscio/ percorrendo d’istinto spazi non meditati/ (pag. 120). M. Nigro adotta la muta saggezza della solitudine (pag. 176) come stile di vita e preferisce visitare i cimiteri di montagna piuttosto che correre e affannarsi tra la folla in cerca del successo, della notorietà a tutti i costi; c’è un legame sacro e viscerale con i defunti che vivono nel ricordo dei vivi i quali, prendendosi cura delle tombe, rievocano il vissuto dei trapassati in una sorta di personale Spoon River: sono paesi nei paesi/ ma a distanza da sussurri umani/ toccano più di altri angoli sacri/ la terrena perfezione divina (pag. 177). Quale profondo, autentico senso di libertà; quale autonomia di pensiero; quale apertura al silenzio e all’imponderabile vuoto: forse il solo che può creare mondi e visioni da condividere, poi, sulla pagina. Il distanziamento, imposto  nell’ Era del Covid-19 per motivi sanitari, diviene in Elegia del confino una risorsa esistenziale, una strategia del respiro che non vuole ripiegarsi su se stesso fino a estinguersi e soffocare ma che, invece, attinge nuova linfa da uno sguardo altro sul mondo e da un tempo rinnovato, misurato con il passo di viandante attonito.

©Rosaria Di Donato

Marco Onofrio, Luce del tempo (Lettura critica di Letizia Leone)

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Marco Onofrio, Luce del tempo (Prefazione di Gianni Turchetta, Passigli Editori, 2024)

Lettura critica di Letizia Leone

Con un titolo significativo che convoca i poli fondanti (la Luce e il Tempo) di ogni riflessione filosofica, teologica, immaginativa o creativa, nonché scientifica (soprattutto nell’attualità della fisica quantistica), Marco Onofrio evidenzia la complessità dei presupposti sottesi alla sua ispirazione. Una poesia che nel valore di continuità con la tradizione si distingue per l’alto spessore meditativo e l’attenta ricerca espressiva nell’ambito di un «pensiero poetante» volto al disvelamento dell’Essere, su una linea che da Parmenide emerge fino alla modernità esistenziale di Leopardi. Situarsi nella linea di una tradizione significa per Onofrio abitare uno spazio di memoria, tra lunghe risonanze e consonanze, ma nell’autenticità di uno scavo espressivo del tutto personale. E neppure tradisce il poeta, con quest’ultima raccolta, l’unitarietà del suo discorso lirico negli anni. Molto è stato scritto su questi ultimi testi, si è citato a ragione Mario Luzi per i segni numinosi che illuminano i versi, o l’espressionismo simbolico di Campana o di un certo Rebora (come puntualmente rilevato da Gianni Turchetta nella prefazione). Molto è stato indagato in generale sul poeta Onofrio (che dantescamente associa attività creativa e studio critico), e dunque qui ci concentreremo sugli assi portanti di queste liriche: la metafisica della luce e l’idea del tempo.
Basterebbe già solo accennare alle numerose occorrenze di immagini e simboli che virano il senso della poesia in una direzione trascendente. Il simbolismo mistico di Onofrio carica il dettato poetico di profonde qualità spirituali. La parola poetica ha la funzione di «porta regale», (per citare appropriatamente un mistico come Pavel Florenskij, sommo studioso delle icone sacre) via di collegamento tra il visibile e l’invisibile. Non è un caso che ad una attenta lettura, il cromatismo della tavolozza di Onofrio (come un pittore bizantino) richiami i colori specifici delle icone russe del XIV e XV sec: l’oro della pellicola di fondo e anche l’azzurro, come nel testo di apertura che incide nei versi i termini di un cammino iniziatico: I monti azzurri tremano lontani / come sogni di rinascimento… Una visione rarefatta si staglia all’orizzonte, meta del viator in tensione ascendente verso l’apice o la vetta. Così come le icone per rappresentare le epifanie divine usano la pellicola d’oro, medium di radiosa profondità o luminosità ultraterrena, anche la luce di Onofrio è pura luce spirituale, e tante sono le occorrenze cromatiche e le isotopie che ne tramano il discorso poetico. Tanti gli esempi di questa pastosità pittorica ossessiva: scorie d’oro, polvere d’oro, barlume d’oro, fiume d’oro, freschezza verde ombrosa, celeste molle dei mattini, ocra- arancio delle sere, dune rosso-arancio, grigio incenerito di pianure…
In generale sempre viene marcato il contrasto luce/ombra, bagliore/ buio, felicità ultraterrena/ dolore incarnato oppure sorgenti sacre contro radici, caverne e abissi. Una dialettica giocata su più piani: la rassegnata angoscia esistenziale, (quell’andare mesti / sotto il buio dell’alta campata) e l’anelito verso l’oltre e il mistero dell’Essere, al di là del nulla. Una tensione sia fisica che spirituale, sia interiore (agita nell’io) che cosmica e universale. Ritroviamo allora puntuali le parole di Pavel Florenskij riguardo la contemplazione sovrasensibile: «il mondo spirituale… invisibile, non è in qualche luogo lontano ma ci circonda; e noi siamo come sul fondo dell’oceano, siamo sommersi nell’oceano di luce, eppure… per l’immaturità dell’occhio spirituale, non notiamo questo regno di luce…” ecco, è prodigioso come Marco Onofrio attraverso la «via regale» della poesia giunga alle stesse considerazioni:

Sensazioni ineffabili
Oltre la portata dei discorsi.
Cose che io vedo ad occhi chiusi
Come i fondali irraggiungibili
Del mare. Continua a leggere

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