La domenica, qui nel paese dove abito adesso, le campane della chiesa suonano alle sette e mezza.
Io mi sveglio ma non mi alzo.
Resto sotto la coperta di lana a guardare la luce che entra dalla tapparella della finestra e ascolto i rumori di papà e mamma che si lavano e bevono il caffè.
Capita anche che papà dice qualcosa sottovoce e vanno in bagno a lavarsi insieme.
È l’unico giorno della settimana che posso sentirli insieme.
Durante la settimana quando mi alzo per andare a scuola papà è già uscito da un pezzo per prendere il tram e mamma è già pronta a uscire anche lei. Mi lascia il latte caldo nella tazza e mi dice di chiudere bene la porta e non portare nessuno in casa dopo la scuola.
Ma certo che non porterò nessuno. Uscirò per prima dalla classe e per prima attraverserò le strisce pedonali per prima raggiungerò il mio portone per prima salirò le scale senza usare l’ascensore così non si vedrà il piano a cui arriverò aprirò la porta e la richiuderò alle spalle con quattro mandate mi spoglierò e sarò pronta per mangiare e fare i compiti e solo quando arriverà la mamma scenderò nel cortile a giocare con la Rosalba, la figlia della signora Pina, del portone a fianco al mio.
La domenica alle sette e mezza papà è ancora in casa e si veste bene per andare alla messa. Mette il pantalone e la camicia che ha messo al matrimonio di zia l’estate scorsa, chiede alla mamma cinquecento lire per l’elemosina e sulla porta raccomanda che mi svegli e che mi prepari per la messa dei bambini delle dieci e mezza.
Mamma inizia a chiamarmi urlando dietro la porta e quando vede che non mi alzo entra in sala, alza del tutto la tapparella e apre la finestra.
“Muoviti che devi grattare il formaggio prima della chiesa”, dice.
In tutta la casa c’è l’odore della salsa che cuoce dentro il soffritto di cipolla.
E’ il profumo della domenica ed è l’unico giorno che non bevo il latte perché la nonna diceva che alla messa si va digiuni così il corpo di Cristo ci sazierà l’anima e la pancia.
Ma ho sete, allora mi attacco alla bottiglia dell’acqua ma poi penso che Gesù potrebbe annegare dentro la mia pancia, allora sputo nel lavandino l’acqua che mi è rimasta in bocca e corro in bagno a lavarmi i denti e la faccia.
Prima di vestirmi gratto il pezzo di pecorino che mamma mi ha lasciato sul tavolo. Quando mi scivola dalle mani mi gratto le nocche della mano. Ma non sento il male, mi piace vedere la pelle sottile che come la polvere di formaggio scivola nel piatto.
Mamma, vicino a me, prepara gli involtini di mortadella. Stende una fetta sul tavolo infarinato, poi prende un po’ dell’impasto che ha preparato con la mollica del pane, l’uovo e il prezzemolo e il pepe e sale. Poi arrotola la fetta di mortadella e la chiude con il filo nero per cucire.
Mette quello nero che si vede di più anche quando si cucina.
Ne fa cinque poi li mette nella pentola del sugo e li lascia a cucinare.
“Fai presto, che devi vestirti e andare alla messa, ha detto papà”, mi dice prima di uscire dalla cucina per andare a rifare il divano che ogni sera diventa il mio letto.
Nella casa nuova non c’è una cameretta per me. C’è la camera di papà e mamma con un grande letto di legno e una specchiera come quella delle principesse, una cucina piccola, un bagno e la sala dove dormo io.
Qualche volta voglio andare a dormire insieme a loro nel lettone, ma mamma si mette a urlare e dice che devo starmene al mio posto di bambina.
Ma nella sala non c’è nessun giocattolo dei miei, neppure una delle tre bambole che mamma mi chiude dentro il mobile per non “farle stare in giro”.
Di notte mi fanno compagnia sei sedie dallo schienale alto che circondano un lungo e grosso tavolo di legno, che abbiamo usato solo una volta per mangiare, quando è venuto il fratello della mamma a fare un lavoro nella città.
