La lavorazione di Blade Runner, come racconta dettagliatamente Paul M. Sammon nella sua storia del film Future Noir: The Making of Blade Runner (edito in Italia da Fanucci come Blade Runner: Storia di un Mito, ormai purtroppo finito fuori catalogo), fu complessa e travagliata. A partire dall’acquisto dei diritti cinematografici di Do Androids Dream of Electric Sheep? (il romanzo di Philip K. Dick del 1968 da cui tutto ebbe inizio, da noi tradotto come Il cacciatore di androidi) da parte di Hampton Fancher, il copione passò attraverso diverse fasi di scrittura e riscrittura. Il risultato finale del 1982 è l’esito di un lungo processo di elaborazione che vide contribuire in maniera decisiva il summenzionato Fancher e Ridley Scott (sua l’idea di sviluppare l’estetica noir futuristica del film a partire da Nighthawks di Edward Hopper e dal fumetto The Long Tomorrow di Dan O’Bannon e Moebius), David Webb Peoples (arruolato per sistemare i dialoghi e ideatore del termine “replicante”), Syd Mead (artista concettuale tra i più influenti al mondo) e Lawrence G. Paull (autore delle scenografie), Douglas Trumbull (già artefice degli effetti speciali per 2001: Odissea nello Spazio, Incontri ravvicinati del terzo tipo e Star Trek, recentemente tornato all’opera nell’ambizioso The Tree of Life di Terence Malick), Jordan Cronenweth (votato dai suoi colleghi come uno dei dieci direttori della fotografia più influenti di tutti i tempi) e Vangelis (autore della colonna sonora del film).

Un team di questa levatura poteva produrre solo un disastro memorabile o una pietra miliare. Per fortuna ci è andata bene e oggi, malgrado gli stenti della prima distribuzione nel circuito delle sale, Blade Runner è riconosciuto pressoché all’unanimità per quel capolavoro che è, dentro e fuori dal genere. Ma prima di arrivare alla pellicola, le difficoltà produttive di cui facevamo menzione si sono riflesse nella lunga sequenza di sceneggiature preparate per il film. Mechanismo, Dangerous Days, Android: a partire dalla ricerca del titolo, non fu un lavoro semplice. Alla fine la produzione optò per Blade Runner, rilevandone i diritti da un semisconosciuto romanzo di Alan E. Nourse apparso da noi come Medicorriere e da un soggetto originale di William S. Burroughs, entrambi senza punti di contatto con la pellicola che Ridley Scott si apprestava a girare.

A quale punto della lavorazione si decise di cambiare l’ambientazione del romanzo ispiratore di Dick non è dato saperlo. Perché è vero che ormai Los Angeles, Novembre 2019 è di diritto una componente imprescindibile del nostro immaginario sul futuro, un set di coordinate spazio-temporali che fa parte del bagaglio culturale di ognuno di noi, ma è altrettanto vero che Il cacciatore di androidi era ambientato in un’altra città californiana, con ben altra storia alle spalle rispetto alla città degli angeli: San Francisco. Di sicuro fin dall’inizio Scott aveva in mente uno scenario urbano verticale, più simile a New York che a Los Angeles. Paradossalmente, l’architettura della Bay Area si sarebbe prestata perfino meglio rispetto allo sprawl di L.A. per gli sfondi che Scott aveva in mente, ma forse fu lo scenario da nebulosa infernale, assediata dalle raffinerie di Torrance ed El Segundo, a innescare l’associazione con i polizieschi di Raymond Chandler verso cui la trama del film è in forte debito (Rick Deckard è una sorta di Philip Marlowe del futuro, e l’olio nero è un elemento d’ambiente nelle sue storie, a partire da Il grande sonno) e ad avere così la meglio, spostando il baricentro geografico del film verso la California del sud.

Eppure… San Francisco è una città straordinaria, set ideale per una quantità innumerevole di storie: da Jack London a Cory Doctorow, passando per Jack London, Fritz Leiber, Jack Kerouac, William Gibson e tanti altri. Ho provato a renderne conto, limitandomi a una manciata di titoli di spicco, parlandone a proposito di Little Brother sulle pagine di Next Station. E allora: come sarebbe stato Blade Runner se la produzione avesse deciso di mantenere l’ambientazione originaria prescelta da Dick?

Se l’è chiesto come noi Britta Gustafson, un’appassionata di fotografia, paesaggi urbani, arte e matematica, che ha anche cercato di dare una risposta allestendo un tour virtuale di questo Blade Runner alternativo, tracciando un parallelo tra il romanzo di Dick e il film di Scott e soprattutto tra i rispettivi luoghi. Il risultato è su Flickr (ne siamo venuti a conoscenza attraverso io9) ed è davvero degno di nota.

Buona escursione!

Westin St. Francis Hotel at night, di Kumasawa

Opening Night Simulcast, di pbo31.

Fake Eagles, di freeside510.

Il 12 novembre 2011 Wu Ming 1 ha inaugurato a Torino, quartiere Mirafiori Sud, il progetto I muri di Mirafiori, iniziativa costruita intorno al suo racconto Volodja, scritto ad hoc e dedicato alla memoria del grande poeta e rivoluzonario Vladimir Vladimirovič Majakovskij. Un racconto notevole, in cui la figura dell’artista si manifesta agli operai torinesi per incitarli alla resistenza, corredato peraltro di una straordinaria poesia modulata sulle frequenze empatiche del futurismo russo.

NeXT, che ha scelto il poeta russo tra le sue fonti di ispirazione e motivazione, ha pubblicato proprio sul suo primo numero regolare un omaggio alla sua memoria. Abbiamo pensato di riproporvelo con qualche modifica rispetto alla prima versione del 2005.

Uomini futuri!
Chi siete?
Eccomi qua,
tutto
dolore e lividi.
A voi io lascio in testamento il frutteto
della mia grande anima.

Sono morto a Mosca, nel tredicesimo anno della Rivoluzione Proletaria. Era un giorno di aprile del 1930. Ah, quanto parevano ormai lontani quei giorni gloriosi, quei giorni di immensa partecipazione collettiva che avevano incoronato la causa della libertà, quando in milioni, forti del nostro numero, da schiavi osammo alzare la testa e volgerci contro i padroni! Ah, che stagione gloriosa del genere umano raggiunse il suo culmine nell’Ottobre del ‘17! Il 14 aprile sembrava ormai trascorsa una vita, quasi l’universo si fosse consumato e spento lentamente e ora languisse in un’agonia entropica, schiacciato sotto il tallone di schiere di uomini artificiali.

Sono morto a Mosca, cittadino di uno stato che non era più il mio. Rodina! Avevo cantato il tuo passaporto, la tua bandiera nobilitata dai simboli del contadino e dell’operaio, la forza della coscienza rinnovata che avrebbe scosso le fondamenta del mondo. Avevo cantato la tua gloria, i tuoi milioni di eroi! Ma l’animo degli uomini è volubile, l’incostanza è una certezza e la mediocrità sempre in agguato. Dopo che i parassiti divorarono le carni del nostro sogno comune, rendendo il tuo corpo – che era stato florido e accogliente – un ammasso di putrida materia in dissoluzione, una seconda ondata di parassiti prese di mira le tue membra inerti. Ero stato tra i tuoi figli più illustri, di certo il più entusiasta e irrequieto: quando le armate della dissoluzione presero d’assalto il Palazzo e misero il Partito sotto chiave nelle sue stanze, fu naturale che il mio nome finisse nell’elenco degli indesiderati. Non ero provvisto dell’apparecchio di dotazione ministeriale per il conio di alcune locuzioni.

Sono morto a Mosca, culla del sogno di uguaglianza e libertà: l’azzurro della primavera fu il sudario che l’occhio amorevole dell’universo predispose per me. Col pensiero, adesso, torno spesso ai giorni trascorsi in giro per il nostro enorme Paese, insieme ai compagni. Avevamo il mondo ai nostri piedi e il futuro era un orizzonte remoto da esplorare. Ripenso alla luna che pende piena nell’aria sopra la Prospettiva Nevskij, come il meraviglioso cucchiaio d’argento di Dio. Ripenso a mia madre e a Ol’ga; Ljudmila, ricordo ancora quando tornasti da Mosca: mi portasti in regalo dalla città un libro di poesie e una copia usata del Capitale. Ripenso al Compagno Lenin, al suo nome tradito, alla nostra bandiera infangata. Ripenso al miraggio del LEF, a Osip Brik. Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria! Le 3000 finestre per la ROSTA, la stanzetta-barchetta in piazza Serov. Ripenso anche a Lilja, certo, al suo sguardo distaccato, e una tristezza sconfinata mi assale. Poi rivedo la mia blusa gialla da bellimbusto adorna di fiori, i denti curati per lei, le ore trascorse con Osip, e allora sorrido.

Sono morto a Mosca, che il mio sogno era già morto e sepolto da tempo. Un colpo di pistola al cuore ha spento pure il mio sguardo arrogante, e con esso l’ormai flebile candela della vita. Un colpo ha schiantato la mia insopportabile quotidianità. Ma voi, non trovate curioso che il culto dei miei versi ripudiati sprezzati infangati sia sopravvissuto alla dissipazione del poeta?

