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L’UOMO CHE VIAGGIA by Sante Bandirali

Pubblicato: 30 agosto 2012 da bibliodante in RACCONTI


L’UOMO CHE VIAGGIA by Sante Bandirali
di Sante Bandirali è in uscita per Edizioni Uroboros la raccolta di racconti “EAN13 ed altri disastri

Era una capsula argentea nel sorriso irregolare del cortile. Una costante, in quel mutevole, multicolore e spesso sdentato sorriso. Dal mio punto di vista, avrei detto un incisivo superiore destro. Se ne stava laggiù, quattro piani sotto di me, perennemente immobile, estate e inverno, da un paio d’anni. Con quel telo grigio riflettente a ricoprirla, come per nascondere le carie della carrozzeria, per proteggere la dentatura acciaccata del rettangolo di cemento compreso fra il condominio Flora e il condominio Arturo, nella periferia est della città.
Non so dire esattamente da quanto tempo fosse posteggiata lì, quando per la prima volta mi accorsi della sua presenza. Da quando vivo qui, cioè dal matrimonio, cerco sempre di mettere la macchina nella fila opposta di rettangoli, più vicina all’ingresso del condominio Arturo, dove abitiamo, anzi abitavamo. Nel senso che io ci abito ancora. Quando facevo il guardiano notturno era facile. Al mattino, rincasavo quando tutti erano usciti, e di posti ce n’erano in abbondanza. Adesso la concorrenza è dura, a volte spietata. Ma pazienza.
Accanto al cortile c’è un giardinetto che i cani vanno quotidianamente a minare di ordigni biologici, per tenere lontani i bambini e i passanti. Il risultato è una terra di nessuno, governata da due tassi potati a sfera da una mano tanto abile quanto ignota e posti simmetricamente, uno a destra e uno a sinistra dell’unico vialetto che attraversa la ben concimata landa. Dal balcone di casa mia, per un fortuito caso prospettico e con un briciolo d’immaginazione, è possibile vedere nei tassi gli occhi, nel vialetto un naso – curvo in basso verso destra – e nelle due file di posti auto una bocca sorridente. Un po’ rigida, così lineare com’è, ma fatta di denti multiformi e luccicanti, sempre diversi o quasi. E con un po’ di fantasia in più, una riga vezzosa di baffetti bruno-rossicci, costituita dalla ringhiera marrone che lascia intravedere il minio dell’antiruggine in alcune parti scrostate. Sembra la faccia contenta e feroce della terra che sorveglia noi, suoi abitanti e parassiti, per ricordarci che siamo tollerati a condizione di non esagerare. Che altrimenti basta una scrollatina, magnitudo quattro virgola nove, e addio baracca e burattini.

La prima volta che la vidi fu il giorno dopo il licenziamento. Ero stato in giro per sindacati e camere del lavoro, senza grandi risultati. Poi ero andato da Gianluca a bere una cosa, e da cosa nasce cosa. Rientrai storto, quando il sole di fine maggio stava calando e si divertiva a ricopiare le figure di Giacometti con le ombre lunghe, sull’asfalto. Anche grazie al Doblò di Angelucci, l’imbianchino del secondo piano, messo di traverso a occupare due posti, la dentatura inferiore era al completo. Dopo un giro del cortile, infilai la Golf sull’altro lato, in un posto piuttosto stretto ma sufficiente per aprire la portiera e scendere. Per uscire dovetti fare una sequenza di contorsioni che sarebbe stata del tutto normale se avessi frequentato un master con Houdini. Fu dapprima il contatto a dirmi che c’era qualcosa di strano. Non il solito metallo, liscio, rovente e impolverato. Una sensazione fra la seta e la carta vetrata, quasi elastica, che si attaccò ai jeans e mi fece sobbalzare, quasi fosse uno zombie uscito dalla terra che cercava di trascinarmi giù. O la lingua vischiosa di quel faccione del cortile, che finalmente si era deciso a darmi la punizione che mi meritavo per averlo così a lungo deriso dall’alto del quarto piano.
Lui, lo vidi il giorno dopo, mentre ero affacciato alla ringhiera del balcone. Arrivò, strascicando il passo, e fece le cose che poi gli avrei visto fare per anni. Era un uomo corpulento, non grasso ma massiccio, che da giovane doveva essere stato particolarmente muscoloso. Usciva verso le cinque del pomeriggio dal condominio Flora e si dirigeva, lentamente e inesorabilmente, verso la macchina ricoperta dal telo protettivo. Il suo movimento era ritmato dal bastone, che riecheggiava nel vasto vuoto serale in attesa dei pendolari al rientro. Arrivato accanto alla capsula si fermava, la osservava, muoveva qualche passo, arrivava sull’altro lato, la osservava di nuovo. Restava in piedi così anche per una decina di minuti, in silenzio, a guardarla come una compagna addormentata dopo una notte d’amore. Le volte che qualche gatto imprudente osava farsi sorprendere su quello che doveva essere il cofano, lui trasformava il bastone in una lancia e affrettava il passo, o meglio lo rendeva più irregolare e frenetico, ma senza acquistare in velocità. E il gatto, forse più per compassione che per paura, si stiracchiava pigramente e si lasciava scivolare giù dal telo, allontanandosi a coda ritta e senza voltarsi indietro.
Dopo il rituale di avvicinamento scostava impercettibilmente un lembo del telo, lungo il fianco, e un attimo dopo scompariva. Questa era la fase che mi affascinava di più. In quella fase doveva alzare il telo, aprire la portiera quanto bastava per poter salire in macchina e, probabilmente non senza molte difficoltà, sedersi, infilare le gambe sotto il volante, una dopo l’altra, e richiudere la portiera. Eppure, a guardarlo, l’unica cosa che si riusciva a vedere era quel piccolo movimento del telo. Un attimo era lì, in piedi, accanto alla capsula, e l’attimo dopo – puf! – il bastone era appoggiato al fianco dell’involucro ma lui non c’era più. Poi si sentiva un motore accendersi e girare così, a vuoto, per dieci o quindici minuti. Nessuna accelerazione improvvisa, nessun rombo. Alla fine il motore si spegneva, e dopo un paio di minuti lui era già accanto alla macchina, con la stessa minima oscillazione del telo, e col bastone in mano si incamminava verso il portoncino d’alluminio del condominio Flora, diretto a chissà quale dei suoi molteplici appartamenti.
Non capii mai che automobile fosse. L’unica cosa che riuscivo a vedere, di quando in quando, era un bagliore di vernice rossa al momento della salita o della discesa dell’autista, una vernice che poteva far pensare a un’automobile sportiva, ma la sagoma era troppo alta e tozza, il rumore del motore troppo mansueto e rispettoso perché lo fosse. Ho cercato di ricordare se ci fosse un’automobile rossa parcheggiata abitualmente nel cortile, prima. Ma non sono un bravo osservatore.
Soprattutto nei lunghi mesi della disoccupazione, senza doveri professionali e senza risorse per concedermi piaceri d’altro tipo, era diventato un appuntamento fisso. Lo aspettavo sul balcone con un buon anticipo, per non perdermi niente della sacralità di quel rito di avvicinamento, e assistevo all’intera cerimonia con curiosità e partecipazione. Cercavo di non mostrarmi agli altri inquilini: non per vergogna, ma per gelosia. Quell’uomo era uno sconosciuto, ma non volevo condividere con nessuno quella religione, di cui non conoscevo gli dèi ma che mi aveva affascinato con la gestualità druidica dell’unico e supremo sacerdote.
Mi chiedevo quali favolosi viaggi facesse, quali magnifiche avventure vivesse durante quei quarti d’ora liturgici in cui il motore girava nell’intimità del telo argenteo. Qualche volta, di passaggio nel cortile, fui tentato di scostare il telo, di osservare da vicino il suo contenuto misterioso, di toccarlo con mano. Ma non riuscii mai a farlo. Il senso di profanazione che mi prendeva al solo avvicinarmi era insostenibile.