Quando devo fare i compiti, però, mi metto sotto il tavolo e faccio finta che le gambe sono i tronchi degli alberi delle olive come quelli in campagna, dove abitavamo prima.
Ogni giorno faccio un piccolo segno con la punta della penna in una delle gambe del tavolo, e per fortuna mamma non se n’è mai accorta.
Ma durante la notte, le sedie diventano cattive e mi fanno paura.
Le vedo alte e grosse,presenze informi e ingombranti che mi vogliono saltare addosso.
Per questo mi metto a piangere in silenzio e chiedo a papà se posso andare da loro.
Ma a rispondermi è sempre la mamma.
Quando il piatto si è riempito di formaggio, mi vado a lavare le mani e mi vesto per uscire.
Cammino da sola sui marciapiedi che si uniscono tra di loro formando tante croci e finiscono nel grande incrocio con quattro semafori di fronte alla chiesa e alla scuola. Sulla strada passano tre autobus e qualche macchina.
È da molto tempo che mi sono accorta che qui, dove abitiamo adesso, non c’è molta erba; non ci sono alberi e di campi se ne vedono pochi.
Sul marciapiede di fronte al mio, stanno camminando una stretta all’altra, Pia e Roberta. Mi guardano e ridono. Succede anche la mattina quando andiamo a scuola.
Mi viene voglia di correre.
Vorrei incontrare mamma fuori dalla casa.
Solo lei sembra appartenere alle piante di pomodori lunghi e polposi che crescono in tutta la campagna del nonno.
***
Li raccoglievamo la mattina presto che era ancora buio e ci fermavamo solo quando il sole era tanto alto da farci scottare la testa anche se riparata dal fazzoletto.
Le cassette di legno piene di pomodori erano sparse in tutto il terreno. Il nonno con il trattore passava, le caricava e veniva a scaricarle vicino al silos.
Solo in questi “giorni della salsa” avevo il permesso di aprire la porta del pozzo e tirare su il secchio dell’acqua.
Prima di passare i pomodori nelle bacinelle di plastica li lavavo tra le mani a tre o quattro alla volta, togliendo il grosso della terra che avevano attaccata.
Poi li passavo dalle bacinelle di plastica alle tinozze di alluminio e li sciacquavo e li ripassavo nelle bacinelle svuotate dall’acqua sporca, poi le riempivo di acqua pulita e li lavavo di nuovo e li ripassavo nelle tinozze, e nei passaggi dalla tinozza alla bacinella i pomodori diventavano lucidi e rossi e brillanti sotto la luce del sole.
Li lasciavo dentro il garage perché sennò al sole si seccavano fino a quando zio e mamma li prendevano e li mettevano a bollire in un enorme barile che prima conteneva la nafta per il trattore, dentro il pollaio.
A turno le donne di casa, mamma zia e nonna, giravano con un manico di scopa, i pomodori che si frantumavano.
Io non mi potevo avvicinare al barile, mi lasciavano solo entrare nel pollaio e dovevo stare vicino alla porticina di filo ferro.
Mamma portava una pezza sulla testa che serviva per non fare cadere i capelli nel barile e la pelle della sua faccia prendeva lo stesso colore dei frutti cotti.
Indossava un prendisole con le bretelle sottili sulle spalle e un elastico in vita.
Ogni tanto succedeva che i semini dei pomodori schizzassero tra le bolle e raggiungessero le sue guance. Lei faceva un salto indietro e invocava la santa madonna di proteggerle gli occhi.
Mi avvicinavo a lei, da dietro.
Provavo a dire che facevo un po’ io a girare, di sedersi che la vedevo stanca ma lei rispondeva che mica ero capace, che ero troppo piccola e che ci volevano i muscoli di un maschio.
È stata quella volta che ho capito che mi avrebbe voluto figlio. Non sapeva che farci con una femmina.
All’inizio non sapeva neppure vestirmi, era nonna che lo faceva e mi comprava i vestiti bianchi e rosa. Mamma diceva solo che era una disgrazia la figlia femmina.