Come suol dirsi: “l’incidente è chiuso”.
Io e la vita siamo pari.
Inutile fare l’elenco
        delle offese,
        dei dolori,
        dei torti reciproci.
Voi che restate siate felici.

Sono stato un comunista e un poeta e mi sono battuto per la Rivoluzione. Sono stato soprattutto, in quanto tale, debitore dell’universo. E voi, uomini futuri, tenete almeno conto delle mie spese di trasporto: la poesia è un lungo viaggio verso l’ignoto. Vi basta? Magari starete storcendo le labbra in un ghigno sardonico, con gran disprezzo per la materia. Ma voi: potreste mai

suonare un notturno
        su un flauto di grondaie?

Nel 1959 Charles Percy Snow, di professione scienziato, di vocazione scrittore, scrisse il suo celebre saggio (rielaborazione della Rede Lecture tenuta nel maggio di quell’anno presso l’università di Cambridge, pubblicato nel ’63 con considerazioni aggiuntive) in cui teorizzava la frattura tra le due culture. In esso l’autore britannico constatava la generale diffidenza degli scienziati e degli ingegneri verso la letteratura (considerata avulsa ai loro interessi), con conseguenze limitanti per la loro intelligenza immaginifica; e al contempo la scarsa familiarità degli uomini di lettere con la scienza, le sue tematiche e anche solo i suoi concetti di base.

Evidenziava in queste considerazioni un retaggio del passato, dell’atteggiamento «conservatore» di gran parte degli intellettuali dell’Ottocento e dell’influsso che avevano esercitato sul gusto dei suoi contemporanei, e ne denunciava la prospettiva limitata che aveva impedito loro di cogliere i benefici che l’industrializzazione avrebbe potuto comportare sullo stile di vita e il benessere delle fasce sociali più povere. Inoltre lamentava l’attitudine degli uomini di scienze, che di fatto si auto-limitavano nel proprio ruolo, negandosi i benefici che una base umanistica minima avrebbe potuto apportare al loro modo di rapportarsi al loro stesso lavoro.

Il problema, sostiene Snow ed è facile concordare con lui, affonda le radici nel sistema educativo. Bisognerebbe investire in formazione, prestando i nostri tecnici ai paesi poveri per propiziarne al più presto lo sviluppo industriale. Secondo Snow, l’India avrebbe potuto uscire dal suo stato di povertà con l’aiuto di scienziati e ingegneri inglesi, americani e russi, e lo stesso avrebbe potuto capitare al resto dell’Asia (Cina esclusa, in cui già intravedeva potenzialità di autosufficienza) e Africa.

A distanza di oltre mezzo secolo dalla stesura del saggio, è sorprendente constatare come alcuni elementi abbiano seguito le previsioni dell’autore, penso soprattutto all’ingresso della Cina nel club dell’industrializzazione, ai benefici dimostrati delle riforme scolastiche volte a valorizzare materie scientifiche e tecniche (che anzi prima o poi potrebbero portare i paesi della Vecchia Europa a chiedere il sostegno dei paesi sulla cresta dell’onda, Brasile, Russia, Cina e India); ma, paradossalmente, è altrettanto sorprendente continuare a riscontrare la persistenza della frattura tra le due culture. Per esempio, oggi come allora la narrativa di consumo come la letteratura dell’Occidente sono dominate da protagonisti con scarsissime attitudini tecnologiche e prevalentemente analfabeti in qualsiasi materia scientifica; i romanzi sono invece affollati di psicologi, pubblicitari, magistrati, poliziotti, assediati da una massa impiegatizia indistinta e anonima. E, man mano che anche le conoscenze umanistiche di base si assottigliano con la complicità delle varie riforme che hanno riguardato l’insegnamento, specie in Italia le opere letterarie sembrano produrre protagonisti amorfi e indistinti come riflesso di un pubblico amorfo e indistinto a sua volta.

Se in ambito letterario la fantascienza rappresenta il ponte ideale tra umanisti e tecnici/scienziati, in Italia attualmente esiste un solo gruppo di autori che si è dato programmaticamente lo scopo di superare il divario tra le due culture.

Secondo Snow, gli unici autori dell’Ottocento che avrebbero potuto cogliere la portata del cambiamento furono per la loro ampiezza di vedute e vocazione i russi, che però rimasero sempre vincolati al contesto rurale e pre-industriale del loro Paese. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa e servirci da ammonimento. L’Italia, tra i paesi della cosiddetta Eurozona più esposti alla crisi economica, si trova oggi al centro di una tempesta finanziaria. Il nostro è un argine e noi ci troviamo proprio quassù, esposti ai venti della bufera. Se la barriera di contenimento terrà o meno, la storia imboccherà un corso oppure un altro. Ma se non dovesse tenere – e il premio Nobel Paul Krugman, che solitamente nelle sue analisi si rivela impeccabile, non è affatto ottimista – quello che sperimentiamo noi oggi, potrà toccare domani a qualcun altro.

Sta a noi interpretare e decodificare i segnali. I tempi sono stretti. Ma nel ruolo di testimoni che compete agli autori, è anche un dovere – oltre che una prerogativa – dei connettivisti saper fornire un punto di vista sul mondo che cambia intorno a noi.

Può sembrare tautologico, ma il titolo racchiude in sé una dichiarazione d’intenti, che nasce dalla lettura dell’analisi di Alan D. Altieri sulla Death Economy. Nel terzo capitolo del suo trittico, pubblicato su Carmilla (qui e qui le puntate precedenti), der Wolf conclude la sua scorribanda attraverso il “baratro terminale del collasso economico planetario” con una disamina sferzante della situazione del nostro paese, da lui condivisibilmente ribattezzato necroland, al termine di quello che definisce con perfetta scelta di termini “il ventennio laido”. E ne fotografa lo stato di salute mentale in questo passaggio, illuminante per più di una ragione:

Disconnect, dis-connessione, è il termine anglosassone che meglio descrive questo fenomeno. In una situazione di disconnect, sono interrotte le correlazioni tra causa ed effetto, sono mutilati i parametri tra logica e delirio, sono soprattutto distrutti i confini tra bene e male, giusto e ingiusto. Chi sceglie e/o vuole e/o accetta di condurre una non-esistenza in disconnect, si cala in un mondo completamente illusorio. E totalmente psicotico.

Disconnessione è la condizione accettata da chi smette di interrogarsi, quale che sia l’oggetto d’indagine: il mondo in cui viviamo, la società di cui siamo parte, i processi fisici alla base del cosmo che ci racchiude tutti, la portata e le implicazioni morali delle nostre azioni. È una forma di deresponsabilizzazione, come rimarca Altieri, ed è l’anticamera dell’obitorio. In disconnessione, siamo praticamente flatline, una linea piatta sul monitor di un elettroencefalografo, in una condizione di totale incapacità di agire sul mondo e passivamente immersi nel delirio illusorio indotto per noi dalla droga del regime. Nel caso di necroland – ancora beatamente ignara delle potenzialità intrinseche della rete e sorda al problema del digital divide – questa droga è ancora il mass media del secondo Novecento: la televisione.

Altri prima di me hanno rimarcato l’effetto di stasi indotta dal tubo catodico: l’instaurazione di un sogno di plastica nel pieno azzeramento della dimensione tempo. Il beneficio di un eterno presente è quantificabile facilmente per la classe di governo e lo dimostrano i venti anni di totale immobilità in cui si è adagiato il paese, mentre veniva dissennatamente depauperato delle proprie risorse. Se verso le istanze di cambiamento i governi risultano mediamente refrattari, i governi di regime – anche se si tratta di dittature morbide o, come le ha definite Predrag Matvejevic, demokrature – sono invece particolarmente, intrinsecamente e sistematicamente ostili. Il paesaggio fittizio generato dalle televisioni ha contribuito allo scopo, livellando la sensibilità culturale della popolazione e cristallizzandone la percezione lontano da scomodi impulsi al rinnovamento.

Fin dal loro esordio i connettivisti hanno fatto del cambiamento una delle chiavi indispensabili per la decodifica del binomio realtà/immaginario in cui siamo immersi. Attraverso l’esercizio della critica del reale, come semplice attuazione delle facoltà di trasfigurazione della scrittura, possiamo configurare ed elaborare un nostro ruolo sociale/sociologico, nella scia di quanto di grande è stato fatto con particolare efficacia dalla cosiddetta social science fiction a partire dagli anni ’50. Se torniamo al brano citato dal pamphlet di Altieri, è intuitivo scorgere nelle intenzioni dichiarate del connettivismo un antidoto al processo di sistematica disconnessione dal reale e dal vero in atto da qualche anno a questa parte. Sembra in effetti che la televisione abbia voluto far proprie le tecniche di psico-guerriglia messe a punto di William S. Burroughs (evocate letterariamente in particolare in Nova Express e nel resto della Trilogia Nova):

Il controllo dei mass media dipende dallo stabilire delle linee di associazione. Quando le linee sono tagliate le connessioni associative sono interrotte.

