La vicinanza tra Giuliano Mesa e me nel corso di un trentennio, sotto il segno di una comune e diversa “poetica dell’aderenza” diventa, nella tesi di laurea di Matteo Gigante, oggetto di studio accademico e di approfondimento. Se fosse ancora vivo Giuliano ne sarebbe felice come ne sono felice io.

L’Istituto “Paolo Carcano” incontra il poeta Biagio Cepollaro. Primo appuntamento della rassegna “Voci della poesia”, a cura di Toni D’Angela e Vincenzo Frungillo. Gennaio 2023
Poesia azione pubblica, le letture: Biagio Cepollaro. Domenica 26 settembre 2021 – MTM – Manifatture Teatrali Milanesi, Teatro Litta, Milano

Manifestazione a cura di Paolo Giovannetti, Andrea Inglese, Antonio Sixty, Italo Testa.
Appunti veloci per l’intervento su Poesia e politica. La configurazione del paesaggio dell’espressività diffusa
- Poesia e Politica come rapporto tra estetica e paesaggio: quale paesaggio viene configurato? (la città, le folle, la fabbrica come nel caso di Pagliarani, Majorino e Di Ruscio).
- La funzione intellettuale e la cassetta degli attrezzi del poeta (in alcuni casi non solo metrica e retorica ma anche sociologia, filosofia, psicologia, linguistica, antropologia etc o anche in altri casi esperienze dirette di ambienti collettivi)
- L’estetizzazione diffusa anni 80 e 90 e la crisi della funzione intellettuale: insieme alla pubblicità, la logica del look, dell’immagine accompagna l’avvento del virtuale e della smaterializzazione. Tecnologia, estetica e mercato. In poesia La parola innamorata già alla fine dei 70: verso l’evasione e il poetico come esperienza lisergica. L’extra-testo si dilegua.
- Tentativo di ripristino della politicità con il Gruppo 93: viene offerta una possibile configurazione del paesaggio postmoderno, si sperimentano poetiche dell’attrito, della parodia, del comico e della citazione. Agire l’inattualità del passato nella presunta fine della storia.
- Dall’Estetizzazione diffusa degli anni ‘80 all’Espressività diffusa del nuovo secolo: L’auto-intrattenimento dei social, ognuno può produrre col suo cellulare immagini, suono e testo. In un certo senso cambia il regime estetico in modo quasi impercettibile. L’espressività diffusa è espressione debole, letteralmente anestetica, radicalmente relativa, umorale, idiosincrasica, ancora più effimera, sembra senza tempo, sembra non fare storia, non fare testo ma è insistente, ossessiva, ipnotica, crea dipendenza e settoriali comunità invisibili, muta la natura e il concetto stesso di pubblico.
- Dallo Stile del soggetto alla logica della customizzazione del cliente: il paesaggio è implementato nell’applicazione: le possibilità sono molte ma sono tutte date, l’extra-testo sussunto.
- Politicità della poesia è una proposta di ri-configurazione del paesaggio al di là della logica della customizzazione, al di là del programma, è la riscoperta dell’extra testo in questa nuova generazione di realtà (Virilio). La nostra generazione di realtà, come esperienza tendenzialmente collettiva, viene fuori dall’incrocio tra tecnologia, mercato e regime dell’estetizzazione diffusa e della customizzazione.
- La politicità della poesia è forse nell’esperire e nel nominare in modo idiolettico il comune del paesaggio: è tenere insieme la singolarità del manufatto di linguaggio che è il testo e il suo contesto.
Materiali preparatori
Il rapporto tra poesia e politica come rapporto tra estetica e paesaggio, vi riflettevo negli anni 90 con l’avvento del virtuale, anche sulla scorta di Virilio e della sua dromologia. Il paesaggio inteso come costellazione del contesto materiale, naturale e artificiale (la città, la relazione, l’intrapsichico, l’onirico ma anche come orizzonte di senso specifico entro cui o di cui si scrive). Il paesaggio come campo di discorso lo si costruisce.
Nel rapporto tra estetica e paesaggio vi è la generazione delle poetiche. Le poetiche configurano sempre un paesaggio nella realizzazione della funzione intellettuale della poesia.