Stava sudando parecchio e respirava con affanno. Mi ero avvicinata portando con me uno sgabello e le avevo detto che salivo su quello così diventavo più alta e potevo girare.
Allora mi aveva fatto provare ma ero troppo vicino alla bocca del barile e i semi schizzavano veloci sulla mia faccia.
Mi mordevo le labbra dal bruciore che sentivo ma non volevo che lei vedesse mentre si era seduta vicino alla porta e si stava sventolando con l’orlo del prendisole.
Mamma aveva le gambe bellissime, secche e lunghe e bianche perché lei non ha la pelle scura come quella mia che quando sono andata nella scuola nuova le mie vicine di banco, Pia e Roberta, mi chiamano marocchina.
Non ho mai capito come sono fatti i marocchini, non ci sono neppure le foto sul libro di geografia.
Ma di sicuro vivono in una terra come il paese della mia mamma dove crescono i pomodori per la salsa.
Mamma si era addormentata, con la testa contro una gabbia di polli.
Una spallina le era scivolata sul braccio e per la prima volta da quando ero grande, ho visto una tetta nuda, grossa come un melone giallo con un boccuccio scuro e duro.
La bocca mi si era riempita di acquolina e risentivo il sapore del latte che avevo bevuto da lei, misto all’odore di pomodoro cotto.
Respiravo l’aria aprendo la bocca per ingoiarla saporita come la sentivo e dal quel momento avevo desiderato diventare una femmina come mia mamma con il suo stesso profumo.
Di latte e pomodoro.
***
Pia e Rosalba mi fanno le facce da cretine dall’altro marciapiede e continuano e ridere.
Mi metto a correre ma non verso casa.
Raggiungo la chiesa e la messa è già cominciata. Quando entro Don Vito mi guarda dal pulpito dove sta per leggere la pagina del vangelo dedicata a questa domenica. Devo avere i capelli in disordine perché mi lancia uno sguardo arrabbiato e mi invita, con un piccolo gesto della mano, a sedere nelle prime file con le altre bambine.
Tra un mese circa riceverò per la prima volta la comunione. Don Vito ci sta preparando ogni sabato con il catechismo e facciamo le prove per tenere una fila ordinata dal fondo della chiesa all’altare, e ci dice come dobbiamo aprire la bocca non tanto sennò si vedono i denti e non poco sennò le sue dita non riescono a entrare; dobbiamo tirare fuori la lingua non tanto però perché sennò è peccato e abbastanza per farci appoggiare la piccola ostia, che non dobbiamo per nessun motivo toccare con le mani, né masticare, né succhiare né leccare. Dice che si scioglierà con la preghiera.
Mi vengono i brividi dalla paura perché penso che potrà scivolarmi dalla bocca o che potrà non piacermi il sapore o che potrà attaccarsi ai denti o al palato come succede con il pane cotto che cucina la mamma e io dovrò usare le dita per staccarlo ma allora farò peccato perché “il corpo di Cristo non si tocca con le mani”, diceva la nonna, allora me lo terrò sulle gengive e lo masticherò lentamente, di nascosto.
Durante la messa cantiamo la mia canzone preferita quella che dice: “Abramo non partire non lasciare la tua terra, cosa speri di trova- a-a-ar, la strada è sempre quella ma la gente è differente ti è nemica dove speri di arriva- a-ar. Quello che lasci tu lo conosci il tuo Signore cosa ti dà?, un popolo una terra, una promessa…”.
Mi piacciono queste parole, le ho anche scritte sul mio diario e quando le guardo, penso a me e a mamma e papà. Siamo gli Abramo in viaggio che hanno lasciato la loro terra e hanno sperato di trovare una nuova vita. Penso alla gente nuova che abbiamo conosciuto, quelli che lavorano con papà in fabbrica e quelle che fanno le bidelle come mamma; ai miei compagni di scuola che vengono dalle regioni più lontane e che non sapevano che esisteva anche la mia. Penso a Pia e Roberta quando mi guardano e ridono. Ai marocchini che non ho mai visto, ma che mi somigliano.
E ancora non so perché.