Quando accadde, fu qualche settimana dopo l’inizio del mio lavoro come distributore di volantini pubblicitari porta a porta. Dovevo camminare trascinandomi il carrello per chilometri, infilando nelle cassette delle lettere i pieghevoli di una promozione tre per due che serviva a un supermercato per attrarre clienti che avrebbero pagato gli altri prodotti molto più del dovuto. E quando il carrello si svuotava, dovevo tornare in macchina a riempirlo, cambiare zona, e camminare altri chilometri. E così via. Quel giorno avevo lavorato otto ore, con varie discussioni, di cui almeno tre feroci, con persone che mi avevano fatto notare in malo modo la scritta “no pubblicità” sulla loro casella postale.
Forse perché ero esausto, non me ne accorsi subito. Mi dissero il giorno dopo che li avevano portati via. Che doveva essersi addormentato, seduto al volante. Il telo si era avvolto in modo strano sotto alla marmitta e il gas di scarico, anziché uscire, era rimasto in circolo sotto il telo, entrando nell’abitacolo dai finestrini abbassati.
Erano usciti insieme dal cortile. Lui davanti, coperto da un lenzuolo, sull’ambulanza, e lei dietro, trainata dal carro attrezzi della polizia.
Ora l’espressione del cortile è cambiata. Uno dei due tassi, forse ucciso dall’eccesso di nutrimento, è morto. E nel cortile, proprio dove un tempo c’era la capsula argentea, sono comparsi i cassonetti della raccolta differenziata. A guardarlo sembra un pugile suonato, con un occhio spento e la mascella deforme.
Io ho avuto una discussione con un tizio che aveva un grosso cartello fuori dalla porta, proprio sotto la fessura delle lettere, con scritto “no pubblicità”. Mi è venuto incontro sventolando la brochure di un centro abbronzatura. Ha detto qualcosa come “adesso ti faccio nero io” e mi ha centrato con un cazzotto in piena bocca. Non ho neanche fatto in tempo a dirgli che quelli che stavo distribuendo io erano i cataloghi di una ditta di surgelati, e che la sua porta l’avevo saltata, per via del cartello.
Al posto del dente che mi ha buttato giù mi sono dovuto far mettere una capsula d’acciaio, che era quella che costava meno. È un incisivo superiore. Destro.
Adesso, ogni tanto vado allo specchio. Penso a lui e mi viene da sorridere, un sorriso ampio, con tutti i denti in bella vista. E lui arriva, col suo passo strascicato, il bastone e la sua corporatura enorme. Scosta il telo, mi fa salire e partiamo insieme, per i viaggi più fantastici che ci siano.

AZZIMO E POMODORO by Rita Ricucci

Pubblicato: 30 Maggio 2012 da bibliodante in RACCONTI

La domenica, qui nel paese dove abito adesso, le campane della chiesa suonano alle sette e mezza.
Io mi sveglio ma non mi alzo.
Resto sotto la coperta di lana a guardare la luce che entra dalla tapparella della finestra e ascolto i rumori di papà e mamma che si lavano e bevono il caffè.
Capita anche che papà dice qualcosa sottovoce e vanno in bagno a lavarsi insieme.
È l’unico giorno della settimana che posso sentirli insieme.
Durante la settimana quando mi alzo per andare a scuola papà è già uscito da un pezzo per prendere il tram e mamma è già pronta a uscire anche lei. Mi lascia il latte caldo nella tazza e mi dice di chiudere bene la porta e non portare nessuno in casa dopo la scuola.

Ma certo che non porterò nessuno. Uscirò per prima dalla classe e per prima attraverserò le strisce pedonali per prima raggiungerò il mio portone per prima salirò le scale senza usare l’ascensore così non si vedrà il piano a cui arriverò aprirò la porta e la richiuderò alle spalle con quattro mandate mi spoglierò e sarò pronta per mangiare e fare i compiti e solo quando arriverà la mamma scenderò nel cortile a giocare con la Rosalba, la figlia della signora Pina, del portone a fianco al mio.

La domenica alle sette e mezza papà è ancora in casa e si veste bene per andare alla messa. Mette il pantalone e la camicia che ha messo al matrimonio di zia l’estate scorsa, chiede alla mamma cinquecento lire per l’elemosina e sulla porta raccomanda che mi svegli e che mi prepari per la messa dei bambini delle dieci e mezza.
Mamma inizia a chiamarmi urlando dietro la porta e quando vede che non mi alzo entra in sala, alza del tutto la tapparella e apre la finestra.
“Muoviti che devi grattare il formaggio prima della chiesa”, dice.
In tutta la casa c’è l’odore della salsa che cuoce dentro il soffritto di cipolla.
E’ il profumo della domenica ed è l’unico giorno che non bevo il latte perché la nonna diceva che alla messa si va digiuni così il corpo di Cristo ci sazierà l’anima e la pancia.
Ma ho sete, allora mi attacco alla bottiglia dell’acqua ma poi penso che Gesù potrebbe annegare dentro la mia pancia, allora sputo nel lavandino l’acqua che mi è rimasta in bocca e corro in bagno a lavarmi i denti e la faccia.
Prima di vestirmi gratto il pezzo di pecorino che mamma mi ha lasciato sul tavolo. Quando mi scivola dalle mani mi gratto le nocche della mano. Ma non sento il male, mi piace vedere la pelle sottile che come la polvere di formaggio scivola nel piatto.
Mamma, vicino a me, prepara gli involtini di mortadella. Stende una fetta sul tavolo infarinato, poi prende un po’ dell’impasto che ha preparato con la mollica del pane, l’uovo e il prezzemolo e il pepe e sale. Poi arrotola la fetta di mortadella e la chiude con il filo nero per cucire.
Mette quello nero che si vede di più anche quando si cucina.
Ne fa cinque poi li mette nella pentola del sugo e li lascia a cucinare.
“Fai presto, che devi vestirti e andare alla messa, ha detto papà”, mi dice prima di uscire dalla cucina per andare a rifare il divano che ogni sera diventa il mio letto.

Nella casa nuova non c’è una cameretta per me. C’è la camera di papà e mamma con un grande letto di legno e una specchiera come quella delle principesse, una cucina piccola, un bagno e la sala dove dormo io.
Qualche volta voglio andare a dormire insieme a loro nel lettone, ma mamma si mette a urlare e dice che devo starmene al mio posto di bambina.
Ma nella sala non c’è nessun giocattolo dei miei, neppure una delle tre bambole che mamma mi chiude dentro il mobile per non “farle stare in giro”.
Di notte mi fanno compagnia sei sedie dallo schienale alto che circondano un lungo e grosso tavolo di legno, che abbiamo usato solo una volta per mangiare, quando è venuto il fratello della mamma a fare un lavoro nella città.
Quando devo fare i compiti, però, mi metto sotto il tavolo e faccio finta che le gambe sono i tronchi degli alberi delle olive come quelli in campagna, dove abitavamo prima.
Ogni giorno faccio un piccolo segno con la punta della penna in una delle gambe del tavolo, e per fortuna mamma non se n’è mai accorta.
Ma durante la notte, le sedie diventano cattive e mi fanno paura.
Le vedo alte e grosse,presenze informi e ingombranti che mi vogliono saltare addosso.
Per questo mi metto a piangere in silenzio e chiedo a papà se posso andare da loro.
Ma a rispondermi è sempre la mamma.

Quando il piatto si è riempito di formaggio, mi vado a lavare le mani e mi vesto per uscire.
Cammino da sola sui marciapiedi che si uniscono tra di loro formando tante croci e finiscono nel grande incrocio con quattro semafori di fronte alla chiesa e alla scuola. Sulla strada passano tre autobus e qualche macchina.
È da molto tempo che mi sono accorta che qui, dove abitiamo adesso, non c’è molta erba; non ci sono alberi e di campi se ne vedono pochi.
Sul marciapiede di fronte al mio, stanno camminando una stretta all’altra, Pia e Roberta. Mi guardano e ridono. Succede anche la mattina quando andiamo a scuola.
Mi viene voglia di correre.
Vorrei incontrare mamma fuori dalla casa.
Solo lei sembra appartenere alle piante di pomodori lunghi e polposi che crescono in tutta la campagna del nonno.