Le poetiche realiste-espressioniste, ad esempio, di Pagliarani, di Di Ruscio, di Majorino realizzano in modi diversi la funzione intellettuale della poesia proprio configurando innanzitutto, tra natura e artificio, il paesaggio e le sue contraddizioni (la città, la fabbrica, le folle e i saperi costituiti intorno alle città , alle fabbriche e alle folle).
Nella cassetta degli attrezzi di questi poeti vi erano in generale anche letture ed esperienze vive legate all’economia politica, alla sociologia, alla psicologia, al mondo del lavoro. La funzione intellettuale della poesia si alimentava di questo clima osmotico tra le diverse discipline e i diversi ambienti.
Le diverse discipline e i diversi ambienti erano raccolti da un generale e spesso implicito progetto di emancipazione collettiva che prendeva le mosse dalla fine della guerra e dalla Resistenza. Il sogno di un’egemonia culturale per la trasformazione non violenta della società per alcuni continuava ad agire anche senza dichiararsi in molte dimensioni della cultura, e della poesia.
L’estetizzazione diffusa degli anni 80-90 (pubblicità, televisione pubblica e privata, videoclip, velocità, smaterializzazione, virtualità) si accompagna ad una crisi del rapporto tra poesia (funzione intellettuale della poesia) e politica. L’estetizzazione diffusa copre il paesaggio precedente di una pellicola sublimante (il look, il dominio dell’immagine) e bidimensionale: le poetiche coerenti con questo tipo di paesaggio artificiale tendono al sublime e al neoromantico o a un riflusso crepuscolare. La costellazione del paesaggio da storico-sociale s’introietta ora sempre di più nell’onirico, nell’intrapsichico. La poetica de La parola innamorata, alla fine dei Settanta, asseconda questa passaggio: la funzione intellettuale s’inceppa e vira verso l’evasione, la decorazione, la propensione al lisergico come esperienza del poetico. Ciò che per Zanzotto era stata ricerca verbale fino al manierismo costeggiante la nevrosi di un Io, qui si alleggerisce nella costruzione di misteri domestici affidati all’ambiguità degli accostamenti. L’antologia La poesia della contraddizione del 1989 polemicamente si pone al di fuori dell’estetizzazione attraverso poetiche basse, parodiche, del pastiche. Così il Gruppo 93 in modi diversi prova ad alludere ad un extra-testo apparso sull’orizzonte dell’estetizzazione diffusa, un paesaggio segnato dalla pubblicità, dall’implosione delle tradizioni e dall’impossibilità sia del sogno palingenetico delle avanguardie storiche sia della fiducia cinica nel sabotaggio del linguaggio delle neoavanguardie. Rovesciamenti, parodie e miscelazioni provano a rimettere in moto la significazione poetica e il suo attrito con il paesaggio circostante. Qui la politicità dell’intenzione che è soprattutto rinnovamento e invenzione sul piano delle forme e del modo di concepire le tradizioni. L’inattualità dei secoli passati viene fatto rovesciare come olio bollente sulla pellicola lucida e come di plastica dell’estetizzazione diffusa.
Tale estetizzazione prevede un’estetica debole coeva al pensiero debole e al suo sostanziale relativismo.
Le forme possono coesistere l’una accanto all’altra in una sorta di post-verità estetica, dove gli stili sganciati dalla funzione intellettuale conoscitiva ed etica possono coesistere come realtà nate apparentemente per partenogenesi nell’assenza di contesti ed extra-testi. La vulgata del postmoderno e la presunta fine della storia cancellavano anche gli ultimi scrupoli.
2.
Nel nuovo secolo non si tratta più di estetizzazione diffusa con i suoi modelli centralizzati che decidevano del look, dell’immagine a cui dovevano conformarsi le condotte sociali. Oggi ad essere diffusa è l’espressività: la possibilità e la necessità teoricamente per tutti di prodursi come espressione che tocca la parola, l’immagine o il suono, o tutte queste cose insieme nella produzione multimediale. Il sogno delle avanguardie storiche dell’arte per tutti si realizza nell’incubo di una semiosfera e di una iconosfera sempre più sature di segni e di immagini governate dalla logica della customizzazione, della personalizzazione di un prodotto unico per soddisfare le esigenze del singolo cliente.
