• Questo film horror cult con Megan Fox (a lungo sottovalutato) avrà un sequel
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Jennifer's Body (2009) sta per tornare. Sedici anni dopo un flop che sembrava definitivo, il film horror più frainteso del primo decennio degli anni Duemila si appresta a diventare un franchise. Diablo Cody regista e sceneggiatrice – vincitrice del Premio Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale per Juno (2007) di Jason Reitman – sta scrivendo il sequel, Karyn Kusama ha già letto le ossa della storia e la descrive come “pazza e divertente”, mentre Amanda Seyfried ha dichiarato che tornerebbe solo se tornasse anche Megan Fox.

    Vale la pena fermarsi un momento su questa notizia e capire cosa significa davvero, al di là del semplice annuncio. Perché Jennifer's Body non è mai stato soltanto un film horror, bensì un testo culturale che il suo stesso contesto ha reso illeggibile, prima di raccogliere, pazientemente, i frutti del suo operato negli anni seguenti.

    Sedici anni dopo, il mondo ha imparato a leggere “Jennifer's Body”

    Nel 2025, durante un panel sulla sceneggiatura a Los Angeles, Diablo Cody ha confermato quello che i fan speravano da anni: è a lavoro sul sequel di Jennifer’s Body. “Tutti i modi in cui ero limitata nel primo film, ora sono scatenata” afferma la regista e sceneggiatrice quando le viene chiesto come sta approcciando la scrittura di questo secondo capitolo. “Quindi è meno una sensazione di cautela e più una sensazione di incoscienza, nel senso migliore del termine.”

    Da queste dichiarazioni sembra evidente che a spingere Diablo Cody a tornare sul progetto, di cui ricordiamo aveva già curato la sceneggiatura nel 2009 mentre la regia era di Karyn Kusama, è l’esigenza di portare avanti la conversazione iniziata dal primo film, il bisogno di dover raccontare ancora qualcosa ma questa volta senza alcun filtro.

    Stando a quanto anticipato, il sequel è direttamente ispirato alla risposta dei fan alla riscoperta del film originale. Cody ha definito il processo “insolito”, e lo è davvero: non riesce a immaginare uno scenario in cui un film sia fallito sia criticamente che commercialmente e ottenga poi un sequel. Eppure eccoci qui. Il fatto che questo sequel esista, o stia per esistere, è già una dichiarazione su dove siamo arrivati culturalmente e non certo per nostalgia. Jennifer’s Body 2 ha tutta l’aria di essere un verdetto postumo.

    Come Hollywood ha ucciso “Jennifer's Body” prima che uscisse

    Il 18 settembre 2009, Jennifer's Body uscì nelle sale americane al quinto posto al box office, con circa sei milioni di dollari nel weekend di apertura. Finì la sua corsa domestica con sedici milioni di dollari su un budget di produzione di trentadue milioni, diventando per tutti gli standard hollywoodiani un flop completo. La critica fu tiepida o apertamente ostile. Alcune recensioni erano così saturate di sessismo da risultare involontariamente illuminanti su ciò che il film stava cercando di smontare. In sostanza, non fecero altro che dare ragione sottotesto della pellicola di Kusama.

    Ma cosa non ha funzionato nel film? Niente. Cioè, il film non aveva nulla che non andasse, a differenza della promozione sbagliata su tutta la linea.

    Diablo Cody aveva scritto Jennifer's Body subito dopo il successo di Juno, con una visione limpida: un film centrato sulle donne, sull'amicizia femminile, su una predatrice di ragazzi, il tutto come metafora di empowerment, vendetta e sessualità. Per chi ha visto il film sa che Jennifer (Megan Fox) prima di essere carnefice è vittima, legandosi a tutto il filone dei revenge movie (conosciuto anche come rape and revenge) come Non violentate Jennifer – I spit on your grave (1978), rivelando il vero cuore della pellicola, ma lo approfondiamo tra un attimo. Tornando al motivo del flop iniziale, ovvero una campagna pubblicitaria fuorviante e sbagliata, il reparto marketing dello studio aveva ricevuto la pellicola corredata da tutto il materiale di approfondimento per comprendere al meglio la natura del progetto, ma decisero deliberatamente di ignorarlo. Il focus group, composto per lo più da giovani maschi eterosessuali, fu la bussola usata per orientare l’intera campagna; per esempio, il poster mostrava Megan Fox in un abitino scolastico succinto che nel film non indossa mai oppure il trailer montato su ogni singolo momento anche lontanamente allusivo al sesso – completamente decontestualizzato dalla vera narrazione – per costruire la promessa di un thriller erotico per adolescenti maschi.

    Cody ricevette una email dal reparto marketing che riassumeva il valore del film in tre parole: “Megan Fox hot”. Kusama, anni dopo, avrebbe descritto quello scambio come la prova di un sistema che si ostinava a non voler vedere quello che aveva davanti, confermando più che mai il bisogno viscerale di un film come quello. La risposta dello studio alle preoccupazioni sul tipo di campagna sembrava, secondo Cody, redatta da un cavernicolo: “Jennifer sexy, lei ruba il tuo ragazzo.”

    Il risultato? La pellicola arrivò al target stabilito dal marketing, ovvero un giovane (e non solo) pubblico maschile, tradendo però tutte le aspettative paventate dalla campagna e che, invece, la pellicola demoliva. Ovviamente causando un buco terrificante al film, l’unico a pagare le reali conseguenze di quella scelta barbara. Guardando indietro, Amanda Seyfried, affermò lapidaria: “Il marketing lo ha rovinato. Punto. E siamo tutti d'accordo.”

    E se non fosse Jennifer il vero mostro?

    Qui sta il cuore del film, e anche il motivo per cui è sopravvissuto al suo stesso flop, riuscendo, nonostante tutto, ad arrivare al suo vero pubblico di riferimento: le giovani donne.

    Jennifer Check non diventa un mostro nel corso della storia. La storia rivela che il sistema intorno a lei la trattava già come tale – un corpo da manipolare e usare, uno strumento per ottenere qualcosa. Nella mitologia, le più grandi donne sono state trasformate in mostri dagli uomini, come Medea, Circe, Lilith, proprio perché creature non addomesticabili, rifiutando di sottomettersi alla legge patriarcale.

    I Low Shoulder, la band che la sacrifica in un rituale demoniaco per ottenere successo nell'industria musicale, non stanno facendo nulla di strutturalmente diverso da ciò che il marketing dello studio aveva fatto a Megan Fox reale: prendere una donna e convertire la sua presenza fisica in capitale per qualcun altro. Nulla di diverso rispetto a ciò che fa la società ogni giorno, ancora oggi, al corpo femminile.

    Il sacrificio rituale nel film è un'allegoria quasi didascalica, così come la possessione demoniaca che ne segue non è una punizione narrativa per Jennifer, è una trasformazione. Il corpo che si rifiuta di restare passivo. La femminilità che, quando non si sottomette, non si addomestica, non si lascia contenere, diventa automaticamente pericolosa. La strega non ha poteri soprannaturali: ha semplicemente smesso di aver bisogno della mediazione maschile per esistere, e questo è già sufficiente per renderla una minaccia all'ordine costituito. E proprio come le antenate citate poco prima, anche Jennifer sfrutta la sua trasformazione, la sua mostruosità, per liberarsi dal giogo del maschilismo.

    Il film lo dice esplicitamente nella struttura della sua violenza: Jennifer uccide i ragazzi che la desiderano, non quelli che la ignorano. Divora chi la consuma. Una logica di ribaltamento chirurgica, senza mai dipingerla come una vittima da compatire, bensì lasciandola crudele, compiaciuta, consapevole. Jennifer non cerca redenzione, ciò che cerca Jennifer è soddisfazione.

    Il morso come eredità

    Needy è l'altra metà del discorso, e forse quella più complessa. Il loro rapporto ha tutte le strutture di una relazione co-dipendente: Jennifer drena Needy tanto quanto drena i ragazzi che uccide, occupa spazio, oscura, richiede attenzione e fedeltà. Ma c'è qualcosa di genuino e irriducibile tra loro, qualcosa che il film non si preoccupa di rendere pulito o rassicurante. È un'amicizia tossica nel senso letterale del termine, e il film lo sa.

    Quando Needy uccide Jennifer, e quando Jennifer, morendo, la morde, accade qualcosa di più complesso di una semplice vendetta. Needy non diventa Jennifer, non eredita la sua rabbia reattiva, la sua logica di sopravvivenza, la sua fame. Eredita qualcosa di più specifico e importante: la capacità di agire. Jennifer uccideva perché il demone aveva bisogno di nutrirsi. Needy uccide perché ha visto, è una testimone che porta sul corpo la prova di ciò che è stato fatto, e che sceglie consapevolmente dove rivolgere quella forza. Quella stessa consapevolezza che si prova nel dover ascoltare o vedere l’ennesima vittima di femminicidio, l’ennesimo caso in cui una donna viene zittita, mutilata della sua dignità, spogliata, che porta con sé una rabbia atavica, un desiderio di resilienza e lotta viscerale, racchiuso all’epoca nel movimento del “Me too” e oggi in quello di “Non una di meno”.

    C'è un'idea molto antica dietro questa struttura. “Siamo le discendenti delle streghe che avete bruciato” è diventato uno slogan del femminismo contemporaneo non per caso: condensa la logica del passaggio del testimone tra generazioni di donne che il sistema ha cercato di distruggere e che invece hanno trovato il modo di continuare. La strega bruciata non scompare, lascia qualcosa a chi viene dopo, proprio come Jennifer che lascia a Needy non una maledizione, ma un'eredità.

    “Jennifer's Body 2” e la domanda a cui nessuno può rispondere

    Per Diablo Cody Jennifer’s Body 2 sarà una risposta alla riscoperta del film originale, un’esperienza catartica, che non riguarderà solo Jennifer e Needy, ma anche se stessa. Sicuramente un segnale incoraggiante sul tipo di film che potrebbe essere questo sequel; tuttavia resta una domanda legittima, che non vuole essere una stroncatura preventiva quanto più un ragionamento su ciò che è in gioco. Jennifer's Body ha avuto senso – e ha costruito il suo culto – anche perché era rimasto ai margini.

    Era un film nato dall’urgenza di dover smontare un sistema, lo stesso da cui era stato rifiutato, riuscendo, comunque sia, a trovare da solo il suo pubblico, lentamente, attraverso lo streaming, il passaparola e i social, le community queer e l'entusiasmo di chi sentiva che quel film stava parlando di qualcosa di reale e tangibile, ritrovandosi. Quella traiettoria faceva parte del significato stesso della storia, la prova vivente della sua stessa tesi: certi linguaggi arrivano solo quando il contesto è pronto a riceverli.

    Adesso Jennifer's Body è un cult ufficialmente riconosciuto, celebrato, incluso nelle retrospettive del New York Times, citato in ogni conversazione sul femminismo nel cinema horror. Da questo punto di vista, la strada per il sequel è già spianata, non dovrà guadagnarsi nulla, proprio perché la condizione di partenza dal 2009 ad oggi è completamente differente. Pertanto, Jennifer's Body 2 saprà essere un film necessario tanto quanto lo è stato il suo predecessore? L'urgenza non si costruisce a tavolino, e il film originale lo ha dimostrato nel modo più scomodo possibile: arrivando in ritardo rispetto al suo tempo, o forse il suo tempo è arrivato in ritardo rispetto a lui.

  • “Super Mario Galaxy – Il film”: un'inaspettata new entry dall'universo di Super Smash Bros.
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Super Mario Bros. – Il film (2023) aveva già dimostrato che un film d'animazione tratto da un videogioco poteva funzionare su scala globale: oltre un miliardo di dollari al botteghino, il maggior incasso di sempre per un adattamento videoludico. Il sequel, Super Mario Galaxy – Il film (2026), al cinema dal 1 Aprile, sembra avere ambizioni ancora più grandi.

    A pochi giorni dall'uscita, Nintendo e Universal hanno pubblicato un poster ufficiale con Fox McCloud, protagonista della saga Star Fox di Nintendo, confermando la sua presenza nel film. Fox McCloud, però, non è un personaggio del mondo di Mario, infatti l’unico momento in cui i due universi si sono incrociati è all'interno di Super Smash Bros. – il celebre picchiaduro a incontri Nintendo – spronando molti fan a chiedersi: Nintendo sta costruendo il suo Cinematic Universe.

    Chi è Fox McCloud, e cosa ci fa in "Super Mario Galaxy"?

    Star Fox è una serie Nintendo che segue Fox McCloud, pilota asso e cacciatore di taglie che finanzia la propria carriera attraverso il lavoro mercenario, un'identità doppia che offre una flessibilità narrativa considerevole. 

    Il franchise esiste dagli anni Novanta e ha generato una serie di giochi di combattimento spaziale in cui Fox, a bordo del suo caccia Arwing, difende il sistema Lylat da invasioni aliene, in particolare dal perfido scienziato Andross. È un universo che ha pochissimo a che fare con i funghi, i goomba e le principesse del Regno dei Funghi, ma se Nintendo sta espandendo il suo universo cinematografico verso la galassia rende la presenza di Fox del tutto coerente: franchise che abitano lo spazio, come Star Fox, Pikmin o Kirby, possono esistere nello stesso cosmo senza forzature di trama. La scelta del regista di ambientare il sequel tra le stelle non è solo un espediente narrativo per introdurre Rosalinda, è la porta che apre a tutta una serie di franchise Nintendo che nei giochi hanno sempre gravitato attorno al cosmo. 

    A dare voce a Fox McCloud nella versione inglese del film sarà Glen Powell, “Hangman” di Top Gun: Maverick (2022).

    "Super Smash Bros." al cinema? La logica del Nintendo Cinematic Universe

    Per capire perché la comparsa di Fox McCloud ecciti così tanto il fandom, bisogna spiegare cos'è Super Smash Bros. Si tratta di un picchiaduro Nintendo in cui personaggi provenienti da franchise completamente diversi – Mario, Zelda, Metroid, Star Fox, Pokémon, Kirby – si affrontano in arene tratte dai rispettivi universi. Non esiste una narrativa condivisa nei giochi: Smash Bros. è essenzialmente un crossover celebrativo, un "What if…" permanente che risponde alla domanda di qualunque bambino che abbia mai posseduto una console Nintendo. Chi vincerebbe tra Link e Samus? Tra Pikachu e Fox McCloud?

    Come già detto, la presenza di Star Fox nel film ha fatto sì che molti si chiedessero se non si stia costruendo un evento narrativo in stile MCU – una saga multiversale che culmini in un film di Super Smash Bros. Il primo film aveva già stabilito le fondamenta di questo universo espanso attraverso il ruolo prominente di Donkey Kong e l'infrastruttura di Kong Island, segnalando che il Regno dei Funghi non era mai stato pensato come il limite di questo universo. Il sequel accelera quella espansione con l'introduzione di Fox McCloud, creature Pikmin e R.O.B., funzionando come una campagna di reclutamento per franchise Nintendo non-Mario. La strategia sembra chiara: costruire familiarità con i personaggi attraverso apparizioni di supporto, poi farli debuttare in film autonomi. Tra l’altro, lo ricordiamo, un film di Donkey Kong sarebbe già in sviluppo.

    Pokémon, Sonic e il problema dei diritti

    Se si ipotizza un futuro evento in stile Smash Bros., due nomi vengono spontanei: Pokémon e Sonic the Hedgehog, entrambi presenti nel picchiaduro Nintendo. Le implicazioni in termini di diritti, però, sono molto diverse.

    Pokémon è proprietà di The Pokémon Company, che è controllata in modo tripartito da Nintendo, Game Freak e Creatures Inc. Nintendo detiene quindi una quota significativa, il che rende teoricamente più semplice un accordo con Illumination per un'apparizione nel Mario cinematic universe. Non sarebbe neanche un precedente assoluto: Detective Pikachu, prodotto da Warner Bros. nel 2019, ha già dimostrato che Pokémon funziona al cinema con un approccio ibrido live-action/animazione. Un cameo di Pikachu in un futuro film Mario sarebbe probabilmente più una questione di volontà che di impossibilità legale.

    Sonic è un discorso separato. Il riccio blu appartiene a Sega, che non ha nessun rapporto diretto con Nintendo – anzi, per decenni i due sono stati rivali commerciali prima che Sonic comparisse per la prima volta in Smash Bros. nel 2008, in quello che all'epoca sembrava quasi un atto di pace tra ex nemici. Sonic ha già la sua serie cinematografica di successo, cominciata nel 2020 con Sonic - Il film e prodotta da Paramount, e un accordo tra Paramount, Sega, Nintendo e Illumination sarebbe di complessità quasi kafkiana. Eppure, come ricordano spesso i fan, quella di Nick Fury che bussa alla porta di Tony Stark alla fine di Iron Man sembrava anche lei un'idea impossibile fino al giorno in cui non è successa.

    Non sarebbe la prima volta: i crossover tra videogiochi al cinema e in TV

    L'idea di mescolare personaggi di franchise videoludici diversi non è nuova, anche se la sua storia è disseminata di tentativi più entusiasti che riusciti. Uno degli esempi più noti è probabilmente Un videogioco per Kevin – Captain N, la serie animata americana del 1989 in cui un adolescente veniva risucchiato all'interno di una console Nintendo e si ritrovava a combattere fianco a fianco con Mega Man, Simon Belmont di Castlevania, Kid Icarus e Pit, una squadra di eroi Nintendo assemblata con la logica di chi sceglie i propri giochi preferiti dallo scaffale. Lo show funzionava come lettera d'amore al catalogo Nintendo degli anni Ottanta più che come narrazione coerente, e oggi ha il fascino sgangherato di quei prodotti che non potrebbero esistere in nessun altro momento storico da quello in cui sono stati creati.

    Pixels, il film del 2015 con Adam Sandler, aveva provato a fare qualcosa di simile con personaggi arcade come Pac-Man, Donkey Kong e Centipede trasformati in invasori alieni, ma con risultati critici decisamente meno memorabili. Ralph Spaccatutto del 2012 aveva invece costruito un intero mondo su questo concetto, con personaggi di diversi arcade che condividono la stessa stazione ferroviaria tra un gioco e l'altro – un precedente che Illumination conosce sicuramente bene, e da cui ha certamente tratto qualche insegnamento.

    La differenza con quello che Nintendo sta costruendo ora è la sistematicità. Non si tratta di un singolo film crossover ma di una strategia a lungo termine, film dopo film, cameo dopo cameo. Se funzionerà dipende da quanto Nintendo sarà disposta a cedere il controllo creativo dei propri franchise a uno studio di animazione e, soprattutto, da quanto il pubblico sarà paziente nell'aspettare che tutti i pezzi vadano al loro posto.

  • Cosa dice davvero il canto in zulu de "Il Re Leone"? Dopo trent'anni, internet ha scoperto la traduzione (ma non è come sembra)
    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Tutti la conoscono. Tutti l'hanno canticchiata almeno una volta nella vita, probabilmente storpiandola, perché le parole, quelle vere, non le ha mai sapute nessuno, o quasi. La scena d'apertura de Il Re Leone (1994) è una delle più celebri nella storia dell'animazione: il sole che sale sull'orizzonte rosso della savana, gli animali che si dirigono insieme verso la Rupe dei Re, Rafiki che solleva il piccolo Simba al cielo. 

    Il tutto accompagnato da un canto in zulu che per tre decenni è rimasto avvolto nel mistero, almeno per chiunque non parlasse quella lingua. Un canto maestoso, solenne, quasi sacro, ad annunciare la nascita dell'erede al trono e lo scorrere del ciclo della vita. Almeno, questo è quello che tutti pensavano. Poi è arrivato un comico zimbabwiano a tradurlo in diretta, e internet è esploso.

    È successo in una puntata recente di One54, un podcast condotto dall'ex giocatore NFL Akbar Gbajabiamila e dal comico Godfrey Daneschmah, dedicato alla cultura e all'identità panafricana. L'ospite era Learnmore Jonasi, stand-up comedian dallo Zimbabwe, e a un certo punto della conversazione i tre hanno cominciato a parlare de Il Re Leone. Gbajabiamila ha provato a intonare il canto d'apertura, storpiandolo come sempre, e ha chiesto a Jonasi cosa significassero quelle parole. La risposta è stata fulminante: «Vuol dire: guarda, c'è un leone. Oh mio Dio».

    I tre sono scoppiati a ridere, e Godfrey ha riassunto perfettamente il disappunto di milioni di spettatori, con una frase che è diventata virale: «Per tutto questo tempo pensavo fosse una roba spirituale, bellissima e maestosa. E ci hanno fatto miliardi sopra». La clip, postata dall'account del podcast e dallo stesso Jonasi, ha raccolto valanghe di visualizzazioni su TikTok e Instagram nel giro di pochi giorni, scatenando una discussione che, successivamente, è andata ben oltre la risata.

    A non ridere, però, è stato l'autore di quel canto. Il cantante sudafricano Lebohang Morake, in arte Lebo M, la settimana scorsa ha citato in giudizio Jonasi per diffamazione, chiedendo un risarcimento di 27 milioni di dollari presso un tribunale federale di Los Angeles. Nella causa sostiene che il vero significato della frase sia "Lunga vita al re, ci inchiniamo tutti alla sua presenza" e accusa il comico di aver diffuso una traduzione deliberatamente falsa, presentandola non come una battuta ma come un fatto, con l'intento di ridicolizzare la sua opera e danneggiare il suo rapporto professionale con la Disney, con cui ha continuato a collaborare fino al recente Mufasa: Il Re Leone (2024). Jonasi, da parte sua, ha avviato una raccolta fondi su GoFundMe per pagare le spese legali e ha messo in vendita magliette con la scritta "Guarda, è una causa legale. Oddio", con un disegno di sé stesso che regge dei fogli in tribunale nella posa di Rafiki che presenta Simba.

    Al di là dell'esito giudiziario, che è ancora tutto da scrivere, la reazione di Lebo M dice qualcosa di importante su quanto quelle parole contino per chi le ha scritte. E la questione, come spesso accade con le lingue, è più sfumata di quanto una battuta in un podcast possa suggerire. Il testo dell'apertura, scritto dallo stesso Lebo M insieme al paroliere britannico Tim Rice, recita: “Nants ingonyama bagithi baba / Sithi uhhmm ingonyama / Ingonyama / Siyo Nqoba / Ingonyama / Ingonyama nengw' enamabala”. La traduzione letterale sarebbe qualcosa come: "Ecco il leone, padre / Oh sì, è un leone / Un leone / Conquisteremo / Un leone / Il leone indossa le macchie del leopardo." Sulla carta, effettivamente, suona meno epica di quanto la musica suggerirebbe. Ma è qui che la traduzione letterale tradisce il significato.

    Perché "ingonyama", in zulu, non è semplicemente "leone". È una parola che nelle lingue nguni indica anche il re, la maestà, la regalità. Sotto i commenti al video virale, decine di utenti zulu hanno infatti colto il punto. Uno ha scritto: "Si traduce come 'ecco il nostro leone', e nella nostra cultura significa 'ecco il nostro re'. È un canto, un'invocazione." Un altro ha precisato: "Nelle lingue nguni il leone si dice ibhubesi nel linguaggio corrente. Ingonyama fa riferimento alla maestà della creatura e al re. Le parole di apertura significano 'guardate, ecco sua maestà'. È un'affermazione molto potente."

    Per capire perché Lebo M abbia reagito con tanta veemenza, bisogna conoscere la sua storia, e quella di quel canto. Morake è infatti nato a Soweto nel 1964, durante l'apartheid. A tredici anni suonava già nei club locali. A diciassette si è ritrovato bloccato nel Lesotho, a suonare per le mance negli hotel. Grazie all'ambasciatore americano è riuscito a ottenere un posto in una scuola di arti performative a Washington, poi è approdato a Hollywood, dove ha vissuto per strada per due anni prima di incontrare Hans Zimmer, il compositore che avrebbe cambiato la sua vita. Zimmer lo chiamò per lavorare sulla colonna sonora di La forza del singolo (1992) e, quando arrivò il momento de Il Re Leone, per il compositore tedesco Lebo M era la scelta ovvia per dare al film una voce autentica, che Elton John e Tim Rice da soli non potevano garantire.

    In un'intervista alla CNN del 2019, Lebo M ha raccontato cosa aveva in testa quando ha registrato quel canto: «Mi sono immaginato Mufasa in piedi sulla Rupe dei Re e ho cantato: "Salutiamo il re, inchinatevi alla famiglia reale". Era ispirato dalla visione che molti di noi sudafricani avevamo in quel momento: Nelson Mandela che saliva sul podio per diventare il primo presidente nero». Il film uscì nel giugno del 1994, un mese dopo l'insediamento di Mandela. Due storie parallele che si incrociavano senza saperlo.

    Ma c'è un altro dettaglio che vale la pena conoscere. Nelle intenzioni originali della Disney, Circle of Life doveva essere molto più breve: una preghiera cantata in swahili che accompagnava gli animali fino alla Rupe, dopodiché la scena proseguiva con dialoghi e immagini. Fu Zimmer, trascinato dall'entusiasmo della collaborazione con Lebo M, a comporre una versione molto più lunga e ambiziosa, dimenticandosi completamente delle istruzioni ricevute. Quando la fece ascoltare ai produttori, invece di chiedergli di accorciarla, la Disney decise di rifare l'intera sequenza d'apertura, eliminando i dialoghi. Il risultato è la scena che conosciamo: quattro minuti senza una sola parola, solo musica e immagini, uno dei momenti più potenti nella storia del cinema d'animazione.

    Quindi sì, tecnicamente, il canto dice che c'è un leone. Ma quel leone è un re, quell'annuncio è un'invocazione, e dietro quelle parole c'è la storia di un ragazzo di Soweto che, mentre cantava per un film Disney, immaginava Nelson Mandela. La traduzione letterale può far sorridere, il contrasto tra la solennità della musica e la semplicità apparente delle parole è oggettivamente comico. Ma la verità, come sempre, sta nel mezzo. Quelle parole hanno un peso culturale che una traduzione parola per parola non può restituire, e forse è proprio questo il motivo per cui funzionano così bene anche per chi non le capisce: la potenza del suono, del ritmo, dell'intenzione arriva comunque, arriva fortissima, anche senza conoscere la lingua zulu.

  • “È l’ultima battuta?”, Bradley Cooper e Will Arnett: “Un film sul potere curativo dell'arte che ha cambiato le nostre vite”
    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Un'amicizia lunga quasi 30 anni, da quando entrambi cercavano di sfondare a Hollywood come attori, una storia vera, una crisi di mezza età e il mondo della stand-up comedy newyorkese. È da questi elementi che sono partiti Bradley Cooper e Will Arnett per È l’ultima battuta?, film dal 2 aprile nelle nostre sale.

    La storia è quella di Alex (Arnett), marito e padre di famiglia a un passo da divorzio con Tess (Laura Dern), che si ritrova sui palchi dei locali della Grande Mela scoprendo un'inclinazione per la comicità e, soprattutto, che condividere la sua storia con un gruppo di sconosciuti ha un retrogusto terapeutico. Nel mentre, la coppia deve confrontarsi con la gestione condivisa dei figli, la propria identità e la possibilità che l’amore possa assumere una nuova forma.

    Un film ispirato a una storia vera

    Diretto da Cooper, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Will Arnett e Mark Chappell, È l’ultima battuta? trae ispirazione da un evento accaduto realmente al comico ed ex calciatore John Bishop. “Ci siamo incontrati su una barca durante un pranzo ad Amsterdam. È un comico fenomenale, mi ha raccontato la storia di come si è avvicinato alla stand-up comedy e l'ho adorata”, ricorda Arnett. “Mi è sembrato un modo fantastico per entrare in una storia. Ho iniziato a pensarci con Mark e poi, chiacchierando con Bradley su ciò a cui stavo lavorando, gli ho confidato che eravamo un po' bloccati. Mi ha richiamato poco dopo, dicendomi: 'Voglio dirigerlo io'. Il resto è storia”.

    Ho scelto di fare questo film per Will”, confida il regista. “Per il fatto di essere suo amico da così tanto tempo, per l'aver sempre provato soggezione per lui e sentire di non averlo mai visto abitare un ruolo che sfruttasse tutte le sue capacità. Ho pensato: 'Se potessi guidare questo processo, sarebbe davvero eccitante'. Ci sono così tanti momenti in questo film che vedrete essere proprio lui. Ha messo a nudo la sua anima attraverso il personaggio di Alex”.

    "È l’ultima battuta?" e il potere terapeutico dell'arte

    La pellicola mostra come il suo protagonista, esibendosi di sera in sera in un locale notturno, riesca a elaborare le sue emozioni e trovare uno sfogo emotivo grazie ai pensieri espressi attraverso un microfono. Una storia sul potere lenitivo dell'arte che ha avuto un'eco anche nel processo creativo di scrittura e ripresa.“Ci ha reso più uniti e l'esperienza ha cambiato le vite di entrambi. Siamo a un'età in cui stiamo diventando a nostro agio con noi stessi e siamo disposti a sembrare idioti e a non cercare di fare i furbi”, ammette Cooper. “Essere in quella mentalità quando stai facendo insieme qualcosa che fa paura è stato davvero profondo per me. Soprattutto guardare Will essere così vulnerabile ogni giorno sul set. Non è facile”.

    Ho imparato più in sei mesi che nei precedenti 20 anni. Bradley esigeva che fossimo il più aperti possibile in un modo che non sapevo davvero se avessi la capacità di fare”, spiega Arnett. “Io mi fidavo di lui e lui si fidava di me, ed è diventata una cosa che anche per me è stata un'esperienza molto profonda. È divertente che l'argomento riguardi il potere curativo dell'arte, perché abbiamo sperimentato proprio quella cosa realizzando".

    Un racconto “piccolo”, ma dal respiro autentico. Come la vita

    Terza regia per Bradley Cooper dopo A Star is Born (2018) e Maestro (2023), È l’ultima battuta? può distrattamente apparire come un film più “piccolo” ed intimo rispetto ai precedenti. “Strutturalmente, forse lo è. Ma non mi è sembrato così, e certamente non ci ho pensato in quei termini”, spiega il regista. “Penso sempre a quale sia la storia e quale sia il modo migliore per raccontarla cinematograficamente. Siamo arrivati alla conclusione di volere che il pubblico non si sentisse mai al sicuro lì dentro, con una lente autonoma che si muove e fa scelte per conto suo mentre osserva. Volevo che sembrasse come mi sento io a New York. Non sei al sicuro quando cammini per strada, non sei mai protetto dietro un vetro. È così che volevo che sembrasse”.

    Un altro elemento che salta subito all'orecchio è il lavoro sul suono. La pellicola ha una sua musicalità data da regia, montaggio e sonoro. Il risultato è un'opera in cui tutto sembra estremamente spontaneo o vibrante.“Sono un enorme fan di Robert Altman. Ricordo di aver visto Nashville (1975) da bambino e di aver pensato: 'Wow, è così che la gente parla davvero?'”, confida Cooper. “Quando ho incontrato Steven Morrow, mixer del suono di produzione in A Star Is Born, abbiamo parlato di come volevo realizzare dialoghi sovrapposti con le comparse che parlavano simultaneamente ai protagonisti. E ora, dopo tre film insieme, posso dire di aver davvero padroneggiato quella capacità”.

    La stand-up comedy è un pretesto per raccontare altro

    Per far sì che quel senso di autenticità risultasse tale anche nel corso delle esibizioni dal vivo di Alex, Bradley Cooper e Will Arnett hanno scelto di non usare vere e proprie comparse, ma il pubblico del Comedy Cellar, storica istituzione della stand-up di New York. “Mentre giravamo, tutti parlavano e io ero scioccato”, ricorda Arnett. “Sembra improvvisato, ma solo perché è la vita che sta accadendo. È stato rigenerante e incredibilmente liberatorio, si prestava a questa atmosfera molto fluida. In più al pubblico non è stato detto di ridere. Tutto quello che vedete è una reazione reale. Anche la manager del locale è la vera manager del Cellar”.

    Ma c'è un punto che sta molto a cuore a Will Arnett. “Il mio personaggio non sta davvero cercando di diventare una star della stand-up. Non è quello l'obiettivo. È lì per trovare sollievo”, sottolinea l'attore. “Si ritrova semplicemente lì e finisce per dire la sua verità sul palco. Inizia a capire che, ironizzando e scherzandoci sopra, può davvero accedere alle sue emozioni e in qualche modo elaborare quello che sta passando”.

    Nell'ottica di prendere confidenza con il palco e un tipo di esibizione comica che non aveva mai affrontato nel corso della sua carriera, Bradley Cooper ha spinto l'amico e collega Will Arnett a salire sul palco del Comedy Cellar più volte prima dell'inizio delle riprese. “C'è stata una sera in cui sono stato presentato come Alex Novak. Ho fatto uno dei set in cui avevamo inserito anche altre battute. Ed è andata benissimo. Abbiamo 'spaccato' come direbbero gli stand-up comedian. È stato fantastico, con risate e applausi finali”, ricorda l'attore.

    Una volta finito, la manager del Cellar ci ha detto che, dietro l'angolo, c'era un altro locale dove potevamo andare”, continua Arnett. “Così salgo di nuovo sul palco, pieno di vibrazioni positive per essere andato così bene prima. Dico la prima battuta. Niente. Dico la seconda. Niente. E così via. È stata la prima volta – continua - che fallivo pesantemente. L'unica risata che sentivo veniva dal fondo della sala. Era Bradley, piegato in due dalle risate per quanto stessi andando male. È stato terribile. Il mio consiglio è: quando sentite di non cavartela bene in pubblico, provate a fallire clamorosamente. Poi vi sentirete come se aveste resettato tutto”.

  • “Finché morte non ci separi” e altri 9 matrimoni disastrosi nel cinema
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Il matrimonio è una delle grandi ossessioni del cinema, e non è difficile capire perché. È un rito di passaggio, un contratto, una promessa fatta davanti a testimoni, tutto ciò che il dramma ama. Ma se Hollywood ha prodotto decenni di commedie romantiche che culminano all'altare come se fosse il solo traguardo da augurarsi nella vita – frutto di una visione sociale molto “old school” che, più o meno quasi, stiamo superando – il cinema ha anche sempre saputo che quella stessa scena può diventare il punto di partenza di qualcosa di molto meno rassicurante.

    Un matrimonio interrotto, una sposa in fuga, una famiglia che nasconde segreti indicibili, un'apocalisse culminante nel taglio della torta. Finché morte non ci separi (2019) ha fatto di questa ambivalenza la sua premessa letterale: sposarsi può costare la vita, e non in senso metaforico. 

    In attesa dell’imminente secondo capitolo, Finché morte non ci separi 2 (2026), abbiamo raccolto dieci matrimoni cinematografici che, per ragioni molto diverse, non sono andati esattamente come previsto. Dalla commedia al gotico, dall'horror al melodramma, con e senza spargimento di sangue.

    Ready or Not – Finché morte non ci separi (2019)

    Grace sposa l'uomo che ama ed entra a far parte di una famiglia ricchissima con una tradizione molto particolare: ogni nuovo membro deve estrarre una carta a caso e giocare al gioco corrispondente prima di essere accettato. Grace pesca Nascondino. Quello che sembra un capriccio eccentrico si rivela in pochi minuti qualcosa di molto più sinistro: la famiglia Le Domas la vuole morta, e lei deve sopravvivere fino all'alba in un abito da sposa che non è esattamente il capo più pratico per scappare attraverso una magione inseguita da una numerosa famiglia armata fino ai denti tra forconi, coltelli, fucili e machete. 

    Finché morte non ci separi è un horror-comedy che funziona perché non si dimentica mai di essere anche una satira di classe: i Le Domas sono ridicoli quanto sono pericolosi, corrotti nell’anima come i migliori aristocratici, e Grace è una protagonista che passa dal terrore alla furia con una credibilità totale in cui è difficile non rivedersi. Il matrimonio nel film incarna l’ingresso in un sistema che ti vuole consumare; in senso letterale.

    Something Very Bad Is Going to Happen (2026)

    Dopo Stranger Things (2016-2025) i Duffer Brothers tornano con una serie TV molto diversa, Something Very Bad Is Going to Happen. Debuttata pochi giorni fa su Netflix, porta il terrore prematrimoniale nella direzione del soprannaturale. Rachel arriva alla casa di famiglia del fidanzato Nicky pochi giorni prima del matrimonio e comincia ad essere assalita da una certezza sempre più opprimente: sta per succedere qualcosa di terribile. 

    Il formato seriale permette di dilatare quella sensazione fino a renderla insostenibile, costruendo la tensione strato per strato attraverso la dinamica familiare, i rituali domestici e una protagonista che non riesce a convincere nessuno di quello che sente, isolata in quella che fino alla fine non siamo sicuri sia reale pericolo o paranoia schizofrenica. Un horror che lavora sull'erosione della realtà più che sullo spavento diretto.

    Kill Bill: Volume 1 (2003)

    La Sposa – non a caso il film non le dà mai un nome fino alla fine – viene pestata a morte il giorno del suo matrimonio da un gruppo di assassini guidati dall'uomo che amava. Dopo quattro anni di coma si risveglia e tra le mani ha una lista, una katana e un’insaziabile fame di vendetta. 

    In Kill Bill: Volume 1 Quentin Tarantino usa il matrimonio come origine mitica della vendetta: non è solo un trauma, è il momento in cui un'identità viene cancellata con la violenza, e tutto il film è la storia di come quella identità si ricostruisce attraverso il sangue. La scena di apertura, con la Sposa (Uma Thurman) in abito bianco e il sangue sul volto, è una delle immagini più iconiche del cinema degli anni Duemila, ma anche una delle più efficaci nel ribaltare l'estetica del giorno più bello della vita.

    Melancholia (2011)

    In Melancholia Lars von Trier ambienta la fine del mondo durante un ricevimento di nozze, e non certo per caso. Justine sposa un uomo che la ama in una villa sontuosa, circondata da persone che si aspettano da lei felicità e gratitudine, mentre un pianeta chiamato Melancholia si avvicina alla Terra. Il matrimonio collassa lentamente – la sposa sparisce, si comporta in modi incomprensibili, deludendo tutti – mentre von Trier costruisce un parallelismo spietato tra la depressione di Justine e l'apocalisse imminente: entrambe sono inevitabili, entrambe arrivano con una calma che è più terrificante del panico. 

    Tra i film più belli fatti da Lars von Trier, e anche di questa lista; sicuramente non per tutti i palati – come tutto il cinema di von Trier – ma è uno dei pochi in cui il matrimonio fallisce non per colpa del singolo, bensì per qualcosa di molto più grande e indifferente.

    REC 3 (2012)

    Il terzo capitolo della saga horror spagnola REC (2007) sposta l'infezione zombie in un contesto nuziale. Il risultato è uno dei film più sopra le righe della lista nel senso migliore del termine. Clara e Koldo stanno celebrando il loro matrimonio quando gli ospiti cominciano a trasformarsi, e la coppia si ritrova separata nel caos cercando disperatamente di ritrovarsi mentre tutto intorno implode. 

    REC 3 abbandona deliberatamente il found footage dei capitoli precedenti e abbraccia un tono più grottesco e splatter, con momenti di commedia nera che coesistono con la violenza senza pudore. Clara in abito da sposa che impugna una motosega è un'immagine che riassume perfettamente lo spirito del film: romantico e brutale in egual misura.

    Se scappi, ti sposo (1999)

    Maggie Carpenter ha lasciato tre fidanzati all'altare, ognuno nel momento esatto in cui avrebbe dovuto dire sì, e non riesce a spiegare “il perché” nemmeno a se stessa. 

    Se scappi, ti sposo è la voce più leggera della lista, una commedia romantica che usa la fuga seriale dalla cerimonia come sintomo di una società che ci spoglia di un’identità se non al di fuori di un compagno, inculcandoci l’idea delle tappe, le caselle fondamentali da spuntare nella vita per poterci sentire davvero realizzati, come appunto il matrimonio; Maggie, però, la nostra protagonista, comincia a comprendere i crudeli meccanismi di questa spietata convinzione, chiedendosi “chi sono al di fuori della mia relazione?”. 

    Richard Gere e Julia Roberts replicano la chimica di Pretty Woman (1990) con meno urgenza ma più calore. Il regista Garry Marshall ha l'intelligenza di non rendere la protagonista né ridicola né irresponsabile, semplicemente mette in scena una situazione molto più comune di quanto si possa pensare: avere bisogno di molto più tempo di quanto il rito conceda.

    Mamma Mia! (2008)

    Se parliamo di matrimoni “disastrosi”, nella nostra lista non può mancare un grande classico come Mamma Mia!, adattamento dell’omonimo iconico musical basato sulle canzoni degli ABBA. Sophie sta per sposarsi e non sa chi è suo padre; potrebbe essere uno dei tre uomini con cui sua madre ha avuto una relazione nello stesso periodo, quindi li invita tutti e tre al matrimonio senza dirlo a nessuno. 

    Qui niente orrore o sangue, solo una buona dose di dramma con venature agrodolci pronte per andare a parare con un bel lieto fine. Colori saturi e complicazioni sentimentali risolte con generosità commovente mentre l’atmosfera è pregna di una delle colonne sonore più belle di sempre.

    Quattro matrimoni e un funerale (1994)

    Le scelte difficili sull’altare non riguardano solo le donne, ma anche gli uomini, come nel caso di Charles che assiste a quattro matrimoni altrui prima di capire cosa vuole davvero, cioè una donna americana che sta per sposare qualcun altro. Richard Curtis, il re delle commedie romantiche anni Novanta, firma con Quattro matrimoni e un funerale l’ennesimo cult sentimentale di una generazione. Il matrimonio è un’istituzione onnipresente, eppure Charles (Hugh Grant) lo vive sempre da spettatore, mai da protagonista, fino al momento in cui decide di interrompere questo “circolo vizioso”. 

    La pellicola è più malinconica di quanto sembri in superficie – quel “funerale” nel titolo non sta lì per decorazione – dettata anche dalla performance di Hugh Grant che fa di Charles uno dei personaggi più involontariamente onesti del genere: un uomo che non sa cosa vuole finché non rischia di perderlo definitivamente.

    Beetlejuice (1988)

    Adam e Barbara Maitland muoiono in un incidente domestico, ritrovandosi fantasmi nella loro stessa casa, presto occupata da una famiglia di estranei. Per liberarsene chiamano Beetlejuice, un esorcista imbroglione del mondo dei morti. Lo spiritello porcello, infatti, ha le sue condizioni: vuole sposare Lydia, la figlia adolescente della famiglia, per ottenere un passaporto nel mondo dei vivi. 

    Con Beetlejuice Tim Burton trasforma il matrimonio in una sequenza di caos soprannaturale puro; la cerimonia finale è uno dei momenti più deliranti del suo cinema, con Beetlejuice che recita le voci di tutti gli invitati e una sposa che non ha nessuna intenzione di dire sì. Il matrimonio come trappola comica, grottesca e stranamente tenera. In poche parole, non così lontano dalla realtà dei fatti. Si scherza! Forse…

    Crimson Peak (2015)

    Da un matrimonio gotico ad un altro, questa volta però firmato da Guillermo del Toro. Edith sposa Thomas Sharpe, un aristocratico inglese affascinante e misterioso, e lo segue nella sua villa diroccata nel nord dell'Inghilterra, dove la terra rossa affiora dalla neve come sangue e i fantasmi non smettono mai di bussare alla porta. 

    Crimson Peak di Guillermo del Toro è un gotico puro, debitore di tutto il meglio del genere – le case che respirano, i segreti sepolti nelle fondamenta, l'amore che nasconde qualcosa di indicibile. Il matrimonio di Edith è una trappola elaborata con pazienza, analizzando sia il modo in cui la protagonista si lascia intrappolare, quanto quello con cui si libera. 

    Non il film più convincente dal punto di vista narrativo della filmografia di Guillermo del Toro, però sicuramente la voce più atmosferica della lista, e quella visivamente più suggestiva.

