Pensieri di Blaise Pascal

Inoltre, andrebbe certamente fatto un ragionamento sul rapporto tra le bozze e il libro finito. E cioè quanto spesso le bozze, fermate un attimo prima di coagularsi, possano avere una loro efficacia indipendente, quando non maggiore, del libro, proprio per la natura diffratta, allusiva, caotica ma sotterraneamente coesa di cui sono fatte. Questa è l’energia di scrittura più forte che mi è arrivata leggendo dopo tanti rimandi i Pensieri, il non-libro di Pascal, l’insieme di appunti, tasselli indimostrabili, puzzle di citazioni, rinvii di cui si compone. Un aspetto che mi sembra brillare ancora di più se si tiene conto che Pascal è un matematico e che, a prescindere dalla fede che uno ha (io non ce l’ho), il rigore del suo cristianesimo è materiale da impazzimento. Nessuno sa qual è il libro di Pascal se non questo diffuso, irrintracciabile, rovescio della matematica.

Casa d’altri di Silvio D’Arzo

Che poi un motivo per cui bisogna ricordarsi Casa d’altri, tra i molti, è quello della lingua addosso alla cinetica. La tradizione narrativa italiana ci ha abituato spesso al contrario: raccontare vuol dire inframezzare i fatti con le interpretazioni, far comandare la voce, e di certo non con l’obiettivo di doppiare il discorso, sì quello di far quadrare il cerchio del significato in maniera rassicurante. Questo aspetto è un tutt’uno con il discorso sul paese, perché storicamente il prete, o il carabiniere, insomma la funzione istituzionale che trascende il contesto locale, è usato in narrativa come intruso in “casa d’altri”, appunto, veicolo di osservazione dell’antropologia paesana (vedi, esempio facile, Pane, amore e fantasia). Una utile ricorrenza, alla fine, perché consente di mettere affianco il prete di Silvio D’Arzo e Don Abbondio, cioè l’osservazione disorientata pura con l’osservazione disorientata guidata, sottolineata, *narrata*, detta al lettore. Quindi, non a caso, l’incipit paesaggistico e totalizzante del ramo del lago e lo scoppio di «All’improvviso dal sentiero dei pascoli, ma ancora molto lontano, arrivò l’abbaiare di un cane». Certo tra i due passa un secolo, così come passa un secolo tra noi e l’antropologia rurale (se non fosse, però, che il paese è raccontato ancora così: a volo d’uccello e sovrinterpretato). Passa un secolo ma c’è continuità, voglio dire, tra il personaggio slegato dal senso e l’incisività della lingua.

Walden o Vita bei boschi di Henry David Thoreau

Che poi, a margine di tutti i discorsi già fatti, uno da farsi potrebbe essere quello su come il miraggio selvatico di Thoreau (che io ho in questa brutta edizione; lascio un capitolo a parte su quanto sono belle le brutte edizioni) non sia solo quello del rifugio nei boschi. È anche quello del non integrabile alla repubblica letteraria, per esempio, dell’espulso, appunto, della forma-libro che anche per questo sceglie una cosa che è a metà tra il diario selvaggio, lo scontrino e l’impubblicabile. Mi chiedo quale delle due selvatichezze, rileggendo Thoreau oggi – cioè in un momento in cui la fuga primitivista (o la sua versione Decathlon) ha riguadagnato un po’ di appeal – sia la sfida maggiore.

La bella estate di Cesare Pavese

Di certo a Pavese non va perdonato l’aver sdoganato la più irritante interpretazione del paese come idilliaco ritorno. Oppure, più che a Pavese, ai suoi lettori cittadinisti. Perché per esempio Il diavolo sulle colline, che è la più bella delle parti de La bella estate, è l’opposto di questo, la “non città” ci compare come polo pericoloso della dialettica, per esempio, come spavento. Ho ripreso Pavese dopo un secolo e mi è sembrato questo.

L’abolizione delle specie di Dietmar Dath

Forse la cosa più interessante de L’abolizione delle specie di Dietmar Dath, tra le mille possibili, è che pone di fronte a una necessità radicale di riscrittura della letteratura utopica. Perché se al fondo di ogni utopia c’è la necessità storica di immaginare un’alternativa a uno status quo politico, cioè umano, qui si tenta l’utopia senza umano: in una Fattoria orwelliana speculativa e senza correlativo storico, gli animali si rivoltano e non solo si liberano dagli umani ma trasmutano in forme post-biologiche e sperimentano le forme più varie di riaggregazione sociale. Certo il paradosso è che anche l’utopia inumana (non distopia: siamo alla più cinica utopia che riconosce nell’umano in sé l’anello problematico) venga immaginata con mezzi umani, cioè con la letteratura; paradosso che rende il libro inevitabilmente (appunto in quanto libro) inerente al discorso umano e a esso rivolto. E però, d’altro canto, quello di Dath è anche un gioco di identificazione tra la metamorfosi sregolata degli esseri e la metamorfosi cui devono costringersi, in parallelo, gli animali intesi come funzioni della letteratura umana. Leone, Volpe, Lupo sono destinati a comparire prima in forma esopica – come annota la traduttrice – poi a sottoporsi a mutazioni che gli fanno perdere, con il corpo, anche la piattezza simbolica. Di fronte alle minacce ultime alla sopravvivenza del mondo, un’utopia all’altezza dei tempi pare dover dismettere ogni forma di linearità simbolica, compresa paradossalmente quella che vuole l’umano come simbolo automatico della vita.

