“Ero così felice che ho provato la sensazione (quasi il desiderio) che potevo, che avrei dovuto morire in quel momento – e in ogni caso altri momenti saranno ben più casuali e inopportuni. Avrei potuto morire perché ormai avevo vissuto la più bella delle storie che avessi mai letto in vita mia, avevo trovato forse la storia che tutti cercano tra pagine e pagine di centinaia di libri, o sullo schermo di molte sale cinematografiche, ed era un racconto i cui protagonisti eravamo io e le stelle” (p. 174).
Dunque, ricongiungersi col proprio inizio è forse il vero motivo per cui si vive, e il vero motivo per cui vivendo si rovista fra le storie. A queste due ragioni, il protagonista di Notturno francese (scritto da Fabio Stassi e uscito per Sellerio nel febbraio del 2023) ne aggiunge una intima, la ricerca del padre a lui ignoto, al quale per lungo tempo egli ha scritto una lettera al giorno.
Protagonista che risponde al nome di Vince Corso, e che è già apparso in tre precedenti volumi: La lettrice scomparsa, Ogni coincidenza ha un’anima e Uccido chi voglio.
Anche Notturno francese, come tutte le opere di Stassi, è un libro fatto di altri libri. Il primo debito appare già nel titolo, che si rifà a Notturno indiano di Antonio Tabucchi (peraltro uscito presso il medesimo editore).
Parte delle citazioni letterarie e musicali disseminate tra le pagine sono, come di consueto, svelate dall’autore nella nota conclusiva. Ma questa volta il doppio fuoco letterario (il fitto di rimandi e l’elemento giallistico sui cui Vince Corso, che di mestiere fa il biblioterapeuta, si ritrova immancabilmente a investigare) passa in secondo piano.
Questa volta è la vita dello stesso Corso che chiede di essere indagata e in un certo senso risolta.
Agli individui inclini a rifugiarsi nelle opere di fantasia, solo il caso può imporre di occuparsi dell’esistenza senza possibilità di dilazioni. Così accade a Vince Corso il quale, convinto di essere salito su un treno da Roma a Napoli, si ritrova invece su un convoglio diretto a Milano. La persona che condivide con lui il medesimo posto (anche se teoricamente di due treni diversi), simile nell’aspetto fisico a Léo Ferré, gli suggerisce che “potrebbe interpretare questo errore come un segno” (p. 25).
E così, raggiungendo prima Genova e poi Nizza, Vince Corso affronta la quête definitiva, quella del proprio inizio. Soggiorna all’hotel Negresco, in cui da giovane sua madre ha lavorato come cameriera. Lì suo padre ha transitato e lì Vince è stato concepito.
Corso riuscirà nel suo intento, e il disvelamento dell’identità paterna, assieme a quello della propria origine, produrranno in lui una sensazione forse opposta forse identica a quella di Eco: quella di percepirsi per la prima volta compiutamente vivo. “Credo di non avere mai avuto così forte la consapevolezza della mia esistenza. Mi guardavo le braccia, le mani, ascoltavo il mio respiro spezzato che rimbombava per tutta la sala, e mi pareva di scoprire soltanto allora di avere un corpo, un corpo come quello di tutti gli altri, deperibile e in continua trasformazione” (p. 73).
Ma il continuo gioco di specchi tra realtà e finzione, come sempre accade nelle opere di Stassi, non ci permette di acquietarci al cospetto di una fine univoca, ossia l’uscita di Vince Corso dal ruolo di personaggio e la sua promozione a persona. Questo perché, a ben vedere, Corso si sente del tutto vivo esattamente quando la propria narrazione si completa.
Allora Vince Corso è diventato pura persona o puro personaggio?
Oppure Fabio Stassi, disinteressato a sciogliere questa ambiguità, vuole piuttosto suggerirci che, irrisolvibile com’è la vita, possiamo ambire alla sua pienezza di senso solo se la nostra vicenda esistenziale diventa vicenda letteraria?
(Claudio Bagnasco)