  • Tutti i film horror che dovresti vedere prima dell'uscita di “Scary Movie 6”
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Ti trovi in quella fase della vita in bilico tra l'infanzia e l'adolescenza, un limbo che aspetta di infittirsi quando farai il tuo ingresso ufficiale nella pubertà. Ci si diverte con poco, si organizzano serate cinema con gli amici, pizza e patatine, coca cola e il film del momento: quello scorretto, pieno di parolacce, allusioni sessuali e battutacce che continuerete a ripetere per diversi giorni – facciamo anche mesi o anni.

    Quel film è Scary Movie (2000), un vero e proprio monumento delle parodie horror. Faccio quasi fatica a ricordare se io abbia visto prima Scream (1996) o prima Scary Movie, convincendomi che quest'ultimo fosse effettivamente l'originale. Il dubbio è lecito; del resto, lo stesso Wes Craven quando diresse Scream lo fece sulla base del dissacrare il genere slasher che, dopo quasi due decenni, aveva esaurito la sua verve.

    Il franchise nato nel 2000 con i fratelli Wayans ha costruito la sua fortuna su un meccanismo semplice e quasi infallibile: prendere i successi horror del momento – e qualche cult intramontabile – e smontarli pezzo per pezzo, usando Scream come struttura portante su cui appendere ogni singola parodia. Cinque film in quattordici anni, un cast che nel tempo ha incluso Anna Faris, Regina Hall, Leslie Nielsen e Carmen Electra, e una capacità di intercettare l'immaginario horror popolare che pochi franchise comici hanno saputo replicare. Poi il silenzio, più di un decennio senza un nuovo capitolo. Scary Movie 6 (2026) arriva dopo una lunga attesa e lo fa con la riunione di gran parte del cast originale, pronto a fare quello che ha sempre fatto meglio: ridere di tutto, soprattutto di se stesso.

    Ma per arrivare preparati e sul pezzo per l’uscita di questo capitolo, quali sono i film che dovreste vedere e cogliere tutti i camei? In questa guida vi sveliamo tutti i film horror che dovreste vedere prima dell’uscita di Scary Movie 6.

    “Scream 5” (2022) e “Scream 6” (2023)

    È difficile parlare di Scary Movie senza parlare di Scream, e non solo perché il primo nasce come parodia diretta del secondo. I due franchise si sono inseguiti per decenni, si sono influenzati a vicenda, e quando la saga di Ghostface è tornata nel 2022 con un requel che riportava in vita Sidney Prescott accanto a una nuova generazione di personaggi, era quasi inevitabile che Scary Movie seguisse. Scream 5 e Scream 6 hanno rilanciato il franchise con una consapevolezza meta-testuale ancora più accentuata rispetto agli originali – sanno di essere sequel, lo dichiarano, ci ridono su – e quella stessa energia è esattamente il tipo di materiale su cui Scary Movie ha sempre prosperato.

    La sequenza della metro di Scream 6, in particolare, è diventata uno dei momenti più citati e parodiati degli ultimi anni, tanto da diventare la colonna vertebrale visiva del trailer del sesto capitolo di Scary Movie .

    La sequenza della metro: Jason, Leatherface, Heart Eyes, Chucky, Pennywise, Michael Myers, Hellraiser e Harry Warden

    Nel trailer di Scary Movie 6 questo momento è già diventato il più discusso di tutto il materiale promozionale: una metropolitana affollata di maschere iconiche, un omaggio diretto alla scena di Scream 6 che ha fatto il giro del web. Jason Voorhees (Venerdì 13, 1980) con il suo machete, Leatherface (Non aprite quella porta, 1974) con la motosega, il killer a forma di cuore di Heart Eyes (2025), Chucky (La bambola assassina, 1988) con la sua tuta da ginnastica, Pennywise (IT, 1993) con i palloncini, Michael Myers (Halloween, 1978) immobile come solo lui sa essere, un cenobita di Hellraiser (1987) e Harry Warden di San Valentino di sangue (2009) condividono lo stesso vagone con la stessa energia caotica di un sabato sera su qualsiasi metropolitana reale. 

    M3GAN (2022)

    M3GAN è arrivata nelle sale come horror di serie B e se n'è andata come fenomeno culturale, con la sua bambola assassina in blazer beige e frangia perfetta diventata meme globale prima ancora che il film uscisse. Gerard Johnstone costruisce un horror che è anche satira della dipendenza tecnologica e dell'industria del giocattolo, e lo fa con un senso dell'umorismo abbastanza sviluppato da rendere M3GAN un personaggio che spaventa e diverte in proporzioni quasi uguali. La scena del corridoio – quella in cui cammina e balla prima di attaccare – ha fatto il giro di internet con una velocità che pochi film horror possono vantare. Infatti, sempre nella metropolitana, è proprio quella scena a venir citata da Scary Movie 6.

    Mercoledì (2022–in corso)

    Tecnicamente è una serie e non un film, ma Scary Movie ha sempre mescolato le carte quando ne valeva la pena, e Mercoledì Addams nella versione di Tim Burton e Alfred Gough vale assolutamente la pena. La serie Netflix ha trasformato un personaggio già iconico in qualcosa di nuovo – più autonoma, più ironica, più consapevole della propria oscurità – e Jenna Ortega ha costruito una performance fisica così precisa da produrre, quasi per caso, una delle scene di ballo più imitate degli ultimi anni. Mercoledì è horror young adult nel senso migliore: non abbassa la guardia sul lato oscuro, non edulcora nulla, e ha un senso dell'umorismo nero che la rende parodiabile e amabile allo stesso tempo.

    I Peccatori (2025)

    Ryan Coogler ambienta il suo horror nel Mississippi degli anni Trenta, prende due gemelli interpretati da Michael B. Jordan, li mette a gestire un juke joint in una notte che finisce malissimo, e produce uno dei film più sorprendenti della stagione. I Peccatori è horror soprannaturale, ma è anche film sul blues, sulla cultura afroamericana del Sud, sull'appropriazione culturale, riuscendo a tenere insieme tutto questo senza che nessun livello schiacci gli altri. Il fatto che sia già un titolo fresco di quattro Oscar lo rende ancora più interessante come obiettivo per Scary Movie: c'è qualcosa di particolarmente divertente nell'idea di parodiare un film che l'Academy ha appena finito di prendere sul serio.

    Everything Everywhere All At Once (2022)

    Non è horror – o almeno, non lo è nel senso tradizionale del termine – ma Everything Everywhere All At Once ha quella qualità caotica e visionaria che lo rende parodiabile quasi a prescindere dal genere. I Daniels costruiscono un multiverso fatto di lavanderie, occhi di pietra e universi in cui le dita sono wurstel, e il risultato è un film che si prende moltissimo sul serio pur essendo profondamente assurdo. La sua presenza nel trailer di Scary Movie 6 è probabilmente la scelta più inaspettata dell'intera operazione, e per questo la più coraggiosa: dimostra che il franchise non si limita all'horror puro, ma va a pescare ovunque trovi materiale abbastanza bizzarro, e di successo, da lavorarci sopra.

    Scappa - Get Out (2017)

    Jordan Peele esordisce alla regia con un film che usa le convenzioni dell'horror per parlare di razzismo, e lo fa con una precisione così chirurgica da rendere Get Out uno dei debutti più discussi del decennio, nonché vincitore di un Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale. La scena dell'ipnosi, il cucchiaino che batte sulla tazza, il Sunken Place; ogni elemento è diventato shorthand culturale nel giro di pochissimo tempo. Il tipo di film che Scary Movie sa come trattare: abbastanza iconico da essere immediatamente riconoscibile, abbastanza stratificato da offrire materiale su più livelli, soprattutto sul lato sociale-politico. Il fatto che Peele abbia costruito Get Out come un film già consapevole dei propri meccanismi di genere lo rende, se possibile, ancora più adatto alla parodia.

    Smile (2022)

    Cosa si può nascondere dietro un sorriso? Dipende. Ci illudiamo che dietro un sorriso ci siano solo sentimenti positivi, ma non sempre è così e Parker Finn ci confeziona un franchise su un sorriso fuori posto, troppo largo, che dura quel secondo di troppo da farlo diventare tanto inquietante quanto terrificante nel giro di pochi secondi. 

    Smile funziona perché il suo elemento perturbante è qualcosa che il cervello non riesce a classificare correttamente: il sorriso non è sbagliato in senso assoluto, è sbagliato nel contesto, e quella dissonanza è esattamente il tipo di disagio su cui l'horror psicologico prospera. La campagna marketing – con attori pagati per sorridere in modo inquietante durante eventi sportivi in diretta TV – è diventata quasi più famosa del film stesso, e ha contribuito a trasformarlo in un fenomeno culturale che va ben oltre il suo incasso.

    Weapons (2025)

    Topher Grace costruisce un horror corale che segue le conseguenze di un evento soprannaturale su un quartiere suburbano americano, e lo fa con una struttura frammentata che racconta la stessa storia da prospettive diverse, ognuna con il suo tono e il suo ritmo. Weapons è arrivato agli Oscar quasi in silenzio, senza grandi campagne promozionali, e la vittoria di Amy Madigan come Migliore Attrice Non Protagonista ha genuinamente sorpreso quasi tutti. 

    Weapons lavora sulla paura collettiva, su quello che succede a una comunità quando qualcosa di inspiegabile e tragico la attraversa, ed proprio quella dimensione corale lo rende terreno fertile per la parodia. Poi, diciamocelo, i bambini nei film horror sono SEMPRE inquietanti. 

    Longlegs (2024)

    Osgood Perkins dirige un thriller soprannaturale con Nicolas Cage nel ruolo di un serial killer che sembra uscito da un incubo di David Lynch, e Longlegs divide la critica in modo abbastanza netto: c'è chi lo considera uno degli horror più riusciti degli ultimi anni, erede addirittura de Il Silenzio degli innocenti (un po’ esagerato, su!) e chi trova che la sua atmosfera onirica non riesca mai a tradursi in tensione reale. Quello che è indubitabile è che Nicolas Cage costruisce Longlegs come un personaggio visivamente indimenticabile – il trucco, la voce, i movimenti – e che quella performance al limite del parodistico lo rende un obiettivo naturale per Scary Movie. Ci saremmo sorpresi a non vederlo citato, questo poco ma sicuro. 

    The Substance (2024)

    Coralie Fargeat vince l'Oscar per la Sceneggiatura Originale con un body horror che parte dal disagio e arriva al grottesco assoluto, passando per una critica feroce all'industria dello spettacolo e agli standard estetici imposti alle donne. Demi Moore e Margaret Qualley interpretano due versioni dello stesso corpo in guerra con se stesso, e il film costruisce quella guerra con un'escalation visiva che non lascia spazio alla moderazione. The Substance è già, in certi momenti, al limite dell'autoironia – la sua logica dell'eccesso è talmente dichiarata da sfiorare il camp – e questo la rende materiale interessante per una parodia che dovrà fare i conti con un film che ha già portato tutto al massimo volume.

    Terrifier (2016)

    Poteva mancare davvero Art the Clown di Terrifier? Voglio dire, Damien Leone, con un budget minimo ma una visione molto chiara di cosa vuole fare, da vita ad un horror estremo di quelli che non si vedevano da un po’, senza filtri, che non si preoccupa di giustificare la propria violenza con una morale o un sottotesto. Terrifier è diventato un fenomeno di culto esattamente per la sua mancanza totale di compromessi, per un villain che non parla mai e non ha bisogno di farlo grazie anche alle sue espressioni tra l’allarmante e l’assurdo, per scene che hanno fatto discutere quanto urlare. Il franchise ha poi trovato un pubblico molto più largo con i sequel, ma il primo film resta il documento più puro di quella visione: horror grezzo, diretto, senza rete. Esattamente il tipo di operazione che Scary Movie sa come sfruttare a suo vantaggio.

  • “Spider-Man Brand New Day”: un Easter Egg (che forse non avevate notato) rivela un dettaglio importante
    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Neanche è uscito e già ha fatto la storia. Parliamo del nuovo e attesissimo capitolo di Spider-Man, il quarto con Tom Holland. Sì, perché il trailer di Spider-Man: Brand New Day (2026) ha ottenuto oltre un miliardo di visualizzazioni, diventando il più visto di sempre. Un primato assoluto, mai visto in tutti questi anni di campagne promozionali, sempre più intense. Ma anche enigmatiche.

    Cosa ci racconta di un film di cui non sappiamo molto della trama? Molte cose. In particolare, una di cui ci occuperemo in questa sede, che potrebbe svelare in che direzione andrà la pellicola di Destin Daniel Cretton, che farà affidamento sul ritorno di Zendaya nei panni di Mary Jane Watson, ma anche sull’ingresso di altri volti noti dell’Universo Cinematografico Marvel, come il Bruce Banner/Hulk di Mark Ruffalo e il Frank Castle/Il Punitore di Jon Bernthal. Tra i villain “spottati” nel trailer, Scorpione, Tarantula, Boomerang, un gruppo di ninja, probabilmente affiliati dell’organizzazione criminale La Mano. Ma in realtà potrebbero, e soprattutto dovrebbero, essere molti di più. 

    Tanti i piccoli dettagli nascosti che hanno entusiasmato i fan della saga, ma al tempo stesso anche suscitato qualche perplessità. Ma c’è un preciso easter egg che sta facendo molto rumore in rete, che fa riferimento alla presenza di uno storico villain della saga dedicata all’amichevole arrampicamuri di quartiere: Lo Sciacallo. 

    Il sorprendente cattivo nascosto nel trailer di "Spider-Man: Brand New Day"

    Proprio al minuto 1:05 su 2:32 del cliccatissimo trailer di Spider-Man: Brand New Day, in cui vediamo Mary Jane (Zendaya) sistemare dei fiori su un tavolo pieno di cocktail di una festa a casa, è infatti possibile notare un barile di metallo/latta con sopra scritto “Green Jackal”. Dunque, i fan non hanno potuto non pensare allo Sciacallo, in inglese The Jackal, uno degli avversari più insidiosi dell’Uomo Ragno. Sebbene possa trattarsi di una grande sorpresa per il pubblico, in realtà potrebbe esserlo meno per i fan del fumetto Marvel.

    Chi è lo Sciacallo?

    Miles Warren. È questa l’identità di colui che ad ora è indicato come un potenziale cattivo del quarto capitolo di Spider-Man, che si svolge a quattro anni da Spider-Man: No Way Home (2022). Allora era un brillante professore di biologia e biochimica all’Empire State University, insegnante di Peter e Gwen Stacy, segretamente innamorato di quest’ultima. Un amore che si trasforma in ossessione e successivamente in follia, scatenata dal dolore per la morte della ragazza nello scontro tra Spider-Man e Green Goblin. Determinato a vendicarsi del supereroe, che incolpa per la tragedia, si trasforma nel supercriminale noto come lo Sciacallo. Solito a indossare un costume verde da sciacallo, si tratta di un avversario che agisce dietro le quinte, che usa la manipolazione genetica come arma. Tormentò per mesi il nostro eroe, alleandosi con altri suoi nemici e facendogli incontrare la sua defunta fidanzata, proprio attraverso dei cloni, agendo così sul lato emotivo. Il tutto culminò con uno scontro finale che vide contrapposti Spider-Man e il suo clone perfetto, che si concluse con un’esplosione che portò alla morte del secondo e dello stesso Sciacallo. 

    Tuttavia, la storia sollevò dei dubbi su chi fosse sopravvissuto: Spider-Man o il suo clone?

    Fu così che prese il via la Saga del Clone, a partire dal 1994. È proprio lo stesso clone a tornare in scena, dopo aver girovagato per anni con il nome di Ben Reilly. Ma a stupire i lettori non fu la sopravvivenza del clone bensì la scoperta che proprio Ben Reilly era il vero Peter Parker. In sostanza, nel frattempo Spider-Man era sempre stato il clone. Ma il tutto poi viene ribaltato di nuovo: è stato lo stesso Norman Osborn a ingannare tutti, facendo credere a Reilly di essere il vero Spider-Man. Dunque, in realtà, Peter è sempre rimasto Peter, e di fatto non è cambiato nulla.

    La Saga del Clone non fu immune alle polemiche. Proprio per il duplice colpo di scena, che ha scioccato i lettori e ha diviso irrimediabilmente i fan. Senza tralasciare la durata infinita: prevista per pochi mesi, la saga si è protratta per quasi due anni, mettendo a dura prova la pazienza dei lettori, che si sono ritrovati alle prese con una narrazione complessa e spesso contraddittoria. Insomma, fu un grosso buco nell’acqua.

    Sta per arrivare nel MCU una delle storyline più controverse di Spider-Man? 

    L’easter egg di “Green Jackal” non poteva non suscitare curiosità. Potrebbe essere, dunque, un segnale innocuo come un ampio indizio su dove andrà a parare Spider-Man: Brand New Day, di cui, ripetiamo, non è ancora ben nota la trama. 

    Oltre ai rumors che circolano in rete che vedrebbero Keith David interpretare un misterioso villain, e a questo punto perché non Miles Warren/Sciacallo, ci sono altri elementi del trailer che rafforzano l’ipotesi. Partiamo dallo stesso Peter Parker, che non sembra più essere lo stesso. Dal comportamento ai poteri, se si trattasse invece di un clone? Non possiamo poi tralasciare la presenza dei personaggi del Punitore, Scorpione e Tarantula, alleati dello Sciacallo nei fumetti. 

    Se l’Universo Cinematografico Marvel dovesse portare sul grande schermo la Saga del Clone, potrebbe trattarsi di un grande azzardo. Per la risposta non ci tocca che aspettare i prossimi mesi, in attesa di nuovo materiale promozionale e soprattutto dell’uscita della pellicola, fissata per il prossimo 29 luglio.

  • "Dune": i 5 personaggi dei libri che i film non ci hanno mostrato (e cosa ci aspetta nella Parte 3)
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Denis Villeneuve, senza troppi giri di parole e con una certa soddisfazione, ha dichiarato che adattare significa compiere un atto di vandalismo. In fondo, anche questa stessa affermazione non porta con sé chissà quale grande verità, o moto anticonformista, ancora nascosta. Recentemente lo abbiamo visto con “Cime Tempestose” (2026), così come con tanti altri titoli del passato e altrettanti nel futuro, al di là che piaccia o meno adattare è un atto di tradimento.

    Le due trasposizioni di Dune, Parte 1 (2021) e Parte 2 (2024), hanno dimostrato che questa filosofia può produrre cinema straordinario, ma ogni scelta comporta un costo. Quale? Per esempio, quello dei personaggi rimasti nella pagina, mai approdati allo schermo, che i fan dei romanzi di Frank Herbert continuano a cercare in ogni inquadratura.

    Con Dune - Parte 3 in uscita il 18 dicembre 2026, adattamente del secondo romanzo della saga, Dune Messiah, la questione ritorna in primo piano.

    Il teaser ci ha già messo di fronte a facce nuove e una cospirazione che ridisegna le regole del gioco. Prima di arrivarci, però, vale la pena fare un passo indietro: chi sono i personaggi che le prime due parti hanno lasciato fuori, e perché la loro assenza pesa?

    Attenzione: l'articolo contiene spoiler sui romanzi di Dune. Vi abbiamo avvisati!

    Thufir Hawat

    Thufir Hawat, interpretato da Stephen McKinley Henderson in Dune - Parte 1, è un Mentate, un analista umano di altissimo livello, al servizio di Casa Atreides. Nella prima parte lo vediamo brevemente, quel tanto che basta per farci capire quanto sia centrale nell'architettura politica della famiglia; eppure, in Dune - Parte 2 viene riportato in scena.

    Nel romanzo, la storia di Hawat non finisce con la caduta di Casa Atreides: viene catturato dagli Harkonnen e costretto a lavorare per loro, trasformandosi in una figura tragica che gioca su più tavoli, alimenta disinformazione, cerca di sopravvivere con la sua lealtà intatta. Un personaggio incentrato sull'ambiguità morale del conflitto, alimentando l'idea che la guerra non lascia mai nessuno del tutto pulito.

    Villeneuve ha dichiarato che tagliare Hawat è stata una delle scelte più dolorose: aveva deciso sin dall'inizio di fare un adattamento centrato sulle Bene Gesserit, il che significava ridurre lo spazio dei Mentate.

    Alia Atreides

    Alia esiste già in Dune - Parte 2. Certo, la sentiamo in voce, vedendola solo in un frammento visionario interpretata da Anya Taylor-Joy già adulta, uno dei momenti che più ha alzato l’asticella dell’hype di tutti gli spettatori che, in fondo, un po’ sospettavano quale sarebbe stato il ruolo dell’attrice. Un frame che anticipa il suo ruolo centrale nel terzo capitolo del film. 

    Va però detto che nel romanzo, Alia nasce con la memoria ancestrale completa, già consapevole, già adulta dentro un corpo non ancora formato. Tant’è che è lei, a due anni circa, ad uccidere il Barone Harkonnen, letteralmente arrostendolo; nella versione cinematografica di Villeneuve, sarà invece Paul a farlo. 

    La decisione di rappresentare Alia nella Parte 3 adulta ha indubbiamente una logica narrativa chiara, resta l’amaro in bocca per i lettori in quanto l’età infantile di Alia conferiva al personaggio un’aura perturbante, incarnando il paradosso tra innocenza e conoscenza totale. Per quanto ci riguarda, saltarla ha impoverito quella tensione.

    Count Fenring

    Léa Seydoux interpreta brillantemente Lady Margot Fenring in Dune - Parte 2, una Bene Gesserit che seduce Feyd-Rautha nell'ambito di un piano più ampio. Questa è la prima volta che Lady Margot appare in un adattamento di Dune, a differenza del marito, il Conte Fenring, che non compare da nessuna parte. 

    Nel romanzo, Fenring rappresenta un vicolo cieco del programma genetico Bene Gesserit, sterile, impossibilitato a trasmettere una discendenza; ed è anche la prima figura che risulta invisibile alle visioni di Paul, incapace di essere letto dalla sua prescienza. Questa invisibilità è il seme di uno dei temi più ossessivi dell'intera saga, ovvero come gli esseri umani imparino a nascondersi dai veggenti. Ma chissà, forse la sua assenza potrebbe essere ancora recuperata in Dune - Parte 3.

    Harra

    Dopo che Paul sconfigge Jamis, nel romanzo apprende di aver vinto anche la moglie di quest'ultimo, Harra, insieme ai loro due figli. Ricordate? No, se venite dal film non potete ricordare neanche a volerlo perché nulla di tutto questo appare in Dune - Parte 2

    Harra non è un personaggio cruciale per la trama, ma la sua funzione è sottile e preziosa. Non è una fanatica della profezia né una scettica convinta: si muove in uno spazio intermedio, una Fremen che rispetta le sue tradizioni ma mantiene un'ombra di diffidenza nei confronti di Paul. Peccato, perché in un film che costruisce una distinzione netta tra chi crede nella profezia e chi la rifiuta, un ruolo come il suo che non prende posizione avrebbe aggiunto qualche sfumatura.

    Bijaz

    Bijaz è un nano Tleilaxu che appare nel libro Dune Messiah, ma le sue radici narrative affondano nel tessuto tematico che i primi due film avrebbero potuto preparare meglio. È uno dei meccanismi chiave attraverso cui i Tleilaxu eseguono la loro parte nella cospirazione contro Paul – uno strumento di manipolazione psicologica, una figura oscura che agisce sulle crepe del dolore.

    La sua assenza dalle prime due parti è comprensibile, essendo un personaggio del secondo romanzo. Ma Bijaz rappresenta qualcosa di più ampio: l'intera fazione Tleilaxu, con la sua filosofia di vita come materia da rimodellare, era quasi assente dall'orizzonte dei film finora. Dune - Parte 3 dovrà introdurla da zero, e farlo con il peso drammatico che merita.

    Cosa aspettarci dai personaggi visti nel teaser di "Dune - Parte 3"?

    Se nelle prime due parti il pericolo aveva il volto degli Harkonnen e l'accelerazione militare di un jihad, Dune - Parte 3 sposta tutto sul piano della cospirazione. Paul è imperatore, ma il potere lo ha reso vulnerabile, spostandolo dalla caccia all’osservazione. Costantemente nel mirino di occhi indiscreti dove tre nuovi personaggi, già visibili nel teaser, incarnano questa minaccia invisibile.

    Scytale (Robert Pattinson) 

    Scytale è un Face Dancer dei Tleilaxu, una fazione specializzata in ingegneria genetica e biotecnologie. I Face Dancer sono esseri capaci di trasformarsi in chiunque, replicando perfettamente aspetto, voce e comportamenti. 

    Scytale opera come agente e stratega, incarnando la filosofia Tleilaxu basata su sotterfugio, inganno e pianificazione a lungo termine, colpendo quando meno te l’aspetti perché non puoi prevederlo, non puoi riconoscerlo. La sua abilità di cambiare forma, manipolare l'identità e sfruttare le connessioni emotive evidenzia un mondo in cui i confini del sé non sono più fissi. 

    Da The Lighthouse (2019) a Mickey 17 (2025), Robert Pattinson ha costruito una filmografia di figure instabili, ambigue, che abitano la propria stranezza con un'intensità fisica. Scytale è esattamente quel tipo di personaggio che non esiste in una forma definitiva, usando questa fluidità come arma. Se Paul incarna la fede e la visione profetica, Scytale agisce con pazienza, sfruttando le debolezze umane. Con Pattinson, Dune - Parte 3 potrebbe accentuare la componente da thriller psicologico che il libro porta con sé.

    Hayt (Jason Momoa) 

    Duncan Idaho muore nella Parte 1, su questo siamo tutti d’accordo. Allora, cosa ci fa in Dune - Parte 3? L’attore è lo stesso, il personaggio cambia… o quasi. Non vogliamo anticiparvi troppo, possiamo però confermare che si, Jason Momoa tornerà ma come Hayt, un ghola – un essere artificialmente ricreato. Nel romanzo, Hayt viene reintrodotto nella vita di Paul Atreides giocando un ruolo cruciale mentre combatte con frammenti di memorie del suo sé precedente. 

    I ghola non sono zombie né cloni. Sono esseri rianimati cresciuti da carne morta, senza memoria delle vite precedenti, nei quali i Tleilaxu possono persino impiantare geneticamente nuove abilità e tratti. La restituzione di Duncan a Paul è il gesto più crudele della cospirazione, trasformando uno dei suoi affetti più intimi in trappola.

    Il teaser mostra Scytale ed Edric consegnare Hayt a Paul come dono, definendo la grammatica del potere che impregna completamente Dune Messiah.

    Edric

    Nel teaser appare per la prima volta un Guild Navigator completo: un sarcofago minaccioso e fluttuante con all'interno il Navigator chiamato Edric. I Guild Navigator sono esseri umani profondamente mutati dall'ingestione massiccia di gas di spezia. Il loro uso della spezia concede loro una limitata prescienza, dandogli la possibilità di alterare l’esito del futuro prossimo. Inoltre, Paul non può vedere direttamente le loro azioni nelle sue previsioni, ma può notare la loro assenza come lacune nei possibili futuri. Pertanto, la funzione Edric nella cospirazione è quella di agire come schermo per nascondere le azioni dei cospiratori alla prescienza di Paul. Ciononostante, resta da vedere quanto Villeneuve lo renderà centrale, considerando che nelle prime due parti la Gilda Spaziale è stata volutamente lasciata ai margini.

  • “Bait”, Riz Ahmed: “La nostra vita? Un provino continuo in cui cerchiamo di dimostrare di essere abbastanza”
    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Abbiamo faticato a trovare un nome per questa serie perché è piuttosto difficile da riassumere in una sola frase o in un'unica espressione. Il motivo è che ci sono così tanti elementi diversi: commedia, dramma familiare, spy-thriller, storia d'amore, riflessione sull'identità”

    Collegato via Zoom, Riz Ahmed racconta a JustWatch i retroscena che hanno portato alla scelta del nome della sua prima serie TV targata Prime Video nella tripla veste di sceneggiatore, produttore esecutivo e interprete: Bait.

    Io e il mio co-showrunner, Ben Karlin, eravamo al mix audio alla fine della lavorazione a strapparci i capelli. E una parola che continuava a saltare fuori era “bait”. Un'espressione dello slang britannico che si riferisce a ciò che è troppo scontato. Una parola che continuava a emergere perché, a volte, proponevo un'idea e io stesso la scartavo dicendo: 'È troppo ovvia'”, ricorda l'attore.

    Con Ben ci dicevamo a vicenda: 'Ci serve qualcosa d'impatto e britannico, vorrei potessimo chiamare lo show Bait'. È lì che abbiamo capito che si adattava al progetto in tanti modi diversi. Prima di tutto, Shah Latif, il mio personaggio, si comporta in modo molto “bait”: è spudorato mentre insegue la notorietà. Ma bait online significa anche "trolling". In Urdu, la lingua nazionale del Pakistan, significa "lealtà" o "fedeltà". In arabo ed ebraico significa "casa". E naturalmente, nell'ottica del thriller, significa “esca”. Tutti ingredienti che fanno parte del nostro show”.

    "Bait", una serie TV dal tono onesto e disordinato. Come la vita

    Nei sei episodi che compongono Bait, Ahmed interpreta Shah Latif, un attore in difficoltà, la cui ultima possibilità di sfondare si presenta sotto forma di un'audizione irripetibile. La serie lo segue nel corso di quattro giorni convulsi, durante i quali la sua vita precipita nel caos e la sua famiglia, l'ex fidanzata e il mondo intero si interrogano sulla sua adeguatezza al ruolo. “La sfida più grande è stata trovare il tono del racconto. Sono molto ispirato da show come Atlanta (2016), che riguardano qualcosa che può essere molto emotivo e psicologico, incentrato su relazioni, famiglia e trauma, ma che attira le persone con personaggi avvincenti e commedia. Ed è così che volevamo fosse Bait”, spiega Ahmed.

    Volevamo che il pubblico ridesse per poi ritrovarsi in lacrime. Ho pensato molto a Peter Brook, il regista di Mahabharata (1989). Scrisse di Shakespeare e disse che ciò che lo rende grande è che non ha cercato di uniformare il suo tono. Passava dal fare battute davvero volgari, sciocche e infantili al parlare del senso della vita. Penso che questo faccia attivare i neuroni. Abbiamo cercato di abbracciare la casualità e l'imprevedibilità della vita con un tono che fosse onesto e disordinato proprio come può essere la vita reale. Ma è stato spaventoso e un grande azzardo. Ha richiesto un'enormità di tempo in fase di scrittura, al montaggio e persino sul set. Abbiamo cercato di assicurarci che tutti quegli ingredienti fossero in armonia, invece di livellarli in qualcosa che fosse solo un grigio mediocre”.

    Un racconto metacinematografico che insegue l'autenticità

    L'attore britannico di origine pakistana ha disseminato Bait di rimandi alla sua vita privata e professionale, facendo dello show un'opera metacinematografica capace di far scaturire risate ed emozione. “Il parco dove vengo aggredito da bambino nella serie è lo stesso dove sono stato aggredito da bambino dietro la casa dei miei genitori. L'attacco di panico sul palco al Kentish Town Forum nel primo episodio è quello che ho avuto realmente in quel locale. L'essere stato indicato come possibile nuovo Bond è avvenuto un paio di volte nella mia carriera. Più e più volte abbiamo preso spunto dalla realtà”, confida l'attore.

    Volevo mettere tutte queste cose nello show non perché avessi voglia di usarlo come una seduta di terapia, ma perché se posso essere onesto più persone si ritroveranno in quello che racconto. Non abbiamo visto questi personaggi, questa cultura, questo tipo di Gran Bretagna sullo schermo prima d'ora. E voglio che sia celebrata insieme a The Crown (2016), Fleabag (2016), e I May Destroy You (2020) e a tutti questi show incredibili. Volevamo rappresentare questo e ritrarre qualcosa che fosse rivoluzionario e il più autentico possibile”.

    "Bait" e la sindrome dell'impostore

    Il protagonista della serie, con i rumors che lo vogliono vestire i panni del nuovo James Bond, viene trascinato in una folle spirale di eccitazione, paura e critiche online mentre cerca di barcamenarsi tra la sua vita privata e il clamore che improvvisamente suscita la sua vita pubblica. Questo lo porta a interrogarsi sul suo valore.“Ho un rapporto molto strano con il mio critico interiore, perché da un lato mi motiva e mi tiene all'erta. Ricordo che dopo aver finito The Night Of (2016), mi svegliavo nel mezzo della notte, andavo in bagno e rifacevo le scene allo specchio per qualcosa che era già uscito nel mondo. La sindrome dell'impostore mi fa lavorare più duramente, ma può essere molto dannosa. Può andare fuori controllo ed esaurirti. È una parte importante di Bait”, sottolinea Ahmed.

    Un elemento importante dello show è legato proprio ad un articolo che svela al mondo la sua presa in considerazione come 007 al posto di Daniel Craig. Una notizia vissuta con entusiasmo dalla sua famiglia, ma che si tramuta in un boomerang per Shah. Lo dimostra la testa di maiale mozzata che viene lanciata contro la finestra della casa dei suoi genitori. Un atto di puro odio. Ma, invece di gettarla, il protagonista decide di congelarla. È così che si tramuta in una sorta di megafono dei suoi pensieri. “Per il ruolo del critico interiore avevamo bisogno di qualcuno che suonasse potente, ma che fosse anche leggermente assurdo. Ed è ovviamente per questo che Sir Patrick Stewart presta la voce a una testa di maiale mozzata. È così che si sente il critico interiore di tutti, giusto? Simboleggia qualcosa che spero riguardi il togliersi la maschera, mettersi a nudo e possedere quella vulnerabilità disordinata e caotica che tutti proviamo”, afferma l'attore.

    Sapevo che volevamo avere un elemento surreale nello show. Abbiamo parlato molto di Alice nel Paese delle Meraviglie (1951) e dell'idea di scendere nella tana del coniglio. Shah per metà show indossa la kurta pakistana blu con lo shalwar bianco. Un riferimento ai colori indossati dalla protagonista. Quando precipita nel suo dubbio su se stesso, volevamo un modo surreale di rendere traumatica la sua voce critica interiore. Gran parte della voce critica interiore che tutti abbiamo nelle nostre teste è in realtà odio interiorizzato, critiche e pregiudizi dall'esterno”, continua Ahmed.

    Quindi aveva senso che, quando la testa di maiale mozzata – segno di odio - arriva a casa della sua famiglia, Shah la riconosca. Il suo odio esterno sta echeggiando l'inadeguatezza interna che prova. E così diventa quasi il suo migliore amico. Tanti di noi, in modo non sano, sono motivati dal sentirsi come se non fossimo abbastanza bravi. Quindi se c'è qualcosa che dice "non sei abbastanza bravo", Shah se lo tiene stretto e lo accudisce, invece di sbarazzarsene. Avere Sir Patrick Stewart è stato un sogno diventato realtà. Non volevamo nessun altro per il ruolo. Doveva essere qualcuno che potesse fare commedia, ma che avesse autorevolezza. Un attore straordinario a cui Shah potesse guardare con ammirazione. È un ruolo così folle da interpretare. Ma siamo andati da lui con la sceneggiatura e ci ha detto: 'Non ho mai letto niente di simile. Facciamolo'”.

    Bond. Shah Bond.

    Un po' racconto autobiografico, un po' satira dell'industria audiovisiva, Bait sfrutta in modo brillante e intelligente un'icona cinematografica come James Bond. È l'espediente con il quale mettere in scena la crisi interiore del protagonista, diviso tra i suoi sogni più narcisistici e un mondo che lo mette in discussione. “Avevo preso appunti per circa 10 anni su tutti questi strani, folli incidenti che riguardavano la distanza tra il mio io pubblico e quello privato. C'era il me attore visto in un certo modo, ma anche l'uomo che viveva una vita caotica, disordinata, umana e vulnerabile. Qualcosa che oggigiorno è vero per tutti. C'è la versione della vita sui social e la versione reale che è molto più instabile”, riflette l'attore.

    Quando mi sono messo a lavoro con Ben, ci siamo detti: "Ci serve un simbolo. Dobbiamo distillare tutte queste domande di aspirazione, ambizione e identità in qualcosa". Ed è allora che è venuto fuori James Bond. Era l'idea perfetta anche se credevamo non ci sarebbe mai stato permesso farlo. Ma ho mandato una mail a Barbara Broccoli, che all'epoca controllava il franchise, mi sono seduto con lei, le ho dato le sceneggiature e le ho parlato. Ha capito che non si trattava di Bond. È solo un simbolo di aspirazione, successo e accettazione. Si tratta di una sensazione. E la sensazione che la serie esplora è come la vita possa sembrare un unico, grande, provino. E così il personaggio di Bond diventa il nostro modo di entrare nella storia che riguarda qualcosa di molto meno hollywoodiano e molto più quotidiano e universale. Sul come non ci sentiamo mai abbastanza e su come siamo quasi sempre a un provino per dimostrare che, invece, lo siamo”.

    "Bait" ci ricorda di non consegnare a nessuno le chiavi della nostra autostima

    Tra la reazione della sua famiglia e il mondo che improvvisamente (e spesso con un atteggiamento negativo) si accorge di lui, Shah ha un bel da fare nel tentare di restare con i piedi per terra e concentrato su se stesso e il suo lavoro. “A volte inseguiamo la fama e la validazione altrui. Mi sono chiesto anche io - ed è in parte il motivo per cui ho fatto Bait - quanto di ciò che voglio fare riguardi effettivamente il condividere e dare alle persone un'esperienza tratta dalle mie stesse emozioni. E quanto, invece, sia cercare approvazione. Siccome siamo tutti umani, penso che la realtà sia l'80% di un aspetto e 20% dell'altro. Quel bilanciamento continua a cambiare da momento a momento e da giorno a giorno. Ma so che il lavoro migliore viene da un luogo privo di ego”, ammette Ahmed.

    Penso davvero che questo non sia uno show sull'essere un attore. Riguarda cosa significhi essere un essere umano. Molti di noi consegnano le chiavi della propria autostima ad altre persone. Ma è pericoloso. La cosa più impegnativa è non farlo. Per me, parte del processo di tentare di non cercare validazione è stata fare questa serie. Essere brutto, disordinato, vulnerabile, imperfetto. Togliermi la maschera da solo. Ho pensato che sarebbe stato più divertente che fare terapia. Così ho fatto. E questo è il nostro insegnamento più importante: dobbiamo realizzare un programma TV per i nostri problemi (ride, ndr)”.

  • I 10 migliori film italiani diretti da registe degli ultimi 10 anni
    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Il cinema italiano ha attraversato negli ultimi dieci anni una trasformazione silenziosa ma profonda, e a guidarla sono state in larga parte le registe. È successo qualcosa che sarebbe stato impensabile anche solo quindici anni fa: nel 2024, per la prima volta nella storia dei David di Donatello, una donna ha vinto il premio per la miglior regia. 

    Quella donna è Maura Delpero e quel premio arriva dopo una stagione che ha visto Paola Cortellesi sbaragliare ogni record di incassi, Alice Rohrwacher entrare nella classifica dei migliori film del decennio secondo il New York Times, e Margherita Vicario portare a Berlino un esordio musicale che nessuno si aspettava.

    Ma non è un fenomeno improvviso, tutt’altro. Dietro questi successi c'è un decennio di film che hanno aperto strade, vinto premi a Cannes e Venezia, conquistato platee enormi, raccontando storie di cui il cinema italiano (e non solo) aveva bisogno come una boccata di ossigeno. Da Emma Dante a Laura Samani, da Valeria Golino a Micaela Ramazzotti, lo sguardo di queste registe ha portato nelle sale una libertà e una profondità emotiva che sembravano nascondersi da tempo, e questi dieci film che lo dimostrano alla perfezione.

    “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher (2018)

    C'è un momento in Lazzaro felice in cui il tempo si spezza. La prima metà del film racconta la vita di Lazzaro, un giovane contadino di una bontà quasi sovrannaturale, sfruttato insieme ad altri mezzadri da una marchesa che li tiene segregati in una tenuta dell'Italia centrale, ignari che la mezzadria sia stata abolita da decenni. Poi accade qualcosa, e Lazzaro si ritrova catapultato nella contemporaneità, in una periferia urbana che non è meno crudele della campagna che ha lasciato.

    Alice Rohrwacher costruisce una favola che non somiglia a nient'altro nel panorama italiano. Lazzaro felice ha la struttura di una parabola e il respiro di un film di Pasolini, ma lo sguardo è tutto suo: poetico, mai compiaciuto, capace di trovare la grazia nei dettagli più dimessi. Adriano Tardiolo, non professionista, dà a Lazzaro un'innocenza che non è stupidità ma resistenza al cinismo del mondo. Il film ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura a Cannes, è entrato nella classifica dei cento migliori film del XXI secolo secondo il New York Times, ed è stato segnalato da registi come Bong Joon-ho e Pedro Almodóvar. Chi ha amato il realismo magico di Le meraviglie (2014) troverà qui la sua evoluzione naturale; chi cerca un cinema che sappia essere politico senza perdere la poesia non resterà deluso. Dura poco più di due ore, ma è un titolo che resta addosso. 

    “Euforia” di Valeria Golino (2018)

    Matteo è un imprenditore romano che vive nella bolla dorata dei soldi facili, delle feste e delle relazioni senza peso. Ettore è suo fratello, un insegnante tranquillo che scopre di avere un tumore al cervello. Euforia, il secondo film da regista di Valeria Golino dopo Miele (2013), è la storia di come questi due uomini, che non si capiscono e forse non si sono mai capiti, siano costretti a fare i conti l'uno con l'altro.

    Golino dirige Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea con una sensibilità rara, senza mai cedere al ricatto emotivo che un tema simile avrebbe potuto facilmente produrre. Il film funziona soprattutto nella tensione tra il titolo e quello che racconta: l'euforia di Matteo è una fuga, un modo per non guardare in faccia la realtà, e Golino la filma con una leggerezza che rende il dramma ancora più acuto. Non è un film perfetto: qualche passaggio nella seconda parte perde ritmo, e il personaggio di Scamarcio a tratti risulta “troppo”. Ma le scene tra i due fratelli, quelle in cui le maschere cadono e resta solo l'affetto impacciato di chi non sa come dirsi le cose importanti, valgono il film intero. Se avete amato la capacità di Golino di raccontare il dramma con delicatezza in Miele, qui la ritroverete maturata e approfondita. 

    “Le sorelle Macaluso” di Emma Dante (2020)

    Cinque sorelle in un appartamento di Palermo, dal mare dell'infanzia alla vecchiaia. Emma Dante prende il suo spettacolo teatrale e lo trasforma in un film che non è mai soltanto "teatro filmato", ma cinema puro, fatto di corpi, spazi e luce. La struttura alterna tre epoche, l'estate dell'adolescenza, la maturità e la vecchiaia, senza didascalie né spiegazioni: si passa dall'una all'altra con stacchi netti che costringono lo spettatore a ricostruire da solo cosa è successo nel mezzo.

    Il cuore del film è un lutto, una tragedia estiva che segnerà per sempre le Macaluso e i loro rapporti. Dante lo racconta con una fisicità che è il suo marchio: queste donne si toccano, si spingono, si abbracciano e si insultano con la stessa intensità, e la macchina da presa le segue così da vicino che sembra di sentire il calore della loro pelle. Rispetto a Misericordia (2023), che verrà tre anni dopo, qui il registro è più intimo e meno simbolico. Le attrici, in gran parte provenienti dal teatro della stessa Dante, sono tutte straordinarie, ma è Simona Malato a portarsi via il film con una prova che meriterebbe più riconoscimenti di quelli ricevuti. Novanta minuti scarsi ma capaci di racchiudere e raccontare una vita intera.

    “Piccolo corpo” di Laura Samani (2021)

    Fine Ottocento, un'isola di pescatori nel Friuli. Agata, quindici anni, partorisce una bambina morta. Secondo la tradizione cattolica, senza battesimo l'anima della neonata è destinata al Limbo. Ma la ragazza viene a sapere che sulle montagne del Nord esiste un santuario dove alcune donne sanno riportare i neonati in vita per il tempo di un respiro, quello necessario a dargli un nome e a salvarli.