Genealogia della morale di Friedrich Nietzsche

La pratica stessa di smascherare l’onore della morale cucendola alla storia, di andare a rintracciarne i motivi economici, ideologici e psicologici, è la cosa più importante da mettersi in tasca dalla Genealogia, per quanto riguarda il piano teorico. A prescindere dai posizionamenti, si avverte davvero qualcosa di profetico in quello che Nietzsche chiama ressentiment, se lo paragoniamo – per arrivare a oggi – a certe interpretazioni dell’etica decostruzionista e postmodernista, alla morale che diventa meta-morale. Altrettanto visibile è il baratro che si apre quando si opta per una divisione così netta tra «forti» e «deboli», le giustificazioni che da lì agilmente possono farsi (si sono fatte) di ogni tipo di sopraffazione. E però – sul piano, stavolta, della lingua – l’arbitrarietà e la slogatura su cui si reggono molti ragionamenti della Genealogia sono anche il suo assoluto fascino. Il puntello apodittico: «La giustizia […] finisce, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑏𝑢𝑜𝑛𝑎 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎, per annullare se stessa». O l’elenco sregolato: «essi pensano a ciò che per loro è la cosa più indispensabile: libertà da costruzioni, turbamento, fracasso, da affari, doveri, preoccupazioni; chiarezza in testa; danza, salti e volo dei pensieri; un’aria buona, limpida, chiara, libera, asciutta come quella delle alte cime, che rende ogni essere animale più spirituale e gli dà le ali; pace in ogni sotterraneo; tutti i cani ordinatamente alla catena, niente latrati di inimicizia e di villoso rancore; nessun tarlo di ambizione ferita; interiora umili e sottomesse, diligenti come macine di mulino, ma distanti, il cuore estraneo, al di là, nel futuro, postumo». Ho ripreso Nietzsche dopo anni, per caso – forse come anestetico al Natale (funziona) – e se ci ho ritrovato il (quasi) totale disaccordo, ci ho ritrovato anche la forza con cui la tesi dentro di sé si smonta. Ovvero la scrittura. Nietzsche è scrittura. Perché dietro il sillogismo c’è un’ombra che lo fa slittare dove non vuole, non si fida della tesi che sviluppa. Forse questa, sul piano della lingua, è la cosa che più sarebbe da rilanciare, per noi ormai abituati al fatto che anche i romanzi spesso sviluppano pedissequamente la propria tesi, anche per posizionarsi meglio nello scaffale, magari, scrivere per potersi spendere nel discorso attuale, nei tag attuali, e invece sarebbe da rilanciare l’intaggabile, l’inattuale, a questo punto, per noi che dall’altro canto abbiamo appena perso A.B., che non ho mai incontrato, ma che mi ha sempre dato l’impressione, anzi la certezza, di scrivere per scrivere.

Preistoria. L’alba della mente umana di Colin Renfrew

Per chi lavora a scuola sarebbe anche da fermarsi a pensare a quante cose insegniamo senza saperne granché: buchi di formazione, classi di concorso spanciate col coltello a farfalla, non troppa diffusa voglia di esplorare davvero la propria disciplina eccetera. In letteratura questo si vede al massimo: si citano in automatico una fracca di libri di cui non si è letta neanche una riga. Anche per questo riscrivere il lavoro dell’insegnante come attività sociale più che performance intellettuale, come sempre di più mi convinco, sarebbe buona cosa. Uno degli argomenti che più mi attiva la sindrome dell’impostore, però, è la preistoria, il fatto che l’unica cosa che uno riesce (quando riesce) davvero a trasmettere è il senso di assoluta minorità di fronte al fatto che la quasi totalità della vicenda umana sul pianeta ci è ignota. Per tappare le falle, o almeno per imparare a maneggiare meglio questo buio, ogni tanto mi leggo roba sul tema, come questa Alba della mente umana di Colin Renfrew, che tra l’altro apprendo essere scomparso proprio qualche giorno fa. Non so valutare quanto sia invecchiato il libro nell’area degli studi preistorici, ma mi sembra puntuale nel focalizzare alcuni aspetti che invece mirerei sempre a mettere sul piatto quando in classe si parla di preistoria: la relatività del concetto e la difficoltà di misurare l’entità della preistoria (quindi della storia); il ruolo del marxismo nello sviluppo degli studi archeo- come matrici materiali dei fatti umani; la connessione tra proprietà privata e patriarcato; l’ibrido tra materiale e simbolico come snodo, appunto, della conformazione di ciò che chiamiamo mente. Sono concetti difficili da trattare in una prima (e certamente l’infantilizzazione della preistoria è un tutt’uno con l’impianto roboticamente storicistico della scuola italiana) ma credo fondamentali da affrontare all’inizio (ribaltando a questo punto a proprio vantaggio l’impianto) dello studio superiore. Materiale-simbolico, il fatto che i simboli «rimandano a una realtà concreta: sono cose materiali», come bussola di chi insegna queste materie.