***

Li raccoglievamo la mattina presto che era ancora buio e ci fermavamo solo quando il sole era tanto alto da farci scottare la testa anche se riparata dal fazzoletto.
Le cassette di legno piene di pomodori erano sparse in tutto il terreno. Il nonno con il trattore passava, le caricava e veniva a scaricarle vicino al silos.
Solo in questi “giorni della salsa” avevo il permesso di aprire la porta del pozzo e tirare su il secchio dell’acqua.
Prima di passare i pomodori nelle bacinelle di plastica li lavavo tra le mani a tre o quattro alla volta, togliendo il grosso della terra che avevano attaccata.
Poi li passavo dalle bacinelle di plastica alle tinozze di alluminio e li sciacquavo e li ripassavo nelle bacinelle svuotate dall’acqua sporca, poi le riempivo di acqua pulita e li lavavo di nuovo e li ripassavo nelle tinozze, e nei passaggi dalla tinozza alla bacinella i pomodori diventavano lucidi e rossi e brillanti sotto la luce del sole.
Li lasciavo dentro il garage perché sennò al sole si seccavano fino a quando zio e mamma li prendevano e li mettevano a bollire in un enorme barile che prima conteneva la nafta per il trattore, dentro il pollaio.
A turno le donne di casa, mamma zia e nonna, giravano con un manico di scopa, i pomodori che si frantumavano.
Io non mi potevo avvicinare al barile, mi lasciavano solo entrare nel pollaio e dovevo stare vicino alla porticina di filo ferro.
Mamma portava una pezza sulla testa che serviva per non fare cadere i capelli nel barile e la pelle della sua faccia prendeva lo stesso colore dei frutti cotti.
Indossava un prendisole con le bretelle sottili sulle spalle e un elastico in vita.
Ogni tanto succedeva che i semini dei pomodori schizzassero tra le bolle e raggiungessero le sue guance. Lei faceva un salto indietro e invocava la santa madonna di proteggerle gli occhi.
Mi avvicinavo a lei, da dietro.
Provavo a dire che facevo un po’ io a girare, di sedersi che la vedevo stanca ma lei rispondeva che mica ero capace, che ero troppo piccola e che ci volevano i muscoli di un maschio.
È stata quella volta che ho capito che mi avrebbe voluto figlio. Non sapeva che farci con una femmina.
All’inizio non sapeva neppure vestirmi, era nonna che lo faceva e mi comprava i vestiti bianchi e rosa. Mamma diceva solo che era una disgrazia la figlia femmina.

Stava sudando parecchio e respirava con affanno. Mi ero avvicinata portando con me uno sgabello e le avevo detto che salivo su quello così diventavo più alta e potevo girare.
Allora mi aveva fatto provare ma ero troppo vicino alla bocca del barile e i semi schizzavano veloci sulla mia faccia.
Mi mordevo le labbra dal bruciore che sentivo ma non volevo che lei vedesse mentre si era seduta vicino alla porta e si stava sventolando con l’orlo del prendisole.

Mamma aveva le gambe bellissime, secche e lunghe e bianche perché lei non ha la pelle scura come quella mia che quando sono andata nella scuola nuova le mie vicine di banco, Pia e Roberta, mi chiamano marocchina.
Non ho mai capito come sono fatti i marocchini, non ci sono neppure le foto sul libro di geografia.
Ma di sicuro vivono in una terra come il paese della mia mamma dove crescono i pomodori per la salsa.
Mamma si era addormentata, con la testa contro una gabbia di polli.
Una spallina le era scivolata sul braccio e per la prima volta da quando ero grande, ho visto una tetta nuda, grossa come un melone giallo con un boccuccio scuro e duro.
La bocca mi si era riempita di acquolina e risentivo il sapore del latte che avevo bevuto da lei, misto all’odore di pomodoro cotto.
Respiravo l’aria aprendo la bocca per ingoiarla saporita come la sentivo e dal quel momento avevo desiderato diventare una femmina come mia mamma con il suo stesso profumo.
Di latte e pomodoro.

***

Pia e Rosalba mi fanno le facce da cretine dall’altro marciapiede e continuano e ridere.
Mi metto a correre ma non verso casa.
Raggiungo la chiesa e la messa è già cominciata. Quando entro Don Vito mi guarda dal pulpito dove sta per leggere la pagina del vangelo dedicata a questa domenica. Devo avere i capelli in disordine perché mi lancia uno sguardo arrabbiato e mi invita, con un piccolo gesto della mano, a sedere nelle prime file con le altre bambine.

Tra un mese circa riceverò per la prima volta la comunione. Don Vito ci sta preparando ogni sabato con il catechismo e facciamo le prove per tenere una fila ordinata dal fondo della chiesa all’altare, e ci dice come dobbiamo aprire la bocca non tanto sennò si vedono i denti e non poco sennò le sue dita non riescono a entrare; dobbiamo tirare fuori la lingua non tanto però perché sennò è peccato e abbastanza per farci appoggiare la piccola ostia, che non dobbiamo per nessun motivo toccare con le mani, né masticare, né succhiare né leccare. Dice che si scioglierà con la preghiera.

Mi vengono i brividi dalla paura perché penso che potrà scivolarmi dalla bocca o che potrà non piacermi il sapore o che potrà attaccarsi ai denti o al palato come succede con il pane cotto che cucina la mamma e io dovrò usare le dita per staccarlo ma allora farò peccato perché “il corpo di Cristo non si tocca con le mani”, diceva la nonna, allora me lo terrò sulle gengive e lo masticherò lentamente, di nascosto.

Durante la messa cantiamo la mia canzone preferita quella che dice: “Abramo non partire non lasciare la tua terra, cosa speri di trova- a-a-ar, la strada è sempre quella ma la gente è differente ti è nemica dove speri di arriva- a-ar. Quello che lasci tu lo conosci il tuo Signore cosa ti dà?, un popolo una terra, una promessa…”.

Mi piacciono queste parole, le ho anche scritte sul mio diario e quando le guardo, penso a me e a mamma e papà. Siamo gli Abramo in viaggio che hanno lasciato la loro terra e hanno sperato di trovare una nuova vita. Penso alla gente nuova che abbiamo conosciuto, quelli che lavorano con papà in fabbrica e quelle che fanno le bidelle come mamma; ai miei compagni di scuola che vengono dalle regioni più lontane e che non sapevano che esisteva anche la mia. Penso a Pia e Roberta quando mi guardano e ridono. Ai marocchini che non ho mai visto, ma che mi somigliano.
E ancora non so perché.

E mentre canto nella bocca si forma l’acquolina come quando ho visto il petto nudo di mamma che somigliava a un melone giallo, nel pollaio del nonno.
Prego di partire presto e tornare nella campagna di nonno.
Voglio sentire per sempre il sapore della terra.

Finita la messa don Vito mi trattiene per un braccio e mi dice di seguirlo in sagrestia.
Siamo soli e lui si spoglia della veste. Mi riprende sul ritardo che faccio ogni domenica e vuole sapere anche dove sono stata sabato scorso, saltando il catechismo.
Cerco nella testa una bugia normale che nasconda la mia passeggiata nel campo deserto dietro la mia via, dove c’è l’unica terra rivoltata ed enormi gru con le quali, dicono, costruiranno nuovi palazzi.

Passo interi pomeriggi a camminare in mezzo a quella terra, che non somiglia per niente alla terra del mio paese. Non ha odore se non quello di catrame; è fredda tra le mani e non ci sono piante che crescono. Solo immondizia varia.
Con il piede la sollevo la sposto e ogni volta trovo qualche oggetto che poi sotterro nel mio angolo segreto vicino alle scale che portano alle cantine del mio palazzo.
Ho già raccolto: un pezzo di bracciale d’argento, un elastico per capelli, una sigaretta intera che ho nascosto sotto una gamba del tavolo della sala, una scatola di latta di biscotti, un tappo di bottiglia, una cintura.
Ma per lo più trovo quelle cose che non posso toccare allora le sotterro da un’altra parte in modo che i bambini più piccoli del cortile non possano trovarle o inciamparci.
Sono siringhe e lacci di scarpa sporchi di sangue.
Ce l’hanno detto a scuola di non raccoglierle di non toccarle che sono pericolose; le usano i drogati per farsi le punture nelle braccia e poi rubano le borse alle donne fuori dal supermercato e poi li trovi sdraiati per terra sotto i portoni che non capiscono niente e guardano l’aria come la televisione restano impietriti con la bocca aperta e fanno paura quando sono per terra perché neppure riescono a muoversi e i maschi della scuola dicono che lo fanno per dimenticare la loro vita che non gli piace e che quelle spade dentro le vene gli fanno vedere i colori del cielo che in questo paese non ci sono mai, giallo rosso blu.
Nella terra del nonno non le ho mai trovate, quelle cose.
Nella terra del nonno ci sono solo le piante dei pomodori e le spighe del grano. Immense distese gialle e rosse dove posso correre e rotolarmi e anche se mi sporco nessuno si arrabbia.
E il cielo quando si fa sera diventa scuro come il mare e li confondi allora io alzo le braccia e provo a nuotare nel cielo come nel mare.

La bugia è che ho avuto mal di pancia e sono rimasta a casa. Don Vito non ci crede tanto, mi fa un sorriso strano e mi promette che non lo chiederà a mio padre né dirà cosa ho detto io.
Ma io dovrò confessarmi e promettere di restare molto vicino a lui, dice anche.
Come vicino domando io, vicino così, dice lui.
Così è tanto vicino, dico io.
Il suo abito nero contro il mio a fiori la sua pancia vicino ai miei occhi il suo fiato tra i miei capelli le sue mani sulle mie spalle poi sulla faccia e le dita dentro la bocca. Cerco dio nel suo respiro affannato lo chiamo facendomi strada con la lingua tra il suo dito più duro.
Siamo così vicino a Dio, sussurra alla fine.