    Laura Samani debutta nel lungometraggio con un'opera prima di una maturità impressionante. Piccolo corpo è un road movie che percorre a piedi un'Italia arcaica e spietata, girato in veneto e friulano con attori non professionisti ma che, nonostante sia un debutto, sa trovare facilmente una voce propria. La fotografia di Mitja Ličen lavora con la luce naturale, dando al film una qualità pittorica mai decorativa, ma funzionale alla storia, per cui ogni paesaggio racconta il mondo interiore di Agata. Celeste Cescutti, al suo primo ruolo, porta sullo schermo una determinazione fisica decisa, anche se quasi silenziosa. Il David di Donatello come miglior regista esordiente e il premio della critica internazionale a Cannes sono meritatissimi. Chi ama il cinema di Rohrwacher troverà qui una sensibilità affine ma un tono più cupo, più disperato, più vicino al gotico rurale. Ottantanove minuti intensissimi.

    “Felicità” di Micaela Ramazzotti (2023)

    Desirée fa la parrucchiera sui set cinematografici, vive con un professore universitario che la sminuisce e una famiglia d'origine che la divora. Il padre, un cabarettista in disgrazia, la manipola per spillarle soldi; la madre finge che vada tutto bene; il fratello Claudio scivola verso un disagio psichico che nessuno in casa vuole riconoscere. Desirée è l'unica che prova a salvarlo, e a salvare se stessa.

    Con Felicità Micaela Ramazzotti passa dietro la macchina da presa dopo quindici anni trascorsi a costruire una delle carriere d'attrice più solide del cinema italiano, da La prima cosa bella (2010) di Paolo Virzì a La pazza gioia (2016), e il risultato è un esordio più duro e meno accomodante di quanto ci si potesse aspettare. Il titolo è amaro, quasi beffardo: la felicità qui è un miraggio, qualcosa che Desirée insegue con una generosità quasi autolesionistica, tanto che fa male anche solo guardarla. Max Tortora, in un ruolo drammatico che ribalta la sua immagine comica, è un padre tossico e patetico che non si riesce né ad amare né a odiare del tutto; Anna Galiena completa il ritratto di una coppia genitoriale che è insieme mostro e vittima della propria mediocrità. Il film ha vinto il premio degli spettatori a Venezia e il Nastro d'Argento alla stessa Ramazzotti come migliore attrice. Qualche sbavatura c'è, soprattutto nel modo in cui viene trattato il disagio mentale di Claudio, ma l’intensità con cui Ramazzotti mette in scena una Roma popolare senza pietà né caricatura ne compensa i difetti.

    “La chimera” di Alice Rohrwacher (2023)

    Arthur è un archeologo inglese con un dono: sente dove si trovano le tombe etrusche sepolte sotto la terra toscana. Quando esce di prigione, torna nella Maremma e riprende a scavare con una banda di tombaroli scapestrati, cercando allo stesso tempo il fantasma della donna che ha amato e perduto. Alice Rohrwacher costruisce attorno a questa premessa un film che sfugge a ogni definizione: commedia picaresca, storia d'amore, riflessione sul saccheggio della bellezza, racconto di fantasmi.

    Josh O'Connor, che il pubblico conosceva come il giovane Carlo in The Crown, è una scelta perfetta per il ruolo: il suo Arthur è un uomo fuori posto ovunque, troppo colto per i tombaroli e troppo disperato per il mondo accademico, e O'Connor gli dà una malinconia profonda, che si porta dietro per tutto il film. Il cast italiano è meraviglioso, da Isabella Rossellini a Vincenzo Ferrara, fino ai non professionisti che Rohrwacher dimostra, ancora una volta, di saper dirigere come pochi altri. La regia mescola pellicole diverse, formati, texture, come se il film stesso fosse uno scavo archeologico attraverso le immagini. Non tutto funziona allo stesso modo: qualche passaggio nella parte centrale si perde, e chi cerca una trama lineare resterà spaesato. Ma quando il film trova il suo centro, quando la macchina da presa scende sottoterra e l'oscurità diventa quasi sacra, è cinema che toglie il fiato.

    “Misericordia” di Emma Dante (2023)

    In un borgo marinaro della Sicilia che sembra fuori dal tempo, tre prostitute crescono Arturo, il figlio di una di loro, morta nel darlo alla luce. Arturo ha diciotto anni ma si muove come un bambino: il suo corpo è disarticolato, il suo sguardo puro, la sua presenza una continua provocazione per un mondo che non sa cosa farsene della tenerezza.

    Con Misericordia Emma Dante porta al cinema uno spettacolo teatrale che già aveva commosso le platee, ma lo reinventa completamente. Rispetto a Le sorelle Macaluso, qui il registro è più simbolico, più arcaico, più vicino alla tragedia greca che al dramma familiare. Il ballerino Simone Zambelli dà ad Arturo un corpo che è esso stesso racconto: ogni movimento racconta la fragilità, la gioia, la paura. Simona Malato, Tiziana Cuticchio e Milena Catalano sono tre madri disperate e luminose, capaci di passare dalla violenza alla dolcezza in un battito di ciglia. Attenzione però, il film non è per tutti: è crudo, a tratti claustrofobico e la Sicilia che Dante racconta non ha nulla del pittoresco da cartolina, anzi. Ma chi è disposto a lasciarsi attraversare troverà un'opera che parla di maternità, sacrificio e redenzione con una potenza viscerale che nel cinema italiano non ha equivalenti.

    “C'è ancora domani” di Paola Cortellesi (2023)

    Roma, 1946. Delia è una donna che fa tutto, che fa troppo: lavora, accudisce la casa, sopporta le botte del marito, tiene insieme una famiglia che sembra non veder l’ora di schiacciarla. Quando riceve una lettera misteriosa, qualcosa cambia. Paola Cortellesi esordisce alla regia con un film che nessuno si aspettava potesse diventare quello che è diventato: il sesto incasso di sempre nella storia del cinema italiano, un fenomeno culturale che ha riempito le sale per mesi, tanto da diventare un cult anche al di fuori dei confini nazionali.

    Il bianco e nero è la prima scelta forte, e la più azzeccata. C'è ancora domani usa l'estetica del neorealismo, mai in maniera nostalgica, per raccontare una storia che parla direttamente al presente, e lo fa con un equilibrio tra commedia e dramma che ricorda il miglior cinema popolare italiano, quello di Monicelli e Comencini. Cortellesi si dirige con la stessa intelligenza con cui ha costruito la sua carriera di attrice comica, ma con una maturità drammatica per tanti inaspettata. Valerio Mastandrea è un marito violento che non è mai caricatura ma persona, e questo rende il film ancora più disturbante. Il colpo di scena finale è diventato un momento che è riuscito a superare il confine della sala, accompagnato dagli applausi degli spettatori nei cinema. Diciannove candidature ai David di Donatello, sei vittorie. Qualcuno dirà che non è un capolavoro formale, ma C'è ancora domani ha fatto qualcosa che il cinema italiano non faceva da decenni: ha parlato a tutti, è arrivato a tutti, e l’ha fatto senza abbassare il tono, caricando il peso del dramma e dell’importanza sociale sul sorriso che solitamente il pubblico associava alla protagonista.

    “Gloria!” di Margherita Vicario (2024)

    Venezia, fine Settecento. In un orfanotrofio-conservatorio femminile, Teresa è una serva muta con un talento musicale straordinario. Quando si annuncia la visita del nuovo Papa, le ragazze dell'istituto decidono di preparare un concerto che è l’opposto di quello che ci si aspetta da loro: una musica ribelle, anacronistica, trascinante.

    L'esordio alla regia di Margherita Vicario, cantautrice e attrice romana, è un film sorprendente, non a caso una delle rivelazioni più interessanti degli ultimi anni. Gloria! mescola il dramma in costume con il musical pop, la fotografia pittorica con numeri musicali che sembrano usciti da un concerto indie, e lo fa con una leggerezza che è il contrario della superficialità. Galatea Bellugi è una Teresa luminosa e determinata, Paolo Rossi regala un maestro di cappella in crisi che è una delle parti più divertenti viste nel cinema italiano recente, e Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista porta la sua voce in un ruolo che sembra scritto per lei. La colonna sonora, composta dalla stessa Vicario con Davide Pavanello, ha vinto il David di Donatello. Se vi siete chiesti cosa succederebbe se qualcuno girasse un musical femminista, ambientato nel Settecento, in italiano, con un cast tutto al femminile, la risposta è questo film. Cento minuti di pura luce.

    “Vermiglio” di Maura Delpero (2024)

    Ultimo anno di guerra. Nel villaggio trentino di Vermiglio, la famiglia Graziadei vive al ritmo delle stagioni: il padre insegnante, la madre silenziosa, le tre figlie adolescenti. Quando un soldato siciliano disertore viene accolto in casa, l'equilibrio si spezza. Lucia, la figlia maggiore, se ne innamora e resta incinta. Ma la fine della guerra porta con sé una verità che cambierà tutto.

    Vermiglio è il film che ha reso Maura Delpero la prima donna a vincere il David di Donatello per la miglior regia, dopo aver conquistato il Leone d'Argento a Venezia e la candidatura all'Oscar come miglior film internazionale. Premi più che meritati, perché Delpero ha fatto qualcosa di raro: ha girato un film che sembra antico nella sua bellezza ma è modernissimo nel modo in cui guarda i suoi personaggi, soprattutto le donne. La fotografia di Mikhail Krichman cattura le montagne trentine con una luce che cambia con le stagioni, e ogni stagione porta con sé un diverso registro emotivo. Il cast è quasi interamente composto da attori non professionisti, eppure Tommaso Ragno, nel ruolo del padre, dà una prova che basterebbe da sola a giustificare il film. Il ritmo è quello della montagna, lento e inesorabile, e richiede pazienza; chi la trova sarà premiato da un finale che colpisce con la forza di un pugno allo stomaco. Per chi ha amato il cinema di Ermanno Olmi, Vermiglio è la prova che quella tradizione è viva e ha ancora molto da dire.

  • “L’ultima missione: Project Hail Mary” e i migliori film sullo spazio del XXI secolo
    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    L’ultima missione: Project Hail Mary (2026) è approdato sul grande schermo. Nelle sale dalla scorsa settimana, è attualmente in cima al botteghino,fotografando così un rinnovato interesse del pubblico per il cinema di fantascienza. Il blockbuster di Phil Lord e Christopher Miller segue infatti un insegnante di scienze, che ha il volto di Ryan Gosling, che si risveglia solo a bordo di un’astronave, del tutto confuso e soprattutto senza ricordare il motivo per cui si trova lì.

    Pian piano ricostruirà il perché, scoprendo di aver preso parte a una missione nota come Hail Mary, l’ultima speranza per salvare il sistema solare, e dunque il nostro pianeta, dall’estinzione. Un viaggio che lo porterà a compiere un’amicizia del tutto inaspettata con un buffo alieno, Rocky, con cui condivide lo stesso obiettivo.

    L’ultima missione: Project Hail Mary è un buddy movie ambientato nello spazio, che si colloca in un filone ben preciso, quello della fantascienza d’esplorazione, costellata di pellicole come Interstellar (2014), Sopravvissuto: The Martian (2015) e Arrival (2016). Sono solo alcuni degli imperdibili titoli da recuperare, qualora ve li foste persi. Di seguito gli altri, realizzati in questo secolo, spesso con la firma di illustri cineasti.

    Gravity (2013)

    Metti insieme George Clooney, Sandra Bullock e Alfonso Cuarón. Il risultato è Gravity (2013), a metà tra thriller e survival movie in salsa spaziale. La dott.ssa Ryan Stone (Bullock) è alla sua prima missione, mentre Matt Kovalsky (Clooney) è un astronauta alle prese con l’ultima, prima della pensione. Una tranquilla passeggiata nello spazio si trasforma in una catastrofe: lo shuttle viene distrutto e i protagonisti si ritroveranno completamente soli, pur collegati tra loro, a fluttuare nello spazio infinito. Molto apprezzato per il suo realismo, si avvale di un grande piano sequenza iniziale, lungo ben diciassette minuti, che ci porta nel pieno della tensione di un film che gli amanti del genere non possono tralasciare.

    Interstellar (2014)

    Preparate i fazzoletti. Perché Interstellar (2014) non è solo un caposaldo della cinematografia a sfondo spaziale, ma è anche fortemente commovente. Il kolossal fantascientifico di Christopher Nolan, tra i suoi film migliori in assoluto, racconta di un gruppo di scienziati, tra cui un ex pilota della NASA, Cooper (Matthew McConaughey), alle prese con una missione per salvare l’umanità, che li porterà a compiere un viaggio interstellare. È una pellicola fortemente accurata dal punto di vista scientifico, che affronta tematiche ambientali importanti e che pone soprattutto l’accento sulle emozioni. Premiato agli Oscar per i migliori effetti speciali, è eccezionale sotto moltissimi aspetti ed è un indiscutibile caposaldo della cinematografia di fantascienza contemporanea.

    Sopravvissuto – The Martian (2015)

    È un film che presenta molti punti in comune con L’ultima missione: Project Hail Mary. Entrambi sono tratti da un libro di Andy Weir e sono stati scritti da Drew Goddard. Diretto da un leggendario regista come Ridley Scott, Sopravvissuto – The Martian (2015), proprio come la pellicola con Gosling, segue una missione spaziale, stavolta però su Marte. Protagonista è l’astronauta Mark Watney (Matt Damon), abbandonato sul Pianeta Rosso perché creduto morto, che si ritrova a lottare per la propria sopravvivenza e, soprattutto, per tornare a casa. È una sorta di Odissea con Ulisse trasportato fuori dall’orbita terrestre. Meno leggero del kolossal attualmente in sala, propone anch’esso in due ore e mezza un approccio realistico alla scienza, il più possibile considerato che parliamo sempre di finzione, ma soprattutto più “comprensibile”.

    Arrival (2016)

    Arrival (2016) è un altro caposaldo della fantascienza cinematografica del secolo attuale. Partiamo dal fatto che dietro la macchina da presa c’è Denis Villeneuve, prima di approcciarsi a Blade Runner 2049 (2017) e soprattutto alla saga di Dune (2021), di cui è previsto per la fine dell’anno il terzo e attesissimo capitolo. L’acclamato regista si è avvalso di un buon cast, come Jeremy Ranner e Amy Adams, per raccontare attraverso una chiave originale il nostro incontro con una civiltà aliena. Perché, stavolta, il punto centrale del film è proprio il dialogo, che ci ricorda, nonostante la complessità, l’importanza della comunicazione. Da non perdere se siete alla ricerca di un vero e proprio kolossal fantascientifico d’autore, introspettivo e contemporaneamente coinvolgente.

    First Man – Il primo uomo (2018)

    First Man – Il primo uomo (2018) si inserisce nel genere del biopic, ripercorrendo la storia dell’astronauta Neil Armstrong, egregiamente interpretato da Ryan Gosling.Sì, proprio il protagonista di L’ultima missione – Project Hail Mary. La pellicola di Damien Chazelle si concentra sulla missione che lo portò a diventare il primo uomo a mettere piede sulla luna. Lo fa senza, però, tralasciare il lato umano del protagonista, reso attraverso le sue fragilità. Pur conoscendo il finale, è un’altra visione imperdibile per gli appassionati, che in poco più di due ore, con delle scene spettacolari e altrettanta suspense, prova a regalarci una pagina sicuramente inedita: l’uomo dietro la missione spaziale.

    Ad Astra (2019)

    Meno spettacolare e più introspettivo. È quello che bisogna aspettarsi da Ad Astra (2019), un’altra pellicola drammatica dall’ambientazione spaziale. Si svolge in un futuro prossimo, con l’astronauta Roy McBride (Brad Pitt) alle prese con una spedizione nello spazio profondo ai confini del sistema solare, determinato a far luce sulla scomparsa del padre, avvenuta diversi anni prima. Un viaggio verso le stelle, come suggerito dal titolo stesso, che si trasforma però in una seduta di analisi del protagonista. Se cercate un polpettone fanta-action siete nel posto sbagliato, ma se invece preferite un racconto esistenziale tra le stelle il film di James Gray fa decisamente al caso vostro.

    Moonfall (2022)

    Roland Emmerich è uno specialista dei disaster movie. Dopo kolossal come Independence Day (1996) con Will Smith e 2012 (2009) con John Cusack, ci regala infatti un nuovo blockbuster catastrofico dalle tinte fantascientifiche. Il suo Moonfall (2022) segue due astronauti e un complottista che si ritrovano ad andare sulla luna, entrata in rotta di collisione con il nostro pianeta, rischiando di distruggerla. Tra Don’t Look Up(2021) di Adam McKay e Armageddon – Giudizio Finale (1998) di Michael Bay, pur non essendo tra i pilastri di questa lista, è una visione che accontenterà sicuramente gli appassionati del genere e della filmografia del regista tedesco. Se siete tra questi, non fatevelo scappare.

  • I 10 migliori capolavori del cinema italiano da guardare (gratis) su RaiPlay
    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    In un ecosistema in cui i servizi streaming stranieri, soprattutto statunitensi, rimangono l’avversario da battere, ci dimentichiamo troppo spesso di avere un servizio completamente gratuito proprio a casa nostra. Seppur non contenga tutti i film del momento, RaiPlay rimane uno scrigno da aprire costantemente per scovare gemme vecchie e nuove.

    Oltre a una serie di titoli stranieri, RaiPlay sa il fatto suo quando si tratta di cinema nostrano. Dai titoli che hanno fatto la storia della settima arte dello Stivale a opere moderne che hanno contribuito a rispolverare la gloria di un tempo, il servizio streaming gratuito ci coccola con veri e propri capolavori italiani. Di seguito, trovate elencati 10 indimenticabili titoli da vedere gratis fin da subito.

    1. La notte (1961)

    Il cinema d’autore sta tornando sulla cresta dell’onda dopo lo stradominio dei cinecomics durante gli ultimi 15 anni. C’era un tempo in cui la settima arte più intellettuale aveva casa proprio in Italia. Tra i maggiori interpreti c’era il re dell’esistenzialismo tricolore, Michelangelo Antonioni. Su RaiPlay potete fare un tuffo nella sua trilogia dell’incomunicabilità con il secondo capitolo intitolato La notte. Questo capolavoro vive grazie alle atmosfere che il regista ricrea sullo schermo, dando ampio spazio agli stati psicologici dei personaggi. Se i drammi psicologici alla Blue Valentine (2010) sono il vostro pane quotidiano, la pellicola di Antonioni vi sorprenderà.

    2. Salvatore Giuliano (1962)

    Senza Salvatore Giuliano di Francesco Rosi, i capolavori come Mean Streets (1973) o Quei bravi ragazzi (1990) non avrebbero mai avuto luce. Infatti, l’influenza sul crime a stelle e strisce che ha avuto il dramma sul bandito siciliano è innegabile. La pellicola anni ‘60 ha fatto storia grazie alla miscela esplosiva di commentario politico e documentario d’inchiesta. Salvatore Giuliano (1962) ha dalla sua anche una messa in scena che lascia sbalorditi, tra inquadrature fulminanti e un bianco e nero vintage. Questo capolavoro anni ‘60 rimane un passaggio obbligato per chiunque ami il cinema gangster, anche dopo decenni dalla sua pubblicazione.

    3. L'uccello dalle piume di cristallo (1970)

    Quando si parla di Dario Argento, i primi film che vengono alla mente sono quegli horror come Profondo rosso (1975) e Suspiria (1977) che hanno sedimentato la sua reputazione di Maestro del brivido. Tuttavia, la carriera di Argento è cominciata nell’ambito del giallo, con la trilogia degli animali. L'uccello dalle piume di cristallo è il film che la apre, oltre a essere la pellicola d’esordio del regista romano. Argento mette fin da subito le cose in chiaro. Le scene truci devono impressionare non solo per la violenza mostrata, ma anche per il valore estetico con le quali vengono presentate. Fondamentale è anche l’apporto della colonna sonora e delle soggettive che mostrano il punto di vista del killer. Un capolavoro che ha ridefinito il giallo.

    4. Milano Calibro 9 (1972)

    Gli anni ‘70 sono il decennio di massima espansione del cinema di genere italiano. Se da un lato Argento e altri registi portano in alto l’orrore tricolore, dall’altro ci pensa Fernando di Leo a riscrivere il noir con toni ancora più crudi e cinici. Il suo cinema sarà l’espressione più fulgida del poliziottesco, il poliziesco all’italiana. Su RaiPlay trovate il suo film più significativo, il famigerato Milano Calibro 9. Il film del regista italiano vi porterà in un mondo dove non ci sono eroi, dove non esiste l’onore e il rispetto, ma solo il piombo che pareggia i conti. Come le strade d’Italia in quel decennio, Milano Calibro 9 (1972) è una giungla urbana dove non ci sono regole. Adatto a chi non resiste a King of New York (1990) e The Departed (2006).

    5. Nuovo Cinema Paradiso (1988)

    La bellezza del cinema italiano si può trovare, in primo luogo, nella sua versatilità. Dal Bel paese è uscito cinema d’autore sopraffino, horror che hanno segnato la storia e film crime che hanno sconvolto lo spettatore. Pur avendo segnato la storia e sconvolto lo spettatore con il suo impianto melanconico, Nuovo Cinema Paradiso appartiene di diritto alla prima categoria. Il capolavoro di Giuseppe Tornatore è un’ode al cinema e alla nostalgia che ha catturato milioni di spettatori, aggiudicandosi anche l’Oscar per il miglior film straniero. È nelle vostre corde se non avete potuto fare a meno di film dal grande impatto emotivo come Boyhood (2014) e Prima dell'alba (1995).

    6. La meglio gioventù (2003)

    Sarebbe riduttivo descrivere La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana come un capolavoro. Qui siamo di fronte a un’epopea tutta italiana che ricorda le dimensioni del kolossal. Non tanto per le scenografie imponenti o le scene d’azione teatrali, ma per la capacità di attraversare quasi quarant’anni di storia italiana. Le sei ore di durata non sono un difetto, anche se vi parrà una pecca non averne altre sei dopo la sua conclusione. La grandezza de La meglio gioventù (2003) sta nel saper intrecciare la storia ufficiale italiana con le emozioni e gli stati d’animo delle persone che si muovono all’interno di essa. Una visione imprescindibile e paragonabile solo ad altre perle come Novecento (1976) e Roma (2018).

    7. Non essere cattivo (2015)

    Se Salvatore Giuliano (1962) e Milano Calibro 9 (1972) avevano già tracciato la via del gangster all’italiana, l’ultimo film di Claudio Caligari chiude il cerchio definitivamente. Non essere cattivo (2015) contiene la crudezza del capolavoro anni ‘70, ma la domestica con un tono psicologico spiccato. Questa gemma continua a far parlare di sé grazie alla storia straziante che vuole raccontare. Inoltre, come gli altri due film di Caligari, la sostanza non è mai priva di forma. In Non essere cattivo (2015) troverete solo inquadrature sopraffine e una fotografia immensa. Se Suburra (2015) e Anime Nere (2014) sono state visioni gradite, aggiungete Non essere cattivo (2015) alla lista.

    8. Dogman (2018)

    Dogman (2018) è un altro capolavoro moderno che continua a far ben sperare per la salute del cinema nostrano. Il film di Michele Garrone è uno spaccato freddo della periferia e dei giochi di potere oscuri che albergano in questa zona urbana. Come per Milano Calibro 9 (1972), la pellicola lascia poco spazio alla romanticizzazione dell’atto criminale pur non posizionandosi su un discorso moralista. Questa è la periferia, spietata e desolata in ogni suo angolo buio. Allo stesso tempo, il film non poteva passare inosservato per la grandiosa messa in scena di Garrone, che continua a dimostrare di essere uno degli assi del cinema italiano. Non perdetelo se Il profeta (2009) e City of God (2002) vi hanno fatto luccicare gli occhi.

    9. Il traditore (2019)

    Sempre in ambito gangster troviamo una delle opere più significative del maestro Marco Bellocchio. Come per Il principe della città (1981), Il traditore decide di focalizzarsi su una delle figure più controverse nell’ambito criminale: quella del pentito. Per farlo, non può che utilizzare la figura più emblematica di questa categoria, ossia Tommaso Buscetta. Il traditore (2019) colpisce per il suo mix di gangster movie e dramma giudiziario, dando anche spazio ai movimenti interiori di un uomo che ha deciso di tradire una delle organizzazioni criminali più potenti d’Italia. Tra i film più significativi degli ultimi anni, quando si tratta di Marco Bellocchio non ci si sbaglia mai.

    10. La chimera (2023)

    La chimera ci riporta nell’ambito del film d’autore, anche se la pellicola di Alice Rohrwacher esprime questa sua caratteristica in maniera unica. Il ritmo è posato e non mancano sprazzi di comicità assoluta. Allo stesso tempo, ciò che colpisce in primis sono le prove celestiali di tutto il cast, a cominciare dal perfetto Josh O'Connor. La luce naturale della fotografia è la ciliegina sulla torta che contribuisce a far risaltare i paesaggi immersi nel verde in cui la storia si sviluppa. Pur non essendo per tutti, La chimera (2023) deve essere annoverato nel pantheon dei capolavori per la totale mancanza di difetti. Lo amerete se Martin Eden (2019) e Parthenope (2024) vi hanno lasciato qualcosa.

  • Odi i musical? Ecco 10 film che potrebbero farti cambiare idea
    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    C'è una categoria di spettatori per cui il musical rappresenta una sorta di kryptonite cinematografica. Sono quelli che al primo accenno di canzone cambiano canale, quelli che hanno abbandonato La La Land (2016) dopo dieci minuti di autostrada cantata, quelli per cui l'idea di un personaggio che interrompe un dialogo per mettersi a ballare è semplicemente intollerabile. Li capiamo, eccome se li capiamo.

    Il musical classico richiede una sospensione dell'incredulità che non tutti sono disposti a concedere, e film come Grease (1978), Mamma Mia! (2008) o Les Misérables (2012) non fanno nulla per rendere più digeribile al pubblico un genere che, nonostante l’immensa popolarità, non è per tutti.

    Eppure esistono musical diversi. Film in cui le canzoni hanno una vera ragione per esistere all'interno della storia, in cui i personaggi cantano perché sono cantanti, o perché stanno sognando, o perché la musica è il tema stesso del racconto. Sono opere che tendono una mano agli scettici, che offrono un appiglio narrativo a chi ha bisogno di una scusa per accettare i numeri musicali. Ecco dieci titoli che potrebbero far ricredere anche i più irriducibili nemici del genere.

    Cantando sotto la pioggia (1952)

    Il musical sui musical, quello che giustifica ogni singola canzone proprio perché racconta un mondo in cui la musica è il lavoro quotidiano dei protagonisti. Siamo nella Hollywood del 1927, nel momento esatto in cui il cinema muto sta per morire e il sonoro sta per cambiare tutto. Don Lockwood è una star del muto che deve reinventarsi, e Cantando sotto la pioggia di Stanley Donen e Gene Kelly trasforma questa transizione epocale in una commedia brillante, dove ballare e cantare non è mai gratuito, ma anzi, ha un significato ben preciso: è il mestiere di chi sta sullo schermo, è la prova del nove per capire chi sopravviverà al cambiamento. 

    La title track sotto la pioggia è probabilmente la scena più iconica nella storia del musical, ma funziona anche per chi detesta il genere perché arriva dopo un'ora di film in cui abbiamo visto i personaggi lottare, fallire, provare e riprovare. Quando Gene Kelly canta sotto l'acquazzone, sta esplodendo di felicità per quello che è appena riuscito a ottenere, non sta semplicemente esibendosi “a caso”. Chi odia i musical apprezzerà la satira sull'industria cinematografica, il ritmo da screwball comedy tipico del cinema di quegli anni, e il fatto che ogni numero musicale sia ancorato a una logica interna che lo rende necessario. Se poi siete interessati al tema del film, il passaggio dal muto al sonoro ha ispirato altri due titoli notevoli: The Artist (2011), che racconta la stessa transizione con un film muto contemporaneo premiato con l'Oscar, e Babylon (2022) di Damien Chazelle, affresco epico e debordante su quella Hollywood in trasformazione, pieno di musica ma senza numeri cantati. Una scelta inaspettata, soprattutto per un regista che del musical ha fatto una delle sue carte vincenti.

    The Rocky Horror Picture Show (1975)

    Non è un musical da guardare e basta, in questo caso ci troviamo davanti a una specie di greatest hits del genere, dato il livello della musica portata in scena. The Rocky Horror Picture Show di Jim Sharman è diventato un fenomeno di culto proprio perché ha trasformato la visione, almeno quella a teatro, in un rituale collettivo: il pubblico urla le battute, lancia oggetti, si traveste, partecipa. La storia la conosciamo tutti, Brad e Janet, coppia borghese e noiosa, finiscono nel castello del dottor Frank-N-Furter, scienziato pazzo e alieno travestito che sta creando l'uomo perfetto. Da lì in poi è un delirio di rock'n'roll, seduzione, omicidi e balli in corsetto.

    Tim Curry nei panni di Frank-N-Furter è un personaggio gigantesco, punto, e anche chi odia i musical non può non arrendersi davanti all’evidenza. Le canzoni sono rock'n'roll puro che riesce, allo stesso tempo, a giocare con l’assurdo e con gli stereotipi del genere. E poi le canzoni, con brani come Time Warp o Sweet Transvestite, un vero e proprio inno alla liberazione sessuale quando ancora parlarne era un tabù. Chi odia i musical potrebbe ritrovarsi ad amare proprio questo, perché non assomiglia a nient'altro: è camp, è volutamente trash, è provocatorio, è avanti anni luce da tanto del cinema di allora (e anche dal mondo in cui viviamo oggi). Provateci, magari a mezzanotte. 

    The Blues Brothers (1980)

    Jake ed Elwood Blues sono in missione per conto di Dio: devono raccogliere cinquemila dollari per salvare l'orfanotrofio dove sono cresciuti, e l'unico modo è rimettere insieme la loro vecchia band. John Landis costruisce The Blues Brothers come una commedia d'azione con inseguimenti automobilistici da record, esplosioni, e un cast musicale da urlo, da James Brown a Ray Charles, da Aretha Franklin a Cab Calloway. Le canzoni qui non interrompono nulla, fanno parte della narrazione, anzi, sono momenti di cinema entrati nella storia. Quando Aretha Franklin canta Think in una tavola calda, sta cercando di convincere il marito a non unirsi alla band. Quando Ray Charles esegue Shake a Tail Feather, sta vendendo strumenti nel suo negozio, per non parlare della scena con James Brown, leggendaria. La musica è sempre diegetica, sempre parte del mondo in cui i personaggi vivono. Chi odia i musical troverà qui un film che forse senza le canzoni, ma sarebbe una grave perdita: questo non è soltanto un grande film, leggero e godibilissimo, ma è allo stesso tempo un omaggio al blues, al soul, al R&B eseguito da alcuni dei più grandi artisti di sempre. Il finale, inoltre, con 106 miglia fino a Chicago, mezzo pacchetto di sigarette e gli occhiali da sole è entrato nella storia del cinema comico. Chi apprezza lo spirito anarchico del film ritroverà la stessa energia in Animal House (1978), altra commedia fuori di testa di John Landis che, sempre grazie alla performance immensa di John Belushi, due anni prima aveva già dimostrato il suo talento nel trasformare il caos in spettacolo.

    Dancer in the Dark (2000)

    Lars von Trier e il musical? Decisamente inaspettato, ma qui il risultato è uno dei film più spiazzanti e disturbanti che vi capiterà di vedere. Selma è un'immigrata cecoslovacca che lavora in una fabbrica americana e che, per colpa di una malattia, sta perdendo la vista. Sa che il figlio ha ereditato il suo male e per questo decide di risparmiare ogni centesimo per pagargli l'operazione che lei non ha mai potuto permettersi. Quando la realtà diventa insopportabile, Selma si rifugia nella sua testa e immagina numeri musicali: il rumore delle macchine diventa ritmo, i colleghi diventano ballerini, il grigiore si trasforma in sogno multicolor. È la premessa devastante di Dancer in the Dark, uno dei film più coraggiosi e divisivi mai realizzati da uno dei registi più divisivi del cinema contemporaneo.

    Björk, al suo unico ruolo da protagonista, è devastante. Le canzoni non sono evasioni felici ma parentesi disperate, e il film non risparmia nulla allo spettatore: il finale è tra i più crudeli mai girati, persino per von Trier. Chi odia i musical troverà qui l'antitesi di tutto ciò che il genere normalmente rappresenta. Non c'è ottimismo, non c'è lieto fine, non c'è la celebrazione della vita attraverso la musica. C'è invece l'uso del musical come contrasto lancinante con una realtà brutale, come ultima difesa di una mente che cerca di sopravvivere. Vinse la Palma d'Oro a Cannes e divise il pubblico come pochi film hanno saputo fare. Chi resta segnato da questa esperienza e vuole esplorare ulteriormente il cinema di von Trier può recuperare Le onde del destino (1996), un titolo che condivide lo stesso sguardo spietato su una donna che si sacrifica per amore.

    Hedwig and the Angry Inch (2001)

    Una cantante rock transgender della Germania Est racconta la sua vita durante un tour nei ristoranti della catena Bilgewater, sempre un passo dietro al suo ex amante Tommy Gnosis, diventato una rockstar con le canzoni che lei ha scritto per lui. John Cameron Mitchell dirige e interpreta la protagonista di Hedwig and the Angry Inch, tratto dal musical teatrale che lui stesso aveva scritto con Stephen Trask, e il risultato è un film strutturato come un vero e proprio concerto.

    Le canzoni sono parte fondamentale della performance, non interruzioni della narrazione. Hedwig è una cantante, sta facendo il suo show, e attraverso quello show ripercorre la sua storia: l'infanzia nella Berlino divisa,  l'operazione per cambiare sesso andata male che le ha lasciato "un centimetro di rabbia", la fuga in America, il tradimento. Chi odia i musical troverà qui un film che funziona come un album rock, con pezzi che spaziano dal punk al glam al country e atmosfere che ricordano alcune tematiche riprese nella musica di David Bowie. È anche uno dei ritratti più intensi e commoventi dell'identità di genere mai portati sullo schermo, molto prima che il tema diventasse mainstream. Chi cerca qualcosa di simile può esplorare Velvet Goldmine (1998) di Todd Haynes, che abita lo stesso universo di glitter, ambiguità sessuale e rock'n'roll degli anni Settanta.

    Chicago (2002)

    Il musical che ha convinto l'Academy a tornare a premiare il genere, quasi trentacinque anni dopo l'ultimo Oscar a Oliver! (1968). Rob Marshall racconta la storia di Roxie Hart e Velma Kelly, due assassine che nella Chicago degli anni Venti trasformano i loro processi in spettacoli mediatici. Ma la trovata geniale è questa: tutti i numeri musicali avvengono nella testa di Roxie. Quando vediamo Catherine Zeta-Jones cantare All That Jazz, stiamo vedendo la fantasia di una donna che sogna la fama. La realtà è squallida, il carcere è grigio, i personaggi sono cinici. La musica è l'evasione.

    Questa separazione netta tra realtà e immaginazione rende Chicago accessibile anche a chi non sopporta le convenzioni del genere. Le canzoni sono esplicitamente presentate come numeri di varietà, ma come metafore raccontate attraverso sogni a occhi aperti. Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones e Richard Gere formano un trio perfetto, e il montaggio alterna continuamente il palcoscenico immaginario alla verità crudele che i personaggi stanno vivendo.

    Once (2007)

    Un musicista di strada suona la chitarra per le vie di Dublino. Una ragazza lo sente, si ferma, gli parla. Lui ripara aspirapolveri nel negozio del padre, lei vende fiori e rose per strada. Si incontrano, iniziano a suonare insieme, e nel giro di una settimana registrano un disco. John Carney costruisce Once interamente su questa premessa, piuttosto minimalista, ma le canzoni in questo caso funzionano proprio perché i protagonisti sono musicisti: cantano quando provano, quando registrano, quando si esibiscono. Insomma, sono parte fondamentale della trama e della vita dei personaggi.

    E non solo, Glen Hansard e Markéta Irglová, i due protagonisti, sono musicisti veri che hanno scritto le canzoni del film, con Falling Slowly, che vinse l'Oscar come miglior canzone originale. Girato con un budget ridottissimo, spesso con telecamere nascoste per le strade di Dublino, questa povertà di mezzi diventa un punto di forza del film. Chi odia i musical troverà qui l'opposto di tutto ciò che normalmente detesta: niente coreografie, niente orchestre invisibili, niente personaggi che cantano i propri sentimenti. Solo due persone che fanno musica insieme perché è l'unico modo che conoscono per comunicare. John Carney ha poi esplorato il genere con Sing Street (2016), ambientato nella Dublino degli anni Ottanta, dove un adolescente mette su una band per conquistare una ragazza: stessa autenticità, stessa necessità del protagonista di scrivere musica.

    Sweeney Todd — Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007)

    Tim Burton prende il musical di Stephen Sondheim e lo trasforma in un horror gotico. Benjamin Barker, ribattezzato Sweeney Todd, torna a Londra dopo quindici anni di prigione ingiusta per vendicarsi del giudice che gli ha distrutto la vita. Apre un negozio da barbiere sopra la bottega di Mrs. Lovett, e insieme i due avviano un'attività collaterale: lui taglia gole, lei trasforma i cadaveri in pasticci di carne. È una premessa da Grand Guignol, e Burton realizza Sweeney Todd con il suo stile visivo inconfondibile, tutto contrasti di grigio e schizzi di rosso.

    Johnny Depp e Helena Bonham Carter cantano con voci imperfette, decisamente non da musical di Broadway, e questa scelta rende tutto più credibile, più sporco, più vicino al tono del film. Le melodie di Sondheim sono complesse, quasi operistiche, e i testi raccontano la storia con un'intensità che il dialogo tradizionale non potrebbe raggiungere. Chi odia i musical troverà qui un film che non assomiglia a nessun altro musical: è cupo, violento, sarcastico, e usa le canzoni per portare avanti una trama di vendetta quasi shakespeariana. Chi apprezza l'estetica gotica e il sodalizio Burton-Depp può ricollegare le atmosfere di questo film a Edward mani di forbice (1990), fiaba dark che condivide con Sweeney Todd l'outsider incompreso, con tanto di forbici, anche se qui hanno decisamente tutt’altro utilizzo.

    Tick, Tick... Boom! (2021)

    Jonathan Larson ha ventinove anni, lavora come cameriere in un diner di New York e sta cercando di finire Superbia, il musical che dovrebbe cambiargli la vita. Mancano pochi giorni alla presentazione del suo lavoro, il trentesimo compleanno si avvicina come una deadline esistenziale, e intorno a lui l'epidemia di AIDS sta decimando la comunità artistica. Lin-Manuel Miranda, al suo esordio alla regia, racconta in Tick, Tick... Boom! la genesi creativa di chi avrebbe poi scritto Rent (2005), morendo la sera prima del debutto a soli trentacinque anni.

    Andrew Garfield ha dedicato un anno intero per imparare a cantare per questo ruolo, e il risultato è una delle interpretazioni più intense della sua carriera, premiata con il Golden Globe. Le canzoni funzionano per chi odia i musical perché Larson è un compositore: canta mentre prova al pianoforte, mentre presenta il suo lavoro, mentre immagina come dovrebbe suonare. La struttura del film alterna il monologo rock del 1992, in cui Larson racconta la sua storia sul palco del New York Theatre Workshop, alle scene del 1990 in cui quella storia si svolge. È un musical su cosa significhi scrivere musical, e questa meta-dimensione lo rende accessibile anche a chi normalmente fugge dal genere.

    Emilia Pérez (2024)

    Jacques Audiard prende un narcotrafficante messicano, lo fa diventare donna, e ci costruisce intorno un musical. Rita è un'avvocata sottopagata di Città del Messico che riceve un'offerta impossibile da rifiutare: aiutare Manitas Del Monte, temuto boss di un cartello, a simulare la propria morte e sottoporsi a un intervento di riassegnazione di genere. Da quel momento Manitas diventa Emilia Pérez, e il film segue la sua nuova vita, i tentativi di redenzione, il rapporto con la ex moglie e i figli che non sanno chi sia davvero.

    Emilia Pérez ha vinto il Premio della Giuria a Cannes e quattro Golden Globe, ed è stato candidato a tredici Oscar, il record per un film non in lingua inglese, con Zoe Saldaña, Selena Gomez e Karla Sofía Gascón che hanno condiviso il premio per la miglior interpretazione femminile sulla Croisette. Chi odia i musical troverà qui qualcosa di completamente inaspettato: un'opera che mescola telenovela, gangster movie e numeri cantati in un equilibrio che funziona alla perfezione. Le coreografie sono firmate da Damien Jalet, le musiche da Camille e Clément Ducol, e il risultato è un oggetto cinematografico non identificato, ma straordinario proprio per questa sua indefinibilità. Se questo film non convince che i musical possono essere qualsiasi cosa, probabilmente niente lo farà. Chi vuole esplorare il cinema di Audiard senza musica può partire da Il profeta (2009), che racconta un'altra storia di criminalità e trasformazione con la stessa intensità.

  • “Finché morte non ci separi 2”, Sarah Michelle Gellar: “Un commedia horror sull'ossessione per il potere. Buffy? Per i fan sono anche altro”
    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Non hai bisogno di un bel vestito e di un principe azzurro per sapere cosa significhi avere paura. Lo sappiamo tutti. Vivere quell'emozione in condivisione all'interno di una sala è importante. 

    Ed è anche molto più divertente quando qualcuno nel pubblico salta o urla fortissimo e tutti ridacchiano”

    Parola di una delle più iconiche scream queen di sempre: Sarah Michelle Gellar. Abbiamo incontrato l'attrice a Roma dove ha presentato Finché morte non ci separi 2, sequel del film del 2019 diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, in arrivo nelle sale italiane il 9 aprile.

    La storia riprende esattamente dalla conclusione della pellicola originale con Grace (Samara Weaving) sopravvissuta ad un attacco senza esclusione di colpi da parte della famiglia Le Domas. Ma quando la ragazza pensava di essersi messa alle spalle tutto quell'orrore, con sua grande “sorpresa”, scopre di aver raggiunto il livello successivo del gioco (da incubo) al centro del racconto. Ma questa volta al suo fianco ritrova la sorella Faith (Newton) con la quale aveva chiuso ogni rapporto anni prima. Insieme dovranno fronteggiare quattro famiglie rivali che danno loro la caccia per rivendicare il posto d'onore del consiglio che controlla il mondo.

    Il reboot di "Buffy" e la scomparsa di Nicholas Brendon

    Nonostante le richieste alla stampa di restare focalizzati su Finché morte non ci separi 2 era impossibile non aspettarsi un accenno al triste destino del reboot di Buffy (1997-2003) e alla scomparsa di uno dei suoi volti storici, Nicholas Brendon, morto a soli 54 anni per cause naturali. “È una tragedia quando perdi chiunque, in qualsiasi momento. È una tragedia ancora più grande quando perdi qualcuno molto prima del tempo”, riflette l'attrice. “Era una parte integrante di Buffy e questo non svanisce mai. Penso che come attori parliamo o pensiamo molto all'eredità di ciò che facciamo e lui ha portato così tanta gioia a così tante persone in quello show. E questo continua a vivere”.

    Lo scorso 11 marzo, proprio mentre Sarah Michelle Gellar era pronta per salire sul palco del SXSW Film & TV Festival per presentare la pellicola al pubblico statunitense, l'attrice ha ricevuto una telefonata che ha avuto l'effetto di una doccia fredda. Il tanto atteso Buffy: New Sunnydale, reboot della serie cult di fine anni '90 alla cui guida del pilot era stata scelta Chloé Zhao, è stato bocciato dai piani alti della piattaforma gestita da Disney Entertainment.

