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Le Cronache Di Montescuro

  • Sangue Arcano (Capitolo 1)

    aprile 11th, 2026

    Niente ha inizio per caso

    Montescuro non lascia andare nessuno. Non è una sensazione, è un dato di fatto che si imprime lentamente, fino a diventare parte del respiro. Si infiltra nei vestiti, nei gesti, nelle abitudini che credi tue e che invece appartengono alla città molto prima di te. Dalla finestra del mio ufficio al commissariato la osservo ogni giorno, e ogni giorno ho la stessa impressione: non sono io a controllare lei, è Montescuro che tiene d’occhio me. Ci sono nato, e questo basta a spiegare tutto. Qui non si resta per scelta, si resta perché non esiste un’alternativa reale. Il mio nome è legato a queste strade come l’umidità alle pietre. E come l’umidità, non si asciuga mai davvero. Il corpo di Lucia Colangelo è stato trovato in via delle Agavi, nel punto in cui il quartiere più antico smette di fingere di essere vivo. Sessant’anni vissuti come una condanna silenziosa, lo sguardo ancora aperto, sospeso tra ciò che aveva visto e ciò che non avrebbe più raccontato. L’appartamento era un contenitore perfetto per quello che nascondeva: tende pesanti, mobili fuori tempo, odore persistente di incenso e cera consumata. Il salotto non era solo una stanza, era un centro di gravità. Tutto convergeva lì. Il corpo giaceva composto, le mani raccolte sul ventre, come se qualcuno avesse voluto restituirle una dignità che la morte non concede. Nessun segno di colluttazione. Nessuna traccia di resistenza. Solo controllo. Troppo controllo per essere improvvisato. La lama era il dettaglio che definiva tutto. Una spada cerimoniale, manico in osso, decorazioni in ottone consumato dal tempo. Inserita con una precisione che escludeva l’errore. Non era un gesto impulsivo, ma un atto studiato, eseguito con una calma che appartiene solo a chi sa esattamente cosa sta facendo. Ai piedi del corpo, una carta. Il Bagatto. Primo arcano maggiore. Il principio. Non un simbolo casuale, ma una dichiarazione. Qualcuno aveva deciso di iniziare da lì. E quando qualcuno sceglie un inizio, significa che ha già previsto tutto il resto. La casa non mostrava segni di forzatura. Nessuna serratura violata, nessuna finestra compromessa. Questo restringeva il campo in modo drastico. Chi è entrato non ha dovuto chiedere permesso. Oppure lo aveva già. Questo tipo di accesso non si improvvisa, si costruisce nel tempo. Lucia Colangelo non era una figura marginale. Era un punto di riferimento per chi cercava risposte fuori dai canali ordinari. Cartomanzia, ritualità, simboli. Ma dietro quella facciata c’era altro. Influenza, dipendenza, forse paura. Le persone non si limitavano ad ascoltarla. Le persone le affidavano qualcosa. E quando qualcuno diventa depositario dei segreti altrui, prima o poi quei segreti tornano a presentare il conto. Un testimone ha riferito di una presenza maschile nel pomeriggio. Nessuna discussione, nessun segnale di tensione. Solo parole basse, poi il silenzio. È il silenzio che resta sempre. Non come assenza di suono, ma come spazio in cui tutto è già successo. Chi è entrato in quella casa sapeva come muoversi, sapeva cosa dire e soprattutto sapeva quando smettere. Non c’è stato bisogno di forzare. Solo di controllare. E il controllo, in questi casi, è sempre la forma più pura di violenza.
    Il lavoro sulla scena ha confermato ciò che già era evidente: ogni oggetto era al suo posto, ogni elemento sembrava partecipare a una costruzione precisa. Non c’erano sbavature. Nemmeno il corpo lo era. Era stato disposto. Sistemato. L’autopsia avrebbe chiarito i dettagli tecnici, ma la natura dell’atto era già chiara. Non si trattava di eliminare una persona. Si trattava di compiere qualcosa. Un gesto con un significato. Un passaggio. Montescuro ha un modo particolare di reagire a questi eventi. Non si agita, non esplode. Assorbe. Trattiene. Le domande restano sospese nell’aria, senza trovare voce. Ma si accumulano. E quando si accumulano troppo, iniziano a pesare. Uscendo da quell’appartamento ho avuto la certezza che questo caso non avrebbe seguito un percorso lineare perché c’era nulla di lineare in quella scena. Ogni dettaglio puntava in una direzione diversa, ma tutte le direzioni sembravano convergere in un unico punto: qualcuno aveva deciso di iniziare qualcosa. In commissariato le immagini della scena scorrevano una dopo l’altra, ma non aggiungevano nulla a ciò che già sapevo. Il problema non era ciò che vedevo. Era ciò che mancava. Le connessioni invisibili, i rapporti non dichiarati, le dipendenze che non lasciano traccia nei registri ufficiali. Non serviva partire dai nomi noti. Serviva scavare sotto. Individuare chi orbitava davvero attorno alla Colangelo. Chi le forniva strumenti, chi cercava risposte, chi aveva qualcosa da perdere. Tra i nomi che affioravano ce n’era uno che non poteva essere ignorato. Alessandro Rivarolo. Alcune persone non attirano l’attenzione. La deviano e lo fanno anche molto bene. Ed è proprio lì che diventano rilevanti. Non avevo ancora elementi concreti, ma avevo abbastanza esperienza per riconoscere una direzione quando iniziava a delinearsi e quella direzione portava a lui. Il Bagatto non era un dettaglio scenografico ma una dichiarazione vera e propria. Un primo movimento su una scacchiera che non avevo ancora visto per intero. E quando qualcuno muove la prima pedina con quella precisione, significa che ha già studiato le mosse successive. Questo cambia tutto. Perché non stai inseguendo un colpevole. Stai entrando in un disegno. Montescuro non dimentica. Non perdona. E soprattutto non avverte. Ti lascia avanzare, passo dopo passo, finché non ti accorgi che sei già dentro qualcosa che non puoi più controllare. E questa volta ho la certezza che il caso non finirà con una sola vittima.

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