Non mi sembra lo stesso dio padre del figlio crocifisso alla croce ma forse è lo stesso dio che si è avvicinato a Maria un giorno che era da sola e che Giuseppe era andato a prendere del nuovo legno per un tavolo e quando poi si era avvicinato allora Maria si era spaventata come me e gli aveva chiesto perché così vicino e allora dio aveva risposto dobbiamo essere tutti vicini al padre e allora Maria non aveva detto niente a Giuseppe ma Giuseppe quando era tornato si era accorto che la pancia di Maria si era gonfiata e allora era contento. Ma lui dio non lo conosceva.

Quando torno a casa papà sta guardando la televisione in sala e mamma sta apparecchiando. Tolgo le scarpe e vado i bagno a lavarmi i denti con l’acqua verde come mi ha insegnato il dentista quando mi ha tolto un dente cariato.
Mamma scola la pasta e la divide nei piatti. Indossa una camicetta leggera verde come il mare e una gonna blu scuro che lascia scoperte le sue gambe ancora sottili e bianche.
Ha in testa un fazzoletto che raccoglie i capelli come quando siamo in campagna.
Quando toglie il coperchio dalla pentola del sugo la cucina si gonfia nel profumo di pomodoro cotto.
Guardo mamma che mi sorride e mi dice di sedermi. Faccio no con la testa e dico che voglio mettere il sugo sulla pasta.
Afferro il mestolo e lei mi chiede cosa ha detto don Vito alla messa. Affondo il mestolo nel sugo e rispondo niente. Mi passa il piatto di papà e mi chiede come niente? Raccolgo il sugo fino a che straripa dal bordo del mestolo e dico così. Come così fa lei e mentre vorrei rovesciare il sugo del mestolo sui maccheroni le lacrime negli occhi mi accecano e il mestolo sbatte sul profilo del piatto e si rovescia sulla camicetta verde come il mare di mamma e cola sulla gonna e sulle sue gambe
bianche e sottili e papà allora si alza e mi grida di stare attenta che faccio sempre disastri perché ho la testa da qualche parte e mamma invece mi guarda e sembra che mi guarda sulla bocca e dice che deve essere la mia gioia di fare la comunione tra meno di un mese e allora io faccio sì con la testa e rimetto il mestolo dentro il sugo nella pentola e guardo mamma che raccoglie con le sue dita qualche goccia di pomodoro cotto dalla camicetta e lo assaggia e le sue labbra diventano succose e morbide.
L’odore della salsa si cosparge sul corpo di mamma.
Mi avvicino a lei annusandola.
L’abbraccio intorno al sedere, mi appiccico fino a sporcarmi di pomodoro anche io sul mio vestito a fiori.
Mi stringe la testa contro la sua pancia.
Ci ritorno dentro come prima di essere nata.
Mangio i resti del sugo dal suo corpo e rido, e poi piango e lei mi dice non è successo niente, stai buona! Non c’è bisogno di piangere che non è successo niente. Quando si piange, allora, mamma? vorrei dire. Invece abbraccio le sue gambe, sottili e bianche che odorano di salsa cotta.

***

Il giorno della mia prima comunione è il primo di maggio.
Io volevo il vestito della principessa quello con il cerchio sotto che lo fa restare largo e tutto il pizzo sopra. Invece la mia parrocchia ha obbligato tutti i genitori a dare dei soldi per affittare un abito come quello delle monache solo marrone con una croce di legno appesa attorno al collo.
Mi vergogno mentre cammino ma papà è nervoso e mi dice che, se faccio qualche disastro, quel giorno me lo fa ricordare lui a furia di botte.

Perché un po’ papà si vergogna di me. Dice che sono una selvaggia a confronto delle altre bambine che cammino come un mulo con la testa bassa e quando parlo la mia voce è come quella del nonno.

Cerco di stare attenta a ogni cosa che faccio durante la messa.
Don Vito sembra non essersi accorto di me tante siamo e io ne sono contenta. Solo quando ci mettiamo in fila nel fondo della chiesa e camminiamo verso l’altare per raggiungere lui e il chierichetto pronti con le ostie consacrate, inciampo nell’orlo del vestito e cadendo lo strappo, così adesso ho una specie di strascico che mi segue da un lato.
Mancano due bambine prima di me. Mi volto a guardare nella fila dei genitori e spero di incontrare lo sguardo di mamma che mi sta guardando ancora arrabbiata.
Quella prima di me esce dalla fila verso destra come ci aveva detto don Vito, poi tocca a me.
Mi avvicino, il chierichetto mi mette sotto il mento un piattino d’oro, don Vito ha in mano una specie di calice, tira fuori un’ostia benedetta, la solleva in alto e dice: “Questo è il corpo di cristo”.
Lo guardo e mi viene voglia di correre, le gambe tremano.
Mi ripete la frase e il chierichetto mi si avvicina all’orecchio e mi ordina di aprire la bocca e di dire amen. Apro la bocca e don Vito con gli occhi arrabbiati come quelli di papà mi ficca in bocca l’ostia con due dita. Faccio per chiudere in fretta la bocca e lo mordo senza volerlo, lui fa uno scatto indietro e io esco dalla fila a sinistra, dalla parte sbagliata.

Non sa di niente il corpo di cristo, solo pane azzimo senza sale e senza lievito. Mi aspettavo un sapore dolce come di zucchero cotto, pensavo che quel rotondino fosse fatto di zucchero. Invece quasi si squaglia sulla lingua e una leggera poltiglia mi si attacca al palato, come avevo immaginato.
Senza muovere la punta della lingua ma dando dei piccoli colpi sul fondo della bocca, dove inizia la gola, cerco di deglutirla.
Non va giù. Quei pezzi di corpo non scendono negli inferi della mia gola.
Sono ostinati e, mollemente si infilano nel mio molare cariato e lo rivestono come fossero una capsula.
Prego il buon dio che suo figlio si stacchi dai miei denti senza costringermi ad usare le mani. Guardo don Vito che mi fissa.
Mi giro verso mio padre, pure lui con gli occhi su di me, come quelli di mamma, sempre arrabbiati.
Recupero tutta la saliva di scorta che esce dalle guance, ne faccio una palla sonora che si rotola da una parte all’altra della mia piccola caverna, allungo il mento verso il basso tenendo sempre le labbra ben chiuse, poi però uso la lingua per staccare i rimasugli della mia comunione dai denti e dal palato.
Finalmente in bocca sono pulita.
Tutto è andato giù nello stomaco.
Mi faccio il segno della croce e mi rimetto a sedere.

Quando arriviamo a casa papà mi rimprovera di aver rotto il vestito e che adesso faremo una bella figura con il parroco gli dico che mi dispiace ma era troppo lungo e sono inciampata potevi tirarlo su con le mani mi dice lui ma dovevo tenere le mani unite davanti al cuore, rispondo io.
E finisce così.
Mi spoglio e ci mettiamo a tavola.
Mamma ha scaldato il sugo e il profumo di lei e del pomodoro mi riempie di gioia.
La pastasciutta è pronta. Il sugo abbonda sui maccheroni e non ce n’è neppure uno bianco nel piatto.

Ne infilzo uno nella forchetta. Gli cola il sugo dall’interno.
È come un corpo ferito. Apro la bocca e tiro fuori la lingua ce lo appoggio sopra chiudo la bocca e tra i denti faccio scivolare la forchetta. Risucchio il maccherone fino in fondo alla gola e quando sta per cadere nel tunnel lo ri-spingo sui denti poi lo sbatto a destra poi a sinistra contro le guance poi sul palato e di nuovo sui denti davanti. E quando lo mordo la bocca si riempie del sapore di pomodoro cotto, di terra.
Guardo il seno di mamma grande e sodo.
Ho voglia di correre.

Rita Ricucci nasce a Milano. Ottenuto il diploma come perito informatico nel 1986, supera le selezioni alla Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano e per tre anni frequenta un corso di attrice.
Dal 1989 al 2000 lavora in numerose produzioni teatrali tra Milano e Roma.
Nel cinema lavora con giovani registi del Centro Sperimentale di Cinema con sede a Roma e tra le sue interpretazioni ricordiamo il cortometraggio Due di Alberto Vendemmiati, selezionato per la Mostra del Cinema di Venezia 1994.
A teatro collabora alla scrittura di La voce di fuori, uno spettacolo di e con Lucia Vasini per il CRT di Milano.
Rita ha seguito i corsi di scrittura creativa di Raul Montanari e quelli della Scuola Holden di Torino. Ha collaborato con un gruppo di scrittori a diversi reading e ha pubblicato numerosi racconti in varie antologie.