Pur attraversando il territorio per definizione “estetico” anche l’espressività diffusa si muove in un’estetizzazione debole, anzi debolissima, al limite della sparizione.
L’espressivismo diffuso produce l’espressività debole, radicalmente relativa, appunto, umorale, idiosincrasica, effimera come un colpo di tosse che diventa preoccupante solo se si ripete.
L’espressività diffusa forse sta accompagnando, nei modi tra dipendenza ossessiva e intrattenimento defatigante non la neutralizzazione dell’arte ma quella dell’agire sociale, la possibile/impossibile maturazione della rivolta concreta sul territorio., La customizzazione permessa dall’espressività dei social mima lo stile individuale e scioglie le tensioni di una generalizzata precarietà strutturale nel montaggio di immagini, suoni e parole.
La logica della customizzazione potrebbe agire anche in chi si accosta alla poesia: il rapporto tra invenzione formale e configurazione del paesaggio verrebbe qui deciso sin dall’inizio dall’applicazione.
La customizzazione della poetica potrebbe sostituire il mito del soggetto poetante con la personalizzazione di un programma già scritto. A questo punto il paesaggio di cui si scrive è intrappolato nel programma come le scelte che si hanno di modifica nel creare , editare e pubblicare foto digitali: la personalizzazione che dovrebbe fare la differenza è già prevista, la novità che invece potrebbe venire solo dall’esterno dall’extratesto, è sempre più improbabile.
Cosa augurarsi ? -se ha senso augurarsi un modo di scrivere, di leggere, di sentire scrittura e lettura, di fare attività letteraria
Che la lezione degli anni ’50 e ’60 si associ alla conoscenza dei nuovi assetti della comunicazione e dell’espressione per configurare un extratestualità al di là della logica della customizzazione. Il problema non è il cosiddetto io lirico, il problema è la mancanza di paesaggio che preveda un extra-testo (che poi vuol dire comunanza di riferimenti, contesti, problemi) ormai dileguatosi in utopia. Se la poesia ambisce ad avere una funzione intellettuale e non decorativa occorre proprio che torni a ri-guardarci rifiutando la logica della customizzazione. La politicità è una proposta di configurazione del paesaggio attuale. La politicità della poesia è nel toccare in modo idiolettico il comune: è tenere insieme la singolarità e il suo contesto.

Nel Novecento molti pensavano che le grandi trasformazioni politiche sarebbero avvenute per il mutare dei convincimenti di masse di uomini e donne, progressivamente consapevoli del proprio destino. La guerra fredda era negli anni ’60 anche una guerra di persuasioni intorno all’individuo e alla società, al privato e al pubblico. Per alcuni era l’idea di liberazione e di emancipazione a guidare i ragionamenti e l’entusiasmo. Sono passati appena venti anni dalla fine di quel secolo e appare chiaro che le grandi metamorfosi di oggi sono accadute soprattutto per alcune invenzioni, per alcuni oggetti, per alcune infrastrutture planetarie legate a quelle invenzioni e a quegli oggetti. Le persuasioni sono come arretrate dietro ai fatti, dietro agli oggetti in un colossale implicito, talmente implicito da non essere più neanche sospettate. L’antropologia filosofica nascosta appena dietro la soglia dei discorsi ora si è dissolta in un buco nero, diventa difficile anche immaginare che ci sia stata e che abbia deciso le sorti della politica a partire da Rousseau e Hobbes per noi moderni. Oggi è il computer personale, la rete internet, il cellulare a fare la differenza. Qualcuno come McLuhan in anticipo aveva capito come anche in passato invenzioni, oggetti e infrastrutture erano stati determinanti e avevano condizionato anche ciò che apparentemente non c’entrava perché di altra natura. La tecnologia ha continuato la sua missione di risparmiare non tanto il lavoro, la fatica degli uomini, quanto proprio i lavoratori e di avvicinare e moltiplicare lo scambio delle merci e quindi delle persone. L’automazione che negli anni ’60 faceva pensare a Marcuse che il tempo libero sarebbe stato il luogo della creatività e dell’eros per tutti gli uomini, è diventata invece un’altra arma di ricatto per la disoccupazione che provoca ma anche per la direzione culturale che impone. Questa condizione nuova che hanno chiamato globalizzazione ha permesso di abbassare i salari dei paesi sviluppati e di intrappolare