Ormai il controllo sulle menti passa dalla recisione di ogni linea di associazione. Le connessioni sono già interrotte. Uno dei nostri obblighi, nel perseguire la summenzionata vocazione sociologica del movimento, è ripristinare le connessioni, ristabilendo il giusto meccanismo di causa-effetto e individuando le correlazioni e le corrispondenze a volte nascoste nella trama degli eventi. Perché, per dirla con le parole di Thomas Pynchon (L’arcobaleno della gravità, 1973):

Come tutti gli altri tipi di paranoia, gli effetti qui riscontrati non sono altro che il sintomo iniziale, il bordo d’attacco prodotto dalla scoperta che tutto è connesso, nel Creato, un’illuminazione secondaria – non ancora l’Illuminazione accecante, ma per lo meno coerente, che forse può costituire una Via d’Accesso per le persone come Čičerin, solitamente tenute ai margini…

Pi Equals, via xkcd.com.

Oggi cade una ricorrenza che allieterà la giornata di matematici e appassionati: secondo l’usanza introdotta dal fisico americano Larry Shaw, che per primo la celebrò nel 1988 con una sorta di flash mob presso i locali dell’Exploratorium di San Francisco, il 14 marzo (3/14 secondo la notazione in uso nel mondo anglosassone per le date) è infatti il giorno del pi greco. Per la maggior parte di noi, il pi greco è quell’astrusità matematica che rientra nel calcolo delle formule principali riguardanti le figure circolari: la circonferenza di un cerchio è pari a pi greco volte il diametro (ovvero 2πr), l’area di un cerchio misura pi greco volte il quadrato del raggio (πr²), la superficie esterna di una sfera di raggio r vale 4πr² e il suo volume 4/3 πr³. Ci hanno insegnato che il pi greco è un numero irrazionale, ovvero composto da una sequenza infinita di cifre decimali dopo la virgola, ma per comodità nei calcoli quotidiani si può approssimare a 3,14. Da cui la scelta di questa giornata.

Non tutti sanno che il pi greco è così denominato dall’iniziale della parola greca περιμετροσ (perimetros) e che compare un po’ dovunque, in matematica come in natura: ritroviamo il pi greco nel principio di indeterminazione di Heisenberg, nella costante cosmologica di Einstein, nel valore della permeabilità magnetica del vuoto; ma anche nella geomorfologia, come limite, già osservato dallo stesso Einstein, a cui in genere tende il rapporto tra la lunghezza di un fiume e la distanza della sua sorgente dalla foce, assicurando il percorso più “comodo” e minimizzando l’effetto dell’erosione. Siamo praticamente circondati da un mondo fatto a misura di pi greco.

È ormai trascorso quasi un quarto di secolo da quando per la prima volta, con una invidiabile intuizione situazionista, Larry Shaw radunò il personale e i visitatori del museo in cui lavorava, organizzando una marcia in tondo attorno a uno dei padiglioni e ristorando poi i presenti con torte alle mele decorate dallo sviluppo decimale del pi greco; ma di anno in anno le celebrazioni della data di sono moltiplicate, al punto da renderla una piccola istituzione. Fatto singolare, il 14 marzo è anche l’anniversario della nascita di Albert Einstein, figura-chiave della scienza del XX secolo assurta a icona pop per eccellenza.

Due anni fa Google ricordava la ricorrenza con uno dei suoi doodle più fantasiosi.

Noi vi rimandiamo a un articolo più circostanziato apparso cinque anni fa su Fantascienza.com e cogliamo l’occasione per ricordare in questa data il premio Nobel Wisława Szymborska, poetessa polacca scomparsa lo scorso 1° febbraio, autrice tra le sue liriche anche di un poemetto dedicato alla più straordinaria delle costanti matematiche. Tratto dalla raccolta Grandi numeri (Wielka Liczba) del 1976, quello che segue è Sul pi greco nella traduzione di Alessandra Czeczott:

Degno di meraviglia è il numero Pi greco
tre virgola uno quattro uno.
Le sue cifre seguenti sono ancora tutte iniziali,
cinque nove due, perchè non ha mai fine.
Non si fa abbracciare sei cinque tre cinque con lo sguardo,
otto nove con il calcolo,
sette nove con l’immaginazione,
e neppure tre due tre otto per scherzo, o per paragone
quattro sei con qualsiasi cosa
due sei quattro tre al mondo.
Il più lungo serpente terrestre dopo una dozzina di metri s’interrompe.
Così pure, anche se un po’ più tardi, fanno i serpenti delle favole.
La fila delle cifre che compongono il numero Pi
non si ferma al margine del foglio,
riesce a proseguire sul tavolo, nell’aria,
su per il muro, il ramo, il nido, le nuvole, diritto nel cielo,
per tutto il cielo atmosferico e stratosferico.
Oh come è corta, quasi quanto quella di un topo, la coda della cometa!
Quanto è debole il raggio di una stella, che s’incurva nello spazio!
Ed ecco invece due tre quindici trecento diciannove
il mio numero di telefono il tuo numero di camicia
l’anno mille novecento settanta tre sesto piano
numero di abitanti sessanta cinque centesimi
giro dei fianchi due dita una sciarada e una cifra,
in cui vola vola e canta, mio usignolo
e si prega di mantenere la calma,
e così il cielo e la terra passeranno,
ma il Pi greco no, quello no,
lui sempre col suo bravo ancora cinque,
un non qualsiasi otto,
un non ultimo sette,
stimolando, oh sì, stimolando la pigra eternità
a durare.

Poesia e matematica, fuse in una sintesi mirabile. L’istantanea più efficace della meraviglia che si accompagna da sempre all’immensità del 3,14159 26535 89793 23846 26433 83279 50288 41971 69399 37510 58209 74944 592…

Speciale PKD (1 di 3): Il mondo che Dick creò
Speciale PKD (2 di 3): Il sogno del simulacro

4. “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare…” L’opera di Dick ha ormai saputo imporsi al di fuori del genere come una vera e propria icona della nostra epoca. Visioni di un futuro tormentato, oppressivo, soffocante, in cui niente è ciò che sembra e dietro ogni angolo di visuale forse si nasconde il preludio a una realtà “altra”, collocata su un piano di percezione parallelo o sfalsato rispetto alla nostra consuetudine. Questa minaccia della simulazione, della finzione, dell’artificiale, del doppio e del “falso”, è stata sviscerata nel suo lavoro sotto tutte le prospettive possibili: mondi che non sono quello che sembrano (Ubik), dottrine spirituali ispirate da costrutti sintetici (La Trilogia di Valis), demiurghi nascosti sotto le mentite spoglie di viaggiatori spaziali (Le tre stimmate di Palmer Eldritch), falsi ricordi (il racconto Possiamo ricordare per te alla base del film Atto di forza), false realtà (L’uomo dei giochi a premio), realtà storiche che sono tutt’altro da quello che crediamo (il Terzo Reich che vince la Seconda Guerra Mondiale in una ucronia messa in discussione solo da un libro di fantascienza dal titolo criptico, La cavallettà più non si alzerà, ne L’uomo nell’alto castello), replicanti in tutto e per tutto identici agli esseri umani (I simulacri, il racconto “Modello Due” che ha ispirato il film Screamers di Christian Duguay, il più celebre Cacciatore di androidi). Ma anche persone che non sono ciò che sembrano (Un oscuro scrutare, il racconto “Impostore”, anch’esso portato sugli schermi, da Gary Felder), realtà insidiate dal potere psichico di potentissime droghe (Illusione di potere, Scorrete lacrime, disse il poliziotto) o robot che si sostituiscono agli esseri umani, come nel racconto “Formica Elettrica” che racchiude, allo stato embrionale, lo spunto di Matrix.
Solo “storie di omini verdi”, come soleva schermirsi Dick. A svelare quanto radicate nella realtà fossero le paranoie dickiane, ci hanno pensato i ricercatori del FedEx Institute of Technology di Memphis, supportati dall’Hanson Robotics e dall’Automation and Robotics Research Institute (ARRI) dell’Università del Texas di Arlington. Il loro team congiunto ha infatti messo a punto un robot in tutto e per tutto simile a un essere umano. E non deve essere stata una scelta casuale, se alla fine i ricercatori hanno dato alla loro creatura le fattezze di Philip K. Dick. Il robot è stato realizzato impiegando le più sofisticate tecnologie robotiche in termini di espressività e motori di intelligenza artificiale per il linguaggio.
Androidi come questo” riportava fino a qualche tempo fa il sito ufficiale dell’Università di Memphis (e dovete fidarvi, perché il mio link non risulta più attivo), “possono essere usati in un vasto campo di applicazioni, che va dall’intrattenimento fino all’educazione. Il robot riproduce Dick tanto nell’aspetto quanto nell’intelletto, grazie a una personalità ricostruita dallo stato dell’arte dell’intelligenza artificiale. La pelle di sintesi messa a punto dall’Hanson Robotics permette di creare espressioni estremamente realistiche, che vanno dalla gioia alla paura, allo stupore. Le telecamere impiantate negli occhi consentono al robot di registrare i volti delle persone e riconoscerli. I dati della visione sono fusi insieme con meccanismi di riconoscimento dei segnali vocali e software di sintesi del linguaggio. Il sincronismo tra queste procedure e l’espressività facciale rende il robot un sistema emulativo completo.
I ricercatori del FedEx Institute, riconosciuti internazionalmente per il loro lavoro nel campo della sintesi del linguaggio, hanno sviluppato il software che permette al robot di sentire, capire e rispondere alle domande nel corso di una conversazione con un interlocutore umano. L’Hanson Robotics ha invece messo a disposizione la sua esperienza nei campi dell’ingegneria meccanica e delle strutture polimeriche. L’ARRI ha fornito la propria consulenza in ingegneria dei sistemi robotici. I progettisti hanno lavorato in stretto contatto con Paul Williams, amico intimo ed esecutore letterario di Philip Dick, che dalla morte dell’autore ad oggi ha custodito i suoi 91 faldoni di appunti inediti, per giocare questo scherzo beffardo alla memoria del grande autore.
Il robot ha fatto il suo debutto sulle scene al NextFest della rivista Wired, tenutosi a Chicago nel giugno 2005, presentato in una ricostruzione del suo appartamento del 1970 in cui il pubblico ha potuto entrare e interagire con esso, in un macabro gioco di emulazione della realtà. In seguito l’androide Philip K. Dick è stato trasferito al FedEx Institute, dove il 6 luglio 2005 è stato organizzato un incontro a porte aperte con il pubblico. Forse qualcuno si è azzardato a interrogare il simulacro quasi fosse un oracolo, ponendogli la domanda che ormai da quasi quarant’anni perseguita i numerosi fan del maestro: “gli androidi sognano ancora pecore elettriche?” Se lo ha fatto, è riuscito anche ad evitare che la risposta trapelasse sui media.
Per chiudere il cerchio, l’androide di Dick ha partecipato alla presentazione dell’adattamento cinematografico di A Scanner Darkly, al Comic Con di San Diego. Poi, nel Febbraio 2006, durante un trasferimento aereo la sua testa è andata perduta. Uno scherzo beffardo del destino, se si pensa che ancora adesso, a sei anni dallo smarrimento, la testa del simulacro di un autore visionario e paranoico è ancora in giro per il paese, ipotesi molto più inquietante della prospettiva banale di un imballaggio dimenticato in un deposito aeroportuale. Comunque lo scorso anno la Hanson Robotics ha annunciato di aver ultimato una copia del pezzo mancante, per cui il robot ha infine ritrovato una testa.
L’attualità del pensiero e delle intuizioni di Dick è comunque viva ancora oggi più che mai, come dimostra il successo di pellicole come lo straordinario Inception di Christopher Nolan e l’annuncio da parte di Ridley Scott di voler riprendere e infondere nuova linfa al mondo di Blade Runner. Staremo a vedere cosa succederà. Continuando a leggere Dick, forse non il più grande autore di fantascienza (come molti pseudo-critici ignari del genere vorrebbero farlo passare), ma di sicuro tra i più visionari intellettuali emersi dalle sue nutrite schiere di autori, lucido anticipatore del nostro presente.