AGI BERTA – Diario di scrittura

Pubblicato: 26 marzo 2012 da bibliodante in RACCONTI

Il 30 novembre del 1917, durante la notte, la cameriera croata, assai agitata, bussò alla porta della camera dei signori Harmath e tra le lacrime confessò che aveva appena saputo dal fratello – simpatizzante ustascià – che si stava preparando un attentato contro la famiglia. Volevano colpire un simbolo, e la famiglia dell’ex-sindaco, discendente di un croato traditore che aveva perfino rinnegato il suo nome, sembrava ideale per tale scopo. L’attentato sarebbe servito anche per dimostrare che la multietnica Cakovec apparteneva ormai irrimediabilmente alla Croazia.

Dovettero fuggire la notte stessa….

[…] La signora Cecilia dovette lasciare il suo adorato pianoforte, che rimpianse per tutta la vita. Non fu l’unico pianoforte abbandonato e rimpianto nella mia famiglia. Mia nonna, la piccola Dusi, che si stringeva terrorizzata ai fratelli, era irritata dalle lacrime materne. Le sembrava da sciocchi in un momento così drammatico piangere per uno strumento e non per tutto il resto, per la casa, per gli amici, per la vita sicura e tranquilla che stavano lasciando. Non sapeva che anche lei, trent’anni più tardi, avrebbe dovuto assistere alla distruzione del suo strumento preferito per mano di qualche soldato ubriaco dell’Armata Rossa, che poi avrebbe rimpianto fino alla morte.

(Io non ho mai studiato seriamente musica, ho preso qualche lezione da mia nonna, sull’organo costruito dal nonno. Davvero non so spiegarmi bene perché ho deciso di comprare un pianoforte, proprio in un momento molto difficile della mia vita, quando mio marito mi abbandonò per la prima volta, lasciandomi sola con le due bambine ancora piccoline. Non ci separammo, non definimmo niente a livello economico, dunque davvero non sapevo che cosa mi avrebbe riservato il futuro. Ma con un desiderio quasi coatto, il giorno dopo il suo trasloco da casa, volli comprare un pianoforte. Ricordo che non mi rimase nemmeno una lira sul conto. Non so perché lo feci. Forse nei miei geni porto incancellabile la consapevolezza che finchè c’è un pianoforte in casa, la vita continua. Solo adesso, mentre scrivo, realizzo in pieno l’assoluta irrazionalità del mio gesto.)

AGI BERTA – Diario di scrittura

Pubblicato: 20 marzo 2012 da bibliodante in RACCONTI

QUESTA E’ LA PRIMA DI UNA SERIE DI PAGINE DEL DIARIO DI SCRITTURA DI AGI BERTA.
EDIZIONI UROBOROS PUBBLICHERA’ A BREVE IL SUO ULTIMO ROMANZO, ANCORA IN FASE DI EDITING. RITENIAMO, CON AGI, CHE SIA INTERESSANTE (SIA PER LEI STESSA CHE PER I SUOI LETTORI) FARE QUESTO ESPERIMENTO: PUBBLICARE SUL NOSTRO BLOG IL SUO DIARIO IN CUI VEDREMO GLI SFORZI, LE GIOIE, LE TENSIONI EMOTIVE CHE STANNO DIETRO LA SCRITTURA DI UN ROMANZO.
BUONA LETTURA E COME SEMPRE….LIBRI NEL CUORE…
UROBOROS

La prima figlia però morì di polmonite a sei anni. A nulla valsero le cure di dottor Saruga, amico intimo della coppia, che aveva passato giornate intere al capezzale della bambina. Magduska morì nel 1938, esattamente nell’anno in cui sulla base della scoperta di Fleming, Chain e Florey riuscirono a ottenere la penicillina in forma pura.

(Ho cercato di dare un taglio storico alle faccende della famiglia
Harmath, trascurando un po’ la vita privata dei protagonisti. Si
tratta di una forma di pudore e forse anche di rimozione. I figli e
ancor più i nipoti talvolta possono trovarsi a disagio davanti alle
faccende amorose dei genitori. Ora però vorrei aggiungere un
particolare intimo e non facile che riguarda la vita matrimoniale di
Dusi e Istvan: l’elaborazione del lutto. Lo aggiungo perché durante la
stesura della storia, nel sogno mi è riemerso un dettaglio che per
decenni avevo sepolto. Le cose non succedono per caso…)

La morte della piccola aveva annichilito i genitori ed era accaduta
una cosa che è difficile spiegare con il raziocinio. Anziché
stringersi l’uno all’altra per lenire la sofferenza, i due coniugi si
erano allontanati. Non si trattava di accusarsi, non si trattava di
voler dare senso a una simile tragedia, ma entrambi avevano bisogno
prima di chiudersi in sé stessi e successivamente di condividere il
dolore, però con altre persone. Fu un periodo duro, difficile.
Specialmente in un ambiente piccolo in cui tutti si conoscevano e
tutti erano al corrente di cosa stesse succedendo nella famiglia del
maestro. Ovviamente la principale colpevole negli occhi dei paesani
era Dusi, alle donne non si perdonava l’infedeltà né allora e forse
nemmeno oggi. Il lutto aveva aggravato ancor di più il suo peccato.
Nemmeno Istvan uscì molto bene dal generale linciaggio. Il parroco del
capoluogo – il futuro primate Mindszenthy – aveva dedicato una
vibrante omelia ai due fedifraghi. Non li aveva nominati, ma la
domanda retorica che chiudeva il sermone non aveva lasciato alcun
dubbio sull’identità dei due traditori: “possiamo mai affidare la
formazione della nostra gioventù cristiana a delle persone cosi
indegne?” Sì, i due stavano rischiando il loro lavoro, così per
evitare che lo scandalo si allargasse, decisero di separarsi. Dusi si
trasferì nel capoluogo assieme alla figlia piccola e Istvan rimase nel
paese.
Avevano passato un anno difficile, pieno di dubbi e di discussioni
profonde.
Si ritrovarono dopo un anno, si ritrovarono forse ancor più uniti di
prima. La loro reazione di fronte alla morte aveva una radice comune:
l’amore per la vita. Un po’ come quando dopo una scottatura
inconsapevolmente cerchiamo il suo contrario, l’acqua fredda o il
ghiaccio per lenire la bruciatura. L’eterno cerchio di eros e
thanatos…

L’ALTRO by Agi Berta

Pubblicato: 16 febbraio 2012 da bibliodante in RACCONTI

L’altro….

Ho partecipato di recente alla presentazione del libro di Anna Sabatini Scalmati dal titolo Bearing Witness in cui narra le sue esperienze di psicoterapeuta con rifugiati politici e vittime di tortura.
E’ stata una lezione magistrale emozionante, e pur non essendo del mestiere, mi ha colpito una sua considerazione:
“La mancata identificazione con l’altro, ci esclude la possibilità di provare empatia per i rifugiati e emigrati che arrivano sulle nostre coste: Noi siamo, noi, loro sono…l’altro.”.
Il bottegaio sotto casa, la signora che abita nel nostro palazzo, appartiene al nostro mondo, possiamo identificarci in lei in qualche modo, possiamo immaginare la sua vita, i suoi affetti perciò, se è colpita da una disgrazia la nostra empatia, la nostra pietà è autentica, è sentita.
Mentre evitiamo a chiedere che cavolo di vita faccia il ragazzo che pulisce i vetri al semaforo oppure da quale condizione umana scappano dei profughi che mettono a repentaglio la propria vita – e magari anche dei loro bambini – pur di approdare in Europa. Loro sono l’altro…
E’ un formidabile meccanismo di difesa questa “Loro sono l’altro…”, ci risparmia la sofferenza vera, al massimo dobbiamo rendere conto alla nostra coscienza con un atteggiamento politically correct”, senza scomodare le emozioni.
Ma non sempre è possibile lasciar fuori le emozioni, talvolta succede che si affaccia l’identificazione. E allora il gioco si fa duro.
A me è capitato.
Moltissimi anni fa sul tram vidi un ragazzo nero. Era lacero, visibilmente sporco e emanava uno sgradevole odore stantio. Nei suoi tratti c’era, però qualcosa di familiare, qualcosa che mi inquietava. Anche lui mi guardava con una certa insistenza e accostandosi mormorò, come se parlasse con se stesso, una frase polacca.
-Szepraszam pani…(chiedo scusa signora).
Allora lo riconobbi.
Era stato uno dei miei compagni di studi. Un ragazzo proveniente da Congo che chissà come, chissà perché finì a Napoli.
Gli risposi:
-Dio mio, sei tu?
Non mi ricordavo il suo nome, però lo riconobbi. E scattò immediatamente l’identificazione: eravamo stati studenti assieme, avevamo condiviso un pezzetto di vita….e mentre io facevo la signora, lui era un derelitto escluso dalla società.
Scendemmo assieme dal tram, gli offrìi un cappuccino, incassando lo sguardo di disapprovazione del barista con un mix di rabbia e di imbarazzo.
E poi non sapevo cosa fare…
Semplicemente non sapevo cosa fare.
Se non ci fosse stata l’identificazione, gli avrei dato un euro come succede con altri mendicanti….e lo avrei potuto dimenticare subito. Ma in quel contesto perfino l’offrire dei soldi risultava un gesto mortificante.
Lo so, avrei dovuto portarlo a casa, rifocillarlo, fargli fare un bagno, dargli dei vestiti e cercare una soluzione, che ne so…un lavoro. Era un ingegnere, magari avrei potuto fare qualcosa….invece non feci niente.
L’obolo quella volta è stato semplicemente più generoso, gli diedi quasi tutti i soldi che avevo con me….ma non gli diedi il mi numero di telefono che sarebbe stato un gesto sicuramente più significativo.
Dopo 20 anni mi vergogno ancora di quell’ episodio.
E solo ora il libro di Anna Sabatini ha spiegato le origini di questa vergogna.
Lo ha spiegato, ma non assolto.