E mentre canto nella bocca si forma l’acquolina come quando ho visto il petto nudo di mamma che somigliava a un melone giallo, nel pollaio del nonno.
Prego di partire presto e tornare nella campagna di nonno.
Voglio sentire per sempre il sapore della terra.
Finita la messa don Vito mi trattiene per un braccio e mi dice di seguirlo in sagrestia.
Siamo soli e lui si spoglia della veste. Mi riprende sul ritardo che faccio ogni domenica e vuole sapere anche dove sono stata sabato scorso, saltando il catechismo.
Cerco nella testa una bugia normale che nasconda la mia passeggiata nel campo deserto dietro la mia via, dove c’è l’unica terra rivoltata ed enormi gru con le quali, dicono, costruiranno nuovi palazzi.
Passo interi pomeriggi a camminare in mezzo a quella terra, che non somiglia per niente alla terra del mio paese. Non ha odore se non quello di catrame; è fredda tra le mani e non ci sono piante che crescono. Solo immondizia varia.
Con il piede la sollevo la sposto e ogni volta trovo qualche oggetto che poi sotterro nel mio angolo segreto vicino alle scale che portano alle cantine del mio palazzo.
Ho già raccolto: un pezzo di bracciale d’argento, un elastico per capelli, una sigaretta intera che ho nascosto sotto una gamba del tavolo della sala, una scatola di latta di biscotti, un tappo di bottiglia, una cintura.
Ma per lo più trovo quelle cose che non posso toccare allora le sotterro da un’altra parte in modo che i bambini più piccoli del cortile non possano trovarle o inciamparci.
Sono siringhe e lacci di scarpa sporchi di sangue.
Ce l’hanno detto a scuola di non raccoglierle di non toccarle che sono pericolose; le usano i drogati per farsi le punture nelle braccia e poi rubano le borse alle donne fuori dal supermercato e poi li trovi sdraiati per terra sotto i portoni che non capiscono niente e guardano l’aria come la televisione restano impietriti con la bocca aperta e fanno paura quando sono per terra perché neppure riescono a muoversi e i maschi della scuola dicono che lo fanno per dimenticare la loro vita che non gli piace e che quelle spade dentro le vene gli fanno vedere i colori del cielo che in questo paese non ci sono mai, giallo rosso blu.
Nella terra del nonno non le ho mai trovate, quelle cose.
Nella terra del nonno ci sono solo le piante dei pomodori e le spighe del grano. Immense distese gialle e rosse dove posso correre e rotolarmi e anche se mi sporco nessuno si arrabbia.
E il cielo quando si fa sera diventa scuro come il mare e li confondi allora io alzo le braccia e provo a nuotare nel cielo come nel mare.
La bugia è che ho avuto mal di pancia e sono rimasta a casa. Don Vito non ci crede tanto, mi fa un sorriso strano e mi promette che non lo chiederà a mio padre né dirà cosa ho detto io.
Ma io dovrò confessarmi e promettere di restare molto vicino a lui, dice anche.
Come vicino domando io, vicino così, dice lui.
Così è tanto vicino, dico io.
Il suo abito nero contro il mio a fiori la sua pancia vicino ai miei occhi il suo fiato tra i miei capelli le sue mani sulle mie spalle poi sulla faccia e le dita dentro la bocca. Cerco dio nel suo respiro affannato lo chiamo facendomi strada con la lingua tra il suo dito più duro.
Siamo così vicino a Dio, sussurra alla fine.
Non mi sembra lo stesso dio padre del figlio crocifisso alla croce ma forse è lo stesso dio che si è avvicinato a Maria un giorno che era da sola e che Giuseppe era andato a prendere del nuovo legno per un tavolo e quando poi si era avvicinato allora Maria si era spaventata come me e gli aveva chiesto perché così vicino e allora dio aveva risposto dobbiamo essere tutti vicini al padre e allora Maria non aveva detto niente a Giuseppe ma Giuseppe quando era tornato si era accorto che la pancia di Maria si era gonfiata e allora era contento. Ma lui dio non lo conosceva.