Riferimenti bibliografici

Si consiglia ovviamente di recuperare (almeno) i titoli di Philip K. Dick citati. Per gli aneddoti sulla sua vita e per gli spunti di riflessione sono debitore nei confronti dei seguenti autori:

Vittorio Curtoni, L’ambiguità al potere, introduzione a Philip K. Dick, Il mondo che Jones creò, Classici Urania n. 118
Vittorio Curtoni, Philip K. Dick nel moratorium, Delos Science Fiction 61
Philip K. Dick, Se vi pare che questo mondo sia brutto, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Joe Protagoras è vivo, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Marco Giovannini, Un replicante di nome Philip K. Dick, in Almanacco della Fantascienza 1997, Sergio Bonelli Editore
Giuseppe Lippi, Illusioni, introduzione a Philip K. Dick, Illusione di potere, Classici Urania n. 270
Giuseppe Lippi, Philip K. Dick: Ritratto dell’autore, in Philip K. Dick, Il sognatore d’armi, Urania n. 1326
Carlo Pagetti, Un’ossessione amorosa nell’America dei simulacri, introduzione a Philip K. Dick, Abramo Lincoln Androide, Fanucci Editore
Carlo Pagetti, Uomini e androidi, introduzione a Philip K. Dick, Blade Runner – Il cacciatore di androidi, Editrice Nord
Paul M. Sammon, Blade Runner – Storia di un mito, Fanucci Editore

Risorse in rete

www.philipkdick.com Il sito ufficiale su Philip K. Dick, ricco di materiale sull’autore californiano.

Speciale PKD (1 di 3): Il mondo che Dick creò

3. “Putrìo, putrìo!” disse il piccolo Manfred Steiner. Come rilevato da importanti commentatori, l’opera di Dick costituisce un corpus unico nella letteratura americana della seconda metà del Novecento (cfr. C. Pagetti, Uomini e androidi). L’affermazione è comprovata dall’ormai inquantificabile numero delle influenze, più o meno dirette, esercitate dall’autore californiano su altri protagonisti del panorama culturale: non solo i cyberpunk, che non hanno mai nascosto la loro ammirazione per lui (soprattutto con gli elementi più scalmanati del gruppo, Rudy Rucker e John Shirley su tutti), ma anche tra i loro precursori (i citati Jeter e Powers, che furono frequentatori dell’autore nei suoi ultimi anni) e tra gli avant-pop Dick può vantare agguerriti ammiratori, come Jonathan Lethem e Steve Erickson. La sua influenza è inoltre riscontrabile in Greg Egan, Michael Marshall Smith e Richard K. Morgan, tra i nomi di maggior interesse emersi dalla fantascienza di questi ultimi anni. E se Banana Yoshimoto, acclamata scrittrice nipponica, arriva a citarlo direttamente nelle sue opere (Amrita), in ambito cinematografico Andrew Niccol (Gattaca, The Truman Show, S1m0ne, In time), Alex Proyas (Il Corvo, Dark City), David Cronenberg (eXistenZ), David Lynch (Strade Perdute, Mulholland Drive), Richard Linklater (Waking Life, A Scanner Darkly), Richard Kelly (autore del piccolo cult Donnie Darko e di Southland Tales), Darren Aronofsky (Pi – Il teorema del delirio), Michel Gondry (Se mi lasci ti cancello), Terry Gilliam (BrazilL’esercito delle 12 scimmie) e i fratelli Andy e Larry Wachowsky (artefici del fenomeno Matrix, che molto deve alle ossessioni dickiane) hanno in qualche modo continuato sul grande schermo un discorso intrapreso da Dick, con le sue folgorazioni e intuizioni purtroppo stroncate dall’improvvisa scomparsa. Anche nel mondo delle graphic novel Dick può vantare sostenitori irriducibili, come ad esempio gli autori culto Alan Moore (V for Vendetta), Enki Bilal (Il sonno del mostro, 32 dicembre), Warren Ellis (TransmetropolitanGlobal Frequency), Grant Morrison (The Filth). E il suo influsso non si esaurisce certo qui, vista la profonda affinità, di temi e di approccio, che lo lega a doppio filo con un altro grande della letteratura contemporanea (il più grande, secondo alcuni): Thomas Pynchon.
La letteratura di Dick si nutre in primo luogo di ambiguità (cfr. V. Curtoni, L’ambiguità al potere): i confini del suo mondo sono labili e sfumati, come quelli della percezione. Qualcuno dei suoi personaggi non si arrende allo scacco e anzi si sforza di sfruttare questa consapevolezza per piegare il mondo al proprio potere, come il sinistro Bertold Goltz, leader dell’organizzazione neo-nazista dei Figli di Giobbe che ne I Simulacri progetta di tornare indietro nel tempo per salvare addirittura lo spietato gerarca Hermann Goering; qualcun altro, invece, accetta la verità con fatalistica rassegnazione, come il cacciatore di androidi Rick Deckard o il semivivo Joe Chip di Ubik. Su questa distinzione si fonda la classificazione definitiva del genere umano, operata da Dick sull’impulso della sua notoria attitudine all’ideazione di nuovi sistemi sociali: gli uomini di potere e i loro sottoposti. Ma se pure la lotta si consuma tra loro, la realtà non fa distinzioni di classe e il destino sa prendersi gioco di tutti, senza preferenze. È proprio a questo punto, sul campo sgombrato dai minacciosi rivali, che emergono sulla scena gli ultimi, i diseredati, tenuti ai margini del flusso decisionale tanto dai custodi del segreto (che Dick chiama con il termine tedesco Geheimnisträger), quanto dagli esecutori di ordini (i Befehlträger): individui talmente in basso nella scala sociale da non essere ritenuti nemmeno idonei a mettere in atto un comando. Il demiurgo dell’universo narrativo dickiano è una semidivinità capricciosa e inaffidabile, per questo la sua simpatia (come d’altronde quella del lettore e quella dell’autore stesso) va a questi individui: Manfred Steiner (Noi Marziani), Plautus Kongrosian (I Simulacri), John R. Isidore (Cacciatore di androidi). Sono gli umili, i deboli, i mutanti, i subnormali, i diversi. Solo a loro Dick riserva la misericordia del riscatto, in virtù della loro semplicità e innocenza, del loro essere “candidi”.
La salvezza e il futuro sono nelle loro mani, non in quelle dei capitani d’industria, dei leader politici, dei superuomini. Al contempo una crudele ironia e una grande fortuna.