LE RONDINI DI MONTECASSINO by Agi Berta

Pubblicato: 13 febbraio 2012 da bibliodante in RACCONTI

Le rondini di Montecassino

Per diversi motivi la mia estate non è stata eccessivamente movimentata. Ho, però, fatto un incontro importante.
Tutto inizia con un libro, Le rondini di Montecassino di Helena Janeczek, che racconta alcuni aspetti, forse poco conosciuti, della battaglia degli alleati contro la linea difensiva tedesca Gustav. Questa linea che passava da Ortona a Gaeta doveva sbarrare la strada agli alleati alla conquista di Roma.
Dopo aver finito il libro, in uno di quei pomeriggi caldi e sonnacchiosi in cui non si ha voglia di tornare in spiaggia e nemmeno di ciondolare per la casa infuocata, decisi di andare a Montecassino. Un piccolo giro solitario – stavo a Formia – solo per visitare l’abbazia e il cimitero polacco. Non è stata una decisione molto saggia, camminavo ancora con le stampelle per un acciacco recente, ma le decisioni sagge non fanno parte del mio bagaglio e poi mi piace ogni tanto lasciarmi coinvolgere dal pathos suscitato dalle mie letture.
Al cimitero polacco che si estendeva dietro all’abbazia non c’era l’anima viva solo le lunghissime file di croci che riportavano i nomi e la data di nascita di 1051 soldati, morti prevalentemente tra il 11 e 19 maggio del 1944. La loro età raramente superava i 30 anni. All’ingresso, in una piazzola c’era un’altra tomba, piena di fiori e candele consumate, quella del generale Anders, comandante del corpo d’armata polacco.
Per un po’ cercai la tomba di un certo signor Dolenga, prozio di una mia compagna d’università, ma ben presto smisi, il ginocchio mi faceva male cosi mi sedetti sugli scaloni che portavano in alto verso il simbolo dello stato polacco, un’enorme aquila di siepi e piante, costruito dalle mani sapienti di giardinieri. Guardando le lunghissime file di tombe, fumai una sigaretta pensaindo all’assurdità della guerra, all’assurdità di tutte le guerre.
In quel momento vidi un altro visitatore a varcare l’ingresso. Portava con sé un piccolo mazzo di fiori che appoggiò sulla tomba di Anders. Poi si inginocchiò. Provai un lieve imbarazzo: stavo osservando una persona raccolta in preghiera e benché la scena fosse stata suggestiva non osai tirar fuori la macchina fotografica. Dopo alcuni minuti il signore si alzò con una certa fatica e stava per andare via, quando mi vide. Si avvicinò e mi salutò in polacco.
«Dzien dobry, pani. «
Aveva dato per scontato che fossi polacca, del resto chi altro poteva gironzolare nel cimitero di Montecassino sotto il sole dell’agosto.
Gli risposi nella sua lingua.
«Mi permette? «
«Certo, la prego. «
E iniziammo a parlare. Quando gli dissi che ero ungherese non si meravigliò molto, tra le nostre due nazioni da tempi immemorabili esiste una solida simpatia.
Era un sacerdote in pellegrinaggio a Roma. Per un giorno aveva affidato il suo gruppo ad un giovane seminarista polacco, perché ci teneva a recitare una preghiera sulla tomba di Anders, suo lontano parente. Visibilmente aveva voglia di parlare e io ben lieta di ascoltarlo.
«Lo sa perché Anders rischiò la vita dei suoi uomini in quell’mpresa in cui fallirono sia gli americani ben meglio equipaggiati di loro, ma anche i francesi e perfino l’esercito della Commonwealth costituita prevalentemente da neozelandesi e da indiani? Per far annullare gli accordi di Yalta. O almeno per farli modificare per ciò che riguardava il futuro della Polonia. Già….Anders con un gesto eroico, al limite dell’impossibile avrebbe voluto attirare l’attenzione del mondo sulla questione polacca, che secondo tale accordo sarebbe rimasta divisa per sempre….Churcill, prima dell’assalto in modo informale gli promise pure una revisione, del resto il trattato non aveva menzionato le frontiere orientali, aveva stabilito solo:
“I tre Capi di Governo ritengono che la frontiera orientale della Polonia debba correre lungo la Curzon line con digressioni in alcune regioni da 5 a 8 Kilometri in favore dello Stato Polacco. Ritengono inoltre che alla Polonia sia riconosciuta la proprietà a titolo originario di parti di territorio situate a Nord e a Ovest e che il nuovo Governo Provvisorio di Unità Nazionale dovrebbe indicare a tempo debito l’estensione di dette parti di territorio. Per la delimitazione finale della frontiera occidentale si dovrà attendere la conferenza di pace. (dal Testo degli accordi raggiunti alla Conferenza di Yalta tra il Presidente Roosevelt, il Primo Ministro Churchill e il Maresciallo Stalin)”
«Dunque esistevano ancora basi ragionevoli per una revisione…invece non si fece nulla. L’est della Polonia rimase inglobata in Unione Sovietica e questa perdita non poteva mai essere ricompensata dalle terre tedesche annesse in occidente.Era un vero patriota Anders, lo sa? Anche se d’origini tedesche, nato in un territorio che allora faceva parte dell’impero russo, Anders era un vero polacco…« Poi con un gesto teatrale indicò la scritta che abbracciava il piazzale:
«Za wolność waszą i naszą”…..per la vostra e per la nostra libertà! Ma quale libertà nostra? Si combatte sempre, signora mia, per la libertà dei più forti, per gli interessi dei più forti. Dopo la presa dell’abbazia, o meglio di ciò che ne restava dopo il bombardamento americano, dei polacchi non si interessava più nessuno eppure quei ragazzi sono morti ripetendo come una preghiera: “Per la nostra e la vostra libertà noi soldati polacchi daremo l’anima a dio, i corpi alla terra d’Italia, alla Polonia i cuori”. «
«Lo sa che Anders è stato perfino privato della cittadinanza polacca nel ’46? Lui cittadino onorario di Bologna, di Ancona….inglese d’adozione, possessore di decine e decine di onorificenze era stato privato dell’unica cosa che gli stava al cuore, quello di risultare polacco.. «
«Morì a Londra nel 1970, ma volle essere sepolto qui, accanto ai suoi ragazzi….In tutta la sua lunga vita ebbe il rammarico di non essere caduto qui, in battaglia, quando ancora credeva di combattere per la sua Polonia. «
Avrei voluto chiedergli tante cose ancora….ma si vedeva che era stanco e anche triste.
Allora gli proposi un caffè e parlammo d’altro, della Polonia di oggi ma anche della situazione di tante colf polacche in giro per il mondo, di una nuova generazioni di ragazzini che crescono affidati ai nonni mentre le loro mamme badano ai nostri figli, e anche dei loro padroni che probabilmente poco o niente sanno della “Stalingrado italiana” come alcuni storici chiamano la battaglia di Montecassino.

SAN BIAGIO DEI LIBRAI 2 – by Agi Berta

Pubblicato: 8 febbraio 2012 da bibliodante in RACCONTI

San Biagio dei librai 2

Posso continuare con un altro ricordo la passeggiata immaginaria sulla via San Biagio dei librari?

Alcuni anni fa, sulla solita bancarella, quella con il magazzino sotto una chiesetta, trovai uno stock di libri ungheresi. Una decina di tomi, vecchiotti…Dal loro aspetto si capiva che sono stati letti e riletti molte volte. Mi fece particolare tenerezza un volume rilegato in pelle, con lettere dorate sul dorso. Apparteneva ad una collana che anche i miei avevano avuto, per di più esposto in un posto privilegiato della libreria. Si trattava di una lussuosa edizione speciale per il centenario di nascita di Mor Jokai, scrittore romantico dell’ottocento.
Anche gli altri erano dei classici e poi c’era un volume piccolo, stampato su fogli fini e sottili con lettere cosi piccole che non riuscì a leggerne nemmeno il titolo. Le pagine interne però rimandavano l’immagine di poesie.
Con un gesto davvero poco ragionevole – li conoscevo tutti dai tempi del liceo – comprai tutto in blocco. Al venditore non sembrò vero di poter sbarazzarsi in un sol colpo di tutti questi libri che dentro di sé considerava invendibili – chi mai avrebbe avuto interesse per vecchi libri in ungherese? – e mi fece un prezzo molto conveniente.
Solo a casa mi resi conto che i libri erano mangiucchiati dai tarli, infestati da vermetti minuscoli che, diffondendosi, avrebbero messo in pericolo la mia biblioteca. Non me la sentivo di buttarli nella spazzatura – ancora non c’era nemmeno la raccolta differenziata che in qualche modo li avrebbe assicurato una dignitosa “resurrezione” – cosi preferì bruciarli. Come se il fuoco avesse potuto preservarli da una fine mortificante.
Salvai solo il volumetto delle poesie dal titolo “Dichiarazione” che da allora, si trova sul mio comodino.
Contiene le più belle poesie d’amore della letteratura mondiale.
La prima pagina porta la dedica: “Non dimenticarmi! A Jolan con l’infinito amore Bandi.”
La data della dedica fa stringere il cuore: natale 1956.
Dopo la rivoluzione, tra il 4 novembre e metà dicembre del ’56, duecentomila ungheresi avevano lasciato il paese….

Immaginai una giovane donna, Jolan appunto, costretta a partire portando con se i libri più amati, tra cui il regalo di un fidanzato, che presumibilmente era rimasto in Ungheria. Immaginai una donna, che durante tutti questi anni aveva gelosamente conservato questi volumi e che nei momenti di tristezza o nostalgia, mille volte aveva riletto queste poesie. Immaginai questa donna, che probabilmente aveva cercato condividere questi versi con la sua famiglia, certamente italiana e immaginai anche un marito che con ragionevole tenerezza aveva cercato vincere una struggente gelosia verso uno sconosciuto, benché vagamente percepisse che gli amori infelici non finiscono mai…e che non tutto è condivisibile con una moglie straniera.

E pensai ai miei libri. Alla loro fine quando io non ci sarò più. Credo che non ci sarà nessuna donna ungherese a volerli salvare dall’inevitabile oblio.

Il mondo è cambiato. Mostruose memorie conserveranno le nostre letture, i nostri ricordi. Librerie efficienti e ipertecnologizzate porteranno per il mondo tutte le pubblicazioni possibili….e temo che anche la bancarella di via san Biagio dei librai si estinguerà con la morte del suo proprietario.

Come strano è l’animo umano!
Si accetta l’inevitabile fine della vita, ma è cosi difficile accettare che libri che abbiamo amato, cha abbiamo trasportato attraverso frontiere non potranno più trasmettere emozioni alle persone che verranno dopo di noi….

Comunque, io che niente possiedo e niente mi interessa possedere, decisisi di lasciare i miei libri alla biblioteca dell’Orientale.

SAN BIAGIO DEI LIBRAI by Agi Berta

Pubblicato: 7 febbraio 2012 da bibliodante in RACCONTI

AGI BERTA E’ LA NUOVA PROSSIMA AUTRICE DI EDIZIONI UROBOROS
UN CARO BENVENUTO AD AGI NEL NOSTRO TEAM
ECCO ALCUNI ASSAGGI DEI SUOI SCRITTI. BUONA LETTURA!
UROBOROS

San Biagio dei Librai Napoli 1983

Mi piace passeggiare per la Via San Biagio dei Librai, sfogliare i vecchi libri delle bancarelle, odorarne le pagine ingiallite, leggere qualche rigo. Qualche volta riesco anche a trovare delle vere rarità.
Molti anni fa, ancora studentessa cercavo prevalentemente libri degli scrittori dell’Est Europa. Si trattava di una forma di nostalgia, ma anche della volontà di creare una specie di ponte tra le mie due anime. Condividere libri ungheresi o polacchi con i miei amici italiani o solo possederli nella mia lingua d’adozione era importante per me.
Una volta trovai un libro vecchiotto, del 1958, di uno scrittore polacco sconosciuto. Un mondo a parte di Gustav Herling. Mi colpì il titolo, lo stesso di un libro di Nadine Gordimer, letto pochi mesi dinanzi e mi era sembrato strano che due libri potessero portare la stessa denominazione.
Lo lessi tutto d’un fiato. Fu un libro splendido anche se “tosto”. Lo era almeno per me che in quel periodo cercavo ancora con tutta me stessa giustificare gli eccessi del socialismo reale. Con questa difesa, talvolta cieca forse cercavo anche salvare la mia identitá. Il libro parlava dei campi di lavoro sovietici, secondo la data dell’edizione decenni prima del Arcipelago Gulag di Solzenicyn. Mi sembrava d’aver scoperto un capolavoro, ma invano cercai di convincere i miei amici di leggerlo, mi liquidarono tutti con un sorriso di sufficienza: alcuni credevano che l’avessi confuso con il libro della Gordimer, altri non avevano alcun interesse di offuscare l’idea stessa del comunismo con libri scomodi. Cosi, questo volumetto rimase li, su un piano alto della libreria per molti anni e ogni volta che arrivavo a spolverarlo, mi coglieva uno strano senso di tristezza: un libro di uno scrittore polacco sconosciuto che solo io consideravo un capolavoro.
Anni dopo, da borsista dell’Istituto Croce conobbi Herling e fu lui a raccontarmi i retroscena di questa edizione.
Intellettuale polacco, dopo l’invasione tedesca decise di emigrare verso l’Est, sperando di trovare nell’URSS l’asilo e possibilità di collaborazione per la liberazione della Polonia. Negli anni 40 però – siamo nel periodo dell’eccidio di Katyn – un intellettuale polacco, poco propenso all’accettazione della rigida disciplina delle autorità divenne ben presto un personaggio scomodo e fu spedito in un gulag sul Baltico. La situazione del campo era terribile e anche se non si trattava di un campo di sterminio come quelli tedeschi, la sopravivenza non era assicurata con i 300g di pane e una ciotola di zuppa che ricevevano i prigionieri costretti a lavorare duramente anche sotto 30C°. La gerarchia interna del campo era simile a quella dei campi di concentramento tedeschi: anche qui, i criminali godevano di certi privilegi esattamente come i kapò dei lager. Herling riuscì a salvarsi perché nel 1942 si offrì di combattere i nazisti nell’esercito del generale Anders.
Arrivò in Italia, giusto in tempo per prendere parte alla sanguinosa battaglia di Montecassino dove migliaia di polacchi persero la vita.
Herling si commosse, quando a questo punto del racconto gli canticchiai una canzone popolare polacca nata in tempo di guerra: Cervony maki na Mointecassino (i papaveri sono rossi sul Montecassino…per il sangue dei polacchi caduti) che una mia compagna di studi, Lucja Dolega mi aveva insegnato poco prima che venissi in Italia. Suo zio riposava nel grande cimitero polacco, proprio dietro l’abbazia.
Poi, riprese il racconto:
Dopo la guerra, ammalatosi di tifo, lo curarono a Sorrento e a Nocera e durante la degenza conobbe la famiglia di Benedetto Croce. Questo incontro fu determinante per la sua vita perché dopo un vagabondaggio tra Baghdad, Gerusalemme, l’Egitto, Londra e Parigi e dopo la morte della prima moglie, tornò a Napoli e nel 1955 sposò la figlia del filosofo napoletano, Lidia.
Subito dopo la guerra Herling si era dedicato alla stesura di Un mondo a parte, ma il clima del dopoguerra – quando il male stava solo da una parte, – non favori la divulgazione di nefandezze avvenute nell’Unione Sovietica. Il romanzo usci in Inghilterra nel 1951, ma in Italia fu duramente osteggiato nonostante gli elogi di Bertrand Russell e Albert Camus.
Il fatto, che nel 1958, furono proprio gli Editori Riuniti – casa editrice del PCI – a pubblicarlo poteva essere spiegato solo con la volontà di affossarlo definitivamente. Infatti, il libro non arrivò mai nelle librerie….ma arrivò per vie misteriose, con un quarto di secolo di ritardo dalla sua edizione, su una bancarella del San Biagio dei librai

Secondo Herling sono stata l’unica lettrice di questa prima edizione.
Solzenicyn per L’arcipelago Gulag ricevette il premio Nobel nel 1970.
Un mondo a parte di Herling è stato ripubblicato dall’Einaudi solo nel 1993.