Una rosa per Emily di William Faulkner

Eppure i post odierni anti-Trump appaiono fiacchi fiacchi in confronto ai corrispettivi del 2016. Non ci crediamo neanche noi a questa preoccupazione. Il dato che a me sembra sempre il più rilevante, da un po’ di anni a questa parte, e che si manifesta a praticamente ogni grande appuntamento elettorale occidentale, è il generale e sempre più articolato senso di disaffezione, la distanza assoluta tra la macchina istituzionale e la vita che si vive, l’intuizione della farsa. Finché non si rifiuta questo livello di contrattazione del pubblico tutto votato al posizionamento dei personaggi nella scacchiera, alla legittimazione narrativa degli avversari, ai Trump che giustificano l’esistenza delle Harris, e viceversa, garantendo l’uno al suo nemico dialettico un posto nella macchina, non se ne esce. Ora il collegamento che faccio è spericolato anche perché ho letto questi tre racconti di Faulkner per caso, recentemente, ma l’America che vi appare è esattamente l’America che si trova nell’angolo cieco dell’istituzione, dove il mondo si muove, semmai, secondo la sopraffazione reciproca e un’immanenza radicale. Le protagoniste sono tre donne che cercano un ruolo dentro una macchina che sistematicamente le espelle e tritura. Ecco, finché parlando di politica non si mettono gli occhi sotto la scorza dell’istituzione, lo sceneggiato riguarderà sempre una competizione al più centimetrica tra guerrafondai che si sbracciano e guerrafondai che passano in sordina. Entrambi guerrafondai, appunto, entrambi conservatori perché conservatori della classe che si vuole conservare.

L’odio per la democrazia di Jacques Rancière

Alla luce della situazione corrente, non sarebbe una cattiva idea leggersi, o tornare a leggersi, il Rancière de L’odio per la democrazia, vista, soprattutto, l’equivalenza sempre più facile (cioè subdola) tra democrazia e progresso, democrazia e giustizia, con cui magari si può arrivare a giustificare, che ne so, il colonialismo. Soprattutto per la nettezza con cui mette al centro il fatto che “il sistema perfetto” della democrazia si regge semmai su una serie di paradossi radicali: è il governo dei non autorizzati “naturalmente” a governare (cioè re, nobili, leader militari…); è l’inizio della politica (cioè di una continua pratica di messa a testo del problema di come governare). E se l’odio contemporaneo per la democrazia è quello che rimprovera alla democrazia proprio l’essere troppo democratica (troppo plurale, troppo conflittuale in se stessa), ne consegue facilmente questa conclusione (ovvero una descrizione puntuale dell’inghippo ideologico che riguarda Isr. e la presunta esportazione della democrazia): «poiché la democrazia non è l’idillio dell’autogoverno del popolo, poiché essa è il disordine delle passioni avide di soddisfazione, essa può, e persino deve, essere portata da fuori con le armi di una superpotenza»

L’uomo in bilico di Saul Bellow

In narrativa – ma non solo – mi interessano i personaggi che si falsificano, che non hanno pienamente chiaro il rapporto tra le proprie azioni e le teorie che costruiscono per giustificarle. È qualcosa, come si sa, di già novecentesco (Svevo), ma che secondo me prende pienamente forza nel nostro secolo, quando l’esperienza psichica disfunzionale è sempre meno un lusso (?) dell’upper class. Certo falsificarsi attraverso una storia di scrittura – come può essere il diario che inventa Bellow nell’Uomo in bilico – è la strada più facile, perché espone il gesto della scrittura e lo usa letteralmente come spazio in cui il soggetto si racconta mistificandosi (per questo citavo Svevo) – più difficile è fare questo nel corpo della diegesi (e qua a mia vista Bolaño è insuperabile). Però: se io annuncio in partenza una scadenza della vita (come la chiamata alle armi nell’Uomo in bilico, come le varie fini del mondo che negli ultimi anni diventano il nostro, di bilico), segue una dinamo di fabbricazione di sé che ipotizza pienezze di senso e subito le sgretola di fronte al vuoto che si avvicina. Così fa Bellow e così mi pare funzioni.