3.1 L’eco del sogno. L’ambiguità genera tutta la gamma cromatica dello spettro narrativo di Philip K. Dick. L’indistinguibilità tra umano e artificiale può allora traslare verso la confusione tra il reale e la simulazione. Praticamente tutti i romanzi di Dick si confrontano con questo tema: qual è la realtà? Cosa è reale?
Ogni libro di Dick ha una componente ludica che rende necessaria, in qualche modo, la partecipazione del lettore per sbrogliare la matassa della narrazione. In questo senso, come è possibile farlo per Pynchon, potremmo paragonare i romanzi di Dick a dei prototipi di elaboratore quantistico: nelle sue pagine diversi piani di realtà scivolano gli uni sugli altri, come gli strati in movimento di un fluido ideale, compenetrandosi e degenerando gli uni negli altri. L’immagine viene resa con una soluzione efficace dalle facoltà dei precog di Ubik e dal JJ-180 di Illusione di potere (una droga neurotropa potentissima, chiamata anche frohedadrina, “dal tedesco Froh, gioia, e dalla radice greca hed, che indica il piacere”): entrambe mostrano il futuro come una coesistenza di possibili linee evolutive caratterizzate da diversi livelli di probabilità. Sta al soggetto interessato fare la propria scelta, provocando la riduzione dello stato ad un unico futuro possibile.
Lo stesso accade nei romanzi di Dick. La sovrapposizione dura fino allo scioglimento, quando lo stato del sistema collassa per effetto della riduzione, e davanti al lettore si presenta finalmente la risposta. In un parallelo metafisico che Dick forse avrebbe gradito, potremmo dire che è allora che la verità viene rivelata. E agli occhi del lettore si presenta lo stesso scenario che attanaglia le visioni e gli incubi del piccolo Manfred, lo stesso panorama che si mostra ai “prigionieri” del Labirinto di morte (A Maze of Death, 1970), quasi un preludio alla successiva svolta mistica di Dick, la stessa landa di desolazione piegata al kipple, “un quadro di decadimento e assoluta, eterna distruzione”. La realtà vera sa essere ben peggiore di quella percepita dai nostri sensi, come c’insegna proprio Labirinto di morte, uno dei più cupi e angosciosi apologhi dickiani sulla fallacia delle percezioni, dove la simulazione di un mondo alieno, incomprensibile e soffocante, maschera la triste verità di un irrevocabile ergastolo gravitazionale.

3.2 Giro turistico per le stanze del moratorium. Nella sua breve ma intensissima carriera come scrittore di robaccia fantascientifica, Philip K. Dick è riuscito a parlare di temi tristemente attuali e a inserirsi con autorevolezza in una discussione filosofica che procede da secoli, senza mai far mancare al lettore il gusto di una trama coinvolgente ed elettrizzante. I colpi di scena e l’azione, spesso ispirati da un senso dell’umorismo irriverente se non proprio dissacratorio, celano una lucida discussione sul senso più profondo della condizione umana. I suoi androidi, i simulacri, i mutanti provvisti di facoltà straordinarie (telepatici, paracinetici, precognitivi), i subnormali che affollano le sue pagine, incarnano tutti una metafora, attori di una trasposizione teatrale della tragedia del vivere.
Il discorso di Dick è stato trasversale alle più disparate discipline del pensiero. Parlando della natura della realtà attraverso la discussione della nostra purezza percettiva, Dick approda a un discorso più ampio sulla possibilità del trascendente e del divino; discutendo la fallacia delle nostre percezioni, si è fatto testimone del fenomeno della tossicodipendenza, evolvendo le proprie posizioni rispetto alla droga dal liberale sperimentatore degli esordi alla definitiva, aspra disapprovazione delle conseguenze distruttive della sua assunzione e del suo possibile utilizzo come forma di controllo sociale; e qui ecco un nuovo salto, verso la disamina feroce del potere e dei suoi meccanismi di perpetuazione (l’iterazione infinita di modelli, imprigionati nella forma elettronica dei simulacri di capi di stato ormai morti), che conduce invariabilmente a sentenze di condanna senza appello, a prescindere dal segno o dal colore ideologico usato come specchio per le allodole. Ma il Dick più amato, almeno a giudicare da quell’autentico fenomeno di culto in cui si è trasformato Blade Runner negli anni (è bene ricordare che alla sua uscita il film si attirò critiche severe e si rivelò un fiasco commerciale), è quello che anticipa il dibattito etico di pressante attualità sui confini tra la vita biologica e la vita artificiale, sulle possibilità di discriminazione che sono concesse agli uomini per decidere dove finisca l’una e cominci l’altra, sui rapporti di sfruttamento ed emulazione tra i creatori e le creature.
Non deve essere un caso se per lungo tempo Dick ha considerato proprio Do Androids Dream of Electric Sheep? come la sua opera più riuscita. Anche perché, da amante delle anatre e delle pecore, sentiva il libro particolarmente vicino alle sue posizioni, per il modo in cui affrontava un tema a lui particolarmente caro come “il rapporto dell’uomo con gli animali”.

Il 2 marzo 1982 Philip K. Dick moriva per le conseguenze di un collasso cardiaco a soli cinquantatré anni. La sua vita, segnata dalle difficoltà economiche, dalle delusioni artistiche e da uno stato quasi costante di paranoia, è emblematica per molti versi della vita dello scrittore di fantascienza. Per ironia della sorte, i problemi incontrati nel farsi considerare dalla critica si sono dileguati con la scomparsa dell’autore. Pochi altri scrittori hanno conosciuto il suo successo postumo: dapprima grazie al forte, persistente radicamento di Blade Runner nel nostro immaginario, poi  con la stagione ininterrotta della trasposizione cinematografica dei suoi lavori, in cui le major hollywoodiane sembrano aver scoperto un’inesauribile miniera d’oro, e infine con l’inclusione nella prestigiosa Library of America.

Noi di HyperNext abbiamo deciso di ricordarlo a modo nostro, ripercorrendone la vita, le opere… e l’eterno ciclo della resurrezione artificiale. A partire da oggi e per tre settimane, ogni venerdì proporrò una parte del mio articolo Philip K. Dick Androide: il sogno del replicante, originariamente apparso sull’Iterazione 04 di NeXT, nel 2006, e rivisitato per l’occasione.

1. Un grande scrittore del XXI secolo. Fanta-filosofo dell’era quantistica”, così il profeta dell’LSD e della contestazione Timothy Leary ha osato definire Dick. Sentendolo, probabilmente Dick sarebbe esploso in una risata, lui che in vita pubblicò 35 romanzi e 120 racconti senza raggiungere mai la fatidica soglia delle centomila copie vendute. C’era sì lo zoccolo duro dei lettori innamorati del suo mondo narrativo, adepti di un culto esoterico di cui Dick era sacerdote e messia, ma le frange più conservatrici del genere la sua opera non la consideravano nemmeno come prodotto di fantascienza. Afflitto da ciò, Dick arrivò ad annotare su un taccuino queste parole, esplicative del suo pensiero sull’argomento: “scrivere fantascienza è un atto di autodistruzione”.
Il destino, anche con lui, ha trovato il modo per essere beffardo: si è dovuta attendere la sua morte per assistere alla sua riscoperta. Oggi, grazie anche al successo di pellicole come Blade Runner (Ridley Scott, 1982; seguito dieci anni dopo dal Director’s Cut, più cupo e vicino alla sensibilità dickiana), Atto di forza (Total Recall, Paul Verhoeven, 1990) e Minority Report (Steven Spielberg, 2002), Dick è un autore che con le sue ristampe vende milioni di copie, assurto da protagonista di un culto un po’ marginale e guru della sottocultura degli anni ’70 a idolo della critica e del grande pubblico. È tempo di sdoganamenti, dopotutto, e ormai si direbbe che non sia rimasto più nessuno che non abbia letto qualcosa di lui (più che di suo). La sua atipicità, degenerata in autentica unicità, veniva vista da noi ancora negli anni Novanta come un ostacolo alla sua comprensione e fortuna. Pregiudizi degli addetti ai lavori, verrebbe da dire, viste come sono andate poi le cose…