    Una notizia che ha fatto il giro del mondo, rattristando milioni di fan che non aspettavano altro che poter tornare a Sunnydale. Gli stessi che non hanno mancato di far sentire la propria vicinanza all'artista.“L'amore è stato incredibile. L'ho sempre sentito, ma ovviamente in quest'ultimo periodo c'è stata una tale luce. Sono davvero sopraffatta e non so se ho ancora avuto la possibilità di metabolizzare tutto, perché sono stata in viaggio per questo film”, confessa Gellar. “Il tuo focus diventa 'finire il lavoro' e tendi a escludere il resto. Ma l'ho decisamente sentito e ne sono stata consapevole per tutta la vita, ora più che mai”.

    Ma tutto l'amore ricevuto fin da giovanissima e un seguito che negli anni non ha conosciuto crisi o cali, può condizionare le scelte professionali?“Non ho paura di fare certe cose perché ho fan così incredibilmente leali che mi amano e che, inoltre, non mi associano sempre e solo a un unico personaggio. Grazie a questo ho la possibilità di variare e non essere incasellata in un solo ruolo come capita ad altri miei colleghi”, spiega l'attrice.

    Non so nemmeno per quale ruolo qualcuno si avvicinerà a me. Potrebbe essere Buffy, Cruel Intentions (1999), La valle dei pini (1970-2013) o The Grudge (2004). Nella mia carriera sono stata fortunata a poter essere un'eroina e una villain, dando sempre umanità ai miei personaggi. In più i miei fan sono molto aperti. Quindi, quando approccio un nuovo progetto, l'unica cosa che mi viene in mente è: 'Si divertiranno?'. Voglio scegliere un ruolo pensando: 'Vedrei questo film sia che ci sia io o meno?'. In questo caso ho visto l'originale, l'ho amato ed ero così entusiasta di farne parte. Mi piace pensare che quel divertimento traspaia sullo schermo”.

    "Finché morte non ci separi 2": un mix di commedia e horror

    Esattamente come nel primo film, anche in Finché morte non ci separi 2 c'è una commistione vincente di commedia e horror che caratterizza il tono unico della pellicola. Ma dietro questa facciata apparentemente leggera e legata al genere, c'è molto di più. Su tutto una riflessione sull'ossessione per il potere e sulle complesse dinamiche familiari. “Penso sia questo a rendere il film così interessante: hai l'opzione di scegliere come vuoi guardarlo. Puoi dire: 'Sarà super divertente', oppure puoi sederti e riflettere”, dichiara Gellar.

    Una delle cose fantastiche che facciamo nel cinema è prendere i problemi della vita reale e discuterne in un modo che non sia così ovvio. Nel nostro caso sfruttiamo questi due generi per parlare del desiderio di potere. Cosa fanno le persone non solo per ottenerlo, ma anche per mantenerlo. Inoltre c'è un'esplorazione delle famiglie e dei diversi tipi di relazioni all'interno di quella struttura, quando senti di avere obblighi verso altre persone”.

    Sul set con David Cronenberg

    E parlando di famiglia è impossibile non citare David Cronenberg. Il leggendario regista de La mosca (1986) e Crash (1996) che in Finché morte non ci separi 2 interpreta Chester Danforth, il capofamiglia dei Danforth nonché padre dei gemelli Ursula – il personaggio di Gellar – e Titus (Shawn Hatosy). “All'inizio è stato da batticuore. Quando ci hanno detto che avrebbe fatto parte del cast penso di essere rimasta sbalordita per un minuto, e poi semplicemente entusiasta. Sentivi l'energia cambiare quando arrivava sul set perché stavamo girando in Canada, quindi c'era una sorta di riverenza extra. Ma è stato adorabile”, confida l'attrice.

    Mi chiedevo se si sarebbe sentito a disagio a non essere il regista, ma non lo è stato. Ama fare cinema e amava guardare Matt e Tyler dirigere. Voleva solo essere trattato come uno del cast. Era pronto a tutto. E ha assecondato tutte le nostre domande: gli abbiamo chiesto dei film che ha realizzato, quelli che ha amato o che non gli sono piaciuti. Gli abbiamo anche chiesto di darci indicazioni nelle scene. Ma non l'ha fatto (ride, ndr). Diceva: 'Sono solo un vostro compagno di cast'”.

    Sarah Michelle Gellar e l'attenzione alle nuove generazioni

    Divenuta popolare fin da giovanissima, Sarah Michelle Gellar conosce molto bene l'industria dell'audiovisivo e ha attraversato la sua evoluzione, nel bene e nel male. Per questo oggi, anche come produttrice esecutiva, ha un'attenzione particolare per le colleghe e i colleghi più giovani. “Sono cresciuta in un business e in un'epoca in cui non ti sentivi al sicuro, e certamente non ti sentivi al sicuro a denunciare qualcosa. Tutti, dagli attori più giovani ai più anziani, dovrebbero sentirsi al sicuro e le loro voci dovrebbero essere ascoltate. Se sono a disagio, le persone devono saperlo”, sottolinea l'attrice.

    Forse è perché lo faccio da così tanto tempo che non ho paura di ritorsioni o dei capi. Se qualcosa non mi sembra sicura, lo dirò. A Kathryn durante la lavorazione del film dicevo sempre: 'Chiamami, anche se non sono sul tuo set'. Forse l'ho già vissuto, forse ci sono già passata. Voglio solo essere in grado di prendere ciò che ho imparato e aiutare la prossima generazione ad avere un'esperienza migliore di quella che ha vissuto la mia”.

  • “One Piece” - Stagione 2: tutte le citazioni di film presenti nei titoli degli episodi
    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    L’uscita della stagione 2 (2026) di One Piece (2023) è stata uno degli appuntamenti più attesi dell’anno. Il 10 marzo siamo stati accontentati, con 8 nuovi episodi che hanno inondato il mondo attraverso Netflix. Come per la stagione 1, il plauso è stato unanime da parte del pubblico e della critica, a riprova della potenza imperitura del manga di Eiichiro Oda.

    Le sorprese per la stagione 2 (2026) sono cominciate dai titoli stessi, chiari riferimenti a film del passato. Anche se la versione italiana ha conservato alcuni dei giochi di parole utilizzati, chi ha guardato Monkey D. Luffy e la sua ciurma in lingua originale sa di cosa sto parlando. Per togliere ogni dubbio e curiosità, di seguito trovate gli otto titoli citati da One Piece (2023).

    1. Beginning of the End (1957)

    “The Beginning And The End” è il titolo dell’episodio che apre la stagione 2 (2026). One Piece (2023) inizia subito con una citazione oscura, ovvero quella del cult anni ‘50 Beginning of the End. L’omaggio della serie live-action al film di Bert I. Gordon termina con il titolo, dato che l’episodio non contiene al suo interno nessun rimando alla pellicola sci-fi. Beginning of the End (1957) è una citazione oscura per un motivo molto chiaro. Il film è ricordato dagli appassionati della fantascienza per gli effetti speciali, diciamo non proprio speciali. La qualità è estremamente bassa e tipica di un film a basso costo di quel decennio. Il tempo ha consacrato Beginning of the End (1957) come un guilty pleasure per eccellenza ed è per questo che lo consiglio a chi ama i film talmente brutti da essere belli.

    2. Will Hunting - Genio ribelle (1997)

    Will Hunting - Genio ribelle è il titolo italiano di Good Will Hunting, a cui One Piece (2023) fa riferimento nel secondo episodio chiamato “Good Whale Hunting”. Al contrario della citazione di Beginning of the End (1957), l’allusione al classico con Matt Damon e Robin Williams ha a che fare con la trama del secondo episodio. Tuttavia, la relazione è solamente di natura semantica. L’episodio vede la ciurma di Luffy confrontarsi con una balena dall’enorme stazza. In inglese, “Whale hunting” è la pratica, proibita in quasi tutto il mondo, della caccia alla balena. Ed ecco spiegata la relazione. Consiglio Will Hunting - Genio ribelle (1997) a chi vivesse ancora nella caverna di Platone e non avesse mai visto questa magnificenza.

    3. Risky Business - Fuori i vecchi... i figli ballano (1983)

    Tom Cruise non sarebbe una delle star più iconiche degli ultimi 50 anni se non fosse per Risky Business - Fuori i vecchi... i figli ballano (1983). Prima ancora di Mission: Impossible (1996) e di Top Gun (1986), l’attore si è insediato sul trono della cultura pop con il cult di Paul Brickman. Il film mostrava il modo losco del protagonista Joel (Cruise) di rimediare qualche quattrino mentre i genitori erano in vacanza. Anche nel terzo episodio della stagione 2 (2026), chiamato “Whisky Business”, qualcosa di losco viene messo in moto per colpire Luffy e i suoi. Risky Business (1983) è perfetto per chi voglia fare un tuffo divertente e spensierato nel passato.

    4. Grosso guaio a Chinatown (1986)

    Se si parla di tuffi divertenti nel passato, oltre a Risky Business (1983) non si può non considerare Grosso guaio a Chinatown. Il cult di John Carpenter non riscosse grande successo all’epoca, venendo poi rivalutato per il suo mix eclettico di stili e per aver decostruito il genere action. L’energia di Grosso guaio a Chinatown (1986) non ha rivali per un motivo preciso: l’aver ambientato una storia totalmente pazza e caotica in uno spazio ristretto. Lo stesso succede in “Big Trouble In Little Garden”, quarto episodio che vede i nostri avventurarsi in un’isola dominata da un conflitto centenario. John Carpenter è uno dei re assoluti degli anni ‘80 e qualsiasi suo film di quel decennio deve essere divorato.

    5. Per vincere domani - The Karate Kid (1984)

    “Wax On, Wax Off”, il titolo dell’episodio numero cinque, potrebbe non dire nulla a chi abbia visto la versione doppiata di Per vincere domani - The Karate Kid (1984). Se invece diamo un’occhiata al titolo italiano, “Dai la cera, togli la cera”, tutto diventa più chiaro. L’omaggio agli anni ‘80 continua con un altro classico che ha svezzato intere generazioni. Questa volta, il riferimento alla pellicola con Ralph Macchio e Pat Morita ha un preciso significato. La cera non è solo una metafora per la disciplina necessaria a eccellere in quello che si fa. La sostanza è anche l’arma principale del villain di One Piece (2023) Mr. 3, che è presente in buona parte dell’episodio. Mi sembra insensato cercare nuove ragioni nel 2026 per guardare Karate Kid (1984). Si tratta dell’ABC.

    6. Mammina cara (1981)

    Mammina cara (1981), tradotto dall’inglese Mommie Dearest, è forse il film più oscuro nella lista insieme a Beginning of the End (1957). One Piece (2023) fa una citazione del dramma di Frank Perry chiamando il titolo dell’episodio sei “Nami Deerest”. Il film con Faye Dunaway sulla natura abusiva della star di Hollywood Joan Crawford è un pugno sullo stomaco. Il livello drammatico viene rafforzato dalla consapevolezza di star assistendo a una storia vera, seppur modificata dai dettami hollywoodiani. L’atmosfera pesante della pellicola potrebbe aver ispirato gli addetti ai lavori di One Piece (2023) ad omaggiarla nel titolo dell’episodio sei. Infatti, la puntata è tra le più drammatiche della stagione.

    7. Trappola criminale (2000)

    Trappola criminale (2000) è un film d’azione che pochi si ricordano, nonostante i protagonisti siano nient'altro che Ben Affleck e Charlize Theron. Di sicuro, non è tra annoverare nelle migliori uscite di John Frankenheimer. Tuttavia, la pellicola fa il suo sporco lavoro se siete alla ricerca di un film action senza pretese. Ma veniamo a noi. Il titolo inglese “Reindeer Games“ serve come base per il gioco di parole “Reindeer Shames”, settimo episodio della stagione 2 (2026). L’ambientazione natalizia dell’action è un riferimento al personaggio della renna Tony Chopper. Il Natale è anche un cenno al paesaggio invernale dell’isola di Drum.

    8. Paura e delirio a Las Vegas (1998)

    Paura e delirio a Las Vegas (1998) è uno dei classici intramontabili di Terry Gilliam e si connette a One Piece (2023) per una ragione precisa. “Deer And Loathing In Drum Kingdom”, questo il nome dell’episodio finale della stagione 2 (2026), mostra l’atteggiamento totalitario di Wapol e il suo tentativo di riprendersi Drum. Le sue azioni non possono che causare paura e delirio nelle persone che ne subiscono le conseguenze. Paura e delirio a Las Vegas (1998) è un’avventura lisergica nei tribolati anni ‘70 americani che, raramente, lascia indifferente lo spettatore. La visione di questa perla è più che consigliata a chi non ha saputo resistere a film come A Scanner Darkly - Un oscuro scrutare (2006) e Vizio di forma (2014).

  • "Dune - Parte 3": il trailer diventa fonte di meme su Timothée Chalamet dopo gli Oscar 2026
    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Chi ha adorato I peccatori (2025) forse non si è ancora ripreso dal mancato Oscar per il Miglior film durante la cerimonia di quest’anno. Il film vampiresco del duo Coogler-Jordan si è fatto soffiare la statuetta più ambita dalla commedia d’azione Una battaglia dopo l’altra (2025) di Paul Thomas Anderson.

    Tuttavia, l’attore di Creed - Nato per combattere (2015) ha avuto la sua piccola rivincita aggiudicandosi l’Oscar al miglior attore per il duplice ruolo di Smoke e Stack. Come per ogni edizione che si rispetti, la categoria di Miglior attore dovrebbe contenere prove talmente elevate da rendere difficile la scelta finale. L’edizione del 2026 non è stata da meno. Infatti, oltre a Michael B. Jordan, l’altro favorito, la cui premiazione sembrava non una possibilità ma un’inevitabilità, era Timothée Chalamet. L’attore di New York è arrivato a un passo dall’ambito premio grazie alla parte di Marty Mauser nell’acclamato Marty Supreme (2025) di Josh Safdie.

    L’occasione sfumata si aggiunge ad altri eventi che hanno segnato in negativo quest’ultimo periodo per l’attore. Affrontare momenti difficili sotto le luci dei riflettori non è certo una passeggiata e molti hater di Chalamet non hanno potuto che sottolineare, a loro detta, la sua parabola discendente. Tutto fino all’uscita del primo teaser trailer di Dune - Parte tre (2026), che ha mostrato un Timothée Chalamet tutt’altro che depotenziato.

    Al centro del ciclone mediatico

    Le critiche nei confronti di Chalamet sono iniziate più di un anno fa. In primis, è entrato nella bufera dopo alcune dichiarazioni rilasciate in seguito alla vincita del premio per Miglior attore cinematografico ai SAG Awards 2025. La cerimonia del sindacato degli attori l’ha visto trionfare per la parte di Bob Dylan in A Complete Unknown (2024), che descrive la svolta elettrica del menestrello folk. Una volta sul palco, Chalamet ha dichiarato di essere alla ricerca della grandezza. A detta dell’attore, le sue fonti d’ispirazione sono Daniel Day-Lewis, Viola Davis e Marlon Brando, decisamente tre interpreti che hanno raggiunto lo splendore creativo. Seppur ispirate dalla volontà di eccellere, molti hanno respinto le sue parole tacciando l’attore di superbia e arroganza.

    Successivamente, Chalamet ha complicato le cose ulteriormente con alcune dichiarazioni durante una conversazione a due con Matthew McConaughey. L’attore di Chiamami col tuo nome (2017) ha liquidato il balletto e l’opera, definendo queste espressioni artistiche come lontane dal gusto generale. In poche parole, non importano a nessuno. Come ci si poteva aspettare, gli addetti ai lavori delle suddette discipline non l’hanno presa bene. Tra le dichiarazioni ai SAG Awards e lo scivolone su opera e balletto, non pochi hanno trovato ironica la mancata vittoria agli Oscar 2026. L’evento ha sancito una caduta nella dimensione pubblica di Chalamet, in un’epoca dove la perfezione e la vittoria si esigono per essere sempre al top.

    Lisan al Gaib è di nuovo tra noi

    Se si è un personaggio famoso, soprattutto se statunitense, il fattore da conservare a ogni costo è l’aura. Ovvero, il fattore X che rende una star stilosa, eccellente e piena di sicurezza. Potete capire come parlare di ricerca di grandezza e poi perdere un Oscar in cui si è tra i favoriti possa essere dannoso per l’aura, se non deleterio. Allo stesso tempo, le malelingue tendono a parlare in anticipo, senza aspettare che il tempo faccia il suo corso. Nel caso di Timothée Chalamet, sono bastati due giorni. Il 17 marzo, due giorni dopo gli Oscar, è uscito il teaser trailer per Dune - Parte tre (2026), video di quasi due minuti e mezzo che ci ha ricordato un fatto fondamentale: Chalamet è Lisan al Gaib. È vero, in Dune (2021) Paul Atreides non è per nulla convinto di essere il salvatore. In Dune - Parte due (2024) le cose cambiano, ma è con il trailer del terzo capitolo che il personaggio di Chalamet ci fa capire che non ci siano più dubbi.

    Che si tratti di presentarsi davanti a migliaia di suoi seguaci o di sussurrare un canto di guerra assieme a un manipolo di fedeli, la visione della completa trasformazione di Paul Atreides in Lisan al Gaib ha sicuramente ristabilito il livello di aura conquistato proprio con questo personaggio. Senza dubbio, rasarsi i capelli è stata la ciliegina sulla torta che ha messo in chiaro le cose una volta per tutte: il tempo della guerra è arrivato. Ad accorgersi è stato anche il pubblico. Tra i commenti del trailer, visto da decine di milioni di utenti di YouTube, molti già pregustano l’impennata di aura di Chalamet dopo l’uscita della conclusione della trilogia. Con toni da meme, c’è chi compara l’attore ad Anakin Skywalker, pronto a virare verso il lato oscuro dopo l’Oscar mancato. Altri, invece, sono sicuri che Lisan al Gaib sia pronto alla jihad galattica per vendicare il torto subito dall’Academy.

    "Dune": la versione moderna di “Star Wars” e de “Il Signore degli Anelli”

    Oltre alle innumerevoli memate che abitano i commenti del trailer di Dune - Parte tre (2026), alcuni utenti ci ricordano un aspetto forse più importante del ristoro dell’aura di Timothée Chalamet. Dune - Parte tre (2026) corona una trilogia di lusso, dove ogni aspetto dei tre titoli è stato curato nei minimi dettagli. Dalla colonna sonora ricca di pathos alle scene d’azione adrenaliniche, i tre film di Denis Villeneuve sono blockbuster che non hanno rinunciato alla qualità. Lo stesso si potrebbe dire per la fotografia mozzafiato, che ha regalato un Oscar a Greig Fraser per il primo capitolo.

    Se pensiamo che l’intera trilogia ci è stata proposta in cinque anni, non possiamo che gridare al miracolo. Anzi, c’è chi si è spinto ancora più in là, chiamando a raccolta due delle trilogie più amate da pubblico e critica. Un utente ha ricevuto decine di migliaia di like per aver proferito le seguenti parole, che pesano come un macigno: “Mio nonno ha avuto la trilogia originale di Star Wars, mio padre ha avuto Il Signore degli Anelli, io ho Dune”. Solo la storia ci dirà se il trittico di Dune raggiungerà l’aura delle opere di George Lucas e di Peter Jackson. Il trailer e l’agguerrito Chalamet, però, ci fanno ben sperare.

  • Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Sensuali, affascinanti, intelligenti. Ma soprattutto eroiche, spietate e sempre più protagoniste. Sono le Bond Girl, le controparti femminili delle avventure di James Bond, noto come l’agente 007. Durante le missioni che l’hanno portato in giro per il mondo, principalmente per salvarlo, la spia inglese, grande gentiluomo e seduttore, non poteva fare a meno di circondarsi di donne non solo dotate di una bellezza da lasciare senza fiato.

    Per quanto concerne il cinema, che si trattasse di preziose alleate o di temibili avversarie, ognuna di loro ha saputo lasciare il segno nel protagonista, e non solo, nell’arco di venticinque film, più tre non ufficiali. E proprio Ursula Andress ha da poco compiuto ben 90 anni. Originaria di Ostermundigen, in Svizzera, ha infatti conquistato Hollywood a soli 26 anni con Agente 007 – Licenza di uccidere(1962), indossando i panni di Honey Rider. La scena in cui esce dal mare su una spiaggia giamaicana in bikini bianco corredato da cintura e due conchiglie, oltre ad aver stregato Sean Connery ed essere rimasta impressa nell’immaginario collettivo, ha sancito la nascita di una figura sempre più centrale per la saga con il trascorrere degli anni e delle pellicole, fino all’ultima No Time To Die (2021). 

    È difficile sceglierne cinque. Ci abbiamo provato con JustWatch, consapevoli del fatto che sicuramente ogni fan della saga cinematografica porta le proprie nel cuore… sicuramente come lo stesso Bond.

    1. Ursula Andress/Honey Ryder – “Licenza di Uccidere” (1962)

    Quel bikini bianco, che fu persino battuto all’asta all’inizio del nuovo millennio, l’ha resa protagonista di una delle scene più iconiche della saga cinematografica dell’agente 007. Non solo, ma ha anche creato il mito della Bond Girl, cui pensiamo ancora oggi. 

    Honey Ryder, interpretata da Ursula Andress è stata la prima. Ma sicuramente è ancora la più amata. Un nome che allude a un doppio senso di stampo sessuale, oggi sicuramente impensabile. Facciamo la sua conoscenza in Agente 007 – Licenza di uccidere, più o meno a metà della pellicola. È una commerciante di conchiglie, il cui padre è stato ucciso dal cattivo, il Dr. No, e finiranno per unire le forze per sconfiggerlo. Inevitabile la parentesi amorosa con il Bond di Connery.

    2. Eva Green/Vesper Lynd – “Casino Royale” (2006)

    Inizialmente il ruolo di Vesper Lynd fu offerto a Rachel McAdams. Nonostante la curiosità, possiamo però dire che ci è andata bene. Perché per Casino Royale (2006), ventunesimo capitolo della saga cinematografica di James Bond, nonché il primo con Daniel Craig, l’attrice francese Eva Green ha fatto un lavoro eccezionale. Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Fleming, che sancì il debutto del celebre agente segreto al servizio di sua maestà, la sua interpretazione ci regala una Vesper affascinante, carismatica, intelligente, ma soprattutto capace di avere un impatto su Bond, facendone emergere la vulnerabilità. Si è calata alla perfezione in una figura chiave per modernizzare la saga, in cui la Bond girl è sempre più protagonista, che purtroppo incontrerà una tragica fine. Indiscutibilmente, è al secondo posto. 

    Una curiosità? Esiste una versione non ufficiale del film, James Bond 007 - Casino Royale (1967), in cui Vesper è interpretata nientemeno che da… Ursula Andress.

    3. Halle Berry/Jinx – “La morte può attendere” (2002)

    Quella di Ursula Andress è un’eredità difficile da dimenticare. Tanto da essere evocata persino con un palese omaggio da parte del premio Oscar Halle Berry nel film La morte può attendere (2002), l’ultimo con il Bond di Pierce Brosnan. L’entrata in scena di Giacinta Johnson, o meglio Jinx, riprende proprio quella sequenza indimenticabile. Forte e affascinante, è un’agente della NSA che affianca la missione del protagonista, rendendosi particolarmente attiva.

    Nonostante il film non fosse particolarmente amato, era stato persino messo in cantiere uno spin-off incentrato sul personaggio. Un progetto che avrebbe sicuramente rivoluzionato la saga, che è stato infine cancellato in vista del riavvio del franchise, che passò il testimone a Daniel Craig.

    4. Barbara Bach/Anya Amasova – “La spia che mi amava” (1977)

    Negli anni Settanta esce uno dei Bond movie migliori, soprattutto per quanto concerne il ciclo di film con Roger Moore. Si tratta de La spia che mi amava (1977), che a sua volta ci regala una Bond girl indimenticabile. Non solo, banalmente, per una bellezza da far perdere la testa. Perché Anya Amasova, la spia sovietica conosciuta come “Tripla X”, interpretata da Barbara Bach, attrice ed ex modella americana, moglie di Ringo Starr, introduce un personaggio che simboleggia un’alleanza del tutto insolita per fronteggiare una comune minaccia, che fa intravedere le prime distensioni in piena Guerra Fredda. 

    Sicuramente è stata uno dei tasselli fondamentali nell’evoluzione del ruolo della figura femminile nella saga cinematografica dedicata all’agente segreto uscito dalla penna di Ian Fleming.

    5. Honor Blackman/Pussy Galore – “Agente 007 – Missione Goldfinger” (1964)

    Si dice che sia stata ispirata a Blanche Blackwell, tra le amanti di Fleming. Stiamo parlando di Pussy Galore, che da antagonista si trasforma in Bond Girl in Agente 007 – Missione Goldfinger (1964), terzo film della saga con Sean Connery, nonché in assoluto. Nonostante il nome che regala un nuovo doppio senso, è bella, elegante e fredda, inizialmente alleata del villain Auric Goldfinger, di cui è la pilota personale. Grande esperta di arti marziali, tanto da rendersi protagonista in una breve scena di un confronto fisico con Bond, che sfocerà in un bacio e poi in alleanza. 

    A interpretarla l’attrice britannica Honor Blackman, la donna che non voleva essere chiamata “Bond Girl”. All’epoca delle riprese aveva 38 anni e si conquistò dunque il primato della controparte femminile più anziana dell’agente segreto, per poi essere superata con Spectre (2015) da Monica Bellucci, allora cinquantenne.

  • Da “Dr. Jekyll and Mr. Hyde” a “Sinners”, tutti i film horror che hanno vinto almeno un Oscar
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Alla 98esima edizione degli Oscar, Sinners (2025)  ha vinto quattro statuette e Weapons (2025) ne ha portata a casa una. Per chi segue il cinema di genere, è il tipo di notizia che si condivide con la stessa energia con cui si segue una squadra del cuore, perché di solito non va così.

    Eppure per decenni l'Academy ha trattato l'horror come un parente scomodo: tollerato, occasionalmente premiato per qualche contributo tecnico, ma quasi mai preso sul serio nelle categorie che contano. Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore, quelle erano vittorie da film drammatici, da biopic, da opere in costume, salvo rare eccezioni. Il genere che più di ogni altro sa parlare delle paure collettive di un'epoca, che ha prodotto alcune delle performance più estreme e precise della storia del cinema, veniva liquidato con un Oscar per il trucco e buona fortuna. Questa lista raccoglie le eccezioni: i film horror – o abbastanza vicini all'horror da farci perdere il sonno – che hanno convinto anche i giurati più restii. Dai classici degli anni Trenta fino alle vittorie di questa edizione, è la storia di un genere che ha dovuto guadagnarsi ogni statuetta.

    Dr. Jekyll and Mr. Hyde (1931)

    Rouben Mamoulian dirige una delle prime grandi performance di sdoppiamento della storia del cinema, e Fredric March vince il suo primo Oscar – in ex aequo con Wallace Beery – per un ruolo che richiede di essere simultaneamente vittima e mostro, gentiluomo vittoriano e creatura senza controllo. Dr. Jekyll and Mr. Hyde è un horror nel senso più classico e letterario del termine: la mostruosità come conseguenza diretta della repressione, la bestia che emerge quando la maschera sociale si rompe. March costruisce Jekyll e Hyde come due corpi diversi che abitano la stessa carne, e lo fa con una fisicità che il cinema sonoro stava ancora imparando a usare.

    Il Fantasma dell'Opera (1943)

    La versione Universal del 1943 non è la più celebre né la più amata della storia de Il Fantasma dell'Opera – quel titolo spetta ancora al film muto del 1925 con Lon Chaney – ma è quella che ha portato a casa due Oscar: Fotografia a Hal Mohr e W. Howard Greene, e Scenografia. È un horror che guarda al melodramma più che al terrore puro, con la figura del Fantasma trattata quasi con simpatia, ma la sua estetica barocca e i suoi interni carichi di ombra appartengono senza dubbi all'iconografia del genere. I riconoscimenti tecnici riflettono esattamente il tipo di cinema che era: sontuoso, artigianale, costruito per impressionare gli occhi.

    Il Ritratto di Dorian Gray (1945)

    Albert Lewin adatta il romanzo di Oscar Wilde con una sobrietà visiva che rende il momento del rivelazione del ritratto corrotto ancora più efficace per contrasto, e Hurd Hatfield interpreta Dorian con una freddezza quasi soprannaturale che è la scelta giusta. Con Il Ritratto di Dorian Gray Harry Stradling vince l'Oscar per la Fotografia, e la statuetta è meritata: il film è girato quasi interamente in bianco e nero, ma il ritratto – mostrato in Technicolor nei momenti chiave – acquista un impatto visivo che funziona ancora oggi. È un horror morale più che atmosferico, costruito sull'idea che la vera mostruosità non abbia bisogno di effetti speciali.

    Rosemary's Baby (1968)

    Roman Polanski costruisce con Rosemary's Baby uno degli horror più claustrofobici della storia del cinema interamente sull'angoscia di una donna che non viene creduta, e Ruth Gordon vince l'Oscar come Migliore Attrice Non Protagonista nel ruolo della vicina Minnie Castevet – invadente, dolciastra, inquietante in un modo che non riesci a nominare finché non è troppo tardi. È una vittoria giusta per un personaggio che funziona perché sembra innocuo: Gordon capisce che il vero orrore di Minnie è quanto sia normale, quanto assomigli a qualcuno che potresti incontrare sul pianerottolo di casa tua.

    L'Esorcista (1973)

    William Friedkin porta al cinema l'impossibile – una bambina posseduta dal demonio — e lo rende credibile con una regia che tratta il soprannaturale con lo stesso rigore documentaristico con cui tratterebbe una storia vera. Ancora oggi L’Esorcista è un film capace di scuotere nel profondo le viscere anche del più fervido tra gli atei, ma è anche un’interessantissima lettura metaforica della trasformazione del corpo femminile, del passaggio dall’infanzia all’adolescenza. 

    L'Academy premia la Sceneggiatura Adattata di William Peter Blatty e il Sonoro, due aspetti che sono effettivamente il cuore tecnico del film: il modo in cui L'Esorcista usa i suoni – i rumori del corpo, le voci sovrapposte, il silenzio che precede ogni cosa terribile – è ancora oggi un modello di costruzione sonora. Fu il primo horror nella storia degli Oscar a essere candidato come Miglior Film.

    Lo Squalo (1975)

    Steven Spielberg con Lo Squalo trasforma una storia di sopravvivenza in un film sul terrore di ciò che non si vede, ma è lì, in predatoriale attesa e… vince tre Oscar: Sonoro, Montaggio e la Colonna Sonora Originale di John Williams, con quelle due sole note che sono diventate uno degli shorthand più riconoscibili della storia della musica da film. Lo Squalo è horror nella misura in cui il mare aperto è horror, un territorio senza confini in cui il pericolo può arrivare da qualsiasi direzione. Il montaggio di Verna Fields, premiato meritatamente, costruisce la tensione con un'economia di immagini che molti thriller moderni faticano ancora a eguagliare. Ma, soprattutto, dopo la visione di questo film, quanti di voi riescono a farsi un bagno davvero con tranquillità?

    Omen (1976)

    Jerry Goldsmith in Omen vince l'Oscar per la Miglior Colonna Sonora Originale con Ave Satani, un pezzo corale in latino che usa la forma della musica sacra per evocare qualcosa di profano, ed è probabilmente la vittoria più elegante della storia dell'horror agli Oscar. Il film di Richard Donner sul bambino anticristo è un horror di atmosfera più che di paura diretta, costruito sulla sensazione crescente che qualcosa di fondamentalmente sbagliato stia accadendo dietro la superficie della vita borghese americana. La musica di Goldsmith non accompagna il film: lo abita.

    Alien (1979)

    In Alien Ridley Scott fonde horror e fantascienza in un modo che nessuno aveva fatto prima con quella precisione, tanto che l’Oscar ai migliori Effetti Visivi era dovuto ancor prima della candidatura. Lo xenomorfo di H.R. Giger è ancora oggi uno dei design più inquietanti mai portati sullo schermo, un organismo che sembra biologicamente possibile proprio perché è costruito su logiche che non appartengono a nessuna forma di vita conosciuta. Alien è horror nel senso più fisico del termine – il corpo come territorio di invasione, la perdita di controllo su se stessi come forma suprema di terrore – e la statuetta per gli effetti visivi riconosce il lavoro che ha reso quella paura concreta.

    Un Lupo Mannaro Americano a Londra (1981)

    John Landis dirige un horror che è anche commedia, anche storia d'amore e un film di genere classico. Con Un Lupo Mannaro Americano a Londra Rick Baker vince il primo Oscar della storia per il Trucco, categoria creata quell'anno proprio perché la trasformazione licantropa di David Naughton aveva reso evidente che il cinema aveva bisogno di riconoscere quel tipo di artigianato. La sequenza della metamorfosi è ancora oggi un punto di riferimento tecnico: Baker costruisce la trasformazione in tempo reale, senza tagli, e il risultato è uno di quei momenti in cui non si può non ammirare la grande magia del cinema.

    Beetlejuice (1988)

    Tim Burton porta sullo schermo un film che è horror solo nella misura in cui è tutto il resto – commedia nera, film di fantasmi, satira del suburbano americano – e vince l'Oscar per il Trucco grazie a Ve Neill e Steve La Porte. Beetlejuice vive di eccesso visivo: i fantasmi, i demoni, le trasformazioni di Michael Keaton costruiscono un universo visivo che è riconoscibilmente burtoniano già in questa fase della sua carriera. La statuetta per il trucco è un riconoscimento all'artigianato che ha reso quel mondo credibile grazie alla sua deliberata artificiosità.

    Misery (1990)

    Rob Reiner adatta il Misery di Stephen King e ottiene il risultato più raro nella storia degli adattamenti kinghiani dopo Shining (1980): un film che funziona tanto quanto il romanzo, forse di più. Kathy Bates vince l'Oscar come Migliore Attrice per Annie Wilkes, la fan più pericolosa della letteratura americana, costruendo un personaggio che spaventa proprio perché non è mai completamente illeggibile – ha una logica interna, una coerenza emotiva distorta che la rende più reale di molti villain esplicitamente mostruosi. È una performance fisica e psicologica allo stesso tempo, e la statuetta è una delle più meritate che il genere abbia mai ricevuto.

    La Mosca (1986)

    Chris Walas e Stephan Dupuis vincono l'Oscar per il Trucco per una delle trasformazioni più disgustose e commoventi della storia del cinema horror. David Cronenberg costruisce La Mosca come un film sul corpo che tradisce – sulla malattia, sulla vecchiaia, sulla perdita progressiva di ciò che si era – e il trucco è il veicolo narrativo principale di quella storia: ogni stadio della metamorfosi di Seth Brundle è una tappa di un lutto che il film racconta con una precisione quasi clinica. Jeff Goldblum non aveva bisogno di molte parole: il suo corpo diceva già tutto.

    Aliens (1986)

    Il sequel di Ridley Scott, Aliens, diventa nelle mani di James Cameron un film d'azione con il cuore di un horror, e vince due Oscar: Effetti Visivi e Montaggio Sonoro. Cameron costruisce la tensione con una geometria quasi matematica degli spazi – i corridoi, le pareti, i soffitti da cui possono arrivare le creature – e il montaggio sonoro trasforma ogni ambiente in una trappola acustica. È un film in cui la paura non è mai separata dall'adrenalina, e i riconoscimenti tecnici riflettono esattamente quella qualità: una macchina narrativa che funziona con una precisione orologiaia.

    Dracula di Bram Stoker (1992)

    Francis Ford Coppola porta sullo schermo il Dracula più lussureggiante e barocco della storia del cinema, e vince tre Oscar: Costumi, Sonoro e Trucco. Eiko Ishioka firma i costumi con una libertà visionaria che mescola simbolismo erotico, iconografia vittoriana e riferimenti all'arte visiva dell'Est europeo in modo che non assomiglia a nient'altro. È un film che privilegia l'estetica sulla coerenza narrativa, e i tre riconoscimenti tecnici raccontano esattamente questa scelta: Dracula di Bram Stoker è prima di tutto un oggetto visivo e sensoriale.

    Il Silenzio degli Innocenti (1991)

    Il Silenzio degli Innocenti di Jonathan Demme è uno dei cinque nella storia degli Oscar ad aver vinto in tutte le categorie principali: Film, Regia, Attore, Attrice e Sceneggiatura (Non originale). Horror nella misura in cui Hannibal Lecter è horror: una presenza che occupa lo spazio in modo sbagliato, che guarda con troppa attenzione, che sa sempre qualcosa in più di te. Anthony Hopkins costruisce Lecter in pochissime scene con un'economia assoluta, e Jodie Foster porta Clarice Starling attraverso un film che è anche un racconto di formazione al contrario. È il momento in cui l'Academy ha smesso, almeno per una notte, di fare finta che il genere non esistesse.

    La morte ti fa bella (1992)

    La morte ti fa bella di Robert Zemeckis è una commedia horror che vinse l'Oscar per gli Effetti Visivi grazie a sequenze che mescolano pratical effects e CGI in modi che all'epoca sembravano impossibili. Il film vive di eccesso dichiarato, come i corpi che si decompongono continuano a ballare, a sedurre, a litigare, e quella logica dell'assurdo spinto fino alle estreme conseguenze fisiche è esattamente ciò che la statuetta premia. Non è horror nel senso emotivo del termine, ma nel senso visivo è uno degli esempi più creativi di cosa si può fare con un corpo cinematografico quando si smette di preoccuparsi del realismo.

    Sleepy Hollow (1999)

    Tim Burton torna al gotico puro con un film che è quasi una lettera d'amore all'horror britannico della Hammer, e vince l'Oscar per la Scenografia grazie al lavoro di Rick Heinrichs e Peter Young. Sleepy Hollow è un film che esiste principalmente come spazio visivo: il villaggio avvolto nella nebbia, i boschi senza colore, la luce che sembra sempre sul punto di sparire del tutto. La sceneggiatura è il suo punto più debole, ma l'ambiente che Burton e il suo team costruiscono è così coerente e così preciso nella sua malinconia gotica da giustificare da solo la visione.

    Il Labirinto del Fauno (2006)

    Guillermo del Toro costruisce una favola nera ambientata nella Spagna franchista del dopoguerra e vince tre Oscar: Trucco, Fotografia e Scenografia. Il Fauno, il Uomo Pallido, il labirinto sotterraneo — tutto appartiene a un immaginario visivo che del Toro ha costruito nel corso di una carriera intera, e che qui trova la sua espressione più compiuta. Il Labirinto del Fauno riporta l’essenza horror intrinseca nelle favole nella loro versione originale, prima di venir edulcorate dalla Disney, ovvero storie in cui i bambini muoiono, in cui il mondo degli adulti è più pericoloso di qualsiasi mostro, in cui il confine tra salvezza e perdizione non è mai dove ti aspetti.

    Il Cigno Nero (2010)

    Darren Aronofsky porta il body horror nel mondo della danza classica e Natalie Portman vince l'Oscar come Migliore Attrice per una performance che richiede di abitare simultaneamente la fragilità e la dissoluzione, la perfezione tecnica e la perdita totale di controllo. Il Cigno Nero è horror psicologico nel senso più preciso: non sai mai con certezza cosa sta succedendo davvero, e quella ambiguità è deliberata e costruita con grande mestiere. Portman porta sullo schermo una protagonista che si distrugge per diventare qualcosa di più grande di sé, e il film non decide mai se quella trasformazione sia una vittoria o una tragedia.

    Scappa – Get Out (2017)

    Jordan Peele vince l'Oscar per la Sceneggiatura Originale con un film che usa le convenzioni dell'horror per parlare di razzismo sistemico con una precisione che il cinema drammatico tradizionale fatica a raggiungere. Scappa – Get Out è costruito sulla sensazione di disagio che precede il pericolo esplicito – quella certezza crescente che qualcosa non va, che il sorriso sia sbagliato, che l'accoglienza sia una trappola –  e quella sensazione è la stessa che molte persone nere descrivono nell'attraversare certi spazi sociali bianchi. La statuetta per la sceneggiatura è un riconoscimento al fatto che il genere può fare cose che altri generi non sanno fare.

    La Forma dell'Acqua (2017)

    Guillermo del Toro vince con La Forma dell’Acqua il Miglior Film e la Miglior Regia con una potentissima  storia d'amore tra una donna muta e una creatura anfibia tenuta prigioniera da un laboratorio governativo americano durante la Guerra Fredda. È un horror romantico, fantasy gotico, melodramma, tutto insieme e nessuna di queste cose separatamente. La Forma dell'Acqua vince anche Scenografia e Colonna Sonora, e i quattro Oscar raccontano un film costruito con una coerenza estetica totale: ogni elemento – i colori, la musica, gli ambienti acquatici – appartiene allo stesso universo sensoriale ed emotivo.

    Godzilla Minus One (2023)

    Takashi Yamazaki vince l'Oscar per gli Effetti Visivi con un budget che era una frazione di quello dei blockbuster americani con cui competeva, e la vittoria ha il sapore di un momento storico: è il primo film giapponese a vincere in quella categoria. Godzilla Minus One è horror nel senso originale del kaiju eiga, la creatura come trauma collettivo, come manifestazione fisica di una catastrofe che una società non riesce ad elaborare; e lo è con una serietà e una malinconia che il franchise americano non ha mai avuto il coraggio di avvicinarsi.

    The Substance (2024)

    Coralie Fargeat vince l'Oscar per la Sceneggiatura Originale con The Substance, un body horror radicale che usa il genere come strumento di critica feroce all'industria dello spettacolo e alla misoginia strutturale che la attraversa. Demi Moore e Margaret Qualley interpretano due versioni dello stesso corpo in guerra con se stesso, e Fargeat costruisce quella guerra con un'escalation visiva che parte dal disagio e arriva al grottesco assoluto senza mai perdere il controllo della propria logica interna. È un film che fa male nel modo in cui solo il miglior horror sa fare male: usando la paura per dire qualcosa di vero.

    Sinners (2025)

    Ryan Coogler scrive e dirige un film che è simultaneamente horror soprannaturale, musical, epopea storica e riflessione sulla cultura afroamericana del Sud degli anni Trenta, e vince quattro Oscar: Attore Protagonista a Michael B. Jordan – in un doppio ruolo di gemelli – Sceneggiatura Originale, Fotografia e Colonna Sonora. È un'impresa rara: un film di genere che convince l'Academy non solo nelle categorie tecniche ma in quelle che contano di più, ribaltando completamente la stagione dei premi. Sinners usa i vampiri come metafora dell'estrazione culturale, del modo in cui la musica nera americana è stata consumata e appropriata, e lo fa senza mai perdere di vista che è anche, semplicemente, un grande film.

    Weapons (2025)

    Topher Grace scrive e dirige Weapons, un horror corale che segue le conseguenze di un evento soprannaturale su un quartiere suburbano americano, e Amy Madigan vince l'Oscar come Migliore Attrice Non Protagonista in un ruolo che la critica ha descritto come il lavoro più maturo di una carriera già notevole. Una vittoria che sorprende in positivo, assolutamente meritata; del resto, zia Gladys è già divenuta icona per molti! Weapons arriva agli Oscar quasi in silenzio, senza la campagna mediatica di Sinners o di qualsiasi altro film, dopo aver comunque dominato il botteghino internazionale quest’estate. Più di Sinners, probabilmente, la pellicola di Topher Grace è la conferma che il genere, almeno in questa edizione, si è fatto sentire, cavalcando un’onda cominciata da tempo e che, speriamo, nel corso dei prossimi anni si farà sempre più imponente.

  • Questa peculiare vittoria agli Oscar non si verificava da oltre dieci anni
    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    «È un pareggio, non sto scherzando». Sono state le parole dell’attore e comico Kumail Nanjiani, volto della serie HBO Silicon Valley (2014), una volta aperta la busta con il nome del vincitore del premio per il miglior cortometraggio durante la 98° edizione degli Oscar. Sebbene sia una rarità, è stata infatti assegnata la statuetta dorata a pari merito a The Singers (2026) e Two People Exchanging Saliva (2025).

    Con il timore di non essere preso sul serio, Nanjiani ha ribadito il pareggio, chiamando prima sul palco il regista Sam A. Davis e il produttore Jack Piatt per The Singers e successivamente i registi di Two People Exchanging Saliva. In entrambi i discorsi di accettazione, c’è chi ha ammesso di non essere a conoscenza della possibilità di poter vincere un premio a pari merito oppure chi sapeva che fosse successo “solo per tre volte” nella storia degli Academy Awards.