mondi che fino ad oggi erano estranei. Questa concentrazione di ricchezza in poche mani a livello planetario ha richiamato il fantasma della schiavitù che mai era in realtà diventato davvero senza corpo e l’ha alimentato, fino a farlo diventare fiumana umana costantemente ai confini. Ora l’idea di liberazione e di emancipazione non sortiscono nessuna attrattiva, neanche presso molti giovani, toccati dai temi ambientalisti perché la posta è l’estinzione della specie. Non dunque di emanciparsi è il caso di sognare ma almeno di non estinguersi, diventata l’urgenza. La non estinzione della specie è diventato l’obiettivo politico massimo. È già tanto se si riesce a sopravvivere, a trovare un piccolo posto dove ambire alle briciole di ciò che il secolo scorso, con le sue automobili, la sua radio, il suo cinema, la sua televisione aveva sognato. L’intelligenza digitale planetaria fa di quel soggetto diviso, nevrotico, surreale, fantasioso, eccessivo che era l’io borghese del Novecento, una figura immediatamente allontanata nelle nebbie del mito, un cimelio del secolo scorso.
(da work in progress)

L’arte come una via per giungere all’esperienza dell’immanenza. Dentro la cosa che stai facendo, dipingendo, scrivendo. Una logica e una dinamica che sono dell’oggetto, del manufatto che si va creando sotto ai propri occhi, perfetto equilibrio tra caso e intenzione , tra desiderio e frustrazione, tra ciò che capita e ciò che si vuole. In assenza di istituzioni culturali che abbiano conservato adeguata autorevolezza per valutare, ognuno è solo con il proprio esito. L’esito del lavoro ci accompagna in una solitudine che fino a trenta, quaranta anni fa era impensabile. Allora si poteva essere apocalittici oppure integrati. Si poteva essere anche tante altre cose. Oggi la stessa integrazione ha un sapore apocalittico o la stessa apocalissi ha un sapore di integrazione. L’esito del lavoro ci lascia soli: bisogna percorrere le strade dell’immanenza, queste strade sono circolari, sono eternamente ritornanti. Ogni giorno, apparecchiando la tavola e liberando ogni volta il tavolo. Ogni giorno, dopo ogni pranzo. E’ l’opera. E’ La curva del giorno.
(da work in progress)

Biagio Cepollaro, Icona n.84, 2019
A partire dagli anni ’80 l’estetizzazione pienamente diffusa, seguita all’estetizzazione della politica degli anni ’30 (Benjamin), si è realizzata grazie all’imponenza del paesaggio pubblicitario e alla diffusione di massmedia come la televisione e le prime esperienze di internet. Ma oggi, cioè a partire dagli anni ’10 del nuovo secolo non si tratta più di estetizzazione diffusa con i suoi modelli centralizzati che decidevano del look, dell’immagine a cui dovevano conformarsi le condotte sociali. Oggi al tempo della telematica capillare ad essere diffuso è l’espressivismo: la possibilità e la necessità teoricamente per tutti di prodursi come espressione che tocca la parola, l’immagine o il suono, o tutte queste cose insieme. Pur attraversando il territorio per definizione “estetico” l’espressivismo diffuso si muove in un’estetizzazione debole. Così come l’estetizzazione diffusa del secolo scorso grazie alla neutralizzazione dell’arte aveva prodotto la percezione dell’estetica debole (radicalmente relativistica, equivalente, genericamente gradevole, priva di qualsiasi reale utopia sociale), così l’espressivismo diffuso produce l’espressività debole, radicalmente relativa, appunto, umorale, idiosincrasica, effimera come un colpo di tosse che diventa preoccupante solo se si ripete. La neutralizzazione dell’arte per alcuni coincidente con la sua democratizzazione (come se il mercato di per sé fosse garanzia di democraticità e non un suo ostacolo) ha privato di energia e consistenza per la comunità l’esperienza artistica, l’espressivismo diffuso ha invece accompagnato la neutralizzazione dell’agire sociale, la faticosa ricerca di un accordo, la maturazione della rivolta concreta sul territorio. Armi di distrazione di massa, si è detto, anestetico sociale per il dolore indotto dall’insicurezza e dalla precarietà materiale: l’espressivismo diffuso è diventato talvolta anche tam tam della rivolta, locale e puntuale, come un flash, un flash-mob, un’eruzione cutanea della durata di un mattino, così come l’estetizzazione diffusa è stata oggetto di reazione estetica (a cominciare dall’ambigua reazione che la confermava dell’arte pop).