2. Il mondo che Dick creò. Il 16 dicembre 1928, a Chicago, i bambini di Dorothy Kindred Dick nacquero prematuri di sei settimane. Il 26 gennaio Jane morì. La colpa della sua morte fu attribuita alla madre, che più volte si rifiutò di cercare un adeguato aiuto medico, sottovalutando la gravità delle condizioni della neonata. Phil, invece, sopravvisse. La difficoltà nei suoi rapporti familiari ha forse le sue radici in questo dramma, fatto sta che Dick avrebbe dipinto sempre sua madre come una donna fredda e una figura distante. La piccola Jane fu sepolta in Colorado, in una tomba preparata con due targhette. La prima recava la classica scritta: “Jane K. Dick, 1928-1929”. La seconda era la placca destinata a suo fratello e ancora incompleta: “Philip K. Dick, 1928- ”. Quello spazio vuoto dopo il trattino, insieme all’idea colpevolizzante di essere sopravvissuto alla gemella, avrebbe ossessionato Dick per il resto della vita. A un certo punto, Dick sarebbe addirittura giunto a dichiarare di aver mantenuto sempre, per tutta la durata della sua esistenza, un legame spirituale con Jane.
Approdato in California nel 1930, in seguito al divorzio dei genitori arrivò a Washington DC due anni più tardi insieme alla madre. Nel 1940 fece ritorno a Berkeley, e da allora la sua vita si sarebbe snodata fino alla fine nel Golden State.
A partire dai 14 anni e per i successivi trenta, Dick fu in analisi presso tutta una schiera di psichiatri, delle scuole di pensiero più disparate; inizialmente per curare la sua agorafobia, poi per tutta una serie di altri disturbi psicologici. Solitario, schivo e introspettivo, rivelò fin da bambino una certa problematicità nei rapporti umani. Odiava lo sport, soffriva di ansia e tachicardia, dubitava degli altri e di se stesso. Negli anni giovanili di Berkeley, la culla della controcultura americana e della contestazione, Dick si avvicinò al movimento studentesco e si oppose con una certa passione all’intervento militare in Corea. Per essersi rifiutato di ottemperare agli obblighi di leva, fu costretto a interrompere gli studi. Per sopravvivere sperimentò allora tutta una serie di lavoretti: da disc-jockey esperto di musica classica in una radio di San Mateo a commesso in un negozio di dischi. Tuttavia non interruppe mai i suoi studi: appassionato di letteratura, storia e filosofia, s’impegnò a fondo da autodidatta frenetico, curioso ed entusiasta. Si sposò per la prima volta poco più che ventenne con la prima ragazza della sua vita, Janet Marlin: una sorta di ricompensa, narrano alcuni biografi, per aver ricevuto finalmente la tanto sospirata prova di non essere omosessuale. Non sarebbe durata a lungo.

2.1 I ruggenti anni Cinquanta. Nel 1950 Dick divorziò e si risposò con Kleo Apostolides, una militante comunista di origini greche. Fu proprio in quegli anni, mentre Richard Nixon saliva al soglio della vicepresidenza per Eisenhower, dopo essersi messo in (pessima) luce come zelante membro della Commissione di repressione delle attività antiamericane, che Dick tentò per la prima volta la via della scrittura. Alla fantascienza Dick si avvicinò presto, ma prima di cominciare a scriverne dovettero passare diversi anni: la folgorazione giunse dopo aver seguito un corso di Anthony Boucher, stimato autore e critico di rilievo degli anni Quaranta e Cinquanta.
La fantascienza dell’epoca non aveva perso ancora i suoi connotati più ingenui. In quegli anni Heinlein, Asimov e Clarke andavano a guadagnarsi il ruolo di stelle riconosciute nel firmamento della Golden Age e sarebbero presto emersi i nomi di Leiber, Bester, Bradbury, Sheckley, Kornbluth e Pohl, Brown e Matheson, ma l’immagine del genere restava legata a poco plausibili avventure di eroi imbattibili sullo sfondo esotico di improbabili scenari alieni. Appassionato lettore di H.P. Lovecraft e Alfred E. van Vogt, Philip K. Dick preparò la sua personale risposta chiudendosi in casa, ascoltando musica classica, leggendo con metodo e ossessione e scrivendo compulsivamente a macchina. Si stima che tra il ’51 e il ’55 portò a termine quattro romanzi e sessantadue racconti: per reggere il ritmo, si rivolse all’ausilio chimico delle amfetamine. Ne assumeva in quantità massicce e se questa mossa lo ripagò all’inizio con un’enorme prolificità, avrebbe avuto alla lunga gravi conseguenze per la sua salute, contribuendo inoltre a minare la stabilità della sua personalità. Eppure Dick considerò sempre l’assunzione delle droghe come una risposta pragmatica ai problemi che lo affliggevano: senza, non sarebbe arrivato a scrivere le sessanta pagine al giorno che in certi periodi segnavano il ritmo della sua produzione.
Soprattutto nei primi anni Cinquanta, la produzione di storie brevi fu intensissima. Il primo racconto, l’ormai mitico “Ora tocca al wub”, lo vendette nel 1954 proprio alla rivista di cui Boucher era caporedattore, Planet Stories. Del periodo sono anche piccoli gioielli come “Impostore” e “Modello due” (1953), “Squadra riparazioni” e “La cosa-padre” (1954), “Autofac” e “Foster, sei morto!” (1955), “Rapporto di minoranza” (1956). Il primo romanzo gli fu pubblicato nel 1955: si trattava de Il disco di fiamma (conosciuto anche come Lotteria dello spazio, Solar Lottery). La sua produzione fu fin dagli esordi tematicamente variegata, come se Dick volesse dire la sua in tutti i mercati disponibili per il genere, parlando alle sue diverse anime, al punto che lo stesso Boucher giunse a definirlo “un abile trasformista”. Le sue letture (Camus, Kafka, Pound, Joyce) ebbero in quegli anni un grande influsso sulla sua crescita letteraria: in tutte le opere di questo primo periodo è possibile individuare istanze tipiche dell’esistenzialismo, reinterpretate alla luce della personale sensibilità dickiana. Così, alle domande classiche sul senso della vita e il ruolo dell’uomo nel mondo, nella storia e nella società, Dick finì per aggiungere un altro importante interrogativo: “ma noi siamo davvero chi crediamo di essere?”. Questo tema diventerà uno dei pilastri portanti della sua opera, sviscerato sotto ogni possibile aspetto.
Anche la politica rivestì un ruolo di particolare importanza nella sua crescita artistica, tanto che Dick indisse una vera e propria crociata contro Richard Nixon, già braccio destro del famigerato senatore McCarthy. “Tricky Dick”, Dick il vizioso come veniva soprannominato il senatore repubblicano, assumeva agli occhi di PKD i tratti del potenziale dittatore reazionario, del nemico terribile, dell’incarnazione del male assoluto. E la sua ombra aleggia su molte figure letterarie di oppressori politici, a partire dalla figura marginale di Ernest T. Saunders, “il blando, semplice candidato dell’estremistico Partito Nazionalista” che diventa Presidente del Governo Federale nell’acerbo ma importante Il mondo che Jones creò (The World Jones Made, 1954).
D’altro canto l’incertezza della realtà, la paranoia, il rischio della manipolazione si fondono in una vocazione apocalittica sincera e ispirata, come dimostra il primo capolavoro dato alle stampe da Dick: L’uomo dei giochi a premio (noto anche come Tempo fuori luogo o Tempo fuor di sesto, Time Out of Joint, 1959), che nel 1998 avrebbe ispirato il regista Peter Weir, lo sceneggiatore Andrew Niccol e l’istrionico Jim Carrey per il sorprendente The Truman Show.