    In realtà, si tratta della settima volta. Rimane però un evento decisamente raro vedere agli Oscar due premi assegnati nella stessa categoria. L’ultimo episodio risale infatti al 2013, quando la statuetta per il miglior montaggio sonoro venne consegnata sia a Skyfall (2012) sia a Zero Dark Thirty (2012). Può succedere, infatti, più frequentemente nelle categorie più tecniche in quanto vedono meno persone votare, al contrario del miglior film, dove solitamente la partecipazione è particolarmente attiva, con il coinvolgimento di quasi tutti gli 11mila iscritti all’Academy.

    Ripercorriamo gli altri casi rari in cui abbiamo visto l’Oscar ex aequo, tra l’inizio degli anni Trenta a oggi.

    1. 1932, Miglior attore: Fredric March e Wallace Beery

    Non si è trattato propriamente di un pareggio. In occasione della quinta cerimonia degli Academy Awards, Fredric March ha infatti ottenuto un voto in più per la sua interpretazione del protagonista nel film Il Dottor Jekyll (1931) di Rouben Mamaoulian rispetto a Wallace Beery, che ricopriva il ruolo principale de Il campione (1931), che tra l’altro fu presentato in occasione della primissima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, che si è svolta al Lido dal 6 al 21 agosto del 1932. Rispetto a oggi, le regole in merito all’assegnazione degli Oscar erano diverse: bastava uno scarto massimo di tre voti per far ottenere il premio anche al secondo classificato. Successivamente sarebbe stati infatti contemplato solo un pareggio esatto, ovvero con il medesimo numero di voti. 

    2. 1950, Miglior Corto Documentario 

    Cambiate le regole, ma la storia si ripete. Passano quasi vent’anni per giungere alla 22° edizione degli Academy Awards, che ha visto assegnare la statuetta dorata a pari merito per il Miglior corto documentario ai cortometraggi A Chance to Live (1949) di James L. Shute e a So Much for So Little (1949) di Chuck Jones e Friz Freleng. Per la prima volta nella storia del premio, due candidati all’Oscar ottengono il medesimo numero di voti, portando così alla consegna ex aequo dell’ambito riconoscimento.

    3. 1969, Miglior attrice protagonista

    A quasi venti edizioni di distanza, la terza volta. La 41° cerimonia degli Academy Awards, tenutasi il 14 aprile 1969, ha visto ottenere l’Oscar a pari merito nella categoria “miglior attrice protagonista”. Il riconoscimento è stato consegnato infatti sia a Katharine Hepburn per Il leone d’inverno (1968) e a Barbra Streisand per Funny Girl (1968). Nella pellicola diretta da Anthony Harvey, tratta dall’omonima opera teatrale di James Goldman, la Hepburn affianca Peter O’Toole, indossando i panni di Eleonora d’Aquitania, che fu regina per ben due volte, prima di Francia e poi d’Inghilterra, mentre la Streisand è la celebre attrice e cantante americana Fanny Brice nella pellicola che ne ripercorre la vita.

    4. 1987, Miglior Documentario

    Il 20 è un numero che torna. Sì, perché anche stavolta sono passati nuovamente (quasi) altri vent’anni. Proprio durante la 59° edizione, svoltasi il 30 marzo del 1987, il premio per il miglior documentario è andato ex aequo a Artie Shaw: Time Is All You've Got (1986) di Brigitte Berman e a Down and Out in America (1986) di Lee Grant. Il primo documentario ripercorre la vita del celebre clarinettista jazz, Artie Shaw, attraverso immagini d’archivio, riprese dei luoghi e una sua intervista, mentre il secondo è un viaggio attraverso la povertà dilagante negli Stati Uniti provocata dalla presidenza di Ronald Reagan (1981-1989).

    5. 1994, Miglior Cortometraggio 

    La 67° cerimonia ha visto l’assegnazione degli Oscar a pari merito al miglior cortometraggio. Proprio come sarebbe accaduto 32 anni dopo, la statuetta dorata è stata infatti assegnata sia a Franz Kafka's It's a Wonderful Life, scritto e diretto da Peter Capaldi, sia a Trevor di Peggy Rajski. Il primo, in sostanza, fa incontrare “La metamorfosi” di Franz Kafka con La vita è meravigliosa (1946), il capolavoro di Frank Capra, mentre il secondo racconta la storia di un adolescente che scopre la propria omosessualità per poi diventare vittima di bullismo. Da quest’ultimo è stato tra l’altro tratto un musical, Trevor – Il musical (2022), disponibile su Disney+.

    6. 2013, Miglior Montaggio Sonoro

    Era il 2013 l’ultima volta che abbiamo visto verificarsi il caso piuttosto raro. Proprio nel corso della 85° edizione degli Oscar, la statuetta dorata per il “miglior montaggio sonoro” fu assegnata ex aequo a due film molto diversi tra loro: Skyfall (2012) e Zero Dark Thirty (2012). Il primo, diretto da Sam Mendes, è il 23° capitolo della saga cinematografica di James Bond, il terzo interpretato da Daniel Craig, il secondo, con la regia di Kathryn Bigelow, la prima donna nella storia a vincere l’Oscar per la miglior regia, ripercorre la caccia a Osama Bin Laden, fondatore e leader dell’organizzazione terroristica Al Qaeda, dietro il terribile attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

    7. 2026, Miglior Cortometraggio

    E così, nella scorsa edizione, l’Oscar è andato a pari merito a Sam A. Davis e Jack Piatt con The Singers e a Alexandre Singh e Natalie Musteata con Two People Exchanging Saliva. Entrambi i cortometraggi hanno avuto la meglio su Butcher’s Stain (2025) di Meyer Levinson-Blount e Oron Caspi, A Friend of Dorothy (2022) di Lee Knight e James Dean e Jane Austen’s Period Drama (2024)di Julia Aks e Steve Pinder. La battuta sul caso? “Con questa vittoria a pari merito avete rovinato le scommesse di chi gioca sugli Oscar” ha concluso O’Brein. La grande lezione? Per le prossime edizioni, dunque, bisognerà tenere sempre in considerazione l’eventualità dell’Oscar ex aequo.

  • Oscar 2027: quali film potrebbero contendersi la statuetta l'anno prossimo?
    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    La novantottesima edizione dei premi Oscar si è appena conclusa. Ad aggiudicarsi il premio di Miglior film è stata la commedia d’azione di stampo politico Una battaglia dopo l’altra (2025). La statuetta, assieme a quella per Miglior regista, ha coronato ancora una volta la forza artistica di Paul Thomas Anderson. Per buona pace dell’altro contendente dato per possibile vincitore, il magnifico horror storico di Ryan Coogler I peccatori (2025).

    Mentre i difensori di uno e dell’altro film passano in rassegna tutti i pro e i contro della decisione dell’Academy, gli occhi sono già puntati al prossimo anno. Dopo aver fatto ripartire il countdown per la novantanovesima edizione, non ci resta che trastullarci con il toto nomi delle possibili nuove nomination per il Miglior film.

    1. Odissea (2026)

    A eccezione de Il cavaliere oscuro - Il ritorno (2012), non c’è stato un solo film di Christopher Nolan che non abbia ricevuto almeno una nomination agli Oscar. Dopo Inception (2010), Dunkirk (2017) e Oppenheimer (2023), l’ultimo dei quali è finalmente riuscito ad aggiudicarsi la statuetta di Miglior film, ora è il turno di Odissea. Qui non c’è nessuna speculazione, nessuna percentuale di probabilità, nessuna ipotesi che tenga. La presenza tra i nomi dei candidati a Miglior film è già scritta. Anzi, è molto probabile che questo epic sul destino di Ulisse possa fare doppietta dopo il trionfo di Oppenheimer (2023). Le premesse ci sono già: cast stellare, team tecnico impeccabile e il genio del regista anglo-americano.

    2. Dune - Parte tre (2026)

    L’epica di Odissea (2026) rimane, ma si tinge di fantascienza nell’attesissimo finale della saga di Dune targata Denis Villeneuve. Dune - Parte tre coronerà un progetto curato fin nei minimi dettagli dal regista canadese, anche co-sceneggiatore e co-produttore del franchise. L’epilogo di questa trilogia da sogno condivide con Odissea (2026) anche i suoi punti di forza. Timothée Chalamet, Zendaya, Rebecca Ferguson e Javier Bardem hanno già dimostrato di essere gli interpreti perfetti per i loro personaggi. La magnificenza visiva ed emozionale dei primi due capitoli hanno fatto il resto. Non ci aspettiamo nulla di differente  da una delle saghe più riuscite degli ultimi anni.

    3. Disclosure Day (2026)

    Sempre seguendo sfumature sci-fi, Disclosure Day di Steven Spielberg sembra avere tutte le carte in regola per ambire al premio più importante dell’Academy. Sarebbe strano il contrario. Quando il regista di Cincinnati decide di utilizzare la fantascienza, un risultato iconico è quasi sempre assicurato. Basti pensare a Ready Player One (2018), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) ed E.T. l’extra-terrestre (1982). Disclosure Day (2026) potrebbe essere tra le nomination per Miglior film grazie anche alla presenza di due frequenti collaboratori di Spielberg. Stiamo parlando di David Koepp, sceneggiatore leggendario di Jurassic Park (1993), e di John Williams, uno dei re indiscussi delle colonne sonore. Come si suol dire: squadra vincente non si cambia.

    4. Digger (2026)

    Tom Cruise è sempre stato snobbato dagli Academy Awards. Con una carriera pluridecennale, l’attore ha ricevuto solamente quattro nomination personali. Al contrario, i film in cui ha recitato non solo sono stati nominati in molteplici occasioni. Hanno anche vinto altrettante statuette, tra cui quella per il Miglior film a Rain Man - L’uomo della pioggia (1988). L’Academy ha migliorato la situazione premiando Cruise con un Oscar onorario, ma il 2027 potrebbe essere propiziatorio per nuove nomination. Digger lo vede collaborare con un gigante della competizione, il quattro volte premio Oscar Alejandro González Iñárritu. Il film potrebbe sorprendere tutti con il suo taglio da black comedy, genere in cui Cruise sguazza con grande forza. Vi siete forse dimenticati di Les Grossman in Tropic Thunder (2008)? 

    5. The Social Reckoning (2026)

    Dopo aver firmato la sceneggiatura che gli ha regalato l’Oscar per The Social Network (2010), Aaron Sorkin raddoppia la sfida scrivendo e dirigendo The Social Reckoning. Questo sequel è ambientato molti anni dopo gli eventi del film di David Fincher, in un mondo in cui Facebook è ormai un’esperienza quotidiana. Il film promette bene su più lati. Il cinema d’inchiesta ha sempre attirato l’attenzione dell’Academy, come dimostrano la vittoria a Miglior film de Il caso Spotlight (2015) e i quattro Oscar per Tutti gli uomini del presidente (1976). In più, il film di Sorkin potrebbe convincere per il suo cast stellare e i temi di attualità trattati.

    6. Michael (2026)

    L’esplosione negli ultimi anni del formato biopic musicale è collegato al trionfo di Bohemian Rapsody (2018) alla novantunesima cerimonia degli Oscar. Quell’anno, il film di Bryan Singer si è portato a casa quattro statuette, tra cui Miglior attore protagonista a Rami Malek. Il momentum del film era da attribuire anche alle musiche dei Queen, tra i più amati di sempre. Perché dovrebbe essere diverso per Michael di Antoine Fuqua? Stiamo parlando di Michael Jackson, l’icona più fulgida di tutti gli anni ‘80 e tra gli artisti più amati di tutti i tempi. Inoltre, il biopic musicale è perfetto per la nomination a Miglior film per il suo carattere epico e per la duttilità di una storia di successo. Ci sono dramma, commedia, tensione e catarsi, tutte convogliate in una storia unica.

    7. L'ultima missione: Project Hail Mary (2026)

    L'ultima missione: Project Hail Mary calza a pennello e completa il trittico di film sci-fi che potrebbero contendersi il primato di Miglior film l’anno prossimo. Il progetto di Phil Lord e Christopher Miller sembra molto promettente perché ribalta il tono drammatico di Dune: Part Three (2026) e Disclosure Day (2026), optando per una pellicola d’avventura infusa di commedia. Non mancheranno di sicuro momenti intensi, ma siamo lontano dalle atmosfere distopiche di Frank Herbert. Negli ultimi anni, le commedie sono state premiate molto più spesso agli Oscar rispetto a un tempo e il film con Ryan Gosling e Sandra Hüller potrebbe confermare il trend.

    8. Toy Story 5 (2026)

    L’Academy non è estranea a controversie e critiche per le scelte fatte negli anni. Se le commedie stanno ritrovando il successo dopo decenni di secca, i film animati sono da sempre il genere più snobbato. Si contano sulle dita d'una mano i titoli che sono riusciti a ottenere la nomination più ambita di tutte. Toy Story 5 di Andrew Stanton potrebbe cambiare le carte in tavola. I precedenti ci sono tutti. Toy Story 3 - La grande fuga (2010) si era già aggiudicato una nomination come Miglior film, vincendo invece per il Miglior film d'animazione. La stessa statuetta se l’è aggiudicata Toy Story 4 (2019) quasi dieci anni dopo.

    9. Fjörd (2026)

    È da anni che Cristian Mungiu entusiasma la giuria del Festival di Cannes, con molteplici premi consecutivi. Nonostante siano pochi i film internazionali nominati per il Miglior film, il vento è cominciato a cambiare soprattutto dagli anni 2000. L’ultima fatica del regista rumeno, Fjörd, potrebbe essere avvantaggiata non solo per la recente maggiore apertura a titoli stranieri. Dalla sua il film ha un cast internazionale dove spiccano Sebastian Stan, nominato come Miglior attore l’anno scorso, e Renate Reinsve, frequente collaboratrice di Joachim Trier. Quest’ultimo ha vinto la statuetta per il Miglior film internazionale quest’anno, evidenziando un altro punto di forza di Fjörd (2026). L’interesse per i drammi nordici non è mai stato così altro e la pellicola ambientata in Norvegia potrebbe capitalizzare anche su questo aspetto.

    10. Josephine (2026)

    Le nomination per Miglior film devono sempre essere bilanciate. Film epici ad alto budget o pellicole d’azione con l’adrenalina a mille devono trovare il loro contraltare in titoli più circoscritti e intimi. Oltre al dramma tra i fiordi di Mungiu, un’altra scelta che potrebbe riequilibrare le nomination è Josephine di Beth de Araújo. Le emozioni forti non scompaiono in questo thriller che si tinge di dramma, ma la storia si sviluppa su scala ridotta prediligendo il focus su una famiglia. Dal tocco sociale e incentrato su tematiche attuali, la pellicola potrebbe convincere molti membri dell’Academy. Infine, il carisma da star di Channing Tatum e Gemma Chan sono il tocco in più che potrebbe aiutare Josephine (2026).

  • Perché un abbonamento ad Apple TV vale tutti i tuoi soldi quest’anno (e nel 2027)
    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Qualche settimana fa, a Los Angeles, Apple TV ha infatti svelato le novità dell’offerta del 2026. Tralasciando lo sport, dalla Formula Uno alla Major League Soccer (MLS), per quanto concerne le produzioni originali, tra film e serie televisive, parliamo di un catalogo davvero interessante.

    Più o meno, ogni settimana è prevista l'uscita di un nuovo titolo, tra nuovi ingressi e vecchi ritorni; su tutte, la quarta stagione di Ted Lasso (2020), in uscita nel corso dell’estate, ma senza tralasciare le seconde di Your Friends & Neighbors (2025) e de L’ultima cosa che mi hai detto (2023), già disponibile con la terza di Shrinking (2023). 

    Di seguito potete trovare i titoli da tenere sott’occhio quest’anno, ciascuno dei quali con cast di grande richiamo, da Keanu Reeves a Elle Fanning, passando per produttori del calibro di Steven Spielberg. Attenzione, però: se non l’avete ancora fatto, potreste non esitare ad abbonarvi a Apple TV. Se lo farete, non ve ne pentirete…anche perché così potrete recuperare altri titoli di punta, da Pluribus (2025) a Scissione (2022), passando per F1 – Il film (2025), reduce dall’Oscar per il miglior sonoro.

    Eternity (2026)

    Potete già trovare in catalogo Eternity (2026), film originale Apple, in collaborazione con A24. Si tratta di una commedia romantica ambientata in un aldilà in cui le anime hanno una settimana di tempo per decidere dove trascorrere l'eternità. Joan (Elizabeth Olsen) si trova così di fronte alla scelta impossibile tra l'uomo con cui ha trascorso la sua vita (Miles Teller) e il suo primo amore (Callum Turner), morto giovane e rimasto in attesa per decenni del suo arrivo. Una rom-com a tinte fantastiche, incentrata su un triangolo amoroso a salsa esistenziale, che si presta a una visione piacevole.

    Imperfect Women – Le mie amiche del cuore (2026)

    Da poco disponibile su Apple Tv il thriller psicologico, Imperfect Women - Le mie amiche del cuore (2026). Protagoniste Elisabeth Moss e Kerry Washington, la serie tratta dall’omonimo romanzo di Araminta Hall ruota attorno a un crimine che distrugge la vita di tre donne legate da un'amicizia decennale. La storia esplora così il senso di colpa e la punizione, l'amore e il tradimento, nonché i compromessi che accettiamo e che alterano irrevocabilmente le nostre vite. Man mano che l’indagine procede viene alla luce la verità su come anche le amicizie più strette possano non essere ciò che sembrano. L’adattamento a episodi è firmato da Annie Weisman, che ne è anche showrunner, segnando così una nuova collaborazione con Apple TV dopo l’acclamata serie Physical (2021).

    Your Friends & Neighbors – Stagione 2 (2026)

    Neanche è uscita la seconda stagione che è già stata rinnovata per una terza. È il caso di Your Friends & Neighbors (2025), l'acclamato dramedy con Jon Hamm, che torna a indossare i panni di Andrew “Coop” Cooper, il gestore di fondi speculativi caduto in disgrazia a seguito del suo licenziamento. Lo avevamo lasciato ancora alle prese con il suo recente divorzio, e soprattutto con dei furti nelle case dei suoi vicini nel ricchissimo Westmont Village, che lo portavano a scoprire che i segreti e gli affari nascosti dietro quelle facciate sfarzose potrebbero essere più pericolosi di quanto abbia mai immaginato. Nella seconda stagione, Andrew Cooper si spinge ancora più a fondo nella sua vita di improbabile ladro di periferia, fino all'arrivo di un nuovo vicino che minaccia di svelare i suoi segreti e mettere così a rischio la sua famiglia.

    Si unisce al cast il candidato agli Emmy, James Marsden, con una data d’uscita fissata per il prossimo 3 aprile, con il primo dei dieci episodi totali, che verranno man mano rilasciati settimanalmente.

    Outcome – Hollywood non dimentica (2026)

    È in arrivo il 10 aprile Outcome – Hollywood non dimentica (2026), la dark comedy di Jonah Hill, con protagonisti Keanu Reeves, Cameron Diaz e Matt Boomer. Reef Hawk (Reeves), un amato divo di Hollywood che deve confrontarsi con i suoi demoni interiori dopo essere stato ricattato con un video misterioso che rischia di distruggere la sua immagine e porre fine alla sua carriera. Con il sostegno dei suoi migliori amici di sempre Kyle (Diaz) e Xander (Bomer), insieme al suo avvocato Ira (Hill), Reef intraprende un viaggio alla ricerca di sé stesso per fare ammenda con chiunque possa aver offeso, nella speranza di identificare il ricattatore. 

    Il regista e co-sceneggiatore, Jonah Hill, offre una visione unica del viaggio selvaggio, ma spiritualmente purificante, nostalgico e illuminante di Reef lungo i sentieri della memoria, dove il confronto con il proprio passato potrebbe nascondere l’unica via per salvare il proprio futuro.

    Margo ha problemi di soldi (2026)

    Tratta dall’omonimo romanzo bestseller di Rufi Thorpe, Margo ha problemi di soldi (2026) è un dramma familiare audace, commovente e comico, con protagonista Elle Fanning, di recente candidata all’Oscar per Sentimental Value (2025). La trama segue Margo (Fanning), aspirante scrittrice che ha recentemente abbandonato l'università, figlia di un'ex cameriera di Hooter's (Pfeiffer) e di un ex wrestler professionista (Offerman), costretta a cavarsela con un neonato, una montagna di bollette da pagare e sempre meno possibilità di farcela. Prodotta da A24 e da David E.Kelley, che ha firmato la sceneggiatura segnando così la sua seconda collaborazione con Apple dopo Presunto innocente (2024), la serie Apple Original di otto episodi farà il suo debutto su Apple TV il 15 aprile con tre episodi, seguiti da nuovi episodi ogni mercoledì fino al 20 maggio.

    Widow’s Bay (2026)

    È in uscita per la fine di aprile la nuova serie con il vincitore dell’Emmy, Matthew Rhys. Si intitola Widow’sBay (2026), proprio come la pittoresca cittadina su un’isola a 40 miglia al largo della costa del New England, al centro dei dieci episodi. Ma sotto la superficie si nasconde qualcosa. Rhys interpreta il sindaco, Tom Loftis, alla ricerca disperata di risollevare la sua comunità in difficoltà. Non c’è Wi-Fi, la copertura cellulare è intermittente e deve fare i conti con abitanti superstiziosi che credono che la loro isola sia maledetta. Loftis vuole che queste persone lo rispettino. Non lo fanno. Pensano che sia debole e codardo. E lo è. Ma Loftis è determinato a costruire un futuro migliore per suo figlio adolescente e a trasformare l’isola in una meta turistica. Miracolosamente, ci riesce: i turisti finalmente arrivano. Purtroppo, però, gli abitanti avevano ragione. Dopo decenni di calma, le vecchie storie che sembravano troppo assurde per essere vere cominciano a diventare realtà. Disponibile dal 29 aprile con i primi tre episodi, seguiti dagli altri episodi a cadenza settimanale fino al 17 giugno, la serie unisce horror e commedia per un titolo che già da adesso non può che suscitare interesse.

    Cape Fear (2026)

    Cape Fear (2026) è prevista per inizio giugno. Ispirata all’omonimo film di Martin Scorsese, Cape Fear – Il promontorio della paura (1991), remake della pellicola Il promontorio della paura (1962) con Gregory Peck, a sua volta adattamento dell’omonimo romanzo di John D. MacDonald, la serie segue una tempesta si abbatte sugli avvocati felicemente sposati Anna (Amy Adams) e Tom Bowden (Patrick Wilson) quando Max Cady (Javier Bardem), il famigerato assassino che loro stessi hanno contribuito a far condannare e incarcerare, viene rilasciato dal carcere ed è assetato di vendetta. Un thriller psicologico imperdibile, dieci episodi, con i primi due disponibili a partire dal 5 giugno, che vanta tra i produttori esecutivi lo stesso Martin Scorsese e Steven Spielberg, allora produttore della pellicola del 1991.

    Lucky (2026)

    In arrivo per inizio luglio una serie limitata con Anya Taylor-Joy. La star de La regina degli scacchi (2020), oltre a essere produttrice esecutiva, sarà la protagonista di Lucky (2026), tratta dall’omonimo romanzo bestseller del New York Times, selezionato anche selezione dal Reese’s Book Club, scritto da Marissa Stapley. Quando una rapina multimilionaria va storta, la truffatrice Lucky (Anya Taylor-Joy) è costretta a darsi alla fuga. Braccata sia dall’FBI, che da uno spietato boss criminale, Lucky deve lottare per la propria vita e per trovare una via di uscita. Al fianco della Taylor-Joy, un cast corale, da Timothy Olyphant, Annette Bening, Aunjanue Ellis Taylor, che farà il suo debutto con i primi due episodi il prossimo 15 luglio, seguiti dai restanti ogni mercoledì fino al 19 agosto.

    The Dink – Mago del pickleball (2026)

    La data da fissare sul calendario è quella del 24 luglio. Sì, perché stiamo parlando della data di uscita di quella che è stata preannunciata come la commedia estiva targata Apple. Interpretata da Jake Johnson e Mary Steenburgen, con la straordinaria partecipazione di Ben Stiller, The Dink – Mago del pickleball (2026) segue l’ex prodigio del tennis ormai in declino, Dusty Boyd (Jake Johnson), relegato ad allenare bambini indisciplinati nel country club suburbano del padre Chuck (Ed Harris).Disperatamente in cerca dell’approvazione paterna, Dusty sostiene ciecamente la vendetta di Chuck contro il pickleball, la nuova mania che sta conquistando il club. Ma quando Dusty riacutizza un vecchio infortunio, perdendo la capacità di giocare a tennis, è costretto a ricorrere all’impensabile per la riabilitazione. Non solo prova il pickleball, ma grazie anche alla sua affascinante nuova partner Candace (Mary Steenburgen), scopre addirittura di apprezzarlo. Diviso tra due mondi, Dusty è infine costretto ad affrontare i fantasmi dei suoi fallimenti sportivi passati, incluso il suo nemico d’infanzia, Andy Roddick (Andy Roddick). Alla fine, Dusty si ritrova coinvolto in una battaglia disperata per il futuro del club, l’affetto di suo padre e la sua stessa identità.

    Mayday (2026)

    È l’ora di passare all’azione. Il 4 settembre segnerà il debutto sulla piattaforma del nuovo film con Ryan Reynolds e Kenneth Branagh, Mayday (2026). Descritta come una commedia d'azione che stravolge il genere spy-thriller, la pellicola segue il brillante pilota della Marina Militare americana, il tenente Troy “Assassin” Kelly (Reynolds), inviato in missione top secret in territorio russo nel pieno della Guerra Fredda. Quando l'operazione fallisce, rimasto bloccato dietro le linee nemiche, viene scoperto da Nikolai Ustinov (Branagh), un burbero ex agente del KGB con un debole per la cultura americana. Troy pensa di essere spacciato, ma un'improbabile alleanza tra i due potrebbe portare al salvataggio di Troy e a un legame del tutto inaspettato.Scritto, diretto e prodotto da John Francis Daley e Jonathan Goldstein, è sicuramente uno dei titoli più attesi dell’offerta del colosso di Cupertino.

    Scuola per guerrieri coraggiosi (2026)

    La scuola media è un incubo per Marc (Jude Hill), un bravo ragazzo vittima di bullismo da parte dei compagni di classe e che si sente in ritardo in tutto, dallo studio all'educazione fisica, fino alle semplici amicizie. La situazione cambia quando lo zio Jake (Chris Pratt), un Navy SEAL decorato e ferito in servizio, per riprendersi finisce a trascorrere l’estate con Marc e sua madre Sarah (Linda Cardellini). Per aiutare Marc a difendersi, Jake elabora un programma ambizioso denominato“Operazione Warrior Kid”, basato sul suo addestramento SEAL. Invece di insegnare a suo nipote come combattere, Jake mostra a Marc cos'è il vero coraggio, e nel farlo si ritrova ad affrontare i propri demoni. Basato sul romanzo bestseller dell'ex Navy SEAL JockoWillink, Scuola per guerrieri coraggiosi (2026) è diretto da McG, già dietro a Charlie's Angels (2000) e Terminator Salvation (2009), ed è sceneggiato da Will Staples, autore dei copioni di Senza rimorso (2021) e The Right Stuff: Uomini veri (2020).

  • "Ted Lasso": a quali calciatori sono ispirati i personaggi della serie?
    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Mancano pochi mesi ai Mondiali di calcio negli Stati Uniti, e il tempismo non potrebbe essere migliore per riscoprire Ted Lasso (2020). La serie Apple TV+ che ha fatto innamorare del calcio milioni di americani arriva al suo appuntamento perfetto: proprio mentre Lamine Yamal, Mbappé o Vinicious Jr. si preparano a conquistare gli stadi di New York, Los Angeles e Miami, la storia dell'improbabile allenatore del Kansas tornerà ad appassionare i milioni di fan di tutto il mondo in attesa della quarta stagione, in arrivo in estate 2026.

    Quando nel 2020 la serie debuttò in streaming, in pochi avrebbero scommesso sul suo successo. La premessa sembrava una barzelletta lunga tre stagioni: un coach di football americano che non distingue un corner da un calcio di punizione viene assunto per guidare una squadra di Premier League. Eppure Ted Lasso è diventata uno dei fenomeni televisivi del decennio, vincendo Emmy a ripetizione e conquistando anche chi del calcio non ha mai capito granché. Il segreto sta nel tono, in quell'ottimismo contagioso che non scivola mai nel buonismo stucchevole, e in una galleria di personaggi così ben costruiti da sembrare veri. E in effetti, in parte, lo sono: dietro molti giocatori dell'AFC Richmond si nasconde l'ombra di un calciatore reale, un modello a cui gli sceneggiatori si sono ispirati per dare credibilità ai personaggi sul campo. Ecco chi si nasconde dietro i protagonisti della serie.

    Ted Lasso: Il mister ispirato a Jürgen Klopp e Pep Guardiola

    Il personaggio che dà il titolo alla serie nasce nel 2013 come protagonista di alcuni spot promozionali per NBC Sports, ma è nella versione televisiva che acquista spessore e complessità. Ted è un allenatore di football americano catapultato in un mondo che non conosce, eppure riesce a farsi amare da tutti grazie a un ottimismo quasi disarmante e a una capacità di gestione del gruppo che compensa ampiamente la sua totale ignoranza calcistica. Jason Sudeikis ha raccontato in diverse interviste di essersi ispirato a figure reali per costruire il personaggio: suo padre, il suo allenatore di basket al liceo Donnie Campbell, e soprattutto due tra i tecnici più vincenti degli ultimi anni.

    Il primo è Jürgen Klopp, l'allenatore tedesco che ha riportato il Liverpool ai vertici del calcio europeo. «Quando ho saputo che portava i suoi giocatori a fare karaoke insieme, ho pensato: ecco una storia da raccontare» aveva detto Sudeikis in un’intervista a Sports Illustrated. L'approccio umano di Klopp, la sua capacità di creare un ambiente familiare nello spogliatoio, si ritrova in pieno nel personaggio di Ted. L'altro modello è Pep Guardiola, da cui Sudeikis ha preso ispirazione per il modo di comunicare e per l’approccio tattico fuori dal comune (non ce ne voglia Pep per il paragone). Due filosofie di calcio molto diverse, che nella finzione diventano le due facce di un allenatore improbabile ma decisamente irresistibile.

    Roy Kent: Il capitano d’acciaio che ricorda Roy Keane

    Il nome non lascia spazio a dubbi: Roy Kent è costruito sull'immagine di Roy Keane, leggendario capitano del Manchester United degli anni Novanta e Duemila. Brett Goldstein, che oltre a interpretarlo è anche uno degli sceneggiatori della serie, ha modellato il personaggio su quel centrocampista arcigno e combattivo che terrorizzava gli avversari e pretendeva il massimo dai compagni. La somiglianza non si ferma al carattere: Kent condivide con Keane l'approccio diretto, il linguaggio colorito, l'incapacità fisica di tollerare la mediocrità.

    Ma c'è anche dell'altro. La carriera di Kent nella serie prevede una Champions League vinta con il Chelsea prima del trasferimento al Richmond nel crepuscolo della carriera, un percorso che ricorda quello di Gary Cahill, difensore che dopo anni di successi a Stamford Bridge chiuse la carriera proprio al Crystal Palace, la squadra londinese che ha ispirato l'AFC Richmond. Kent è un personaggio che evolve nel corso delle tre stagioni: da giocatore a fine carriera diventa allenatore, mentore del giovane Jamie Tartt, e infine guida tecnica della squadra. Un arco narrativo che Keane nella realtà ha solo parzialmente percorso, ma che nella finzione funziona perfettamente.

    Jamie Tartt: L'attaccante viziato tra Grealish, Ronaldo e Beckham

    Il coro che accompagna Jamie Tartt, realizzato sulle note della hit per bambini Baby Shark, è diventato uno dei tormentoni della serie, e il personaggio interpretato da Phil Dunster è forse quello che più di tutti incarna lo stereotipo della giovane promessa del calcio inglese. Arrogante, vanitoso, ossessionato dalla propria immagine, Jamie inizia la serie come antagonista prima di attraversare un percorso di redenzione che lo trasforma in uno dei personaggi più amati. Gli sceneggiatori non hanno mai indicato un singolo modello, preferendo costruire il personaggio come un amalgama di diversi calciatori reali.

    Il riferimento più evidente è Jack Grealish, il centrocampista del Manchester City, oggi in prestito all’Everton: i due condividono lo stile dribblomane, l’ossessione per la cura dei capelli curati, l'atteggiamento da ragazzo di strada che tanto piace al pubblico workin’ class. Ma in Jamie c'è anche il giovane Cristiano Ronaldo, quello degli anni al Manchester United, tutto talento e spavalderia, con tanta convinzione di essere il migliore e nessuna voglia di nasconderlo. E poi c'è David Beckham, soprattutto nel modo in cui il personaggio gestisce la propria immagine pubblica e nel dettaglio del piede destro benedetto da dio citato nella serie, quasi una menzione al discorso del Primo Ministro inglese interpretato da Hugh Grant in Love Actually (2003). L'evoluzione di Tartt nel corso delle tre stagioni, da egoista insopportabile a giocatore di squadra, è uno degli archi narrativi meglio riusciti della serie.

    Dani Rojas: L'entusiasmo contagioso di Chicharito

    "Football is life!" Il grido di battaglia di Dani Rojas è diventato un mantra per i fan della serie, e il personaggio interpretato da Cristo Fernández incarna tutto lo spirito del calcio quando viene vissuto con gioia pura. Attaccante messicano arrivato al Richmond da Guadalajara, Dani porta nello spogliatoio un'energia incontenibile che contagia compagni e spettatori. Il modello principale è Javier "Chicharito" Hernández, il bomber messicano che ha giocato per Manchester United, Bayer Leverkusen e West Ham tra gli altri.

    Le somiglianze sono numerose e non casuali: entrambi vengono da Guadalajara, entrambi sbarcano in Premier League con un entusiasmo travolgente, entrambi hanno quella capacità di sorridere anche nelle situazioni più difficili. Fernández ha raccontato di essersi ispirato anche ad Alexis Sánchez e a Ronaldinho per costruire il personaggio, attingendo a quella gioia latina nel giocare a pallone che caratterizza molti sudamericani. C'è persino un omaggio nascosto: nella serie, Dani segna un gol di faccia contro il Chelsea, esattamente come fece Chicharito nel Community Shield del 2010 contro la stessa squadra. Un dettaglio che solo i veri appassionati possono cogliere, ma che dimostra quanto gli sceneggiatori conoscano il mondo che stanno raccontando.

    Zava: L'ego smisurato di Zlatan Ibrahimović

    Quando nella terza stagione l'AFC Richmond ingaggia una superstar mondiale per puntare al titolo, il modello è così evidente da non richiedere spiegazioni. Zava, interpretato da Maximilian Osinski, è costruito interamente su Zlatan Ibrahimović: la statura imponente, il codino, un ego talmente fuori scala che fatica a entrare nello stadio, le frasi in terza persona che oscillano tra il geniale e il meme. L'attore ha confermato di aver studiato a fondo l’attaccante svedese, leggendo la sua autobiografia I Am Football e guardando ore di interviste per catturarne la personalità.

    Ma Zava non è solo Zlatan. Osinski ha raccontato di aver attinto anche da Eric Cantona, la leggenda francese che al Manchester United alternava prodezze tecniche a gesti clamorosi come il calcio a un tifoso nel 1995, e da Robert Lewandowski per il modo di presentarsi alla stampa. Il tatuaggio sulla schiena che Zava sfoggia dopo ogni gol, un ritratto di sé stesso, è invece ispirato a Richarlison, l'attaccante brasiliano che ha realmente un tatuaggio simile. Il personaggio funziona perché gli sceneggiatori hanno capito una cosa fondamentale: nel calcio moderno esistono davvero figure così sopra le righe da sembrare parodie di sé stesse, e Zlatan Ibrahimović è il loro portabandiera.

    Sam Obisanya: L'impegno sociale di Rashford e Mané

    Il personaggio interpretato da Toheeb Jimoh è diverso dagli altri: Sam Obisanya non è costruito sull'immagine di un singolo calciatore, ma rappresenta un archetipo che negli ultimi anni è diventato sempre più rilevante nel calcio inglese. Giovane nigeriano arrivato al Richmond con grandi speranze, Sam si distingue non solo per il talento ma per l'impegno sociale che lo porta a scontrarsi con gli sponsor del club e a prendere posizione su temi scottanti. Il riferimento più diretto è Marcus Rashford, l'attaccante del Manchester United che durante la pandemia ha combattuto contro la povertà alimentare infantile nel Regno Unito.

    Ma in Sam c'è anche Sadio Mané, per la generosità con cui usa la propria visibilità per aiutare il paese d'origine, e Bukayo Saka, per il modo con cui affronta gli attacchi razzisti sui social media. Nella terza stagione, Sam viene preso di mira dopo aver criticato la politica migratoria del governo britannico, e la frase "shut up and dribble" che gli viene rivolta ricorda da vicino gli insulti che molti calciatori neri hanno ricevuto negli ultimi anni quando hanno osato parlare di politica. È il personaggio più esplicitamente politico della serie, e anche quello che meglio rappresenta come il calcio inglese sia cambiato nell'ultimo decennio.

    Nate Shelley: La trasformazione in José Mourinho

    L'arco narrativo di Nathan Shelley è il più sorprendente della serie. Da magazziniere timido e maltrattato a vice allenatore, da protetto di Ted a “traditore” che passa tra le file nemiche, Nate attraversa una metamorfosi che si riflette persino nel suo aspetto fisico. I capelli che ingrigiscono progressivamente nel corso della seconda stagione sono un dettaglio voluto, e Nick Mohammed, l'attore che lo interpreta, ha rivelato su Twitter che nella sua testa stava diventando José Mourinho.

    Il parallelo funziona su più livelli. Come Mourinho, Nate emerge dall'ombra di un club per diventare allenatore di una squadra rivale: lo Special One fece il suo apprendistato al Barcellona per poi finire a guidare i rivali di sempre del Real Madrid, esattamente come Nate passa dal Richmond al West Ham di Rupert, il vero villain della serie. Entrambi condividono una genialità tattica accompagnata da quella tendenza a definirsi con soprannomi altisonanti: "the special one" per Mourinho, "the wonder kid" per Nate. La redenzione che il personaggio si guadagna nella terza stagione è forse l'unico punto in cui la finzione si distacca dalla realtà, ma in una serie che celebra le seconde possibilità non poteva andare diversamente.

  • Da “It” a “Clark”: i migliori film e serie TV con Bill Skarsgård
    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Nato in una dinastia di attori, dal padre Stellan al fratello maggiore Alexander, era quasi inevitabile che anche Bill Skarsgård intraprendesse lo stesso cammino. Meno scontato, invece, che riuscisse a ritagliarsi un ruolo di rilievo nell'industria dell'audiovisivo tra Stati Uniti ed Europa. Lo dimostra una già lunga filmografia e un paio di ruoli iconici, quello del pagliaccio ballerino in IT e quello del conte Orlok nella versione di Nosferatu firmata da Robert Eggers.

    Ruoli nei quali si è immerso al punto tale da essere irriconoscibile. Ma un altro grande punto a favore dell'attore è la sua versatilità e credibilità nell'incarnare personaggi molto distanti tra di loro per genere e toni come accaduto in Deadpool 2 (2018) e nello sfortunato The Crow – Il corvo (2024).

    Dopo la sua ultima fatica in Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (2026), JustWatch ha stilato una classifica dei migliori film e serie TV con Bill Skarsgård.

    7. Castle Rock (2018 - 2019)

    Dopo il Pagliaccio Ballerino di It, Bill Skarsgård torna a confrontarsi con il mondo terrificante immaginato da Stephen King in Castle Rock, un horror psicologico basato sulle storie dello scrittore in cui convivono temi e personaggi dell'immaginaria cittadina del Maine. Uno sguardo originale ed inedito a un materiale letterario che qui prende vita sotto forma di serie TV antologica per esplorare la natura umana e le sue zone più oscure grazie alle due stagioni da 20 episodi complessivi la cui durata oscilla tra i 35 e 60 minuti.

    Perfetta per i fan di King come per chi non ha mai letto nemmeno una riga della sua lunga e fortunata produzione letteraria. L'attore svedese veste i panni di The Kid, un misterioso detenuto del penitenziario di Shawshank (lo stesso de Le ali della libertà, 1994), la cui interpretazione è tutta giocata sull'inquietudine capace di trasmettere attraverso il suo sguardo in un clima di costante tensione e angoscia. Una presenza apparentemente placida sotto la cui superficie, Skarsgård riesce a trasmettere allo spettatore tutto il turbamento del suo personaggio. Se ami gli adattamenti delle opere di King come The Outsider (2020) e The Institute (2025), anche Castle Rock saprà come conquistarti.

    6. John Wick 4 (2023)

    Bill Skarsgård è il marchese Vincent de Gramont, l'antagonista dell'ex assassino con il volto di Keanu Reeves. Il super villain di John Wick 4, ultimo capitolo (per ora) dell'omonimo franchise action che ha dato vita a un universo cinematografico con la serie prequel The Continental: Dal mondo di John Wick (2023) e lo spin-off Ballerina (2025). Un epilogo che raggiunge la vetta più alta della saga nelle sue oltre due ore e mezza di durata.

    Le scene di combattimento sono un tripudio di originalità incessante che intrattengono grazie a una regia capace di trasformarle in una danza spietata. L'attore svedese offre una prova trattenuta per sottolineare il carisma austero del suo personaggio che impartisce ordini con una pacatezza minacciosa nel tentativo di annientare il protagonista. Una prova controllata che, dietro l'eleganza dei modi, nasconde un narcisismo e una prepotenza che sfociano in una brutale ferocia. Se vuoi addentrarti ancora di più nel mondo del leggendario ex sicario, oltre al prequel e allo spin-off già citati, puoi recuperare gli altri capitoli della saga cinematografica: John Wick (2014), John Wick – Capitolo 2 (2017) e John Wick 3 – Parabellum (2019).

    5. Malvagi (2019)

    Uno dei film meno conosciuti della filmografia di Bill Skarsgård, ma anche uno dei migliori. Malvagi sorprende grazie al mix di elementi thriller e di black humor. L'attore fa coppia con la reginetta dell'horror contemporaneo Maika Monroe e insieme fanno scintille nei ruoli di due criminali dilettanti. Una delle prove più rappresentative della versatilità dell'attore svedese data anche da una sceneggiatura imprevedibile che inganna le nostre aspettative e ci costringe a ripensare tutto quello che credevamo di aver compreso.

    Skarsgård è magnetico e irresistibile nei panni di un personaggio eccentrico al quale, però, l'attore non manca di instillare un'umanità che lo rende amabile. Grottesca, ironica, sapientemente orchestrata, la pellicola è arricchita dalle performance di Jeffrey Donovan e Kyra Sedgwick e da un'attenzione alla componente visiva molto curata. Se ti sei divertito nel guardare la commedia horror Bodies Bodies Bodies (2022), Malvagi è la visione giusta per te.

    4. Barbarian (2022)

    Quello di Zach Cregger è uno degli horror più riusciti degli ultimi anni. E lo è per l'intelligenza della scrittura che spiazza a più riprese nel corso della visione, per l'omaggio al cinema di genere del passato rivisto con sguardo contemporaneo e il terrore che riesce a infondere nello spettatore. Tre elementi non sempre riscontrabili nei titoli dell'orrore che finiscono per deludere a causa di una mancanza di visione generale e duratura.

    Bill Skarsgård affianca Georgina Campbell e Justin Long in un cast che depista le nostre aspettative lasciando che un'atmosfera di sospetto aleggi per tutta la durata del film, tra un colpo di scena e un ribaltamento di prospettiva. La sua performance è tutta giocata sulla percezione di pericolo e sul dubbio che l'attore riesce a installare in noi spettatori. Da recuperare se hai apprezzato l'ultima fatica di Cregger, Weapons (2025).