Tra i diversi modi in cui reagisco alla lettura delle poesie mi colpiscono fondamentalmente due: godere della scrittura la cui postura è verso l’esperienza del mondo a partire dalla inevitabile biografia (e quindi non gioco di parole ma retorica affilata perché veritativa) e irritarmi per la scrittura che della propria inevitabile (spesso triste) biografia pretende in modo arrogante di fare un mondo. A cosa aspira la scrittura di questo poeta? Cosa vuole da me? Chiede implicitamente la mia partecipazione intellettuale ed emotiva per provare a svelare un senso alla costruzione formale del testo (e quindi di una parte di mondo allegorizzata da quella costruzione) oppure chiede semplicemente la mia attenzione compassionevole ai casi tristi di una vita come se queste tristezze esibite gettassero uno sguardo veritiero sulla condizione umana? Per quanto mi riguarda tra i campioni del primo tipo, quello che illumina una parte di mondo attraverso la propria biografia vi è Guido Gozzano, ad esempio, mentre per quanto riguarda il secondo tipo, tra quelli che trattano la propria biografia come fosse un mondo, vi è il povero poeta malato e sentimentale – ma con tantissimi pronipoti- Sergio Corazzini.

Da Espressività diffusa, work in progress)
Vorrei cominciare a citare Jacopone da Todi come mio maestro del ‘200. Che sia motivo di ispirazione per una poesia di sette secoli dopo è straordinario. Certo non è il contenuto religioso a interessarmi, né il gusto dell’arcaico e della citazione. Ciò che sin da ragazzo oscuramente mi colpiva di Jacopone era la sonorità della sua poesia. Ciò che arrivava alla mia mente leggendo era innanzitutto il suono sgraziato, “pietroso”, ruvido, esasperato ed esagerato. Quel suono era un movimento corporale più che psicologico, era un gesto più che un sentimento, era scultura più che musica, era materia più che immagine. Da lì ho iniziato a pensare la poesia come un graffiare la superficie dell’aria più che arrotondarla, ammaliarla, curvarla, colorarla.
Per tutto il tempo in cui sono stato dentro l’atmosfera della mia prima trilogia, dal 1985 al 1997 (Scribeide, Luna persciente e Fabrica) non ho percepito come poesia se non quell’attrito, quel graffiare le superfici, quello scolpire volumi sonori, quel moto corporale rabbioso e implorante. Anche se poi l’attrito non veniva generato dal suono come in Fabrica ma dalla forte dissonanza dell’impoetico trattato poeticamente. Tutto il resto mi sembrava semplicemente letteratura, tanto interessante quanto inevitabilmente edulcorato e menzognero. La verità della poesia per me in quegli anni non poteva vivere se non nella desolazione vivissima di quei deserti senza pace. Quei deserti erano per me quelli dell’Italia craxiana che nascondeva il disagio e le diseguaglianza estetizzando la politica e la comunicazione sociale. Quell’attrito era anche una rivolta politica agita sul piano simbolico. Quello che ancora definivano avanguardia o neoavanguardia alla fine degli anni ‘80 nel mio caso aveva a che fare non con il proiettarmi avanti nel “nuovo” ma nello stare dov’ero, possibilmente senza mentire troppo. La funzione veritativa della retorica in poesia era questo attrito e questo graffio che aveva imparato da Jacopone da Todi.