2.2 La stagione della contestazione. In cerca di tranquillità dopo i frenetici anni di Berkeley, Dick si trasferì a Point Reyes Station, nella contea di Marin, cinquanta chilometri a nord di San Francisco. Le sue opere cominciarono a rispecchiare i travagliati rapporti familiari con la sua terza moglie, Anne Williams Rubenstein. Vedova del poeta Rubenstein, Anne era una donna colta e dalla forte volontà, già madre di tre bambine quando sposò Dick nel 1958. Colto da improvvisa passione, lo scrittore aveva lasciato d’impulso Kleo e si era legato in matrimonio con Anne. Da lei ebbe la sua prima figlia, Laura Archer. Ma il loro rapporto era tanto stimolante quanto frustrante: se da un lato Anne spinse Philip Dick a esplorare strade diverse dai sentieri a lui familiari della fantascienza, la risposta negativa degli editori alle sue ambizioni mainstream furono per lui un colpo insostenibile. Nella sua paranoia, Dick si convinse progressivamente che la moglie avesse già assassinato il suo primo marito e ora si accingesse a fare lo stesso con lui. Così si separò da lei per trasferirsi a San Francisco sul finire di un anno, come vedremo, cruciale: il 1964.
Dal 1962 in poi Dick riuscì a dedicarsi all’attività di scrittore a tempo pieno. Da classico freelance writer, Dick produceva con un ritmo intensissimo. Specialmente negli anni Sessanta, come dimostra la sua bibliografia: non più racconti (la cui produzione si dirada drasticamente), ma romanzi, a partire da  La Svastica sul Sole (noto anche come L’uomo nell’alto castello, The Man in the High Castle, 1962), che guadagnò all’autore il suo unico premio Hugo; seguirono nello stesso periodo I giocatori di Titano (The Game-Players of Titan, 1963), I simulacri (The Simulacra, 1964), La penultima verità (The Penultimate Truth, 1964), Noi marziani (Martian Time-Slip, 1964), Follia per sette clan (Clans of the Alphane Moon, 1964), Le tre stimmate di Palmer Eldritch (The Three Stigmata of Palmer Eldritch, 1965), Cronache del dopobomba (Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb, 1965), Illusione di potere (Now Wait for Last Year, 1966), Mr. Lars, sognatore d’armi (The Zap, 1967), Il cacciatore di androidi (noto anche come Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968), Ubik (1969).
Sono solo i titoli più rappresentativi di quel periodo, che dal 1962 al 1966 vide Dick impegnato sulla stesura di ben diciotto romanzi. Stupisce ancora oggi la capacità di sfornare, nel breve volgere di una manciata d’anni, una simile mole di capolavori, che raggiunse l’apice nel 1964, con la pubblicazione de I simulacri, La penultima verità, Noi marziani e Follia per sette clan e la composizione di Mr. Lars, sognatore d’armi, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Utopia, andata e ritorno (The Unteleported Man, pubblicato nel 1966) e Deus Irae (in collaborazione con Roger Zelazny, pubblicato poi nel 1976). Se c’è una prima data da segnare nella permanenza terrestre di Dick è proprio questa: l’autore stesso non mancherà di rilevare le straordinarie intuizioni che presero forma nelle sue opere di quegli anni, meravigliato dalla matrice gnostica che solo molti anni più tardi avrebbe abbracciato con convinzione.
La vita, però, sa essere crudele: malgrado gli sforzi (e, a ragion veduta, verrebbe da dire “malgrado anche i risultati”), l’attività di scrittore non gli regalò mai la tranquillità economica. Dick continuò a scrivere e a scrivere, giungendo nei periodi più duri a nutrirsi degli scarti della macellazione destinati ai cani, imparando a sostenere gli sguardi mortificanti del macellaio che naturalmente “aveva capito”. In quegli anni si susseguirono avvenimenti che lo segnarono nel profondo: la morte di Boucher e la successiva ma ravvicinata scomparsa del vescovo episcopaliano James A. Pike, per lungo tempo suo interlocutore in materia di fede e religione. L’abuso di amfetamine cominciò a manifestare segni deleteri con danni rilevanti alla sua salute, e una serie di esaurimenti nervosi sempre peggiori lo costrinsero a ripetuti soggiorni ospedalieri. Dopo la separazione da Anne, Dick non rimase solo a lungo. Nel 1966 si sposò per la quarta volta, con Nancy Hackett. Nel 1967 ebbero Isolde; nel 1968 Dick fu colpito da un attacco quasi mortale di pancreatite; nel 1970 divorziò di nuovo.
In seguito all’abbandono di Nancy, Dick sprofondò in uno stato di cupa disperazione. Mentre i suoi libri venivano abbracciati dalla controcultura americana, Dick aderiva alla Nuova Sinistra, ma evidentemente l’impegno non bastava a colmare quel baratro interiore originatosi da un semplice spazio bianco. La disgregazione del suo mondo andava avanti, aggredendo un pezzo dopo l’altro, strappando sempre nuovi spazi alla sua dimensione vitale. Nel tentativo di rimuovere questi dispiaceri, Dick s’incamminò lungo una discesa ripida, scandita dai sempre più frequenti viaggi allucinogeni e dall’abuso costante di alcol.

2.3 La penultima verità. Sulla scia di queste premesse, i Settanta non si aprirono nel modo migliore. Il 17 novembre 1971, la sua casa e i suoi archivi (custoditi in una cassaforte ignifuga da 350 Kg) andarono distrutti, forse per una bomba; Dick rimase sconvolto dall’episodio, ma la cosa che desta maggiore interesse nella vicenda è il fatto che la sua lista dei sospetti comprendesse il suo stesso nome. L’FBI aveva preso a sorvegliarlo, sottoponendolo al regime di restrizioni e soprusi che il Dipartimento di Stato infliggeva agli intellettuali progressisti. Sotto la presidenza di Nixon, Dick visse probabilmente il suo periodo più tormentato. Giunse anche a trasferirsi per qualche tempo a Vancouver, in Canada, ma per via del consumo di psicofarmaci e delle ristrettezze economiche, l’esperienza fu l’ennesimo fallimento. Per uscire dalla tossicodipendenza, allora, si decise finalmente a rivolgersi a una comunità di riabilitazione.
Nel 1972 riprese a scrivere e uscì Abramo Lincoln, Androide (scritto una decina d’anni prima, emblematico il titolo originale: We can build you). Due anni dopo fu la volta di un altro capolavoro: Scorrete lacrime, disse il poliziotto (Flow My Tears, the Policeman Said, 1974), libro meraviglioso e struggente che riprende in maniera innovativa i temi dell’ambiguità delle percezioni e del potere della droga, trasponendoli in un panorama urbano segnato da violenti conflitti e invaso dai media che anticipa cupamente il nostro mondo. È anche interessante notare come un elemento (anche se marginale) della trama è la morbosa relazione che lega un investigatore alla sua intraprendente gemella. La funzione giocata da questo libro nell’evoluzione dell’autore è evidente, segnando l’inizio di un processo che potremmo definire catartico, attraverso il quale Dick si sarebbe proposto di espiare attraverso la carta gli errori del vivere, affrontando di petto i propri blocchi emotivi.
A liberarlo da un altro carico dei suoi personalissimi tormenti giunse provvidenziale nel 1974 il caso Watergate, per altro anticipato con sorprendente lucidità proprio in uno dei romanzi di maggior rilievo di quel fatidico 1964: I Simulacri.
Una lettera Xerox ricevuta nel marzo dello stesso anno fu all’origine di un’esperienza mistica in cui Dick si convinse di aver assistito alla caduta del velo di Maya, alla rivelazione finale del Regno di Dio in Terra. La vista di Cristo e del suo corpo martoriato lo sconvolsero profondamente, com’è testimoniato dai numerosi frammenti di ipotesi e spiegazioni da lui formulate nei suoi appunti. Il 1974 è quindi la seconda data cruciale nel percorso terreno di Dick: lo scandalo Watergate, il completamento di Scorrete lacrime, disse il poliziotto che fu subito nominato per i tre premi più importanti del settore (Hugo, Nebula, Locus), la rivelazione mistica e, per concludere, l’incontro con il mondo del cinema. Fu proprio nell’agosto di quell’anno che il regista francese Jean-Pierre Gorin, già collaboratore di Jean-Luc Godard, gli commissionò una sceneggiatura basata su Ubik. All’epoca Dick viveva già a Santa Ana, sobborgo di Los Angeles in cui rimase fino alla fine dei suoi giorni, e il regista si recò personalmente a fargli visita. Le sue intenzioni erano delle più serie e convinte. Una simile congiuntura favorevole fornì forse l’illusione (se non la sicurezza del preludio) di un definitivo riscatto. Dick si gettò nell’impresa con entusiasmo neofita e in tre settimane portò a termine la bozza, anticipando di due mesi il termine della consegna. Il progetto poi naufragò a causa delle cattive condizioni di salute del regista, ma Dick ricevette immediatamente una nuova offerta: la Jaffe Associates gli proponeva l’acquisto di un’opzione sul romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? e lui la concesse.
Fu probabilmente quello il periodo più gratificante della sua vita, accanto alla quinta moglie (Tessa Busby, sposata nel 1973, da cui ebbe nello stesso anno l’ultimo figlio, l’unico maschio, Chris) e agli amici K.W. Jeter e Tim Powers, scrittori emergenti incontrati nel 1972. Le visioni cominciarono a farsi sempre più frequenti e Dick, per un certo periodo, credette di sperimentare contemporaneamente due piani di vita: uno aveva per sfondo la Roma imperiale del 70 d.C., l’altro era la California moderna. Una sovrapposizione temporale che a sua detta si protrasse per settimane. Ma le sue esperienze di distacco dal mondo reale sarebbero terminate solo il 17 novembre del 1980, esattamente nove anni dopo la distruzione dei suoi archivi. La mente plasma la realtà?

2.4 La vita al tempo di VALIS. Negli ultimi anni della sua vita, Dick giunse a liberarsi dall’ossessione delle droghe, di cui fornì un ritratto disincantato e finanche crudele nel cruciale Scrutare nel buio (A Scanner Darkly, 1977), dedicandosi in prima persona a combatterne la diffusione, specie tra i giovani. Ex ateo convinto, si convertì alla Chiesa episcopale, gli apparve una luce rosa e cominciò ad ascoltare criptici bollettini informativi da un satellite artificiale: quello che lui chiamò VALIS, Vast Active Living Intelligence System, un’entità dai caratteri semidivini mossa da ambigue finalità. Se non si convinse di essere il nuovo messia, era sicuro di avere almeno una linea privata con il quartier generale di Dio.
Scrisse sull’argomento delle sue rivelazioni un diario di milioni di parole, i cui frammenti compongono il testo più esoterico e personale della sua opera: L’Esegesi, una sorta di diario notturno disseminato di riflessioni rancorose, forzature teoriche e derive ora mistiche ora malinconiche, capace comunque di toccare nei suoi punti migliori vette di lucido pensiero. Le questioni metafisiche, religiose e teologiche sono al centro anche dei romanzi di quest’ultimo periodo (Valis, Divina Invasione e La trasmigrazione di Timothy Archer, ovvero VALIS, The Divine Invasion e The Transmigration of Timothy Archer), riuniti nella cosiddetta Trilogia di Valis (1982).
Sul finire dei Settanta Dick tornò a occuparsi di cinema. L’opzione della Jaffe portò a una prima sceneggiatura. Tuttavia, anche per via di un approccio poco ortodosso alla materia, lo script che Robert Jaffe derivò da Do Androids Dream of Electric Sheep? stravolgeva il tema dell’opera e riuscì a suscitare solo le ire dell’autore. Dick s’incontrò personalmente con Jaffe ed ebbe modo di discutere con lui i miglioramenti da apportare, ma poi fino alla fine del ’77 non si mosse più niente. Finché l’opzione cadde e fu rilevata da Hampton Fancher, con l’intercessione di Brian Kelly. Dick ne sarebbe rimasto all’oscuro fino al 1980.
Quando la produzione del film era ormai avviata, giunse finalmente in possesso di una riscrittura della sceneggiatura dello stesso Fancher e la condannò pubblicamente. Allora i produttori si decisero a coinvolgerlo marginalmente nella lavorazione, lasciandolo comunque estraneo alla realizzazione dell’adattamento. La riscrittura decisiva fu opera di David Peoples che mise in atto i numerosi suggerimenti di Ridley Scott, modificando la sceneggiatura di Fancher e gettando le basi concrete per Blade Runner. Dick lesse il copione nel febbraio del 1981 rimanendo molto colpito dal lavoro di Peoples, che meritò così al progetto la benedizione dell’autore. Le sue impressioni positive furono confermate dalla visione di alcune sequenze finite, nel dicembre di quello stesso anno. La proiezione di questi spezzoni è documentata da una preziosa foto in cui Dick appare sorridente al fianco di un Ridley Scott soddisfatto. È questa l’ultima immagine che ci resta di lui, il simulacro di un uomo finalmente sereno.