    3. Clark (2022)

    La genesi della sindrome di Stoccolma ha un nome e un cognome: Clark Olofsson. Il più celebre criminale svedese al quale Bill Skarsgård dà voce e corpo nella mini-serie Clark. È lui stesso il narratore (inaffidabile) del crime drama venato di umorismo nero. Il tono è esplicitamente esagerato e frenetico grazie a un montaggio serrato e una regia audace che si diverte ad azzardare nel mostrare luci e svariate ombre del protagonista. Un uomo carismatico e affascinante, ma anche un manipolatore capace di gesta criminali.

    L'attore è al centro di un vero e proprio tour de force che mette in evidenza tutta la sua ecletticità come interprete facendoci subire il fascino del suo personaggio. È lui il cuore del racconto che alimenta grazie a sfumature sempre diverse che spaziano dall'atteggiamento seduttivo all'arroganza passando per gentilezza e sfacciataggine. Se dopo Rapina a Stoccolma (2018) vuoi approfondire la figura di un ladro carismatico, Clark è la visione perfetta.

    2. IT (2017)

    Non era affatto facile raccogliere l'eredità di Tim Curry nei panni di Pennywise nella miniserie del 1990, eppure Bill Skarsgård è riuscito a tenergli testa e dare vita a una sua versione iconica e terrificante del clown assassino. In IT di Andy Muschietti, l'attore – merito anche del trucco prostetico – mette in mostra tutte le sue doti orrorifiche rese ancor più spaventose dalla voce stridula con la quale caratterizza il suo personaggio. La sua performance, ripresa anche in It- Capitolo 2 (2019), è uno degli elementi che hanno decretato il successo della pellicola tratta dal romanzo di Stephen King. 

    Un'opera resa accessibile a un pubblico più ampio, ricco di jumpscare e debitrice di un cinema per ragazzi che trova in Stand by me – Ricordo di un'estate (1986) il suo massimo esempio tradotto in chiave horror. Con un considerevole numero di cambiamenti rispetto al romanzo, il film ne mantiene però intatto lo spirito. Pressoché irriconoscibile, Skarsgård cattura tutta la follia assassina del suo personaggio, un essere malefico che ha saputo fare suo dimostrando una notevole ecletticità attoriale. Se dopo aver visto IT – Il pagliaccio assassino (1990) non guardi più i tombini allo stesso modo, il film di Muschietti potrà farti rivivere le stesse terrificanti emozioni. E se vuoi rivedere Pennywise, non perderti la serie Welcome to Derry (2025).

    1. Nosferatu (2024)

    Al pari di Pennywise in It, Nosferatu è una delle interpretazioni più iconiche ed estreme della carriera di Bill Skarsgård. Un trasformista che utilizza il corpo e la voce per diventare chiunque voglia, che si tratti di un ladruncolo incompetente, il più grande criminale svedese o il corte Orlok nel remake diretto da Robert Eggers del classico espressionista di Murnau, Nosferatu il vampiro (1922). Un ruolo dietro il quale l'attore scompare grazie al trucco e a un lavoro importante sulla voce e la lingua, tra gli elementi più determinati del personaggio nell'infondere terrore. Con il conte Orlok, Bill Skarsgård porta in scena un personaggio terrificante quanto tragico e conferma definitivamente la sua natura trasformista che gli permette di diventare chiunque voglia.

    Una prova che poteva scadere facilmente nella maschera, ma che riesce a rendere credibile e spaventosa. Un film dalla forte estetica visiva e dall'attenzione maniacale al dettaglio come ci ha abituati il cinema di Eggers, che costruisce delle immagini/dipinto infuse di inquietudine e solitudine per parlare di follia e desiderio femminile. Se vuoi mettere a confronto l'originale di Murnau con la versione di Werner Herzog, Nosferatu – Il principe della notte (1979), e hai amato The Witch (2015), The Lighthouse (2019) e The Northman (2022), non puoi non vedere anche Nosferatu.

  • Questo film controverso (e vietato) sta per tornare con un reboot terrificante
    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Faces of Death, meglio conosciuto in Italia come Le facce della morte (1978) è uno dei film più controversi degli anni ‘70. Non è una reputazione da poco se pensate che quel decennio ci ha regalato pellicole iconoclaste come Salò o le 120 giornate di Sodoma (1976), L'ultima casa a sinistra (1972) e Fenicotteri rosa (1972).

    Il mondo movie di John Alan Schwartz aveva terrorizzato, disgustato e intrigato migliaia di spettatori con il suo gusto per l’eccesso. A quasi cinquant’anni dalla sua uscita, questo cult proibito torna a far parlare di sé dopo la notizia apparsa su Variety che conferma l’uscita di un reboot. Faces of Death (2026) di Daniel Goldhaber mostrerà come l’originale molteplici modi di morire, ma lo farà attraverso una riscrittura moderna della premessa.

    “Le facce della morte”: il cult controverso campione d’incassi

    Quando Le facce della morte (1978) uscì nelle sale sul finire degli anni ‘70, nessuno si aspettava un risultato così straordinario ai botteghini. Decine di milioni di incasso, a cui sommare le ulteriori valanghe provenienti dal noleggio delle videocassette. Per molti anni a seguire, il nome di questo falso documentario su un patologo che presenta al pubblico filmati di morti terrificanti è passato di bocca in bocca. La domanda che molti si chiedono tuttora è sempre la stessa: stiamo assistendo a morti reali? La reputazione di snuff movie continua a pietrificare chi cerca di vedere questa perla vietata e, anche se una buona parte dei filmati sono falsi, il film contiene anche spezzoni autentici.

    Seguendo il filo rosso de Le facce della morte (1978), Faces of Death (2026) non può che onorarne la potenza eversiva mantenendo intatta la struttura del film. Questa volta, però, la figura del patologo viene sostituita da quella di una moderatrice di contenuti. La donna si ritrova per le mani alcuni video che ricostruiscono le morti agghiaccianti del cult anni ‘70. Toccherà a lei e agli spettatori capire se si è di fronte a filmati autentici o fasulli. La natura exploitative delle due pellicole si innesta perfettamente in uno dei sottogeneri più controversi della settima arte, il mondo movie. Quasi fosse una coincidenza, è proprio lo Stivale ad aver partorito queste visioni morbose.

    Mondo movie: una creazione made in Italy

    Il cinema italiano può vantare film pionieristici che hanno fatto scuola, inventando generi e segnando per sempre la storia della settima arte. Ossessione (1944) ha spalancato le porte al movimento neorealista. Sei donne per l'assassino (1964) ha dato alla luce il genere slasher. Cannibal Holocaust (1980) è stato anticipatore della tecnica del found footage. Per quanto riguarda il mondo movie, i suoi natali sono da attribuire al famigerato Mondo Cane (1962) di Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara e Franco Prosperi.

    La pellicola contiene al suo interno tutte le caratteristiche che contraddistinguono un mondo movie. Una raccolta di filmati, presentati sotto forma di documentario, mostra temi sensazionalistici con l’intento di scioccare lo spettatore. Questi contenuti provengono da tutto il mondo, ergo il nome del sottogenere, e racchiudono riti, usanze atipiche per il cosiddetto “senso comune” o scene inusuali ed eccessive. Allo stesso tempo, le immagini fungono da tabù, suscitano un certo gusto per il proibito, anche se esasperato e esplicitamente volto al profitto facile. 

    Le maggiori problematiche dei mondo movie non sono solamente da attribuire al contenuto scioccante. Bisogna evidenziare anche il modo in cui queste immagini vengono presentate. Il formato documentario cerca di conferire un intento scientifico all’esperimento e donare autorità alla pellicola. Non solo, molte ritualità mostrate sono decontestualizzate e proposte per il loro effetto shock. Il risultato non solo potrebbe essere ritenuto di cattivo gusto, ma anche sostenitore di visioni dalla natura discriminatoria.

    Vale la pena guardare “Faces of Death”?

    La natura apertamente exploitative de Le facce della morte (1978) e del suo reboot necessita di una risposta più complessa che vada oltre il sì e il no. Se avete letto fino a qui, vi sarete fatti un’idea del tipo di film che vi trovate davanti. Le titubanze etiche riguardo allo sfruttamento di immagini controverse potrebbero essere bilanciate dal considerare i mondo movie come un esperimento artistico consapevole delle sue intenzioni. In questo caso, una visione contestualizzata di Faces of Death (2026) è consigliata, anche solo per poter dire di aver visto un mondo movie.

    Ci sono casi, invece, nei quali la visione è sconsigliata. E questo è anche un segno della forza di un film che punta a polarizzare lo spettatore. In primis, se già non potete vedere gli horror normali, questo reboot è decisamente off-limits. Una complicazione differente potrebbe sorgere nello spettatore consapevole, dotato di stomaco forte ma indisposto a sottoporsi a immagini altamente strumentalizzate. In questo caso, ci si troverebbe di fronte a un bivio: accettare la natura dei mondo movie o rimanere sulle proprie posizioni.

  • "L'ultima missione: Project Hail Mary" - Ryan Gosling: “Il film? Un promemoria di ciò di cui siamo capaci come esseri umani”
    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Sotto ogni aspetto questo film è più ambizioso di The Martian. Avevo paura di deludere Andy ed ero terrorizzato dall'idea di non essere in grado di scriverlo per centrare il ruolo del protagonista.

    Perché non pensavo che nessuno potesse interpretare quella parte. Mentre stavo dicendo questa frase, Andy mi ha detto: 'È Ryan Gosling'. A quel punto ho risposto: 'Ci sto'. Non c'è nessun altro sul pianeta che avrebbe potuto farlo”

    Parola di Drew Goddard, lo sceneggiatore di L'ultima missione: Project Hail Mary, dal 19 marzo in sala. La pellicola sci-fi diretta dai premi Oscar Phil Lord e Christopher Miller e adattamento del romanzo di Andy Weir, lo stesso autore da cui Ridley Scott ha tratto il film del 2015 con protagonista Matt Damon. JustWatch li ha incontrati via Zoom insieme alla produttrice Amy Pascal e al protagonista, Ryan Gosling.

    Al centro del racconto Ryland Grace (Gosling), un comune insegnante di scienze che si sveglia su un’astronave lontano da casa anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo della sua missione: salvare il mondo dal collasso del Sole causato da una misteriosa sostanza. Per farlo dovrà fare affidamento sia sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue capacità di pensare fuori dagli schemi. Ma un'inaspettata amicizia con un alieno gli farà capire che non è solo in questa impresa.

    Un film sci-fi che non perde mai di vista l'umanità e l'emozione

    L'ultima missione: Project Hail Mary si concentra su un uomo catapultato in una storia più grande di lui, considerato il solo in grado di poter portare a termine l'incarico. “Penso che Ryland sia uno degli eroi più riluttanti che ci siano. La sfida e l'opportunità di questa storia consistevano nel raccontare di un viaggio verso l'ignoto, svelando - al contempo - l'umanità del protagonista”, spiega Pascal. “Chris e Phil sanno come farlo, rendendo il film sempre incentrato sulle persone. Penso che la loro capacità di comprendere l'umanità sia assolutamente singolare. Questo film doveva essere divertente e d'intrattenimento. Ma doveva anche cercare di rendere il mondo un posto migliore. E non c'era nessuno meglio di questi due ragazzi per guidarci lì”.

    Una storia che usa il genere fantascientifico per concentrarsi sull'esperienza umana e l'emozione. “In ogni scena sulla Terra e nello spazio, ci sono esseri viventi che si uniscono per risolvere problemi. Ed è questo che lo fa sentire così pieno di speranza e ottimista, anche se tecnicamente parla di un evento apocalittico. Non è cupo, freddo o asettico. È caldo, speranzoso e ti mostra lo spirito dell'umanità”, afferma Miller. “È un film che ti fa ridere, piangere e ti spaventa. Ti fa provare ogni tipo di sensazione. Non rientra in una categoria di genere predefinita. Ma l'umanità è fatta così. La condizione umana è provare tutte queste cose, a volte l'una accanto all'altra. Cerchiamo sempre di fare film che aiutino le persone a immaginare la bontà. Vogliamo che vedano e si ricordino di ciò che siamo capaci di fare”.

    L'ultima missione: Project Hail Mary, un protagonista “normale” e un messaggio radicale

    Ciò che rende L'ultima missione: Project Hail Mary così riuscito sotto il profilo emotivo è la possibilità di entrare in profonda empatia con il suo protagonista, una sorta di specchio nel quale poterci riflettere.“La maggior parte delle persone non pensa a se stessa come a qualcuno di straordinario”, riflette lo scrittore. “E quando scrivi un libro, vuoi che le persone entrino in empatia con il protagonista. Per questo volevo creare un personaggio in cui le persone potessero davvero immedesimarsi e dire: 'Sì, sono una persona normale. Non mi piacerebbe trovarmi in questa situazione e non sono sicuro di cosa farei'. Voglio che tutti voi sperimentiate questo anche sullo schermo, che vi sentiate a disagio, scomodi e spaventati”.

    Con un budget di 248 milioni di dollari, la pellicola è un blockbuster a tutti gli effetti. Ma, nonostante la sua anima da “pop corn movie”, dietro c'è molto di più.“Era chiaro che Andy avesse catturato un fulmine in una bottiglia con questo lavoro e avesse scritto qualcosa di molto speciale. Quando ho ricevuto il libro era un periodo in cui i cinema stavano chiudendo e le produzioni cinematografiche si stavano fermando. E poi è arrivata questa opportunità incredibilmente commovente e ottimista di guardare al futuro come a qualcosa non da temere, ma semplicemente da risolvere. Un approccio decisamente radicale”, ammette l'attore. “La voce di Andy è importante in questo momento. Il nostro non è un semplice film di evasione, ma un promemoria di ciò di cui siamo capaci come esseri umani. Il messaggio di trasformare la paura in curiosità è davvero bellissimo. Spero che siano questo spirito e questa speranza ciò che i giovani trarranno dal film”.

    Rocky, un alieno per amico

    Nel corso della sua missione, Ryland si accorge di non essere solo nello spazio. Nel tentativo di fare ciò che l'uomo sta facendo per la Terra, il protagonista incontra un alieno – ribattezzato Rocky – impegnato a salvare il suo pianeta. A dargli vita e voce un burattinaio di nome James Ortiz, diventato un punto di riferimento per Gosling sul set. “Non vi annoierò con i livelli di "meta-narrazione" tra la storia e le riprese, ma questo è uno di quegli aspetti che credo faccia parte della magia del film: stavamo vivendo un po' quello che vivevano i personaggi, cercavamo solo un modo per connetterci, comunicare e far funzionare le cose”, spiega l'attore. “Anche se James doveva essere solo il burattinaio, ha iniziato a dirmi le battute restando nel personaggio, così avevo qualcuno con cui recitare. Spesso restavo imbragato per molto tempo con l'elmetto, isolato, ma avevo un auricolare e potevo parlare con lui. Ha una connessione così profonda con il personaggio che riusciva a parlarmi come Rocky fuori copione, dando vita a una connessione reale”.

    Tra le sfide di questa storia c'era cercare di farti tenere a una creatura che non ha faccia, occhi e bocca, e cercare di raccontare una storia che si svolge per lo più dentro un'astronave con un solo essere umano”, gli fa eco Phil Lord. “Girare a gravità zero e un'altra miriade di aspetti complicatissimi, ci entusiasmano perché sono difficili. Era l'opportunità per fare qualcosa che nessuno aveva mai visto prima. Cercare di realizzare un film dove pensi: 'Come farò se non riesco a farti innamorare di Rocky e farti dire che moriresti per lui?'. Fortunatamente, al secondo giorno di riprese con Ryan e James, ho pensato: 'Ok, funzionerà. Moriranno per lui'”.

  • "La Sposa!" e altri 9 film diretti da attori e attrici
    Andrea Ballerini

    Andrea Ballerini

    Editor a JustWatch

    Confessioni di una mente pericolosa (2002). Mona Lisa Smile (2003). Il cavaliere oscuro (2008). Questi sono alcuni titoli con i quali Maggie Gyllenhaal ha costruito la sua carriera scintillante davanti alla macchina da presa. Come molti suoi colleghi e colleghe prima di lei, l’attrice ha deciso di posizionarsi dall’altro lato della camera. Il suo esordio alla regia è arrivato con La figlia oscura (2021), a cui ha fatto seguire la pellicola gotica La Sposa! (2026) con Jessie Buckley e Christian Bale.

    In occasione dell’uscita del film sulla compagna di Frankenstein, abbiamo stilato questa lista con 10 film diretti da attori e attrici. Ci siamo concentrati sul ventunesimo secolo ed è per questo che non troverete capisaldi come Quarto potere (1941) e Balla coi lupi (1990).

    1. "The Town" (2010) - Ben Affleck

    Ben Affleck aveva già fatto capire che il suo talento risiedeva non solo nella recitazione. Ci avevano pensato la sceneggiatura di Will Hunting - Genio ribelle (1997), scritta a quattro mani con Matt Damon, e Gone Baby Gone (2007), strepitosa prima pellicola neo-noir. Il suo film successivo alla regia sguazza nelle stesse acque torbide dell’esordio. The Town è un neo-noir con alcuni tocchi crime che convince in più punti. Dalla recitazione sul pezzo di tutto il cast alle scene di rapina al fulmicotone, questo cult moderno può competere con titoli del calibro di Hell or High Water (2016) e Come un tuono (2013).

    2. "Barriere" (2016) - Denzel Washington

    Dopo vent’anni da fuoriclasse con due Oscar vinti per Glory - Uomini di gloria (1989) e Training Day (2001), Denzel Washington aveva esordito come regista con il dramma Antwone Fisher (2002). Tuttavia, nessun film con la sua regia aveva fatto così tanto rumore come Barriere. Il film che ha regalato a Viola Davis l’Academy Award come Miglior attrice non protagonista punto molto sulla sceneggiatura e sulla recitazione. I set sono minimi e circoscritti, enfatizzando ancora di più il dominio dei dialoghi. Barriere (2016) vince la scommessa regalandoci alcune delle performance più riuscite degli ultimi anni, oltre che lasciare tanto a cui pensare.

    3. "The Nice Guys" (2016) - Shane Black

    Forse qualcuno si stupirà nel sapere che Shane Black, il genio dietro film come Kiss Kiss Bang Bang (2005) e Iron Man 3 (2013), ha iniziato la sua carriera davanti alla macchina da presa. Avete capito bene: davanti! Il suo destino, però, era già segnato. Dopo aver influenzato il buddy movie con perle come Arma letale (1987) e L'ultimo boy scout (1991), Black è tornato a queste atmosfere con The Nice Guys. Questa volta le tonalità buddy sono impregnate di neo-noir e di commedia, a metà tra Il lungo addio (1973) e Il grande Lebowski (1998). Tra gag e tensione, il film è un saliscendi continuo fino al finale al cardiopalma.

    4. "Per primo hanno ucciso mio padre" (2017) - Angelina Jolie

    Angelina Jolie aveva centrato solo a metà le sue escursioni nel mondo della regia. Con risultati alterni, l’attrice di film simbolo come Lara Croft - Tomb Raider (2001) ha fatto finalmente capire perché il suo contributo alla regia è necessario con Per primo hanno ucciso mio padre. L’interesse per le cause umanitarie di Jolie si sposa perfettamente con il respiro sociale del film, rendendo la sua regia autentica ed efficace. Un avvertimento: il film non è adatto ai deboli di cuore, basandosi su temi come la guerra, la violenza e l’infanzia. Da vedere assolutamente se Va' e vedi (1985) e Beasts of No Nation (2015) non vi hanno lasciato indifferenti.

    5. "Lady Bird" (2017) - Greta Gerwig

    Greta Gerwig è riuscita a ritagliarsi un posto da regina assoluta del cinema moderno, sia sul piano attoriale che registico. Dopo performance sublimi in To Rome with Love (2012) e Frances Ha (2013), Gerwig ha fatto parlare di sé per la regia di film come Barbie (2023). Tuttavia, qui vi vogliamo proporre il suo folgorante esordio registico Lady Bird. Ovviamente, se non si conta il film a quattro mani con Joe Swanberg Nights and Weekends (2008). La pellicola con Saoirse Ronan è un moderno coming-of-age che soddisferà gli amanti di Licorice Pizza (2021) e Boyhood (2014). Come per Barriere (2016), il film concentra tutto il suo potenziale sulla storia e la sceneggiatura, regalandoci personaggi in cui immedesimarsi a prima vista.

    6. "Una donna promettente" (2020) - Emerald Fennell

    Una donna promettente già faceva capire la stoffa registica di Emerald Fennell, che ha continuato a essere saliente anche con le sue pellicole successive Saltburn (2023) e Cime Tempestose (2026). Similmente a Revenge (2017) di Coralie Fargeat, questo film distrugge le fondamenta machiste del controverso sottogenere rape and revenge. Questa volta, infatti, è la vittima stessa a vendicarsi senza pietà. Una donna promettente (2020) è una pellicola che provoca intellettualmente, utilizzando un impianto senza mezzi termini e sfruttando una performance epocale da parte di Carey Mulligan. Già dal suo esordio, Fennell mette tutto in chiaro: la provocazione come strumento artistico.

    7. "Nope" (2022) - Jordan Peele

    Capolavoro dopo capolavoro, Jordan Peele ha quasi fatto dimenticare a tutti di essere, in primo luogo, un attore. Dopo horror agghiaccianti come Scappa - Get Out (2017) e Noi (2019), il poliedrico artista ha smussato l’orrore con toni fantascientifici nell’acclamato Nope . Come i primi due, però, Peele non dimentica di infondere messaggi sociali e politici, creando un’esperienza più unica che rara. Nope (2022) contiene la bellezza epica delle migliori pellicole sci-fi, ma utilizza questo spettacolo visivo per stimolare la materia grigia degli spettatori. Se smaniate per film dove fantascienza, politica e orrore si mescolano come La cosa (1982) e 10 Cloverfield Lane (2016), avete trovato la vostra prossima visione.

    8. "Blink Twice" (2024) - Zoë Kravitz

    Blink Twice è l’esordio alla regia di Zoë Kravitz e, nonostante sia un film, le tematiche relative alla dubbia condotta di un miliardario e dei suoi amici vi ricorderanno fin troppo bene la realtà. Come da regola in un thriller psicologico, Blink Twice (2024) sviluppa la sua trama con un ritmo pacato, svelando pian piano i colpi di scena. Così facendo, il film sfrutta la cadenza slow-burning per ricreare un effetto ansiolitico costante ma latente. Fino alle varie esplosioni di trama. Niente da dire anche sul piano estetico, con una fotografia solida e la regia di Kravitz che serve interamente il racconto. Non andate oltre se vi siete persi questa chicca e vi piacciono pellicole psicologiche come Don't Worry Darling (2022) e Millennium - Uomini che odiano le donne (2011).

    9. "Weapons" (2025) - Zach Cregger

    Weapons è stato uno dei fenomeni del 2025, con 380 milioni di incassi ai botteghini. La creatura di Zach Cregger ha conquistato pubblico e critica con un mix perfetto tra horror raccapricciante e comicità che spiazza. Il film tiene incollati gli spettatori dal primo istante e, con il proseguire della trama, evolve in modi a cui nessuno era pronto. Come per il film precedente, l’attenzione costante dello spettatore è rafforzata anche dall’atmosfera intrigante della pellicola, grazie agli elementi thriller che emergono dalla scomparsa di un’intera classe. Lo vedrete e vedrete se siete rimasti colpiti da titoli ibridi come Hereditary - Le radici del male (2018) e Black Phone (2022).

    10. "La Sposa! (2026) - Maggie Gyllenhaal"

    Curiosamente, La Sposa! (2026) di Gyllenhaal racchiude diversi elementi che accomunano alcuni dei film citati. Un tocco di fantascienza alla Nope (2022), una dose abbondante di horror come per Weapons (2025) e un’atmosfera neo-noir che si avvicina a The Town (2010). Il tutto condito con una sana dose di attitudine punk. La Sposa! (2026) vive delle sue atmosfere decadenti e gotiche, oltre ad ammaliare il pubblico con un aspetto visivo dirompente. Questa versione horror di Gangster Story (1967) potrebbe non convincere chi cerca un film più lineare, ma rimarrà nel cuore dei bastian contrari che non resistono a storie d’amore maledette.

  • Le 10 serie TV commedia più sottovalutate degli ultimi 10 anni
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Ad eccezione dei grandi cult come Seinfeld (1989-1997) o Friends (1994-2003), le commedie televisive hanno un problema di memoria. Vengono guardate, apprezzate, dimenticate con una velocità che nessun altro genere conosce, perché il riso non lascia la stessa cicatrice emotiva di un dramma, non genera lo stesso bisogno di elaborazione.

    Eppure negli ultimi dieci anni qualcosa è cambiato: una generazione di serie comedy ha iniziato a fare cose che la commedia tradizionale non si concedeva così spesso, mescolando malinconia e umorismo, personaggi scomodi e situazioni assurde, satira sociale e momenti di inaspettata tenerezza. Il risultato è un corpus di lavori che meriterebbero molto più spazio di quanto ne abbiano ottenuto. Per questo abbiamo stilato una lista con le 10 serie TV commedia più sottovalutate degli ultimi dieci anni; dieci serie che vi faranno ridere, a volte anche piangere e riflettere, ma che troppo spesso si trovano nell'angolo sbagliato dell'algoritmo.

    Loot (2022-2025)

    Loot parte da una premessa che sembra costruita apposta per essere antipatica: una miliardaria divorziata, con uno yacht e un budget di abbigliamento che supera il PIL di diverse nazioni, si ritrova a gestire la sua fondazione di beneficenza dopo che il marito la lascia per una donna più giovane. Maya Rudolph interpreta Molly Novak con un'energia fisica e una precisione comica che trasformano quello che avrebbe potuto essere un personaggio irritante in qualcuno genuinamente amato.

    La serie sfrutta alcune tematiche più serie come il privilegio, la distanza tra intenzioni buone e impatto reale, il modo in cui i ricchi si raccontano la propria generosità, per confezionare un prodotto ironico ma non superficiale, portando quasi a riflettere lo spettatore ma senza appesantirlo o giudicarlo.

    Il cast di supporto, con Michaela Jaé Rodriguez in testa, funziona come un ecosistema coerente, e la chimica tra i personaggi cresce in modo convincente nel corso delle stagioni.

    Mythic Quest (2020-2025)

    Ambientata in uno studio di sviluppo di videogiochi, Mythic Quest parla delle contraddizioni di questo universo tanto agli "addetti del settore” quanto a chi ne è completamente a digiuno. Rob McElhenney, che è anche co-creatore, interpreta Ian Grimm, un creative director con un ego inversamente proporzionale alla sua capacità di relazionarsi con gli esseri umani, e lo fa con una comicità che ricorda certi personaggi del cinema muto aggiornati all'era del crunch time e delle patch di aggiornamento. La serie ha una qualità assai rara nel mondo della serialità moderna: sa quando fermarsi. 

    La chicca sono sicuramente alcuni episodi che escono completamente dal seminato della struttura canonica della serie – come per esempio gli escamotage per girare la serie TV durante la pandemia o l’episodio ambientato negli anni ‘70 della prima stagione – ma anche il modo attraverso cui l’uso della satira sull’industria gaming venga utilizzato per portare avanti una riflessione seria sulla creatività, il sessismo in alcuni settori, il compromesso e il costo umano di fare arte in un contesto commerciale.

    Platonic (2023-2025)

    Due amici di vecchia data si ritrovano dopo anni di distanza: lui è single e bloccato, lei è sposata con figli e si sente invisibile. Platonic ha una premessa che sulla carta suona come il pilot di mille altre serie, ma Seth Rogen e Rose Byrne hanno una chimica così naturale e così priva di malizia sentimentale da trasformare l’intera serie TV in un'esplorazione di cosa succede alle amicizie quando la vita adulta le comprime fino a farle quasi sparire, e di quanto sia difficile recuperarle senza fingere che il tempo non sia passato.

    La commedia è spesso “rumorosa”, con situazioni che degenerano in modi prevedibili ma eseguiti con tale precisione da risultare comunque divertenti. Quello che rimane, però, è la sensazione di aver guardato qualcosa di onesto su come ci si sente a essere nel mezzo della propria vita senza sapere bene come ci si è arrivati e, soprattutto, come andare avanti.

    Still Up (2023)

    Still Up è una serie britannica che vive completamente di notte. Lisa e Danny sono due insonni che si tengono compagnia per telefono nelle ore piccole, costruendo una delle amicizie più intime delle loro vite senza quasi mai stare nella stessa stanza. Da quasi la sensazione di una struttura teatrale – quasi tutta la serie si svolge in conversazione – e funziona perché Antonia Thomas e Craig Roberts hanno un ritmo dialogico che sembra scritto e improvvisato allo stesso tempo.

    È una serie TV  sulla solitudine notturna e su quello spazio particolare che esiste tra le tre e le cinque di mattina, quando le difese si abbassano e si dicono cose che di giorno non si direbbero mai. Perché, si sà, nelle ore notturne è come se cadesse un incantesimo e tutto è concesso. Fa ridere spesso, commuove qualche volta, e lascia con la vaga sensazione di aver trascorso una notte sveglia in buona compagnia.

    The Big Door Prize (2023-2024)

    In una piccola città americana compare una misteriosa macchina che, inserendo la propria carta d'identità, rivela il “potenziale di vita” di ciascuno. The Big Door Prize usa questo pretesto fantastico per costruire una commedia corale sull'insoddisfazione, sul divario tra chi si è e chi si immaginava di diventare, sul modo in cui una piccola perturbazione può rimettere in discussione tutto.

    Chris O'Dowd guida un ensemble di attori in cui ogni personaggio porta il peso di una storia che la serie prende sul serio anche quando ride. C'è qualcosa di Twilight Zone (1959-1963) nella costruzione, ma il tono è più caldo, più interessato alle persone che al meccanismo. Non sempre trova l'equilibrio perfetto tra i due registri, ma quando ci riesce manifesta il suo essere una delle serie più originali degli ultimi anni.

    Strange Planet (2023)

    Strange Planet è un esperimento: adattare una striscia a fumetti di successo – quella di Nathan W. Pyle, con i suoi alieni blu che descrivono comportamenti umani con un vocabolario ostinatamente letterale – in una serie animata. Il risultato è una comedy che funziona quasi interamente per dettaglio linguistico. Gli alieni di Strange Planet non mentono, non usano metafore, non si forgiano di ipocrisie sociali: chiamano il caffè “liquido caldo amaro” e il compleanno “incremento annuale dell'esistenza”, e in questo spostamento semantico la serie riesce a rendere ridicolo e stranamente commovente quasi tutto quello che gli esseri umani fanno ogni giorno.

    Non è una serie per tutti, il ritmo è deliberatamente calmo, richiede una certa disposizione ad un umorismo piuttosto sottile, ma per chi entra nella sua logica è difficile uscirne senza sentirsi leggermente diversi riguardo alla propria specie.

    High Desert (2023)

    Patricia Arquette interpreta Peggy Newman, una ex tossico-dipendente che vive nel deserto californiano e decide, con la stessa logica caotica con cui prende tutte le sue decisioni, di diventare investigatrice privata. 

    High Desert è una di quelle serie TV che fanno affidamento quasi interamente sulle spalle della propria protagonista: Arquette costruisce Peggy come un personaggio che è simultaneamente esasperante e impossibile da non amare, capace di autodistruggersi in modi creativi pur mantenendo una forma di dignità obliqua e testarda. La serie ha il ritmo pigro e surriscaldato del deserto in cui è ambientata, e questo può essere un ostacolo per chi si aspetta una trama serrata, ma è anche la fonte del suo fascino particolare. È una commedia sul fallimento che non chiede né scuse né redenzione, solo la libertà di essere esattamente il casino che è.

    Palm Royale (2024-2025)

    Ambientata in Florida nel 1969, Palm Royale segue Maxine Dellacorte, un'outsider determinata a infiltrarsi nell'alta società di Palm Beach con la stessa energia con cui si scala una parete a mani nude. Kristen Wiig è straordinaria in un ruolo che richiede di essere allo stesso tempo simpatica, ridicola, disperata e furba, spesso nella stessa scena.

    La serie ha un'estetica molto precisa – colori saturi, costumi esagerati, una colonna sonora che usa la musica dell'epoca con intelligenza – e la usa per costruire una satira di classe che sa essere feroce senza perdere il suo senso dell'assurdo. Non è la serie più profonda di questa lista, ma è probabilmente la più divertente da guardare, e c'è un'onestà nella sua superficialità dichiarata che la rende più intelligente di quanto sembri.

    What We Do in the Shadows (2019-2024)

    Tratta dall’ominimo film di Taika Waititi e Jemaine Clement del 2014, What We Do in the Shadows ci porta nella convivenza di quattro vampiri (di tipologie diverse) centenari in un appartamento di Staten Island alle prese con il mondo contemporaneo. Entriamo nella loro folle quotidianità notturna nel formato del mockumentary (finto documentario) un po’ come in The Office (2005-2012). Quello che sembrava un’idea destinata a esaurirsi in una stagione è diventato uno dei progetti comici più costanti e ambiziosi degli ultimi anni, capace di reinventarsi continuamente senza perdere la sua voce. 

    I personaggi sopra le righe, tanto i vampiri quanto gli esseri umani (compreso il povero Guillermo), sono costruiti con una precisione tale che le situazioni più assurde acquistano una logica interna perfettamente coerente.

    What We Do in the Shadows ride del genere horror, del formato mockumentary e dell'immigrazione americana allo stesso tempo, spesso nella stessa battuta, e lo fa con una leggerezza che nasconde una scrittura di grande mestiere. Uno dei prodotti più interessanti e diverse non solo degli ultimi anni per quanto riguarda le commedie, ma anche per la narrazione del vampiro sul grande e piccolo schermo.

  • I 5 attori e attrici premi Oscar di cui stanno parlando tutti
    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Gli Oscar 2026 hanno premiato interpretazioni che resteranno nella memoria del cinema per ragioni molto diverse tra loro. C'è chi ha aspettato quarant'anni per tornare sul palco del Dolby Theatre, chi ha vinto al primo tentativo dopo una carriera costruita con pazienza, chi non si è presentato a ritirare la statuetta, ma per validi motivi.

    Michael B. Jordan è diventato il sesto attore afroamericano a vincere come protagonista, Jessie Buckley la prima irlandese nella stessa categoria, Amy Madigan ha battuto il record per l'attesa più lunga tra una nomination e una vittoria.

    Sono storie diverse, carriere che si sono incrociate per una notte prima di tornare ognuna per la propria strada. Ecco i cinque interpreti che hanno conquistato l'Academy e di cui continueremo a sentir parlare.

    Michael B. Jordan - Miglior Attore per “I peccatori

    Quando Adrien Brody ha letto il suo nome, Michael B. Jordan si è portato una mano al petto come se non ci credesse. Poi si è alzato, ha abbracciato sua madre seduta accanto a lui, e ha camminato verso il palco mentre la sala del Dolby Theatre esplodeva in una standing ovation che è durata quasi un minuto. Nel suo discorso ha ringraziato Sidney Poitier, Denzel Washington, Jamie Foxx, Forest Whitaker e Will Smith, i cinque attori afroamericani che prima di lui avevano vinto l'Oscar come protagonista. «Essere tra questi giganti, tra i miei antenati, tra le mie guide» ha detto, con la voce che si incrinava appena.

    La carriera di Jordan è una di quelle che si costruiscono mattone dopo mattone. Ha iniziato bambino nella soap All My Children, poi è passato per The Wire (2002) e Friday Night Lights (2006), ma il vero punto di svolta è stato Fruitvale Station nel 2013, il primo film con Ryan Coogler. Da lì sono arrivati Creed (2015) e Black Panther (2018), sempre con Coogler, e adesso I peccatori (2025), dove interpreta due gemelli così diversi tra loro che a un certo punto ci si dimentica di guardare lo stesso attore. Il suo Smoke è calcolatore e freddo, Stack è caldo e impulsivo, e Jordan passa dall'uno all'altro con una naturalezza che lascia senza parole.

    Da vedere in Fruitvale Station per capire da dove viene, in Creed per vederlo diventare una star, e ovviamente ne I peccatori per la performance che gli ha fatto vincere tutto quello che c'era da vincere quest'anno.

    Jessie Buckley - Miglior Attrice per “Hamnet - Nel nome del figlio”

    Era la vittoria più annunciata della serata, eppure quando Mikey Madison ha letto il suo nome Jessie Buckley è scoppiata in una risata nervosa che ha contagiato tutta la sala. «This is really something» ha detto prendendo fiato, prima di lanciarsi in un discorso che alternava momenti di commozione a battute sulla sua famiglia irlandese a cui l'Irlanda stessa aveva pagato i biglietti aerei per essere lì. Ha dedicato l'Oscar "al bellissimo caos del cuore di una madre" ricordando che in Regno Unito era la festa della mamma, ha detto al marito che vuole fare "ventimila altri bambini" con lui, chiudendo poi il discorso in gaelico, mandando in visibilio gli irlandesi sparsi per il mondo.

    Buckley arriva da un percorso diverso rispetto ai suoi colleghi americani. Ha iniziato partecipando a un talent show musicale in Irlanda, poi si è formata in teatro prima di passare al cinema con ruoli sempre più complessi e spesso disturbanti. Il pubblico italiano la ricorda forse per Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman (2020) o per Men di Alex Garland (2022), film in cui interpretava donne intrappolate in situazioni al limite dell'incubo. In Hamnet (2025) invece è Agnes Shakespeare, la moglie del drammaturgo, e la sua performance quando perde il figlio è qualcosa che non si dimentica facilmente.

    Da recuperare Beast (2018) per vederla agli inizi, La figlia oscura (2021) che le valse la prima nomination, e naturalmente Hamnet per capire perché ha vinto tutto.

    Sean Penn - Miglior Attore Non Protagonista per “Una battaglia dopo l'altra”

    «Non è potuto essere qui stasera, o non ha voluto», ha detto Kieran Culkin annunciando la vittoria di Sean Penn, e la battuta ha strappato risate e applausi. Penn non era al Dolby Theatre, non era stato ai BAFTA, non era stato ai SAG Awards. Secondo il New York Times si trovava in Ucraina, dove è tornato più volte dal 2022 per documentare la guerra e dove nel 2022 aveva regalato uno dei suoi Oscar a Zelensky. È il quarto uomo nella storia a vincere tre Oscar per la recitazione, insieme a Jack Nicholson, Daniel Day-Lewis e Walter Brennan.

    In Una battaglia dopo l'altra interpreta il colonnello Steven J. Lockjaw, il cattivo del film, un militare corrotto che dà la caccia a Leonardo DiCaprio e sua figlia attraverso la California. È un villain disturbante, che sorride mentre ordina atrocità, che incarna tutto quello che c'è di marcio nel potere. Penn costruisce il personaggio con una calma glaciale che inquieta, e Paul Thomas Anderson gli lascia il tempo di prendersi lo schermo, quasi a diventare il protagonista del film.

    A 65 anni Penn ha una filmografia sterminata. Chi ancora non lo conosce può partire da Mystic River (2003) e Milk (2008), i due film che gli avevano già fatto vincere l'Oscar come protagonista. Chi cerca qualcosa di meno noto può recuperare Dead Man Walking (1995) o La sottile linea rossa (1998). Ma per capire perché ha vinto quest'anno, Una battaglia dopo l'altra è l'unico modo.

    Amy Madigan - Miglior Attrice Non Protagonista per “Weapons

    Il record che nessuno voleva battere: quarant'anni e un mese tra la prima nomination e la prima vittoria. Amy Madigan era stata candidata nel 1986 per Twice in a Lifetime, poi era praticamente sparita dai radar dell'Academy fino a quando Zach Cregger non l'ha chiamata per interpretare zia Gladys in Weapons (2025). Una strega responsabile della scomparsa di diciassette bambini, con un trucco da clown sbavato e una parrucca improbabile, che è diventata virale sui social prima ancora che il film uscisse nelle sale.

    Quando Zoë Saldaña ha letto il suo nome, Madigan ha lasciato partire una risata da strega che ha fatto sobbalzare mezza platea. «Ero sotto la doccia ieri sera a pensare cosa dire mentre mi depilavo le gambe» ha esordito nel suo discorso di ringraziamento, «poi ho messo i pantaloni, quindi niente». Ha ringraziato le colleghe nominate che l'avevano accolta come una di famiglia durante la stagione dei premi, la figlia Lily, i cani, e poi suo marito Ed Harris, con cui è sposata dal 1983. «È stata un'eternità, e senza di lui niente di tutto questo avrebbe senso».

    Madigan e Harris sono una di quelle coppie di Hollywood che non fanno mai parlare di sé, due caratteristi di lusso che hanno attraversato quattro decenni di cinema senza mai diventare divi. Lei ha lavorato con Ron Howard, Clint Eastwood, Kevin Costner. Chi vuole scoprirla prima di Weapons può recuperare L’uomo dei sogni (1989), dove recita proprio accanto al marito.

    Timothée Chalamet - Il grande sconfitto per “Marty Supreme”

    Nove nomination, zero vittorie. Marty Supreme (2025) è entrato nella lista dei film più sfortunati della storia degli Oscar, insieme a Il colore viola (2023), Gangs of New York (2022) e The Irishman (2019). E Timothée Chalamet, che era partito come favorito assoluto dopo i Golden Globe e i Critics' Choice, ha visto il suo sogno infrangersi per la terza volta. Prima Chiamami col tuo nome (2017), poi A Complete Unknown (2024), adesso questo. Leonardo DiCaprio ci mise quattro nomination prima di vincere, ma il parallelo non consola granché quando sei seduto in platea e ti tocca applaudire chi ti ha battuto.

    La campagna promozionale di Marty Supreme era stata la più aggressiva e divisiva degli ultimi anni. Chalamet ovunque, palline da ping-pong arancioni ovunque, giacche brandizzate addosso a qualsiasi celebrity. Poi era arrivata la gaffe su balletto e opera durante un'intervista con Matthew McConaughey: «A nessuno importa più nulla di queste cose» aveva detto ridendo, scatenando una reazione a catena che lo ha perseguitato fino alla cerimonia. Conan O'Brien ci ha aperto il monologo, scherzando sulla sicurezza rafforzata per paura di attacchi dalla comunità del balletto. Persino uno dei vincitori per il miglior cortometraggio ha infilato una frecciata nel suo discorso.

    Quando la telecamera lo ha inquadrato dopo l'annuncio della vittoria di Michael B. Jordan, Chalamet stava applaudendo con un sorriso tirato. Classe, certo. Ma anche la faccia di uno che sa di aver perso qualcosa che pensava fosse già suo. A trent'anni ha già tre nomination come protagonista, più di quanto la maggior parte degli attori accumuli in una carriera intera. L'Oscar arriverà, probabilmente. Ma questa notte resterà come quella in cui tutto sembrava possibile e invece non è successo niente.

  • “Scrubs” – Zach Braff, Donald Faison e Sarah Chalke: “Non si è mai troppo vecchi per sognare. Raccontiamo persone imperfette che dedicano la vita agli altri”
    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Quando leggo una sceneggiatura di Scrubs mi chiedo sempre come facciano gli autori a inventarsi certe cose. La loro immaginazione mi lascia a bocca aperta”

    Sarah Chalke, a 16 anni di distanza dalla fine della serie, torna a vestire il camice bianco della Dr.ssa Elliot Reid nel revival di Scrubs (disponibile dal 25 marzo su Disney+). Accanto a lei gli immancabili compagni di avventura Zach Braff e Donald Faison rispettivamente nei panni di JD e Turk.

    La serie, composta da 8 episodi da 30 minuti al cui timone ritroviamo Bill Lawrence, riprende ai giorni nostri per raccontare le nuove (dis)avventure dei suoi protagonisti alle prese con i problemi e le sfide della vita di tutti i giorni e il lavoro tra le corsie del Sacro Cuore invase da una nuova generazione di specializzandi. “La sfida interessante è stata portare lo show nel 2026: come restare fedeli ai personaggi ma renderli attuali?”, continua Chalke quando la incontriamo su Zoom. “Zach ha diretto il pilot, quindi è stato fantastico lavorare con lui per trovare il giusto livello di realismo per i personaggi oggi”.

    “Scrubs”, un revival radicato nella realtà

    Scrubs, con i suoi Appletini, la sigla sulle note di Superman dei Lazlo Bane e i sogni a occhi aperti del suo protagonista, è un simbolo dei primi anni '00 e di una stagione di MTV indimenticabile. Per tornare, dopo così tanti anni, era necessario trovare la giusta storia e approccio.“Una delle prime conversazioni avute con Bill Lawrence su questo revival è stata: voglio mantenere l'umorismo e la stupidità, specialmente con Turk, perché è così che io e Donald siamo nella vita reale”, spiega Braff. “Volevo che lo show tornasse alle basi della prima stagione: radicato nella realtà, con la commedia che scaturisce da situazioni realistiche, fantasie a parte”.

    Senza svelare troppo di quello che i nuovi episodi hanno in serbo per i fan, questo nuovo capitolo di Scrubs ci riporta nelle vite dei personaggi in un momento preciso delle loro esistenze. E ritrovarsi di nuovo tutti insieme è, forse, la cosa di cui avevano più bisogno.“Mi piace l'idea di raccontare la storia di qualcuno che, a metà vita, non è del tutto felice di dove si trova, si sente solo e ha perso la scintilla”, prosegue. “Tornando al Sacro Cuore e ritrovando i suoi amici, ritrova una comunità. È un modo molto interessante per rientrare in questi personaggi”.

    Una nuova generazione di specializzandi

    Se nel 2001 erano JD, Turk ed Elliot alle prese con le ansie e paure relative al tirocinio, con il revival facciamo la conoscenza di un nuovo gruppo di specializzandi. Ma la medicina è cambiata e l'atteggiamento e i metodi del Dr. Cox interpretato da John C. McGinley non possono più essere considerati la norma. “È una cosa che abbiamo imparato subito facendo ricerca per il revival”, racconta Braff. “Non puoi urlargli contro, dirgli che stanno uccidendo persone o farli lavorare senza sosta. Questo è diventato un punto interessante della storia: Cox che cerca di essere un insegnante in un mondo con programmi di benessere e regole sul sonno. Per questo abbiamo introdotto il personaggio della responsabile del personale interpretata da Vanessa Bayer”.

    Ma l'introduzione di una nuova generazione di tirocinanti porta anche a uno “scontro” decisamente comico tra loro e i tre protagonisti. “Ogni volta che arrivano gli specializzandi, mi sento vecchio”, confida divertito Faison. “Il modo in cui parlano, come si muovono, l'energia... ricordo di averla avuta, ma ora non più. Sono arrivato all'età in cui chiedo loro aiuto con il telefono o se il carattere è troppo piccolo dico: 'Ehi, puoi leggermi questo?'”.

    Hanno anche un gergo che non conosciamo”, gli fa eco Chalke. “Zach ha scritto una scena l'altro giorno dove ha inserito tutte le cose che ci hanno insegnato loro. È un'esperienza diversa essere i 'vecchi' nello stesso lavoro dove un tempo eri il giovane”. “Personalmente sono rimasto fermo allo slang dei primi anni 2000. Donald mi insegnava le parole giuste. Ora dice ancora le stesse cose e 25 anni dopo suonano antiquate! I ragazzi ci guardano come se fossimo pazzi”, aggiunge, ridendo, Braff.

    “Scrubs” e il potere dell'immaginazione

    Uno dei motivi che ha reso Scrubs una serie cult amata da milioni di persone è la sua natura votata al sogno e all'immaginazione. Le parentesi in cui la mente di JD parte per la tangente per fantasticare su situazioni assurde sono il cuore stesso dello show. Oggi sognare ha ancora importanza? “È la scrittura di Bill Lawrence. Uno dei motivi per cui Ted Lasso è stato un successo enorme durante il Covid è che tutti avevano bisogno di un abbraccio. Era incoraggiante e positivo”, riflette Braff. “Scrubs, al suo meglio, è così. Parla di persone imperfette che dedicano la vita a salvare gli altri. Credo sia il momento giusto per uno show sull'amicizia e la speranza”.

    Non credo si diventi mai troppo vecchi per sognare”, chiosa Faison.“Desideri sempre qualcosa di meglio per la tua vita. Magari non pensi più che si avvereranno per forza, ma continui a mandare quell'energia nell'universo. L'immaginazione è dove vivono le fantasie. Ne abbiamo bisogno per fuggire. Ed è l'unico modo per raggiungere i propri obiettivi”.

  • I 5 film premi Oscar di cui stanno parlando tutti
    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Gli Oscar 2026 hanno premiato un'annata cinematografica particolarmente ricca, con film capaci di mescolare generi e stili in modi che non si vedevano da tempo. Paul Thomas Anderson ha finalmente portato a casa la statuetta dopo quattordici nomination, I peccatori di Ryan Coogler ha stabilito il record assoluto di candidature nella storia dell'Academy, e Jessie Buckley ha completato una stagione dei premi praticamente perfetta vincendo tutto quello che c'era da vincere.

    Conan O'Brien ha condotto la cerimonia per il secondo anno consecutivo, Billy Crystal ha commosso la platea ricordando Rob Reiner, e la performance dal vivo di Golden è diventata il momento più virale della serata. Ma quello che resta, alla fine, sono i film. Ecco i cinque titoli che hanno dominato la notte e che troverete su tutte le piattaforme nei prossimi mesi.

    Una battaglia dopo l'altra - Paul Thomas Anderson (2025)

    Quattro Oscar in una sola notte, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Non Originale. Per Paul Thomas Anderson è il coronamento di una carriera che lo aveva visto accumulare quattordici nomination senza mai portare a casa la statuetta. Una battaglia dopo l'altra racconta la storia di Bob Ferguson, un ex rivoluzionario che Leonardo DiCaprio interpreta come un uomo stanco, nascosto da sedici anni insieme alla figlia Willa in una California polverosa, cercando di dimenticare i suoi anni nella cellula radicale dei French 75. Quando il colonnello Lockjaw riemerge dal passato per dare loro la caccia, inizia un inseguimento che non si ferma più fino ai titoli di coda.

    Anderson ci lavorava da vent'anni, ispirandosi al romanzo Vineland di Thomas Pynchon ma trasformandolo in qualcosa di completamente diverso. Il risultato mescola black comedy, action e dramma familiare con una libertà che solo un regista al pieno controllo dei propri mezzi poteva permettersi. La scena dell'inseguimento nel deserto, girata con tecnologia VistaVision come si faceva negli anni Sessanta, sta già entrando nelle antologie. Sean Penn costruisce un villain disturbante ma allo stesso tempo divertente nella sua follia, la debuttante Chase Infiniti regge il confronto con i mostri sacri che compongono il cast. DiCaprio, al suo quarto film dal 2019, conferma di saper sparire dentro un personaggio, come lui pochissimi altri nella storia del cinema..

    È il film che ha dominato la cerimonia e che chiude il cerchio per uno dei registi più importanti della sua generazione. Consigliato a chi ama il cinema che sa essere politico senza diventare mai diventare pesante, e a chi cerca un blockbuster d'autore che non sacrifica l'intelligenza per l'adrenalina.

    I peccatori - Ryan Coogler (2025)

    Sedici nomination, il record assoluto nella storia degli Oscar, e quattro vittorie che pesano tantissimo: Miglior Attore per Michael B. Jordan, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia e Miglior Colonna Sonora. Con I peccatori Ryan Coogler ha riscritto le regole di quello che un horror può essere nel 2025. Siamo nel Mississippi del 1932, e i gemelli Smoke e Stack tornano al Sud dopo anni passati a Chicago a lavorare per Al Capone. Hanno un piano semplice: aprire un juke joint dove la comunità nera possa ballare, bere e dimenticare per qualche ora la brutalità della segregazione. Michael B. Jordan li interpreta entrambi con sfumature così diverse che a un certo punto ci si dimentica di guardare lo stesso attore.

    Ma la serata inaugurale attira ospiti che nessuno aveva invitato. Un gruppo di vampiri irlandesi guidati dal terrificante Remmick di Jack O'Connell trasforma la festa in un bagno di sangue, e da lì in poi il film non si ferma più. Coogler costruisce un'allegoria sulla storia razziale americana usando i codici del genere come nessuno aveva osato fare prima. La fotografia di Autumn Durald Arkapaw, prima donna nella storia a vincere l'Oscar in questa categoria, cattura il caldo umido del Delta con una sensualità che toglie il fiato. Ludwig Göransson, già premio Oscar per Black Panther (2018), fonde il blues delle origini con il metal in una colonna sonora che è la gemma in cima al diadema che è questo film.

    Questo è un film che ha fatto la storia con le sue sedici nomination e che dimostra come il cinema di genere possa essere popolare e autoriale allo stesso tempo. Consigliato a chi cerca un'esperienza che non assomiglia a nient'altro, e a chi pensava che l’horror non riuscisse a spingersi oltre agli stereotipi di genere.

    Hamnet - Nel nome del figlio - Chloé Zhao (2025)

    Il Golden Globe come Miglior Film Drammatico e l'Oscar per la Miglior Attrice a Jessie Buckley hanno confermato quello che chiunque abbia visto questo film aveva già intuito: Hamnet è il film che ha riportato Chloé Zhao alle atmosfere intime di Nomadland (2020), dopo la parentesi poco fortunata di Eternals (2021). La storia immagina la vita familiare di William Shakespeare, interpretato da Paul Mescal, ma il centro di tutto è Agnes, la moglie, e il dolore devastante per la morte del figlio Hamnet a undici anni. Maggie O'Farrell, autrice del romanzo da cui il film è tratto, ha scritto la sceneggiatura insieme a Zhao, e insieme hanno costruito un'opera che esplora il lutto riuscendo a trasmettere la profondità, talvolta asfissiante, della perdita.

    Jessie Buckley regala una performance che ridefinisce cosa significhi recitare il dolore sullo schermo. Le sue urla quando perde il figlio non sembrano recitazione, sembrano qualcosa che sta accadendo davvero, e Zhao la riprende con una vicinanza che impedisce di distogliere lo sguardo. Il finale, con Agnes che assiste alla prima di Amleto e capisce che il marito ha trasformato il loro lutto privato in arte universale, è uno dei momenti più commoventi che il cinema abbia prodotto negli ultimi anni. Anche i bambini sono straordinari, in particolare Jacobi Jupe nel ruolo di Hamnet, che riesce a reggere il confronto con attori molto più esperti di lui.

    Un film che ha fatto piangere mezzo mondo e che ha regalato a Jessie Buckley il riconoscimento che aspettava da anni. Consigliato a chi non ha paura di confrontarsi con il dolore e a chi crede che l'arte possa davvero aiutare a elaborare una perdita.

    Frankenstein - Guillermo del Toro (2025)

    Tre Oscar tecnici, tra cui (ovviamente) per il Miglior Trucco, e una nomination come Miglior Attore Non Protagonista per Jacob Elordi che ha sorpreso molti. Guillermo del Toro parlava di questo progetto da quasi vent'anni, e finalmente Netflix gli ha dato la libertà ( e il budget) per realizzarlo. Oscar Isaac interpreta Victor Frankenstein come uno scienziato divorato dall'ossessione, capace di sfiorare il genio e la follia nello stesso respiro, ma è Elordi portare il peso del film. La sua Creatura ha una tenerezza straziante, una solitudine cosmica che richiama Boris Karloff nel classico del 1931. Sotto strati di trucco prostetico che richiedevano ore di applicazione ogni giorno, l'attore australiano è riuscito a comunicare tutto questo, senza quasi mai parlare.

    Del Toro ha detto che questo Frankenstein chiude un ciclo iniziato con Cronos nel 1993, e in effetti il film contiene tutto quello che ha sempre raccontato: l'empatia verso “il diverso” anche quando spaventa, la critica al potere patriarcale, la bellezza che si nasconde dove meno te l'aspetti. Mia Goth interpreta Elizabeth con una grazia che la distingue dalla tradizione delle eroine passive, mentre Christoph Waltz aggiunge sfumature a un personaggio che nel romanzo originale non esisteva. La scenografia ricostruisce un'Europa gotica da incubo romantico, tra laboratori e cattedrali in rovina, che vale da sola il prezzo del biglietto. O dell'abbonamento a Netflix, se preferite vederlo da casa.

    Questo film è la realizzazione del progetto che del Toro sognava da una vita, la dimostrazione di come un autore possa essere fedele a un classico, pur reinventandolo completamente. Consigliato a chi ama le atmosfere gotiche à la Tim Burton, a chi vuole riscoprire il lato più profondo di uno dei grandi classici della letteratura e del cinema.

    KPop Demon Hunters (2025)

    Due Oscar, tra cui quello per la Miglior Canzone Originale con Golden, entrata nella storia come prima canzone K-pop a vincere la statuetta. KPop Demon Hunters è la sorpresa più imprevedibile di questa stagione dei premi, un film che mescola l'estetica dei video musicali coreani con l'action horror e lo fa in maniera così “esagerata” che, almeno sulla carta, non avrebbe dovuto funzionare. Invece ha funzionato eccome, conquistando il pubblico di tutto il mondo e portando l'industria cinematografica sudcoreana a un nuovo traguardo dopo i successi di Parasite (2019) e Squid Game (2021).

    La performance dal vivo di Golden durante la cerimonia è stata uno dei momenti più virali della serata. EJAE, Audrey Nuna e Rei Ami sul palco del Dolby Theatre hanno fatto alzare in piedi anche gli spettatori più scettici, con il video che è diventato il più condiviso della notte degli Oscar. Il film dimostra qualcosa che Hollywood fatica ancora ad accettare: il cinema asiatico non ha più bisogno di adattarsi ai gusti occidentali per conquistare il pubblico globale. Può arrivare con la sua estetica, senza piegarla, anzi sarà il resto del mondo ora a doversi adeguare. 

    Demon Hunters rappresenta l'irruzione definitiva del K-pop nel tempio del cinema occidentale, con una colonna sonora che è già disco di platino in dodici paesi. Consigliato a chi vuole capire dove sta andando l'intrattenimento globale e a chi non ha paura di farsi travolgere da qualcosa di completamente nuovo.

  • Da “The Voice of Hind Rajab” a “L’agente segreto”: snobbata l'anima politica degli Oscar 2026
    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Ci pensate mai che, in una notte come quella degli Oscar fatta di ringraziamenti emozionati ed emozionanti pronunciati dagli addetti ai lavori dell'industria cinematografica più popolare al mondo, ci sono decine di discorsi rimasti piegati in tasca?

    È il triste destino di chi non sente pronunciare il proprio nome accompagnato da una pioggia scrosciante di applausi. Un momento capace, in alcuni casi, di cambiare il corso di una carriera, consolidarla o ridare slancio a un percorso zoppicante. Ma è anche il momento in cui, a un passo dal traguardo, si è costretti a fermarsi e vedere qualcun altro vivere il proprio sogno. Come la tradizione degli Academy Awards insegna, in alcuni casi la sconfitta brucia di più e, agli occhi di pubblico e stampa, è più lampante.

    JustWatch ha stilato la lista dei film e artisti snobbati agli Oscar 2026.

    1. Timothée Chalamet e "Marty Supreme"

    Non c'è epilogo più alla Marty Supreme (2025) che quello vissuto dal suo protagonista e dal film scritto e diretto da Josh Safdie. Nonostante una campagna Oscar fuori dagli schemi, innovativa e ambiziosa, nonostante per mesi quello dell'attore sia stato il nome favorito per accaparrarsi la statuetta per la miglior interpretazione maschile, alla fine il film non ha vinto in nessuna delle nove categorie per cui era candidato. Un percorso beffardamente in linea con la parabola vissuta dal suo protagonista, commesso in un negozio di scarpe che sogna di primeggiare nei più prestigiosi tornei di tennistavolo al mantra di “Dream Big”. E per un po' Timothée Chalamet ha davvero sognato in grande, assaporando la vittoria.

    Ma i membri dell'Academy hanno preferito la doppia prova di Michael B. Jordan in Sinners – I Peccatori (2025). E questo ben prima delle sue infelici opinioni sull'opera e il balletto pronunciate nel corso di un'intervista datata 21 febbraio 2026, ma diventata virale solo una manciata di giorni prima della cerimonia, quando le votazioni erano già chiuse. Un passo falso che lo ha portato anche al centro della satira di Conan O'Brien in apertura di cerimonia. E, come se non bastasse, l'attore si è ritrovato ad assistere alla performance della ballerina classica Misty Copeland – la stessa che aveva assoldato per la campagna Oscar di Marty Supreme – sulle note dell'esibizione musicale dedicata a Sinners.

    2. Ethan Hawke e "Blue Moon"

    Se la mattina post Oscar tutti i titoli di giornale sono concentrati sul trionfo di Paul Thomas Anderson e del suo Una battaglia dopo l'altra (2025) oltre che sulla sconfitta del già citato Chalamet, bisogna parlare di un altro interprete snobbato (ancora una volta) dagli Academy. Stiamo parlando di Ethan Hawke. Attore, sceneggiatore, regista e scrittore capace di eccellere in ognuno di questi ambiti con in tasca cinque nomination – tra recitazione e sceneggiatura – e nessuna statuetta vinta. Eppure le occasioni per premiarlo, da Training Day (2001) a Boyhood (2014) fino a Blue Moon (2025), non sono mancate.

    La sua prova nei panni del paroliere Lorenz Hart, protagonista del film di Richard Linklater, è di quelle trasformative tanto amate dall'Academy. Nonostante questo, anche questa volta, è stato snobbato. Ma Hawke non si è limitato a modificare il suo aspetto per apparire più stempiato e più basso per somigliare al personaggio. Dietro la sua interpretazione c'è molto altro. L'attore, infatti, ha saputo cogliere tutta la malinconia dell'autore di My Funny Valentine chiamato ad affrontare la triste consapevolezza della fine della sua carriera e del rapporto con il collega di sempre, Richard Rodgers. Una grande prova per un film verboso eppure carico di ritmo ed emozioni che avrebbe meritato maggiore considerazione.

    3. La voce di Hind Rajab

    No to war, and Free Palestine”. Quella di Javier Bardem è l'unica voce che ha ricordato il mondo reale, fatto di guerre insensate e genocidi, al di fuori della bolla glamour del Dolby Theater di Los Angeles. E lo ha fatto in una serata che ha deciso di dimenticare – fatta eccezione per la vittoria del documentario Mr Nobody Against Putin (2025) la situazione geopolitica nella quale ci troviamo. Una realtà che non ha permesso ad alcuni membri del cast di La voce di Hind Rajab (2025) di partecipare alla cerimonia a causa del divieto di viaggio imposto dall'amministrazione Trump a chiunque abbia un passaporto palestinese. “Ho avuto l’onore di essere uno dei protagonisti in una storia che il mondo doveva ascoltare. Ma io non ci sarò. Non mi è permesso entrare negli Stati Uniti a causa della mia cittadinanza palestinese”, ha scritto Motaz Malhees su Instagram.

    È una cosa dolorosa. Ma la verità è questa: potete bloccare un passaporto, ma non potete far tacere una voce. Io sono palestinese e di questo vado orgoglioso. Con lo spirito sarò assieme a The Voice of Hind Rajab. La nostra storia è più grande di qualsiasi ostacolo e verrà ascoltata”. Purtroppo però la pellicola di Kaouther Ben Hania, incentrata sull'omicidio della piccola bambina palestinese uccisa con sei familiari e due paramedici della Mezzaluna Rossa dall'esercito israeliano nel corso dell'invasione di Israele nella Striscia di Gaza, non è stata premiata. Un'occasione mancata anche per lanciare un messaggio politico e contribuire a continuare a tenere i riflettori puntati su un popolo massacrato.

    4. "Bugonia" e "Train Dreams"

    Se Frankenstein (2025), il film della vita di Guillermo del Toro, si è portato a casa “solo” statuette tecniche – miglior scenografia, costumi, trucco e acconciatura – c'è chi è rimasto del tutto a bocca asciutta. È il caso di Bugonia (2025) di Yorgos Lanthimos e Train Dreams (2025) di Clint Bentley. Quattro nomination a testa e zero statuette vinte.

    Se il film con Emma Stone era stato presentato a Venezia 82, tra il plauso e il divertimento della stampa che aveva aperto ufficialmente la sua corsa agli Oscar, quello con Joel Egerton ha iniziato il suo percorso addirittura nel gennaio 2025 quando è stato presentato al Sundance. Due film agli antipodi per tono e genere, ma dal destino identico.

    "L’agente segreto" e "Un semplice incidente"

    Per tornare in zona miglior film internazionale, non è stato solo La voce di Hind Rajab a venir messo da parte. Se si pensa al valore politico oltre che cinematografico di opere come L’agente segreto (2025) di Kleber Mendonça Filho e Un semplice incidente (2025) di Jafar Panahi, appare chiaro come i membri votanti dell'Academy abbiano scelto di andare in tutt'altra direzione premiando il dramma familiare Sentimental Value (2025) di Joachim Trier.

    Ma, senza nulla togliere al film con Renate Reinsve, e senza necessariamente dover premiare una pellicola solo perché caratterizzata da un cuore politico, l'impressione è quella di aver preferito l'intimità delle complesse relazioni familiari alla riflessione collettiva sulla dittatura in ogni sua forma. Questo in un momento storico quanto mai incerto e attraversato da una drastica riduzione delle libertà individuali in ogni angolo del mondo.

  • Oscar 2026: ecco tutti i vincitori della 98° edizione
    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Un Oscar dopo l’altro. Potrebbe bastare questa frase a far intuire il vincitore assoluto della 98° edizione degli Academy Awards, appena conclusasi a Los Angeles. 24 categorie, una in più rispetto al passato, in quanto per la prima volta è stato premiato anche il miglior casting. A trionfare quest’anno Una battaglia dopo l’altra (2025) di Paul Thomas Anderson, che si è portato a casa ben sei premi, tra cui miglior film.

    Per quanto riguarda il suo avversario principale, I Peccatori (2025) di Ryan Coogler, che aveva segnato un record nella storia del premio grazie alle sue sedici candidature, il risultato è stato di quattro statuette, tra cui miglior sceneggiatura originale. 

    Condotta da Conan O’Brien per la seconda volta consecutiva, tra l’assenza di Sean Penn, i due Oscar a parimerito, le performance musicali ispirate a I peccatori (2025) con I Lied To You e KPop Demon Hunters e ilarità nei confronti di Timothée Chalamet, che non ha vinto la statuetta come miglior attore protagonista con Marty Supreme (2025) dopo esser finito nella bufera mediatica per delle sue dichiarazioni avverse al mondo del balletto e dell’opera, è stata però tutto sommato un’edizione veloce. Ma soprattutto abbastanza prevedibile. 

    Ecco tutti i vincitori di quest’anno.

    "Una battaglia dopo l’altra" – Miglior film

    Il re della 98° edizione degli Academy Awards. Una battaglia dopo l’altra ha trionfato, sconfiggendo soprattutto il suo acerrimo concorrente, I peccatori. L’opera di Paul Thomas Anderson è un film d’autore dal sapore commerciale, che ha saputo parlare a un pubblico molto ampio attraverso un equilibrato mix tra azione, dramma, thriller e commedia. La storia ruota attorno gruppo di ex rivoluzionari, che si riunisce dopo sedici anni per salvare la figlia di uno di loro dal ritorno di un vecchio nemico.

    Oltrepassando che si è trattato di una vittoria che era stata data fortemente sicura, la pellicola rimane tra i titoli più interessanti arrivati in sala lo scorso anno, arricchita interpretazioni eccezionali, da uno spaesato Leonardo DiCaprio, che si consola così per il mancato secondo Oscar, a un cattivissimo Sean Penn, premiato come miglior attore non protagonista. Due ore e quaranta minuti, tante sequenze memorabili per una pellicola di cui non ci dimenticheremo.

    Tra gli altri titoli in lizza, Bugonia (2025) di Yorgos Lanthimos, F1 – Il film (2025) di Joseph Kosinski, Frankenstein (2025) di Guillermo Del Toro, Hamnet – Nel nome del figlio (2025) di Chloé Zhao, Marty Supreme (2025) di Josh Safdie, L’agente segreto (2025) di Kleber Mendonça Filho, Sentimental Value (2025) di Joachim Trier e Train Dreams (2025) di Clint Bentley

    Michael B. Jordan – Miglior attore protagonista

    Cinque attori, una statuetta. Una statuetta che è andata a Michael B. Jordan con I peccatori (2025). Pur riconoscendo un grande lavoro dell’attore, che si è letteralmente “sdoppiato”, nell’interpretare i due gemelli protagonisti dell’acclamata pellicola di Ryan Coogler, non si può escludere del tutto l’influenza del suo discorso agli Actor Awards, che da sempre scalda il cuore dell’Academy. In ogni caso, si tratta di un premio significativo, che lo consacra, per l’appunto, tra i protagonisti del cinema contemporaneo.

    Il favorito assoluto sembrava Timothée Chalamet con Marty Supreme. Peccato che le sue recenti dichiarazioni hanno fatto parecchio rumore, provocando un diffuso malumore all’unanimità il mondo della danza, del teatro e dell’opera. Un “piccolo scandalo”, però avvenuto a votazioni chiuse. Meno favoriti gli altri contendenti, Leonardo DiCaprio, il Bob Ferguson di Una battaglia dopo l’altra, Ethan Hawke nei panni di Lorenz Hart con Blue Moon (2025) e Wagner Moura, che ci ha regalato una prova veramente eccezionale con L’agente segreto. 

    Jessie Buckley – Miglior attrice protagonista

    La miglior attrice protagonista? Jessie Buckley per Hamnet - Nel nome del figlio. A premiarla Mickey Madison, che l’anno scorso aveva trionfato con Anora (2025), l’attrice irlandese, prima nella storia, ha prevedibilmente sbaragliato la concorrenza: Rose Byrne con Se solo potessi ti prenderei a calci, Kate Hudson con Song Sung Blue - Una melodia d’amore(2025), Emma Stone con Bugonia e Renate Reinsve con Sentimental Value.

    Reduce dal Golden Globe per la miglior attrice in un film drammatico e dal BAFTA per la miglior attrice protagonista, è innegabile il suo lavoro sbalorditivo nel film di Chloé Zhao, in cui ha indossato i panni di una madre annichilita dal dolore per la morte del figlio undicenne, Hamnet, che avrebbe poi portato il drammaturgo a scrivere l’Amleto. Un dolore che arriva direttamente al pubblico, costretto ai fazzoletti per asciugare la valle di lacrime. Tra i titoli più struggenti degli ultimi mesi, è un film che non avete più scuse per recuperare. 

    Paul Thomas Anderson – Miglior regia

    Era l’anno di Paul Thomas Anderson. Con l’Oscar per la Miglior regia, consegnato da Zendaya e Robert Pattinson, il regista americano si aggiudica la seconda statuetta della serata, oltre che in assoluto. I tempi si sono rivelati così maturi per omaggiare una carriera che dura da trent’anni, che ci ha regalato film come Magnolia (1999) e Il petroliere (2007), che ha riconfermato la sua stoffa con Una battaglia dopo l’altra. La stagione dei premi, quest’anno, era totalmente a suo favore, inclusi i Golden Globe, i BAFTA e Directors Guild of America Awards per la miglior regia.

    E così Ryan Coogler non è riuscito a diventare il primo regista afroamericano della storia a trionfare nella categoria con I peccatori, così come Chloé Zhao non è diventata la prima donna a vincere per la seconda volta con Hamnet – Nel nome del figlio, Josh Safdie non è riuscito a entrare nel ristretto gruppo di cineasti che hanno ottenuto la statuetta con un’opera prima con Marty Supreme e soprattutto, ad oggi, Joachim Trier non sarà ricordato come il primo regista scandinavo a ricevere il premio. 

    Sean Penn – Miglior attore non protagonista

    Era difficile fare altrimenti. La statuetta per miglior attore non protagonista è infatti andata a Sean Penn, che non si è presentato nel ritirarlo, come si vociferava nelle ultime ore. L’ha fatto al suo posto Kieran Kulkin, che lo ha vinto lo scorso anno con A Real Pain (2024), dopo averlo premiato.

    La sua interpretazione del colonnello Steven J. Lockjaw per Una battaglia dopo l’altra (2025) resterà per sempre stampata nell’immaginario del pubblico, si tratta del terzo Oscar per un attore che si sente del tutto estraneo, e non si nega dall’ammetterlo, alla macchina Hollywoodiana. Sembrava che potesse essere battuto da Stellan Skarsgård con Sentimental Value, ma alla fine ha prevalso anche sul collega Benicio del Toro con Una battaglia dopo l’altra, Jacob Elordi con Frankenstein e Delroy Lindo con I peccatori

    Amy Madigan - Miglior attrice non protagonista 

    Amy Madigan è la miglior attrice non protagonista. Seconda nomination per l’attrice statunitense, alla sua prima vittoria dopo quarant’anni con Weapons (2025), l’horror di Zach Cregger, fortemente acclamato dal pubblico, in cui ha indossato i panni dell’inquietante zia Gladys. Ha battuto così le due attrici di Sentimental Value, Elle Fanning e Inga Ibsdotter Lilleaas, Wunmi Mosaku de I peccatori e di Una battaglia dopo l’altra. Primo premio assegnato nel corso della cerimonia, segna sicuramente una delle storie più sorprendenti, riconoscendo il valore di una carriera lunga e versatile tra cinema, teatro e televisione.

    I peccatori – Miglior sceneggiatura originale

    La miglior sceneggiatura originale? Senza dubbio I Peccatori. Era tutto scritto. Dopo cinque nomination, Ryan Coogler ha vinto così il suo primo Oscar. Premiato da Chris Evans e Robert Downey Jr, insieme nei film degli Avengers, che hanno sottolineato “che i copioni sono la forza motrice di ogni film e che è stata un’annata d’oro”, non poteva sfuggire all’Academy la bravura di un autore a giocare con i generi, mischiando lo spettacolo con la Storia e con l’impegno, offrendo un dramma storico dagli elementi soprannaturali, raccontando una pagina ambientata nel Mississippi segregazionista degli anni Trenta.

    Coogler ha comunque sconfitto un avversario che avrebbe potuto regalarci una sorpresa in questa categoria, ovvero Sentimental Value di Eskil Vogt e Joachim Trier, al contrario di Blue Moon (2025) di Robert Kaplow, di Un semplice incidente di Jafar Panahi e di Marty Supreme di Ronald Bronstein e Josh Safdie.

    "Una battaglia dopo l’altra" – Miglior sceneggiatura non originale

    Prima vittoria, quattordicesima nomination per Paul Thomas Anderson. La sua sceneggiatura di Una battaglia dopo l’altra, da lui definita un adattamento, è infatti tratta da Vineland, quarto romanzo di Thomas Pynchon, edito da noi con Einaudi. Il regista ne ha realizzato un adattamento in chiave contemporanea, trasponendo per la seconda volta un’opera dello scrittore statunitense, dopo l’omonima pellicola Vizio di forma (2014).

    Una statuetta che era già scritta da molto tempo, che è stata strappata a Will Tracy con Bugonia (2025), a Guillermo Del Toro con Frankenstein, a Chloé Zhao e Maggie O’Farrell con Hamnet- Nel nome del figlio e a Clint Bentley e Greg Kwedar con Train Dreams (2025). La dedica ai figli: “Mi dispiace per il casino che vi stiamo lasciando, ma è un incoraggiamento: sarete voi che ci porterete il buonsenso”.

    "Sentimental Value" – Miglior film internazionale

    Un bel premio. È proprio Sentimental Value di Joachim Trier a trionfare come miglior film internazionale. Sembrava che il premio per la categoria avesse potuto prendere una direzione più politica, con i membri dell’Academy schierati a sostegno del regista iraniano Jafar Panahi di Un semplice incidente (2025), candidato dalla Francia in qualità di coproduttore maggioritario. Nulla da fare, dunque, nemmeno per L’agente segreto (Brasile), Sirât (2025) (Spagna) e La Voce di Hind Rajab (2025) (Tunisia).

    Cassandra Kulukundis per "Una battaglia dopo l’altra" – Miglior casting

    È il nuovo arrivato tra i premi dell’Academy. Presentato dagli stessi attori dei film, Paul Mescal per Hamnet – Nel nome del figlio, Gwyneth Paltrow per Marty Supreme, Wagner Moura per L’agente segreto, Chase Infiniti per Una battaglia dopo l’altra e Delroy Lindo per I Peccatori. ciascuno dei quali ha elogiato il rispettivo casting director, oggetto dell’importante riconoscimento. La prestigiosa statuetta è andata a Una battaglia dopo l’altra, con Cassandra Kulukundis che è diventata così la prima donna e soprattutto la prima vincitrice in assoluto del Miglior Casting, battendo Nina Gold con Hamnet – Nel nome del figlio. Jennifer Venditti con Marty Supreme, Cassandra Kulukundis con Una battaglia dopo l’altra, Gabriel Domingues con L’agente segreto e infine Francine Maisler con I Peccatori. Un punto decisamente importante per il film di Paul Thomas Anderson.

    "KPop Demon Hunters" - Miglior film d'animazione

    KPop Demon Hunters (2025) è il miglior film d’animazione. Produzione statunitense, da un’idea di Maggie Kang e Chris Appelhans, che ne sono registi, sceneggiatori e animatori, è ambientato in Corea del Sud, è diventato in poco tempo il titolo più visto di sempre su Netflix. Una popolarità senza precedenti, con un pubblico che ha seguito da tutto il mondo con grande entusiasmo le vicende di un trio di popstar sudcoreane, Rumi, Mira e Zoey, che si trasformano in cacciatrici di demoni. Proprio pochi giorni fa era arrivato l’annuncio ufficiale di un sequel da parte di Netflix.

    La musica è inevitabilmente centrale, è parte attiva della storia, con la colonna sonora tra le più ascoltate sulle piattaforme musicali di streaming, la prima della storia a vedere quattro canzoni contemporaneamente nella Top 10 del Billboard Hot 100. Gli altri candidati erano Arco – Un’amicizia per salvare il futuro (2025), Elio (2025), La Piccola Amélie (2025) e Zootropolis 2 (2025). Tra lacrime e messaggi di incoraggiamento, finale un po' scontato ma sempre attuale e universale.

    "Mr. Nobody Against Putin" - Miglior film di documentario

    L’Oscar al miglior documentario va…. A Mr. Nobody against Putin (2025) di David Borenstein, Pavel Talankin, Helle Faber e Alžběta Karásková. Un documentario che racconta la storia di Pavel Talankin, un insegnante russodi una scuola elementare, nonché tra i registi, che decide di raccontare ai suoi studenti le malefatte di Putin. Una storia potente di un uomo qualunque che si trasforma in un dissidente per l’amore della verità. Un grande protagonista di una lotta a un sistema che non si fa alcuno scrupolo a punire il dissenso.

    Forte valenza politica nel premio, che invece non è andato a The Alabama Solution di Andrew Jarecki e Charlotte Kaufman, Come See Me in the Good Light di Ryan White, Jessica Hargrave, Tig Notaro e Stef Willen, Cutting through Rock di Sara Khaki e Mohammadreza Eyni e a The Perfect Neighbordi Geeta Gandbhir, Alisa Payne, Nikon Kwantu e Sam Bisbee.

    "Una battaglia dopo l’altra" - Miglior montaggio

    Il miglior montaggio è stato vinto da Andy Jurgensen con Una battaglia dopo l’altra. L’Oscar, che l’anno scorso era stato assegnato ad Anora, nonché vincitore del miglior film, è andato così a premiare il lavoro fatto sulla commedia politica di Paul Thomas Anderson. Gli altri contendenti erano Ronald Bronstein e Josh Safdie con Marty Supreme, Olivier Bugge Coutté con Sentimental Value, Michael P. Shawver con I peccatori e Stephen Mirrione con F1 – Il film.

    "I peccatori" - Miglior fotografia

    Per la miglior fotografia la statuetta è andata a I peccatori. La vittoria di Durald Arkapaw ha una duplice valenza storica, in quanto è la prima donna, e la prima donna di colore, a vincere l'Oscar in un settore storicamente maschile. Una vittoria non scontatissima, era insidiosa la fotografia di Michael Bauman per Una battaglia dopo l’altra, ma la pellicola di Ryan Coogler è riuscita ad avere così la meglio anche su Marty Supreme(Darius Khondji), Frankenstein (Dan Laustsen) e Train Dreams (Adolpho Veloso).

    "F1 – Il film" - Miglior sonoro

    Era difficile poter immaginare un esito differente. La statuetta per il miglior sonoro se l’è infatti aggiudicata F1 – Il film. Un premio che è andato a Gareth John, Al Nelson, Gwendolyn Yates Whittle, Gary A. Rizzo e Juan Peralta. Gli altri contendenti? Greg Chapman, Nathan Robitaille, Nelson Ferreira, Christian Cooke e Brad Zoern con Frankenstein, José Antonio García, Christopher Scarabosio e Tony Villaflor con Una battaglia dopo l’altra, Chris Welcker, Benjamin A. Burtt, Felipe Pacheco, Brandon Proctor e Steve Boeddeker con I Peccatori e infine Amanda Villavieja, Laia Casanovase Yasmina Praderas con Sirât.

    "I Peccatori" - Miglior colonna sonora

    L’Oscar è andato a I Peccatori. Proprio come l’anno precedente, anche stavolta il vincitore sembrava ben designato sin dall’inizio e risponde alla composizione di Ludwig Göransson, già premiato conseguentemente ai Golden Globes, Grammy Awards, BAFTA e CriticsChoice Awards. Si tratta della terza statuetta per il compositore svedese, la prima conquistata sempre con Ryan Coogler per Black Panther (2018) e la successiva con Christopher Nolan per il suo ultimo film, Oppenheimer (2023). Gli altri contendenti? JerskinFendrix con Bugonia, Alexandre Desplat con Frankenstein, Max Richter con Hamnet – Nel nome del figlio e Jonny Greenwood con Una battaglia dopo l’altra.

    Golden da "KPop Demon Hunters" - Miglior canzone originale

    Golden da KPop Demon Hunters è la miglior canzone originale. Era stato ampliamente previsto, considerata anche la risonanza avuta dal brano del lungometraggio d’animazione, il grande fenomeno nell’offerta dello scorso anno del colosso di Los Gatos.La canzone di Ejae, che non ha trattenuto le lacrime,Mark Sonnenblick, Joong Gyu Kwak, Yu Han Lee, Hee  Dong Nam, Jeong Hoon Seon e Teddy Park, è entrata così nella storia: è infatti la prima in lingua  coreana a conquistare un Academy Award. Gli altri brani erano Dear Me da Diane Warren: Relentless (2025), I Lied To You da I Peccatori, Sweet Dreams of Joy da Viva Verdi! e Train Dreams da Train Dreams. 

    "Frankenstein" - Miglior scenografia

    La miglior scenografia è stata vinta da Frankstein. La statuetta dorata è andata a Tamara Deverell e Shane Vieau, battendo una concorrenza fatta da Hamnet – Nel nome del figlio (Fiona Crombie, Alice Felton), Marty Supreme (Jack Fisk, Adam Willis), Una battaglia dopo l’altra (Florencia Martin, Anthony Carlino) e da I peccatori (Hannah Beachler e Monique Champagne). Era molto favorito.

    "Frankenstein" - Miglior costumi

    Frankenstein si è aggiudicato l’Oscar per i migliori costumi. La statuetta dorata è andata a Kate Hawley, alla sua prima nomination. A consegnargliela Anna Wintour e Anne Hathaway sulle note di Vogue di Madonna, strizzando alla prossima uscita de Il diavolo veste Prada 2 (2026). “È veramente un privilegio essere qui, ma di essere stata nominata assieme alle m. Voglio condividere il premio con Guillermo Del Toro, e la mia famiglia e tutti coloro che ci hanno aiutato in questo percorso, sono eternamente grata. Grazie per aver riconosciuto la nostra capacità, la nostra arte”.

    Sono rimasti, conseguentemente, a mani vuote Deborah L. Scott per Avatar: Fuoco e cenere, Deborah L. Scott, MalgosiaTuzanska per Hamnet – Nel nome del figlio, MyakoBellizzi per Marty Supreme e Ruth E. Carter per I Peccatori.

    "Frankenstein" - Miglior trucco e acconciature

    Di nuovo Frankstein. L’Oscar per il miglior trucco e acconciature è andato infatti al kolossal di Guillermo Del Toro, regalando la terza statuetta a Netflix per l’ambizioso progetto tratto dal celebre romanzo di Mary Shelley. Il premio è stato consegnato a Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey, che ha battuto Kyoko Toyokawa, Naomi Hibino and Tadashi Nishimatsu perKokuho – Il maestro di kabuki (2025), in uscita nelle sale a fine aprile, Ken Diaz, Mike Fontaine e ShunikaTerry per I peccatori, Kazu Hiro, Glen Griffin e Bjoern Rehbein per The Smashing Machine e infine Thomas Foldberg e Anne Catherine Sauerberg per The Ugly Stepsister.

    "Avatar: Fuoco e cenere" - Miglior effetti visivi

    I dubbi erano pochi, anche qui. L’Oscar per i migliori effetti visivi è infatti andato ad Avatar: Fuoco e cenere(2025). Un lavoro meticoloso per il terzo capitolo della saga fantascientifica di James Cameron, realizzato da Joe Letteri, Richard Baneham, Eric Saindon e Daniel Barrett. Gli altri candidati erano Ryan Tudhope, Nicolas Chevallier, Robert Harrington e Keith Dawson con il blockbuster F1 – Il film, David Vickery, Stephen Aplin, Charmaine Chan e Neil Corbould con Jurassic World – La rinascita (2025), Charlie Noble, David Zaretti, Russell Bowen e Brandon K. McLaughlin con il thriller di Apple, The Lost Bus (2025) e infine Michael Ralla, Espen Nordahl, Guido Wolter e Donnie Dean conl’acclamatissimo I peccatori.

    "The Singers e Two People Exchanging Saliva" - Miglior cortometraggio

    Introdotto dalle battute di rifare i grandi classici in versione cortometraggio, il premio è andato a parimerito Sam A. Davis e Jack Piatt con The Singers e a Alexandre Singh e Natalie Musteata con Two People ExchangingSaliva. Entrambi i cortometraggi hanno prevalso suButcher’s Stain di Meyer Levinson-Blount e Oron Caspi, A Friend of Dorothy di Lee Knight e James Dean e Jane Austen’s Period Drama di Julia Aks e Steve Pinder.“Con questa vittoria a pari merito avete rovinato le scommesse di chi gioca sugli Oscar” ha concluso O’Brein.

    "The Girl Who Cried Pearls" - Miglior cortometraggio di animazione

    The Girl Who Cried Pearls (2025) è il miglior cortometraggio di animazione. Una favola moderna, realizzata con la tecnica dello stop-motion, incentrata sull’amore di un ragazzo povero per una ragazza sopraffatta dal dolore, le cui lacrime si trasformano in perle. Scoprendo di poterle vendere al banco dei pegni, ne vorrà sempre di più, anche a costo di farla soffrire sempre di più… perché anche l’avidità può portare i buoni a compiere azioni riprovevoli.

    Il cortometraggio animato di Chris Lavis e Maciek Szczerbowski ha battuto così Butterfly di Florence Miailhe e Ron DyensForevergreen di Nathan Engelhardt e Jeremy Spears, Retirement Plan di John Kelly e Andrew Freedman e The Three Sisters di Konstantin Bronzit. Prima vittoria e seconda nomination per Lavis e Szczerbowski, che hanno ringraziato ampliamente la comunità di artisti e il Canada nel ricevere la statuetta.