Quando torno a casa papà sta guardando la televisione in sala e mamma sta apparecchiando. Tolgo le scarpe e vado i bagno a lavarmi i denti con l’acqua verde come mi ha insegnato il dentista quando mi ha tolto un dente cariato.
Mamma scola la pasta e la divide nei piatti. Indossa una camicetta leggera verde come il mare e una gonna blu scuro che lascia scoperte le sue gambe ancora sottili e bianche.
Ha in testa un fazzoletto che raccoglie i capelli come quando siamo in campagna.
Quando toglie il coperchio dalla pentola del sugo la cucina si gonfia nel profumo di pomodoro cotto.
Guardo mamma che mi sorride e mi dice di sedermi. Faccio no con la testa e dico che voglio mettere il sugo sulla pasta.
Afferro il mestolo e lei mi chiede cosa ha detto don Vito alla messa. Affondo il mestolo nel sugo e rispondo niente. Mi passa il piatto di papà e mi chiede come niente? Raccolgo il sugo fino a che straripa dal bordo del mestolo e dico così. Come così fa lei e mentre vorrei rovesciare il sugo del mestolo sui maccheroni le lacrime negli occhi mi accecano e il mestolo sbatte sul profilo del piatto e si rovescia sulla camicetta verde come il mare di mamma e cola sulla gonna e sulle sue gambe
bianche e sottili e papà allora si alza e mi grida di stare attenta che faccio sempre disastri perché ho la testa da qualche parte e mamma invece mi guarda e sembra che mi guarda sulla bocca e dice che deve essere la mia gioia di fare la comunione tra meno di un mese e allora io faccio sì con la testa e rimetto il mestolo dentro il sugo nella pentola e guardo mamma che raccoglie con le sue dita qualche goccia di pomodoro cotto dalla camicetta e lo assaggia e le sue labbra diventano succose e morbide.
L’odore della salsa si cosparge sul corpo di mamma.
Mi avvicino a lei annusandola.
L’abbraccio intorno al sedere, mi appiccico fino a sporcarmi di pomodoro anche io sul mio vestito a fiori.
Mi stringe la testa contro la sua pancia.
Ci ritorno dentro come prima di essere nata.
Mangio i resti del sugo dal suo corpo e rido, e poi piango e lei mi dice non è successo niente, stai buona! Non c’è bisogno di piangere che non è successo niente. Quando si piange, allora, mamma? vorrei dire. Invece abbraccio le sue gambe, sottili e bianche che odorano di salsa cotta.
***
Il giorno della mia prima comunione è il primo di maggio.
Io volevo il vestito della principessa quello con il cerchio sotto che lo fa restare largo e tutto il pizzo sopra. Invece la mia parrocchia ha obbligato tutti i genitori a dare dei soldi per affittare un abito come quello delle monache solo marrone con una croce di legno appesa attorno al collo.
Mi vergogno mentre cammino ma papà è nervoso e mi dice che, se faccio qualche disastro, quel giorno me lo fa ricordare lui a furia di botte.
Perché un po’ papà si vergogna di me. Dice che sono una selvaggia a confronto delle altre bambine che cammino come un mulo con la testa bassa e quando parlo la mia voce è come quella del nonno.
Cerco di stare attenta a ogni cosa che faccio durante la messa.
Don Vito sembra non essersi accorto di me tante siamo e io ne sono contenta. Solo quando ci mettiamo in fila nel fondo della chiesa e camminiamo verso l’altare per raggiungere lui e il chierichetto pronti con le ostie consacrate, inciampo nell’orlo del vestito e cadendo lo strappo, così adesso ho una specie di strascico che mi segue da un lato.
Mancano due bambine prima di me. Mi volto a guardare nella fila dei genitori e spero di incontrare lo sguardo di mamma che mi sta guardando ancora arrabbiata.
Quella prima di me esce dalla fila verso destra come ci aveva detto don Vito, poi tocca a me.
Mi avvicino, il chierichetto mi mette sotto il mento un piattino d’oro, don Vito ha in mano una specie di calice, tira fuori un’ostia benedetta, la solleva in alto e dice: “Questo è il corpo di cristo”.