Dick non poté mai vedere l’opera completa. Morì di colpo apoplettico quattro mesi più tardi, all’età di cinquantatre anni, il 2 marzo del 1982, lasciando tre figli, quasi cinquanta romanzi tra editi e inediti e un’agguerrita schiera di ammiratori da ambo le parti dell’Oceano Atlantico.

Un vagone fuori controllo sta percorrendo a tutta velocità il binario ferroviario verso di voi. Siete vicini alla leva di uno scambio, dopo di voi il binario si biforca: una direzione porta verso un canyon lungo il quale avanzano cinque persone; l’altra porta verso un secondo canyon, in cui un’unica persona sta seguendo il tracciato delle rotaie. Se lasciate la leva com’è, il vagone imboccherà la prima direzione e il gruppo di cinque persone, senza via di scampo, verrà travolto. Se invece azionate lo scambio ferroviario, il vagone verrà dirottato sul secondo binario, travolgendo il solitario. Cosa fate?

L’esperimento, che abbiamo volutamente riformulato come se fosse un quesito del test Voight-Kampff di Philip K. Dick, immortalato nella magistrale resa cinematografica di Ridley Scott, è un dilemma etico concepito dalla filosofa britannica Philippa Ruth Foot nel 1978 e oggetto di esame da parte di numerosi altri studiosi. Noto come trolley problem, ovvero “problema del carrello ferroviario”, rappresenta un classico nella filosofia etica, riproponendo l’antico dilemma se sia lecito sacrificare la vita di pochi per salvarne molti.

Di recente lo psicologo Carlos David Navarrete dell’Università del Michigan, ne ha ideato un’innovativa variante, che si appoggia agli strumenti offerti dalla realtà virtuale per sottoporre soggetti umani a una simulazione di quello che fino a ieri restava confinato nel campo degli esperimenti mentali. Potete visionarne una clip qui. I risultati, riportati sulla rivista Emotion e ripresi da Le Scienze, confermano le ricerche effettuate in precedenza. Di 147 partecipanti, infatti, ben 133 (pari al 90% dei casi) hanno risposto azionando lo scambio. Dei rimanenti 14, 11 non hanno toccato la leva, mentre altri 3 hanno azionato lo scambio prima di riportare la leva nella posizione originaria. Navarrete ha così commentato gli esiti del test:

Ritengo che gli esseri umani provino un’avversione istintiva a fare del male agli altri, avversione che deve essere superata da qualcosa. Usando il pensiero razionale a volte riusciamo a superarla, per esempio pensando alle persone che salveremo. Ma per qualcuno, l’aumento dell’ansia è così travolgente che non riescono a fare la scelta utilitaristica, quella del male minore.

Gli appassionati di fantascienza ricorderanno che sulla risposta empatica si fonda una parte cospicua della produzione di Dick. L’autore de I simulacri (The Simulacra, 1964), Cacciatore di androidi (Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968) e A. Lincoln, Androide (We Can Build You, 1972), attratto dalla linea di confine che distingue il reale dal simulato e continuamente alla ricerca di un metodo per discriminare la natura umana da quella artificiale, individua proprio nell’empatia l’elemento di distinzione. Ma nel romanzo all’origine del copione di Blade Runner l’autore mostra anche gli effetti collaterali di una società fortemente automatizzata, che è arrivata a produrre come esito supremo della catena industriale il sofisticato modello umanoide Nexus 6: un androide capace di simulare in tutto e per tutto l’uomo, al punto da essere da questo praticamente indistinguibile. Se non attraverso il test Voight-Kampff.

Dick arrivava alla fine del suo capolavoro a suggerire un dubbio dilaniante: se gli androidi diventano sempre più umani, non potrebbe essere che gli uomini che si appoggiano alle macchine per modulare il proprio umano, che preferiscono l’immobile realtà virtuale proposta dal predicatore Mercer alla possibilità di intervenire sulla realtà per modificare, ciascuno sulla base delle proprie capacità, un mondo sull’orlo del collasso, che danno la caccia gli androidi vincendo la resistenza empatica a uccidere dei loro simili… stiano essi stessi diventando sempre più artificiali?

L’esperimento di Navarrete potrebbe fornire un nuovo strumento di analisi e riconoscimento ai blade runner del futuro.

Ho pensato che i tempi fossero maturi per un nuovo esperimento, una via di mezzo tra una rivista di critica e un bollettino di attualità, qualcosa che al connettivismo ancora mancava. Con NeXT che nel 2011 è stata meritatamente insignita del Premio Italia per la miglior fanzine di fantascienza dell’anno e Next Station ormai saldamente avviata sul cammino della critica militante, forse mancava uno spazio che fungesse da collettore per le riflessioni, in cui sviluppare il dibattito interno della comunità e allo stesso tempo proporre un’interfaccia interattiva con il resto della rete. Dopo aver tentato la strada del forum e averne verificato la dispersività, la soluzione più ovvia per questi propositi era rappresentata da un blog.

HyperNext nasce allo scopo di fungere da bar ai confini dell’universo. Non è un’emanazione di NeXT né di Next Station, ma rappresenta il terzo vertice di un ideale triangolo: il bollettino connettivista su carta, il web magazine di approfondimento dedicato ai generi e il blog per confrontarsi giorno per giorno su argomenti d’interesse più o meno specifico. Una nuova dimensione, più dinamica, fluida, informale. Appunto come un bar, in cui incontrare degli amici, conoscerne di nuovi e scambiare quattro chiacchiere sorseggiando le birre e i rhum migliori di questo tratto della spiaggia virtuale.

I baristi che troverete dietro il bancone saranno Sandro Zoon Battisti, Francesca Oedipa Drake Fuochi, Fernando BHS Fazzari e Umberto 2×0 Pace, oltre naturalmente al sottoscritto. Ognuno di noi continuerà a essere raggiungibile presso il rispettivo domicilio web personale, ma abbiamo voluto sviluppare insieme questo progetto per offrire un centro di gravità facilmente riconoscibile alla nebulosa connettivista in rete. Insieme a voi ci sforzeremo di organizzare giorno per giorno un discorso sul presente e sul futuro, intercettando i segnali emessi dalla realtà esterna, coordinando i rivoli di riflessioni sparse in un flusso speculativo ed estrapolativo non occasionale. Nei prossimi giorni questo approccio risulterà più chiaro attraverso i primi post che avrete modo di leggere e che saranno articolati in 5 principali categorie:

  • Immaginario: dedicata a letteratura, arte, musica, cinema, fumetti e multimedialità.
  • Reality Studio: attualità, società, politica in senso lato.
  • Scienze & Tecnologie: incentrata su argomenti di carattere scientifico o attinenti al progresso tecnologico.
  • Economia: un affilato reportage sul mondo dell’organizzazione aziendale, in tempi in cui il lavoratore è sempre più un simulacro, ridotto a formica elettrica, al servizio di uno strano potere…
  • Connettivismo: scritture, segnalazioni legate al movimento, ma soprattutto riflessioni incrociate sullo stato dell’arte e sul suo futuro, per capire dove ci stiamo muovendo.

In ciascuno dei nostri articoli cercheremo di proporre sempre un punto di vista chiaro e ben identificabile, che non avrà alcuna pretesa di essere riconosciuto come canonico, ma rispecchierà sempre in maniera onesta e trasparente le posizioni personali dell’autore. Siccome crediamo che la molteplicità di angolazioni su un tema generi arricchimento, lo spazio dei commenti sarà la sede ideale per contrapporre prospettive diverse. La discussione e il confronto, in termini civili, argomentati, competenti, saranno i pilastri di HyperNext.

Benvenuti a bordo!

Giovanni De Matteo

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora