
Giovanna Amato, Terzaé, Robin Edizioni 2024
Nota di lettura di Anna Maria Curci
Una scuola secondaria di primo grado in provincia di Roma, una classe, la Terzaè, sfida, confronto e cura, preoccupazione: in Terzaé troviamo insieme tutti questi elementi, come nel sostantivo tedesco “Sorge”, che appare nella ampiezza delle sue accezioni nel titolo di un racconto di Kafka Die Sorge des Hausvaters (“L’assillo del padre di famiglia” nella mia traduzione). Le studentesse e gli studenti vengono chiamati con soprannomi o con i loro cognomi; ad eccezione di Pavel, non conosciamo i loro nomi di battesimo. Il registro elettronico al quale si ispira idealmente l’autrice, Giovanna Amato, pungola in tal senso alla ricerca di parentele con i personaggi di Domenico Starnone, così come appaiono nei racconti raccolti sotto il titolo La scuola (Ex cattedra, Fuori registro, Sottobanco, Solo se interrogato).
I cognomi delle insegnanti, dal canto loro, dispiegano una sonora batteria di richiami, letterari e cinematografici innanzitutto, ad autori e personaggi. Accanto ai cognomi appare la materia. Dinanzi agli occhi di chi legge si presentano Serpico di storia (e geografia), Alfieri di italiano, Fortini di tecnologia, Petrangeli di matematica e scienze, Salvia di arte e immagine, Sabelli di inglese, Filippi di musica, Trani di francese.
Per alcune di loro, sono brevi e precise pennellate a portarle sulla scena. Per altre, in particolare per Serpico e per Alfieri, l’autrice permette di accedere a strati più profondi, attraverso la descrizione di consuetudini e la narrazione di episodi ai quali, pur nella drammaticità delle varie situazioni, non manca mai un tocco di umorismo, alimentato da una spiccata capacità di ironia, dal rovesciamento della prospettiva o, ancora, dall’osservazione delle diverse risposte alla ritualità dell’avvicendarsi di azioni degli studenti nella quotidianità scolastica e di puntuali tappe burocratiche, da affrontare indubbiamente, in forme, come è logico aspettarsi, diversificate, con punte di virtuosismo nel disbrigo di verbali e di relazioni da parte di Serpico, con commoventi riferimenti a disequazioni come sfida a sé stessi nella quiete della sera, così come ad ascolti devoti di musica classica, in particolare della sinfonia n. 45 di Haydn, la “sinfonia degli addii”.
La citazione dal capitolo 17, versetto 10 del Vangelo di Luca illumina in esergo sia lo slancio dello spirito di servizio, sia la consapevolezza circa il carattere arduo del compito, la possibilità del fallimento ed esalta, soprattutto, l’assenza di immotivati, benché “umani, troppo umani” protagonismi: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
La coscienza di difficoltà e limiti dell’azione pedagogica non intacca, tuttavia, la convinzione di stare svolgendo un’opera di vera e propria resistenza. È anche in virtù di tale convinzione che la prosa assume toni epici, come avviene, ad esempio, nel brano di p. 56, riportato a ragion veduta nella quarta di copertina:
«La Terzaé è come una lunga, dolcissima battaglia e chiunque di loro, preside inclusa, abbia abitato quella trincea diventa mai più solo mai. Belli di guerra come eroi dell’epica antica, sanno di aversi a vicenda come una testuggine romana sa di dover camminare insieme».
La Terzaé, dal canto suo, non dismette mai la volontà di confermare la propria fama di classe difficile, con Guarratore che schiaffa i piedi sul banco per allacciarsi più comodamente le scarpe, Pavel che in classe lancia la palla contro il muro e bestemmia quando qualcuno cerca di dissuaderlo dal perseverare nel misfatto, Bastutta che è malato di competizione e non sopporta che qualcuno abbia voti più alti di lui, Mancuso che ha il cellulare come appendice, lo usa come specchio per truccarsi ed è pronta a sguinzagliare la madre (o l’avvocato) contro ogni sanzione che le viene comminata, fosse anche un solo rimprovero, Cianfa che interrompe la lezione per chiedere se può dare una disinfettata ai banchi con lo spruzzino, e i tre che si fanno chiamare come gli stadi del muco cervicale ovulatorio, Sticky, Rubbery e Egg-White.
L’anno procede con note disciplinari e con la stesura di verbali, con verifiche e (soprattutto per il corpo docente) con la preparazione agli Esami.
L’andamento disincantato della classe, che afferma che non ci saranno non ammessi agli esami perché i prof “vogliono toglierseli di torno”, subisce una brusca svolta nelle pagine finali del breve romanzo, diviso in capitoli dai titoli che di per sé costituiscono già dei microcosmi. L’evento è drammatico e comporta un capovolgimento amaro della verità. Una sconfitta? Senz’altro resta il dubbio, instillato dalla presenza di un confine quanto mai incerto tra innocenza e colpevolezza.
©Anna Maria Curci
Intervista di Anna Maria Curci a Giovanna Amato
AMC – Terzaé arriva dopo Provincia cronica e a qualche anno di distanza da Terzafascia, che già nel titolo, esattamente come nel caso di questa recente prova narrativa, dichiarava la sua prossimità al mondo della scuola. È un mondo che tu vivi dalla parte dell’insegnante, in ragione della tua professione. Tuttavia l’impressione che si trae leggendo le pagine del libro è quella di sollecitudine e comprensione nei confronti anche degli alunni più ostici e resistenti, perfino ‘oppositivi’. Ecco allora che dietro il personaggio ‘macchietta’ impermeabile a tutto può fare capolino l’adolescente sballottato tra sogni e minacce corpose di caduta. È così?
GA – Terzafascia era un reportage sul precariato della scuola. Terzaé (curioso il ritorno della terna) doveva essere un immaginifico romanzo a tesi su un ragionamento che avevo portato al limite estremo. Ho postulato: si parla tanto di docenti che non riescono ad “acchiappare” gli adolescenti, ma cosa accade se gli adolescenti non vogliono essere acchiappati? E non parlo della normale resistenza che molti alunni fanno quando si sentono “inquadrati” a scuola. Ho immaginato dei ragazzi che non riconoscessero l’adulto in quanto tale, non voglio scomodare il concetto di Maestro che mi è carissimo ma perlomeno quello di guida, di esempio, anche solo di persona che ne sa un po’ più di te o da cui passare a chiedere se puoi andare in bagno. Dove si arriva, se questo patto si rompe? Nel ragionamento del libro, portato all’estremo, si arriva lontanissimo. Un mio collega mi disse che il patto educativo non si ragiona da ambo le parti, che la responsabilità del suo fallimento è solo del docente. Non lo credo. Noi siamo convessi, ma il ragazzo deve orchestrare una sua concavità. Ma non è un atto di accusa verso un ragazzino, al contrario: è la presa d’atto di una tragedia. Io credo di non aver mai creato creature più infelici, nella mia “letteratura”, di questi dieci ragazzi.
Vedi, la curiosità è che entrambi i libri che hai citato hanno il punto di vista del docente. Terzaé non è la storia di una classe. È la storia di un Consiglio di Classe che si trova a sbrogliare una matassa problematica. È la storia delle allergie di Alfieri, dell’intrepida Serpico, dell’acuto sguardo di un dirigente e di sostituzioni orarie che sfasciano in mezz’ora il lavoro di mesi perché chi non conosce vuole fare l’eroe. È una storia su noi adulti, sul nostro essere più o meno capaci di fronteggiare quella che è forse la più grande emergenza sul pianeta Terra: l’infelicità di un ragazzino.
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