Lo guardo e mi viene voglia di correre, le gambe tremano.
Mi ripete la frase e il chierichetto mi si avvicina all’orecchio e mi ordina di aprire la bocca e di dire amen. Apro la bocca e don Vito con gli occhi arrabbiati come quelli di papà mi ficca in bocca l’ostia con due dita. Faccio per chiudere in fretta la bocca e lo mordo senza volerlo, lui fa uno scatto indietro e io esco dalla fila a sinistra, dalla parte sbagliata.
Non sa di niente il corpo di cristo, solo pane azzimo senza sale e senza lievito. Mi aspettavo un sapore dolce come di zucchero cotto, pensavo che quel rotondino fosse fatto di zucchero. Invece quasi si squaglia sulla lingua e una leggera poltiglia mi si attacca al palato, come avevo immaginato.
Senza muovere la punta della lingua ma dando dei piccoli colpi sul fondo della bocca, dove inizia la gola, cerco di deglutirla.
Non va giù. Quei pezzi di corpo non scendono negli inferi della mia gola.
Sono ostinati e, mollemente si infilano nel mio molare cariato e lo rivestono come fossero una capsula.
Prego il buon dio che suo figlio si stacchi dai miei denti senza costringermi ad usare le mani. Guardo don Vito che mi fissa.
Mi giro verso mio padre, pure lui con gli occhi su di me, come quelli di mamma, sempre arrabbiati.
Recupero tutta la saliva di scorta che esce dalle guance, ne faccio una palla sonora che si rotola da una parte all’altra della mia piccola caverna, allungo il mento verso il basso tenendo sempre le labbra ben chiuse, poi però uso la lingua per staccare i rimasugli della mia comunione dai denti e dal palato.
Finalmente in bocca sono pulita.
Tutto è andato giù nello stomaco.
Mi faccio il segno della croce e mi rimetto a sedere.
Quando arriviamo a casa papà mi rimprovera di aver rotto il vestito e che adesso faremo una bella figura con il parroco gli dico che mi dispiace ma era troppo lungo e sono inciampata potevi tirarlo su con le mani mi dice lui ma dovevo tenere le mani unite davanti al cuore, rispondo io.
E finisce così.
Mi spoglio e ci mettiamo a tavola.
Mamma ha scaldato il sugo e il profumo di lei e del pomodoro mi riempie di gioia.
La pastasciutta è pronta. Il sugo abbonda sui maccheroni e non ce n’è neppure uno bianco nel piatto.
Ne infilzo uno nella forchetta. Gli cola il sugo dall’interno.
È come un corpo ferito. Apro la bocca e tiro fuori la lingua ce lo appoggio sopra chiudo la bocca e tra i denti faccio scivolare la forchetta. Risucchio il maccherone fino in fondo alla gola e quando sta per cadere nel tunnel lo ri-spingo sui denti poi lo sbatto a destra poi a sinistra contro le guance poi sul palato e di nuovo sui denti davanti. E quando lo mordo la bocca si riempie del sapore di pomodoro cotto, di terra.
Guardo il seno di mamma grande e sodo.
Ho voglia di correre.
Rita Ricucci nasce a Milano. Ottenuto il diploma come perito informatico nel 1986, supera le selezioni alla Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano e per tre anni frequenta un corso di attrice.
Dal 1989 al 2000 lavora in numerose produzioni teatrali tra Milano e Roma.
Nel cinema lavora con giovani registi del Centro Sperimentale di Cinema con sede a Roma e tra le sue interpretazioni ricordiamo il cortometraggio Due di Alberto Vendemmiati, selezionato per la Mostra del Cinema di Venezia 1994.
A teatro collabora alla scrittura di La voce di fuori, uno spettacolo di e con Lucia Vasini per il CRT di Milano.
Rita ha seguito i corsi di scrittura creativa di Raul Montanari e quelli della Scuola Holden di Torino. Ha collaborato con un gruppo di scrittori a diversi reading e ha pubblicato numerosi racconti in varie antologie.