TOLSTOJ A PULA by Agi Berta

Pubblicato: 6 febbraio 2012 da bibliodante in RACCONTI

AGI BERTA E’ LA NUOVA PROSSIMA AUTRICE DI EDIZIONI UROBOROS
UN CARO BENVENUTO AD AGI NEL NOSTRO TEAM
ECCO ALCUNI ASSAGGI DEI SUOI SCRITTI. BUONA LETTURA!
UROBOROS

Tolstoj a Pula by Agi Berta

Un mio amico, uno scrittore di Budapest, ha una piccola casa in un paesino sperduto tra le colline del Transdanubio dove ogni estate usa ad invitare alcuni amici per qualche giorno di relax totale, chiacchiere amichevoli sotto l’enorme platano che domina il suo giardino. Gli incontri non erano né segrete, tanto meno organizzate anche se le nostre chiacchiere pian pianino iniziavano ad assumere un vago sapore dissidente rispetto alla politica del regime Con il tempo la partecipazione a queste riunioni aumentò tanto da dover coinvolgere il vicinato per la sistemazione degli ospiti. Dopo gli amici arrivavano amici degli amici, studenti con sacco a pelo sistemati alla meno peggio nei fienili e anche io cercavo di organizzare i miei ritorni a casa nel periodo di questi appuntamenti.
Oltre alle chiacchiere avevamo l’abitudine di lasciare un libro aperto su un tavolino sistemato nel giardino dove ciascuno di noi, se voleva, poteva leggere alcune pagine ad alta voce.
Molti anni fa, ancor prima comunque del crollo del socialismo reale, si è deciso per il “Guerra e pace” di Tolstoj.
Quel giorno eravamo circa una ventina forse poco più e tra noi c’era una ragazza piccolina, biondissima che nessuno conosceva. La ragazza ascoltava con visibile interesse i nostri discorsi, ma non intervenne mai.
Ad un certo punto si allontanò dal gruppo, prese il libro di Tolstoj ed iniziò a leggere. Mi sorprese il suo accento chiaramente straniero. Dopo alcune pagine alzò lo sguardo e ci chiese:
– Potrei continuare in russo? Tolstoj va letto in russo. – e poi come per chiedere scusa di un oltraggio, aggiunse in tono dolce, quasi supplichevole – solo una mezza paginetta, vi prego…è cosi bello…
Ed inizio a leggere da un altro libro che teneva nascosto sul grembo.
Si fece silenzio, un silenzio quasi irreale.
E’ stata una lettura splendida.
Tutti conoscevamo il russo, era obbligatorio. Lo studiavamo però controvoglia, con la consapevolezza di non poterlo usare mai per comunicare. Russi non si vedevano in giro, né turisti tanto meno i soldati delle forze d’occupazione. Quest’ultimi rimanevano chiusi nelle loro caserme. Perciò il russo era per noi una lingua morta, da studiare solo per un vuoto obbligo ideologico. Adesso me ne vergogno, ma allora non avevo nemmeno preso in considerazione– al pari con i miei amici – il russo da un punto di vista estetico o filosofico…eppure ogni lingua porta in se ben altro che non la propria semantica.
E’ stato bello ascoltare le bellissime frasi di Tolstoj, ripulite da qualsiasi sovrastruttura politica. Ecco, credo che fu questo il momento in cui crollò il mio “muro di Berlino” interiore.
Niente unisce di più che la spontanea condivisione di un’opera d’arte.

Sere d’estate by Mariagrazia Casagrande

Pubblicato: 14 settembre 2011 da sbucciate in RACCONTI

Ero capace di fantasticare su qualunque cosa, dal pane lievemente raffermo velato di marmellata – che la mia immaginazione trasformava in una torta fragrante e profumata – alla nostra cinquecento azzurrina che m’immaginavo come racchiusa a guscio dentro una Prinz, per me la grandezza massima di un’automobile… Confidavo sogni e delusioni a gatti randagi e oggetti sparsi, giocavo con gli ascensori incitandoli a fare a gara per chi arrivava prima, e mi era sufficiente vedere una tenda svolazzare al sole per sognare d’essere al mare.
“Làsme sènte …” – diceva mia nonna ad Alfredo quando la sera, dalla piccola tv in bianco e nero messa in un angolo della cucina spuntava il viso familiare di Tito Stagno, con la voce rotta dall’entusiasmo mentre leggeva le notizie dell’imminente primo sbarco sulla Luna; ma mio fratello proprio non ne voleva sapere e continuava imperterrito a tener banco, preso com’era dai suoi racconti di confuse storie di avvistamenti di astronavi e improbabili dischi volanti guidati da umanoidi dai connotati mostruosi… io invece, letteralmente in preda all’eccitazione, correvo in un frenetico viavai dal balcone alla cucina, controllando la posizione della luna, alta nel cielo di luglio, e mi sembrava così strano e davvero incredibile che fosse quella stessa luna che si vedeva anche in televisione.
“Chissà su quale lato staranno camminando…” – mi chiedevo strizzando gli occhi dentro a un vecchio binocolo del papà, intanto che la brace intermittente di una sigaretta si era accesa nel buio, segno evidente che Gianni era sul balcone accanto, attratto anche lui dal fascino di quella luna, un magico ‘non-luogo’ che da sempre vantava un copioso curriculum di ammiratori infiammati dall’ebbrezza dell’arte, dall’amore per la scienza o dal delirio romantico, e che si era di colpo trasformata in un terreno solido su cui poter davvero camminare …
“Non penserai mica di vedere gli astronauti con quel coso…’? – lo sentì dire in tono canzonatorio, mentre la luce della sigaretta scendeva veloce, zigzagando nel vuoto della notte. Lui aveva poco più di vent’anni, ma quei suoi modi da adulto esercitavano un forte fascino sulla mia ingenuità di bambina alle soglie dell’adolescenza, tanto che avrei passato giornate intere ad ascoltare le sue spavalderie.

Negli anni ’60 in quel quartiere di Mirafiori Sud oltre alle case Fiat c’era davvero ben poco, e nei prati di fronte a casa, proprio in quello stesso spazio dove pochi anni dopo sarebbe sorto il Turin Park – primo complesso residenziale della città dotato addirittura di piscina esterna – i pastori spesso portavano le pecore a pascolare e non era raro la domenica vedere piccoli gruppetti familiari seduti intorno ad un tavolo improvvisato per fare il picnic, intanto che i bambini scorazzavano con le bici nei prati, in mezzo a macchie di papaveri e fiordalisi.

Aspettavamo con ansia l’arrivo dell’estate per poter riportare alla luce le nostre biciclette pieghevoli modello Graziella, rimaste chiuse tutti quei mesi in buie rimesse; e ai primi caldi partivamo felici macinando chilometri e chilometri nei campi tutt’intorno; oppure facevamo capatine curiose dentro al ‘Sùper’, il primo supermercato rionale che aveva da poco aperto i battenti in piazza Galimberti, un grande piazzale utilizzato come parcheggio per i camion che scaricavano montagne di frutta e verdura davanti ai vicini Mercati Generali.

A volte si andava al ‘Mirafiori’ oppure allo ‘Smeraldo’ – cinematografi che nella pagina degli spettacoli de La Stampa venivano definiti come ‘sale di terza visione’ – nostra unica salvezza in quanto raggiungibili a piedi e poco costosi, dettaglio non indifferente che ci avrebbe permesso il lusso, all’uscita, di gustarci un bel gelato commentando le scene più belle.

Quell’estate del ’69 passò in un lampo, e come un feroce spartiacque traghettò la mia infanzia spensierata verso una tormentata adolescenza.
Nell’autunno avrei iniziato la difficile avventura delle scuole superiori, e per stemperare quell’agitazione che mi dilaniava mi ero comprata un lungo impermeabile di cotone plastificato, in tinta caffè; mi sventolava spavaldo fra le gambe quando camminavo veloce la sera sotto ai portici mal illuminati, e per modulare il fiato che avvertivo alterato cantavo sottovoce – ‘tutta mia la cittàaa…’ – e mi sentivo come un guerriero in attesa della battaglia.

Maria Grazia Casagrande