    "All the Empty Rooms: Le stanze di chi non tornerà" -Miglior cortometraggio documentario

    Disponibile su Netflix, All the Empty Rooms: Le stanze di chi non tornerà (2025) di Joshua Seftel segue un giornalista e un fotografo, Steve Hartman e Lou Bopp, in un viaggio di circa mezz’ora nelle stanze delle giovanissime vittime statunitensi, che hanno perso la vita nel corso delle varie, e purtroppo frequenti, sparatorie scolastiche. Un titolo molto forte, che parlando di un lutto straziante ha conquistato l’Academy a svantaggio di Armed Only with a Camera: The Life and Death of Brent Renaud di Craig Renaud, Children No More: Wereand Are Gone di Hilla Medalia, The Devil is Busy di Christalyn Hampton e Geeta Gandbhir, Perfectly a Strangeness di Alison McAlpine.

  • 10 citazioni di Star Wars che non smetteremo mai di usare
    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Ci sono franchise che restano nei cinema e altri che entrano nella leggenda, fino a diventare parte integrante della cultura pop. La saga di Star Wars appartiene alla seconda categoria in modo così profondo che anche chi non ha mai visto un solo episodio della saga conosce almeno una delle sue battute. 

    Dal 1977 a oggi, le frasi pronunciate da Jedi, contrabbandieri, principesse e signori oscuri sono diventate modi di dire, meme, auguri di buona fortuna, persino il nome di una festività mondiale. Il 4 maggio è ormai lo Star Wars Day in tutto il pianeta, e tutto nasce da un gioco di parole su "May the Force be with you".

    George Lucas probabilmente non immaginava che le battute dei suoi personaggi sarebbero finite nelle conversazioni al bar, nei messaggi vocali, nelle riunioni di lavoro. Eppure è successo, e continua a succedere a quasi cinquant'anni di distanza. Abbiamo scelto dieci citazioni che hanno fatto questo salto dallo schermo alla vita quotidiana, quelle che usiamo senza nemmeno pensare di star citando un film di fantascienza. Le presentiamo seguendo l'ordine cronologico dei film in cui sono apparse.

    «Che la Forza sia con te» - “Guerre stellari (1977)

    È la frase più famosa della saga, quella che anche chi non ha mai visto un film di Star Wars riconosce immediatamente. Curiosamente, nel primo episodio non è Obi-Wan Kenobi a pronunciarla per primo, ma il generale Dodonna, poco prima dell'assalto alla Morte Nera. Guerre stellari introduce il concetto della Forza come energia mistica che pervade l'universo e lega insieme tutte le cose viventi, e questo augurio diventa il modo in cui i personaggi si congedano prima di affrontare una sfida, soprattutto potrebbe essere l’ultima. 

    Nel corso degli episodi successivi la ripeteranno tutti, da Han Solo a Leia, da Yoda a Luke, fino a trasformarla nel saluto universale di una comunità di fan che oggi conta centinaia di milioni di persone.Questa è la citazione che ha trasceso il cinema per diventare parte del linguaggio comune, la usiamo per augurare buona fortuna a chiunque stia per affrontare qualcosa di difficile, che sia un esame universitario, un colloquio di lavoro o semplicemente una giornata complicata. Ha generato il gioco di parole "May the Fourth be with you" che ha dato vita allo Star Wars Day, celebrato ogni anno il 4 maggio con maratone cinematografiche, cosplay e offerte speciali su qualsiasi prodotto legato al franchise. 

    Se volete iniziare la saga dall'inizio, Guerre stellari resta il punto di partenza imprescindibile, un film che nel 1977 riscrisse le regole del blockbuster e che ancora oggi funziona perfettamente come pura avventura. Consigliato a chiunque voglia capire da dove viene tutto quello che è venuto dopo, dai film Marvel ai franchise contemporanei che devono qualcosa all'intuizione di Lucas.

    «Ho una brutta sensazione» - “Guerre stellari” (1977)

    Nel primo film è Luke Skywalker a pronunciarla, quando il Millennium Falcon viene risucchiato dal raggio traente della Morte Nera e i nostri eroi si ritrovano nella pancia della balena, apparentemente senza via d'uscita. Ma questa battuta sarebbe tornata in quasi tutti gli episodi successivi, pronunciata ogni volta da un personaggio diverso. Han Solo la dice ne L'Impero colpisce ancora (1980), Obi-Wan ne La minaccia fantasma (1999), persino il droide K-2SO la accenna in Rogue One (2016). È diventata una sorta di firma della saga, un segnale agli spettatori che le cose stanno per mettersi male. Anche in questo caso la citazione ha valicato lo schermo, diventando una di quelle frasi usate nei contesti più disparati, introdotta dalla saga in un contesto di tensione pura, ma negli anni è diventata anche battuta ironica, un modo per esorcizzare l'ansia ridendoci sopra.

    «La tua mancanza di fede mi turba» - “Guerre stellari” (1977)

    Una battuta che Darth Vader pronuncia mentre strozza a distanza l'ammiraglio Motti, colpevole di aver messo in dubbio il potere della Forza definendola una "vecchia religione". È una scena che stabilisce immediatamente la pericolosità del villain e il suo rapporto con questa energia mistica che gli altri ufficiali imperiali considerano una superstizione antiquata. La calma con cui Vader esegue la punizione, senza alzare la voce, senza muoversi dalla sedia, è più inquietante di qualsiasi esplosione di rabbia. James Earl Jones dona al personaggio una voce profonda e imperturbabile che è diventata il modello per generazioni di cattivi cinematografici. La frase ha avuto una seconda vita sui social network, dove viene usata in infinite varianti sostituendo la parola "fede" con qualsiasi cosa, dai gatti al proprio team sportivo preferito, diventando un modo ironico per esprimere disappunto quando qualcuno non condivide le nostre passioni o mette in dubbio le nostre capacità. Guerre stellari rimane il film che ha inventato un modo di fare cinema blockbuster ancora dominante oggi, e rivederlo significa scoprire quanto fosse già perfetto nella sua semplicità, quanto ogni elemento funzionasse in armonia con gli altri.

    «No, io sono tuo padre» - “L'Impero colpisce ancora (1980)

    È probabilmente la rivelazione più famosa della storia del cinema, e anche la più fraintesa. Quasi tutti la ricordano come "Luke, io sono tuo padre", ma nel film la frase esatta è diversa. Luke accusa Darth Vader di aver ucciso suo padre, e Vader risponde con un secco "No, io sono tuo padre". La differenza sembra minima, ma racconta qualcosa di interessante su come funziona la memoria collettiva: la versione sbagliata si è diffusa così tanto che perfino chi ha visto il film decine di volte fatica a ricordare quella giusta.

    George Lucas impose misure di segretezza straordinarie durante le riprese per proteggere questo colpo di scena. David Prowse, l'attore che indossava il costume di Vader, recitò sul set una battuta completamente diversa e non seppe mai quale fosse quella vera fino alla premiere. Mark Hamill venne informato pochi istanti prima di girare la scena, giusto il tempo di prepararsi alla reazione. La voce di James Earl Jones fu aggiunta in post-produzione, e solo pochissime persone conoscevano il segreto. L'Impero colpisce ancora è considerato da molti il miglior capitolo della saga proprio per momenti come questo, per la sua capacità di trasformare un'avventura spaziale in un dramma familiare dalle risonanze mitiche.

    «Fare o non fare. Non c'è provare» - “L'Impero colpisce ancora” (1980)

    Yoda pronuncia questa frase durante l'addestramento di Luke sul pianeta paludoso di Dagobah. Il giovane Jedi si lamenta di non riuscire a sollevare la sua navetta dalla melma usando la Forza, e il vecchio maestro lo corregge con questa massima che è diventata un pilastro della filosofia pop contemporanea. La sintassi invertita tipica del personaggio rende la battuta ancora più memorabile, e il concetto che esprime ha trovato applicazioni ben oltre il cinema. Manager aziendali, allenatori sportivi, insegnanti di ogni genere l'hanno adottata come mantra, spesso senza sapere che viene da un pupazzo verde alto sessanta centimetri in un film di fantascienza. Frank Oz, che dava voce e movimento a Yoda, riuscì a creare un personaggio capace di trasmettere saggezza autentica nonostante l'aspetto buffo e le dimensioni, come a dire non giudicare mai un libro dalla copertina. Le scene su Dagobah rappresentano il cuore spirituale della trilogia originale, il momento in cui Star Wars smette di essere un “semplice” sci-fi e diventa qualcosa di più profondo e i suoi Jedi molto più che eroi armati di Spada Laser. 

    «Ti amo» / «Lo so» - “L'Impero colpisce ancora” (1980)

    Poco prima di essere congelato nella carbonite per ordine di Jabba the Hutt, Han Solo riceve una dichiarazione d'amore da Leia. Nel copione originale la risposta era un prevedibile "Ti amo anch'io", ma Harrison Ford trovava quella battuta troppo banale per il suo personaggio. Dopo numerosi tentativi andati a vuoto, Ford improvvisò un semplice "Lo so" che il regista Irvin Kershner decise di tenere. Ne venne fuori uno dei momenti più romantici e citati della storia del cinema, proprio perché evitava il sentimentalismo per abbracciare qualcosa di più vero e sfrontato, più in linea con il carattere del contrabbandiere spaccone. Questo scambio di battute è diventato un codice tra innamorati nerd di tutto il mondo. I fan più accaniti lo usano come test di compatibilità: se dite "Ti amo" e l'altro risponde "Lo so", allora avete trovato la persona giusta. La scena funziona anche perché arriva in un momento di tensione estrema, con Han che sta per essere consegnato al suo nemico e nessuno sa se sopravviverà. 

    «È una trappola!» - “Il ritorno dello Jedi” (1983)

    L'ammiraglio Ackbar ha pochissimo tempo sullo schermo ne Il ritorno dello Jedi, ma ciononostante è riuscito a usarlo alla grande, entrando nella leggenda della saga. È un personaggio secondario con una faccia da calamaro e un'uniforme immacolata, eppure la sua esclamazione quando scopre che la seconda Morte Nera è pienamente operativa è diventata una delle frasi più riconoscibili della cultura pop mondiale. "It's a trap!" è stata stampata su magliette, tazze, adesivi, poster, ed è diventata il modo standard per avvisare qualcuno che sta per cadere in un tranello. Una citazione che è entrata nel linguaggio di internet come pochi altri riferimenti cinematografici, generando meme su meme e variazioni infinite. Il ritorno dello Jedi chiude la trilogia originale con la redenzione di Darth Vader e la vittoria finale dei ribelli, e anche se non raggiunge le vette drammatiche de L'Impero colpisce ancora, offre un finale emotivamente soddisfacente e alcune delle scene di battaglia più spettacolari della saga. 

    «È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi» - “La vendetta dei Sith” (2005)

    Padmé Amidala osserva il Senato galattico acclamare Palpatine mentre questi si autoproclama Imperatore, e commenta con questa frase amara la fine della democrazia. È uno dei momenti più citati della trilogia prequel, quello in cui George Lucas inserisce nel suo film di fantascienza un commento politico che molti hanno letto come riferimento all'America post-11 settembre. La frase viene usata regolarmente per commentare situazioni reali in cui il consenso popolare sembra abbracciare derive autoritarie, ed è diventata un riferimento per chiunque voglia criticare il modo in cui le democrazie possono autodistruggersi con il plauso dei propri cittadini.

    La vendetta dei Sith è considerato il migliore dei tre prequel, quello in cui la tragedia di Anakin Skywalker raggiunge finalmente il suo culmine e il ragazzino di Tatooine diventa il mostro in armatura nera che conosciamo dalla trilogia originale. La regia di Lucas è infatti più oscura rispetto ai capitoli precedenti, e la sequenza del duello finale tra Anakin e Obi-Wan sul pianeta vulcanico Mustafar resta una delle più intense dell'intera saga. Seppur Natalie Portman abbia poco spazio in questo episodio (almeno a livello di minutaggio, ma non di importanza) questa battuta da sola costituisce il punto di svolta nella storia della Galassia, diventando la citazione più politica della saga.

    «Le ribellioni si costruiscono sulla speranza» - “Rogue One” (2016)

    Jyn Erso pronuncia questa frase durante il discorso che convince i ribelli a tentare la missione suicida per rubare i piani della Morte Nera. Rogue One di Gareth Edwards è uno spin-off che racconta gli eventi immediatamente precedenti al primo Guerre stellari, e questa battuta ne è diventata il manifesto. Funziona perché arriva in un momento di disperazione totale, quando tutto sembra perduto e l'unica cosa che resta è la fede in qualcosa di più grande di sé stessi. Felicity Jones la pronuncia con una convinzione che trasforma un gruppo di disperati in eroi. La citazione è entrata rapidamente nel linguaggio comune, usata per commentare movimenti di protesta, cause sociali, momenti storici in cui i più deboli si oppongono ai più forti. Rogue One è un film di guerra più che un'avventura spaziale, con un finale che non risparmia nessuno dei protagonisti e che per questo risulta più adulto e coraggioso di molti altri capitoli della saga. Edwards costruisce un'atmosfera da film bellico anni Settanta, e il risultato è qualcosa di unico nell’universo creato da Lucas, soprattutto se visto attraverso le lenti Disney. Consigliato a chi ama Star Wars ma cerca qualcosa di diverso, più sporco e più tragico, senza il lieto fine garantito.

    «Questa è la Via» - “The Mandalorian” (2019)

    Quando Din Djarin pronuncia per la prima volta "This is the Way", e gli altri Mandaloriani rispondono in coro con la stessa frase, lo spettatore capisce di trovarsi di fronte a qualcosa di più di una semplice battuta. È un credo, un codice di comportamento, il fondamento di un'intera cultura guerriera che vive secondo regole rigidissime tramandate di generazione in generazione. The Mandalorian di Jon Favreau ha riportato Star Wars in televisione ad alti livelli dopo anni di tentativi meno riusciti, e questa frase ne è diventata il simbolo più riconoscibile, insieme al faccino verde di Grogu che ha conquistato internet. La citazione ha avuto una diffusione virale immediata, usata per commentare qualsiasi situazione in cui si segue una tradizione, una regola non scritta, un modo di fare le cose che non ha bisogno di spiegazioni. In questo film Pedro Pascal, che interpreta il Mandaloriano senza quasi mai mostrare il volto, riesce a trasmettere emozione attraverso il linguaggio del corpo e l'inflessione della voce, e questa frase ripetuta come un mantra è diventata il cuore della sua performance.

  • Da Miley Cyrus a Emily Osment: dove rivedere il cast di "Hannah Montana"?
    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Se l'annuncio di Hannah Montana 20th Anniversary Special aveva elettrizzato i fan dello show, il rilascio del trailer li ha mandati in visibilio. Lo speciale, dal 24 marzo su Disney+, promette di celebrare la serie ideata da Michael Poryes, Rich Correll e Barry O'Brien a due decenni esatti dalla sua prima messa in onda. 

    Registrato dal vivo davanti a un pubblico in studio, l'evento vede Alex Cooper intervistare la sua star: Miley Cyrus. Un tuffo nel passato per ripercorrere gli step che hanno permesso la nascita di uno dei personaggi più popolari mai comparsi su Disney Channel, tra materiale inedito, la ricostruzione dei set originali e il coloratissimo guardaroba della liceale che, di notte, si trasformava in pop star.

    Con sincera nostalgia e una nuova prospettiva, Cyrus rivisiterà i momenti, la musica e i ricordi che hanno definito un'epoca”, si legge nel comunicato ufficiale diffuso da Disney nel quale è presente anche una dichiarazione della sua protagonista. Hannah Montana sarà sempre parte di me. Quello che è iniziato come uno show televisivo è diventato un'esperienza condivisa che ha plasmato la mia vita e quella di tantissimi fan, e sarò sempre grata per questo legame”, afferma Cyrus. “Il fatto che significhi ancora così tanto per le persone dopo tutti questi anni è qualcosa di cui sono molto orgogliosa. Questo Hannahversary è il mio modo di celebrare e ringraziare i fan che mi sono stati accanto per 20 anni”.

    Prima di tuffarci nella nostalgia dello speciale, JustWatch ha preparato una guida per permettervi di scoprire dove vedere il cast di Hannah Montana oggi.

    Miley Cyrus (Miley Stewart)

    Miley Cyrus non ha bisogno di presentazioni. Una delle più grandi pop star del mondo che deve tutto proprio alla serie che l'ha vista protagonista dal 2006 al 2011 rendendola celebre in ogni angolo del mondo. Alla fine dello show, però, il desiderio dell'artista è stato quello di separare nettamente la sua immagine pubblica da quella del personaggio. Per farlo ha scelto di stupire tutti con l'uscita di Bangerz nel 2013 e del singolo Wrecking Ball che segna il suo definitivo addio all'immagine disneyana. Negli anni ha poi sperimentato grazie a collaborazioni con musicisti molto diversi tra di loro per generi e sonorità come i Flaming Lips, Stevie Nicks, Dolly Parton ed Elton John.

    Un altro punto altissimo della sua carriera è l'uscita del singolo Flowers che le ha regalato i suoi due primi Grammy Awards. Recentemente ha firmato il brano Dream as One che accompagna Avatar: Fuoco e Cenere (2025) e ha pubblicato un nuovo disco, Something Beautiful (2025).

    Sul versante recitativo, tra le sue apparizioni più rilevanti quella in Crisi in sei scene (2016) dove è diretta da Woody Allen e Rachel, Jack and Ashley Too, episodio della quinta stagione di Black Mirror (2019).

    Emily Osment (Lilly Truscott)

    In Hannah Montana Emily Osment interpreta Lilly Truscott, la migliore amica della giovane liceale Miley. Dopo aver scoperto la sua doppia vita, entrando di nascosto nel camerino di Hannah Montana, anche lei assume un'identità segreta – quella di Lola Luftnagle – trasformandosi anche nella migliore amica della pop star. Dopo la serie di Disney Channel, l'attrice ha cercato di bilanciare la sua carriera nella recitazione con quella musicale con l'uscita del disco Fight or Flight (2010) e la musica prodotta sotto lo pseudonimo Bluebiird.

    Ma il piccolo schermo ha avuto la meglio. Da Young & Hungry – Cuori in cucina (2014 – 2018) a Il metodo Kominsky (2018-2021), Osment non ha mai smesso di lavorare fino al successo recente ottenuto con altre due serie TV: Young Sheldon (2022- 2024) e il suo sequel, Georgie & Mandy's First Marriage (2024-2026) in cui interpreta Mandy McAllister, la moglie di Georgie Cooper, fratello del più celebre Sheldon.

    Mitchel Musso (Oliver Oken)

    Come per il personaggio di Emily Osment, anche quello di Mitchel Musso – Oliver Oken – conosce l'identità segreta di Miley Stewart. E, quando si trova in compagnia di Hannah Montana, si fa chiamare Mick Rofono Lee III, seguendola nel backstage dei suoi concerti. Alla fine della serie, l'attore è rimasto in casa Disney, prendendo parte al film TV Pete il galletto (2009), la serie So Random! (2011) e conducendo il reality di scherzi PrankStars. Ma, nel 2011, la sua carriera subisce uno stop dopo essere stato fermato per guida in stato di ebbrezza.

    Evento che ha portato al suo allontanamento dalla Disney. Da quel momento in poi ha prestato la sua voce per un paio di doppiaggi – La legge di Milo Murphy (2016-2018) e Phineas e Ferb: il film – Candace contro l'Universo (2020) – e nel 2014 ha recitato nel dramma Sins of Our Youth (2014). Nel 2023, dopo anni di assenza dal mondo dello spettacolo, ha fatto parlare di sé per altre accuse legate a “ubriachezza molesta” archiviate nello stesso anno.

    Jason Earles (Jackson Stewart)

    Quella di Jason Earles è una carriera dedicata alla Disney. Dopo aver interpretato, Jackson Stewart, il fratello della protagonista (un adolescente, anche se al tempo era già trentenne), l'attore ha continuato a lavorare in altri titoli legati alla casa di Topolino. Ne è un esempio Kickin' It - A colpi di karate (2011-2015), serie in cui interpreta Rudy, maestro del dojo al centro del racconto.

    Successivamente, ha iniziato a lavorare dietro la macchina da presa come regista e acting coach, partecipando a diversi progetti come guest star o doppiatore, da Best Friends Whenever (2016) a Super Buddies (2013) e Randy – Un Ninja in classe (2013). Una delle sue ultime apparizioni sul piccolo schermo risale al 2023 per High School Musical: The Musical: La serie nel ruolo di Dewey Wood sul set e di consulente per il giovane cast dietro le quinte.

    Billy Ray Cyrus (Robby Ray Stewart)

    Un'icona del genere country-pop americano nonché padre vero/fittizio di Miley Cyrus/Miley Stewart. Sia nella finzione che nella vita privata è stato lui a occuparsi della carriera della figlia/Hannah Montana in un gioco di rimandi tra verità e invenzione. Se prima dello show targato Disney Channel è stato tra i protagonisti di Mulholland Drive (2001) e Doc – Un medico a New York (2001-2004), dopo la conclusione di Hannah Montana la sua presenza sullo schermo si è fatta più sporadica.

    Ma, tra il 2016 e il 2017, riveste il ruolo di protagonista della sitcom Still the King creata insieme a Travis Nicholson e Potsy Ponciroli. Dal punto di vista musicale ha continuato a pubblicare album senza mai eguagliare il successo riscosso negli anni '90. Almeno fino al 2019 quando, insieme a Lil Nas X, ha collaborato per il remix di Old Town Road, brano tra i più venduti di sempre che gli ha regalato due Grammy. Nel 2026 ha preso parte all'edizione americana de Il cantante mascherato.

    Moisés Arias (Rico Suave)

    In Hannah Montana Moisés Arias interpretava Rico Suave, ricco ragazzino proprietario del chiosco dove lavora Jackson che si diverte a creare subbuglio nelle vite degli altri personaggi. Tra tutti gli attori del cast principale, il suo percorso è quello che ha avuto la svolta più interessante. Invece di continuare a lavorare per titoli teen prodotti dalla Disney, l'attore ha scelto di guardare al cinema più impegnato o indipendente. 

    Lo dimostrano le partecipazioni a Ender's Game (2013), Ben Hur (2016), Il re di Staten Island (2020) e Samaritan (2022). Parallelamente alla recitazione, Arias è anche un fotografo e direttore creativo. Basta dare uno sguardo al suo profilo Instagram per rendersi conto del suo talento. Recentemente lo abbiamo visto in Fallout (2024), dove interpreta il ruolo di Norm MacLean.

  • I 10 migliori ruoli di Diego Abatantuono
    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Diego Abatantuono è uno di quegli attori che hanno accompagnato l'evoluzione del cinema italiano degli ultimi quarant'anni, reinventandosi più volte senza mai perdere la propria riconoscibilità. Nato a Milano nel 1955 da padre pugliese e madre comasca, è cresciuto nel quartiere delle Case Minime respirando l'aria del Derby Club, il leggendario locale di cabaret gestito dagli zii dove la madre lavorava da guardarobiera. 

    Da lì sono passati Enzo Jannacci, Beppe Viola, Massimo Boldi, Giorgio Faletti, e il giovane Diego li ha osservati tutti prima di salire lui stesso su quel palco. Negli anni Ottanta si è imposto come il "terrunciello", l'immigrato meridionale a Milano con la sua parlata improbabile e i suoi sogni sbilenchi. Era un personaggio che fotografava un'Italia in trasformazione, le migrazioni interne, le periferie urbane che si mescolavano. Poi, quando sembrava destinato a restare intrappolato in quella maschera, ha fatto la cosa più difficile per un comico di successo: ha deciso di cambiare. L'incontro con Pupi Avati prima e con Gabriele Salvatores poi gli ha permesso di mostrare un registro diverso, più malinconico e stratificato.

    Nel corso degli anni ha collezionato tre Nastri d'Argento come attore protagonista e non protagonista e, nel 2021, ha ricevuto il David di Donatello speciale alla carriera. Ha attraversato il cinema d'autore e la commedia popolare, i road movie e i cinepanettoni, i thriller e le fiction televisive. Scegliere dieci ruoli in una filmografia così vasta significa inevitabilmente fare dei sacrifici, ma abbiamo provato a individuare le interpretazioni che raccontano le diverse facce di un attore che non ha mai smesso di sorprenderci. Ecco i nostri dieci, in ordine cronologico.

    “Eccezzziunale... veramente” (1982) - Donato / Franco / Tirzan

    Eccezzziunale... veramente è il film che ha consacrato il personaggio del “terrunciello” e ha trasformato Abatantuono da cabarettista milanese a fenomeno nazionale. Diretto da Carlo Vanzina, il film racconta le vicende parallele di tre tifosi di calcio, tutti interpretati da Diego: Donato Cavallo, il milanista capo degli ultrà; Franco Alfano, l'interista scommettitore; e Felice La Pezza detto Tirzan, il camionista pugliese juventino. Tre maschere comiche che parlano la stessa lingua sgrammaticata e appassionata, tre variazioni su un tema che Abatantuono padroneggiava già perfettamente grazie agli anni di cabaret. Il film nasceva in un'Italia che stava uscendo dagli anni di piombo e voleva ridere, e Abatantuono le offriva uno specchio deformante in cui riconoscersi. La parlata milanese-pugliese, gli sfondoni linguistici, le battute improvvisate sul set sono diventate tormentoni che ancora oggi vengono citati. Il successo fu enorme, tanto da generare un sequel ventiquattro anni dopo (Eccezzziunale... veramente: Capitolo Secondo… Me, 2006), ma la freschezza dell'originale resta ineguagliata, tanto che ad oggi rimane documento su un certo modo di essere italiani, raccontato attraverso la passione più viscerale del nostro paese, il calcio. Consigliato a chi vuole capire da dove viene la comicità di Abatantuono e a chi ricorda con nostalgia un certo cinema italiano degli anni Ottanta. In questa lista perché senza questo film non ci sarebbe stata la carriera che è seguita.

    “Attila flagello di Dio” (1982) - Attila

    Attila flagello di Dio di Castellano e Pipolo uscì nello stesso anno di Eccezzziunale... veramente, ma il destino dei due film fu opposto. Il primo fu un successo clamoroso, il secondo un flop commerciale che venne stroncato dalla critica. Eppure, con il passare degli anni, Attila è diventato un cult del cinema trash italiano, una di quelle pellicole che si citano tra appassionati e che hanno generato legioni di fan tardivi. Abatantuono interpreta Ardarico, capo di una tribù di barbari nelle campagne dell'attuale Segrate, che decide di cambiare nome in Attila dopo aver ascoltato una profezia e parte alla conquista di Roma con una decina di uomini scalcinati. Il film è pieno di nonsense, battute demenziali e invenzioni linguistiche che all'epoca sembrarono “troppo” per il pubblico. Qui Abatantuono spinge il pedale dell'assurdo fino in fondo, portando il “terrunciello” nel V secolo dopo Cristo. Un film non capito, forse recepito come un po’ troppo “cheap” in un’epoca in cui il cinema italiano, soprattutto la comicità di un certo tipo, stava per scoprire il cinepanettone e i suoi lustrini. Consigliato esclusivamente a chi apprezza l'umorismo demenziale e vuole riscoprire alcune battute diventate leggenda del repertorio di Abatantuono.

    “Regalo di Natale” (1986) - Franco Mattioli

    Regalo di Natale segna la prima grande svolta nella carriera di Abatantuono. Pupi Avati lo chiama per interpretare Franco Mattioli, proprietario di un cinema milanese sull'orlo del fallimento, uno dei quattro amici che si ritrovano la notte di Natale per una partita a poker in una villa bolognese. È il primo ruolo drammatico dell'attore, e la sorpresa fu enorme per chi lo aveva già inquadrato solo come una maschera comica, solo smorfie e battute demenziali. Il film è un dramma corale costruito attorno a un tavolo da gioco, dove le carte diventano metafora dei rapporti umani, dei tradimenti, delle menzogne che si accumulano in una vita. Avati racconta l'amicizia come un campo minato, e Abatantuono costruisce un personaggio complesso, un uomo disperato che cerca di nascondere la propria rovina dietro una facciata di sicurezza. Il poker diventa il momento della verità, il luogo dove le maschere cadono. Carlo Delle Piane vinse la Coppa Volpi a Venezia, ma il Nastro d'Argento come miglior attore non protagonista andò proprio ad Abatantuono. È un film che per Abatantuono rappresenta un punto cardine della sua carriera da attore, un vero “giro di boa” con cui scrollarsi di dosso etichette e preconcetti. Consigliato a chi cerca un dramma italiano anni Ottanta con cinque attori in stato di grazia, un titolo intenso in cui i personaggi emergono durante la notte, insieme ai segreti del loro passato.

    “Marrakech Express” (1989) - Maurizio Ponchia

    Con Marrakech Express inizia il sodalizio più importante della carriera di Abatantuono, quello con Gabriele Salvatores. Il film è il primo capitolo della cosiddetta tetralogia della fuga, che proseguirà con Turné (1990) e gli altri due film che seguiranno in questa lista. Quattro trentenni che si sono persi di vista si ritrovano per un viaggio in Marocco, dove devono salvare un vecchio amico finito nei guai per una storia di droga. Abatantuono interpreta Maurizio Ponchia, commerciante di auto usate, spaccone e cinico, l'elemento pratico del gruppo. Il film viene spesso paragonato a Il grande freddo (1983) per la tematica della riunione degli amici dopo molti anni, ma ha un'anima più avventurosa e malinconica. Ponchia è quello che all'inizio sembra il più distante dai valori dell'amicizia, il più imborghesito, ma il viaggio lo trasforma. Abatantuono costruisce un personaggio che evolve, che riscopre qualcosa di sé stesso che credeva perduto. È un ruolo meno appariscente di quelli comici, ma più sfumato, e segna l'inizio di una nuova fase della sua carriera. In questa lista perché è l'inizio di un percorso che porterà all'Oscar. Consigliato a chi ama i road movie sull'amicizia e a chi è cresciuto con le canzoni di Lucio Dalla e Francesco De Gregori.

    “Mediterraneo” (1991) - Sergente Maggiore Nicola Lorusso

    Mediterraneo è il film che ha portato l'Oscar a Gabriele Salvatores e all'Italia, e Abatantuono ne è uno dei protagonisti assoluti. Interpreta il sergente maggiore Nicola Lorusso, l'unico soldato del gruppo sbarcato su un'isola greca nel 1941 che abbia una vera esperienza militare, ma anche lui finisce per arrendersi alla pace e alla bellezza del luogo. È un personaggio rude e cialtrone, ma anche capace di una malinconia profonda, come nella scena celebre in cui esprime il desiderio davanti alla stella cadente. Il film è dedicato a tutti quelli che stanno scappando, e Lorusso incarna perfettamente questo spirito. È uno che ha combattuto in Africa, che conosce la guerra, ma che sceglie di dimenticarla quando si trova in un angolo di mondo dove il tempo sembra essersi fermato. La battuta sui greci e il mangiare è diventata leggendaria, improvvisata da Abatantuono sul set come molte altre. È un personaggio che ricorda i soldati scalcinati della commedia all'italiana, i Busacca e gli Jacovacci di Gassman e Sordi, ma con un tocco di modernità. In questa lista perché fa parte di un film che ha fatto la storia del cinema italiano. Consigliato a chi cerca un'opera che parla di fuga e di pace con leggerezza e profondità.

    “Puerto Escondido” (1992) - Mario Tozzi

    Puerto Escondido chiude la tetralogia della fuga di Salvatores e segna un altro capitolo importante nella carriera di Abatantuono. Interpreta Mario Tozzi, vicedirettore di banca milanese con la sua vita ordinata, i suoi vestiti eleganti, le sue certezze borghesi, che si ritrova testimone di un omicidio e deve fuggire in Messico per salvarsi la pelle. È la storia di una trasformazione, di un uomo che scopre un modo diverso di vivere e deve decidere se tornare alla sua vecchia esistenza o reinventarsi. Il film è tratto dal romanzo di Pino Cacucci e mescola commedia e thriller, con momenti di puro surrealismo messicano. Accanto ad Abatantuono ci sono Claudio Bisio e Valeria Golino, coppia di italiani che vivono di espedienti, e Renato Carpentieri nel ruolo del commissario assassino che poi si redime. Il viaggio di Tozzi è anche un viaggio verso se stesso, e Abatantuono lo costruisce con una recitazione sempre più sottratta, ormai lontana dai personaggi comici con cui aveva inaugurato la sua carriera. Per questa interpretazione vince il Nastro d'Argento come miglior attore protagonista. Il film segna segna la maturità di Abatantuono come attore drammatico, la prova definitiva delle sue capacità di trasformarsi a seconda del ruolo. 

    “Il toro” (1994) - Franco Menicucci

    Carlo Mazzacurati dirige Il toro e sceglie Abatantuono per il ruolo di Franco Menicucci, commerciante veneto che si trova a trasportare un toro da monta dall'Ungheria al Friuli insieme a un improbabile partner slavo. È una commedia on the road che ha il respiro del cinema mitteleuropeo, con paesaggi invernali e silenzi che parlano più delle parole. Mazzacurati era uno dei registi più interessanti di quella generazione, capace di raccontare la provincia italiana con sguardo affettuoso e mai caricaturale. Abatantuono interpreta un personaggio diverso dai suoi soliti, più pacato, quasi malinconico, un uomo che si trova a condividere un viaggio con uno sconosciuto e finisce per scoprire qualcosa di sé. Il film vinse il Leone d'Argento a Venezia come premio speciale per la regia, e Abatantuono dimostrò ancora una volta di saper lavorare con registri diversi, adattandosi allo stile di ogni autore con cui collaborava. In questa lista perché è un film da riscoprire e un'interpretazione sottovalutata. Consigliato a chi ama le storie minimaliste raccontate con poesia.

    “Io non ho paura” (2003) - Sergio

    Con Io non ho paura Abatantuono torna a lavorare con Salvatores e affronta il ruolo più inquietante e oscuro della sua carriera. Interpreta Sergio, il milanese che arriva nel paesino del sud dove è stato rapito un bambino, il capo della banda di sequestratori, l'uomo che decide le sorti dell'ostaggio. È il cattivo del film, e Abatantuono lo costruisce con una freddezza calcolata, senza mai cedere alla tentazione del macchiettismo, un volto totalmente inaspettato per un attore a cui il pubblico associava ruoli solitamente confortanti. Il film è tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti ed è raccontato attraverso gli occhi di Michele, un bambino di dieci anni che scopre il sequestrato nascosto in una buca. La regia di Salvatores tiene la macchina da presa ad altezza di bambino, e il mondo degli adulti appare minaccioso e incomprensibile. Sergio incarna questo mondo, con il suo sorriso disturbante, le sue chiacchiere sul Brasile dove vivrebbe come un re, la sua determinazione a eliminare ogni problema. Per questa interpretazione Abatantuono vince il suo terzo Nastro d'Argento, questa volta come miglior attore non protagonista. Questo è probabilmente il ruolo più importante della sua carriera, anche se il film non ha riscosso il successo di alcune delle altre collaborazioni con Salvatores, qui Abatantuono mostra una lato mai visto delle sue capacità attoriali: qui fa paura, per davvero. Consigliato a chi cerca un thriller italiano che non ha nulla da invidiare al cinema internazionale.

    “Tutto il mio folle amore” (2019) - Mario

    In Tutto il mio folle amore Abatantuono interpreta Mario, il padre adottivo di Vincent, un ragazzo autistico di sedici anni che non ha mai conosciuto il padre bologico. È il personaggio solido della storia, quello che c'è sempre stato, che ha cresciuto il ragazzo insieme alla madre Elena interpretata da Valeria Golino. Quando Willi, il padre biologico interpretato da Claudio Santamaria, rapisce involontariamente Vincent, Mario parte alla ricerca insieme a Elena. Il film è liberamente ispirato al romanzo di Fulvio Ervas e segna il ritorno di Salvatores al road movie, al tema della fuga che aveva attraversato tutta la sua filmografia. Abatantuono è il contrappunto comico e umano della storia, e allo stesso tempo l'elemento di stabilità in mezzo al caos emotivo che il film porta in scena. È un ruolo meno appariscente di altri, ma Abatantuono lo costruisce con una solidità commovente, mostrando cosa significa essere padre al di là del sangue. In questa lista perché è uno dei lavori recenti più riusciti della coppia Salvatores-Abatantuono, un film che riporta l’evoluzione di una delle collaborazioni più prolifiche e riuscite nel cinema italiano degli ultimi decenni. Consigliato a chi cerca un film che parla di famiglia in modo non convenzionale.

    “L'ultima settimana di settembre” (2024) - Pietro

    In L'ultima settimana di settembre Abatantuono affronta un ruolo intimo e malinconico, quello di un nonno che intraprende un viaggio on the road con il nipote adolescente. È un film generazionale, che racconta il confronto tra due età lontanissime e la possibilità di costruire un legame nonostante tutto. Abatantuono porta sullo schermo la fragilità dell'età che avanza, i ricordi che sfumano, la voglia di trasmettere qualcosa prima che sia troppo tardi. È un ruolo che richiede sottrazione più che esibizione, silenzi più che battute, e Abatantuono lo affronta con la maturità di chi ha attraversato quarant'anni di cinema. Il film segna il suo ennesimo reinventarsi, il passaggio a ruoli più riflessivi che forse preannunciano una nuova fase della carriera. A settant'anni compiuti, Abatantuono dimostra di avere ancora molto da raccontare e, soprattutto, di volerlo fare. Un film che rappresenta l'Abatantuono di oggi, un attore maturo che, tuttavia, non smette di cercare nuove strade, con la stessa passione per scavare nel ruolo che aveva sorpreso pubblico e critica dopo i primi anni della sua carriera. Consigliato a chi ama i film sui rapporti tra generazioni e a chi crede che invecchiare possa essere anche un'avventura.

  • “One Piece” e altri 9 adattamenti di manga in live action: la nostra classifica
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Gli adattamenti live action di manga hanno da sempre rappresentato una delle sfide più ardue del cinema: tradurre in carne e ossa personaggi disegnati con estetica esagerata, ambientazioni impossibili e dinamiche narrative tipiche del fumetto giapponese richiede un equilibrio delicato tra fedeltà all'opera originale e necessità di funzionare come prodotto cinematografico autonomo.

    Per decenni, questi tentativi sono stati accolti con scetticismo dai fan, spesso giustificato da risultati disastrosi che tradivano lo spirito delle opere originali – nella migliore delle ipotesi – portando sul grande e piccolo schermo tripudi di grottesco e kitsch. Per dirla in maniera brutale: delle pagliacciate! Eppure, quando registi talentuosi e produzioni rispettose affrontano il compito con la giusta sensibilità, i risultati possono essere straordinari.

    Il successo mondiale di One Piece su Netflix nel 2023 ha riacceso l'interesse globale verso questo tipo di adattamenti, dimostrando che con budget adeguati, casting intelligente e soprattutto rispetto per il materiale di partenza, è possibile conquistare sia i fan storici che un pubblico nuovo. Ma One Piece non è certo il primo né l'unico esempio riuscito: dal Giappone (e non solo) sono arrivate produzioni che hanno saputo trasformare manga iconici in film e serie memorabili, spaziando dal period drama samurai al thriller psicologico, dall'horror survival alla fantascienza cyberpunk. Basta saper scavare! Dove? Ecco, su questo ci pensiamo noi! 

    In questa classifica esploriamo dieci adattamenti che hanno funzionato, ognuno a modo suo, nel difficile compito di dare vita a storie nate sulla carta. Alcuni sono cult internazionali che hanno influenzato il cinema mondiale, altri sono successi recenti che stanno ridefinendo gli standard del genere. Dalle produzioni giapponesi classiche alle megaproduzioni hollywoodiane, dai film indipendenti alle serie streaming, questi titoli dimostrano che quando talento creativo e passione per il materiale originale si incontrano, gli adattamenti live action di manga possono non solo funzionare ma diventare opere cinematografiche significative a pieno titolo, capaci di esistere accanto ai loro ispiratori cartacei senza sfigurare.

    Battle Royale (2000)

    Partiamo dalle “basi”; o meglio, da uno dei film che ha fatto letteralmente scuola ad un genere: il battle royale. Kinji Fukasaku dirige quello che è probabilmente il più influente adattamento manga mai realizzato, un film che ha anticipato temi e atmosfere poi diventati mainstream con Hunger Games e innumerevoli battle royale videoludici. Basato sul manga di Koushun Takami, Battle Royale immagina un Giappone distopico dove una classe di studenti viene deportata su un'isola e costretta a uccidersi reciprocamente fino a quando resta un solo sopravvissuto. La violenza è esplicita e scioccante: adolescenti che si massacrano con armi assegnate casualmente, tradimenti, alleanze temporanee, morti improvvise. Il tutto orchestrato dal cinico professore Kitano, interpretato dall’omonimo Takeshi Kitano, una delle personalità più importanti del cinema giapponese.

    Il film funziona come satira feroce della società giapponese competitiva, del sistema educativo oppressivo e della violenza mediatica. Fukasaku, veterano ottantenne del cinema yakuza, non censura nulla, dal sangue alla crudeltà adolescenziale fino ad arrivare alla disperazione pura, corroborato da un giovanissimo cast che offre performance intense, con personaggi che rapidamente si rivelano complessi oltre gli stereotipi iniziali. Fiore all’occhiello la musica classica come colonna sonora, in netta contrapposizione con le più crude che vengono proposte.

    Per forza di cose, Battle Royale generò controversie enormi eppure divenne cult istantaneo, influenzando profondamente cinema e cultura pop mondiale. 

    Oldboy (2003)

    Continuiamo a parlare di capolavori del cinema con un titolo che, spesso e volentieri, ci si dimentica essere l’adattamento di un manga, Old Boy. Oh Dae-su viene rapito e imprigionato in una stanza per quindici anni senza spiegazioni, poi improvvisamente rilasciato ha solo cinque giorni per scoprire chi l'ha rinchiuso e perché. Inizia così un'odissea violenta attraverso una Seoul sotterranea, accompagnato da una giovane chef. Park Chan-wook, trascendendo l’opera originale, firma un tour de force visivo tra paranoia e vendetta, infarcito di twist disturbanti, con alcune delle sue sequenze – per esempio il combattimento nel corridoio girato in piano sequenza laterale – ha fatto scuola ai più grandi maestri contemporanei del cinema di genere.

    Choi Min-sik offre una performance straordinaria, mostrando la trasformazione di Oh Dae-su da uomo comune a bestia vendicativa. Sebbene la violenza sia stilizzata non si lesina sulla brutalità che conduce lo spettatore in apnea ad un finale moralmente complesso, rifiutando risoluzioni facili. Old Boy vinse il Grand Prix a Cannes, consacrando Park a livello internazionale e il cinema coreano come forza creativa mondiale.

    Alice in Borderland (2020-2025, Netflix)

    Alice in Borderland è sicuramente una delle serie TV più amate degli ultimi anni e che meglio dimostra la tesi del “se si vuole fare la differenza, si può”! Adattamento del manga survival di Haro Aso, la storia segue Arisu e i suoi amici che si ritrovano in una Tokyo deserta dove devono sopravvivere partecipando a "giochi" mortali ispirati alle carte da gioco, ognuno con regole diverse e conseguenze letali.

    Netflix, quando ha voglia davvero di mettersi in gioco, non bada a spese e, infatti, la serie è caratterizzata da scenografie elaborate e memorabili (la Tokyo post-apocalittica invasa dalla vegetazione è impressionante), effetti speciali di alto livello, game design inventivo. Ogni episodio presenta sfide diverse – da enigmi psicologici a prove fisiche estreme – mantenendo una tensione costante che ben si amalgama con l’esplorazione più tematica della storia tra alleanze, tradimenti e il valore della vita umana in situazioni estreme.

    Alice in Borderland ha conquistato pubblico globale, dimostrando non solo che le serie live action giapponesi possono competere con produzioni occidentali, mantenendo identità culturale distintiva, ma dettando anche una nuova metrica di gusto.

    One Piece (2023-in corso)

    Tocchiamo uno dei titoli più scottanti, di quelli che per tanti anni i fan hanno guardato con timore e scetticismo fino a dopo l’uscita. Del resto, quando si tocca uno dei massimi capisaldi del manga shonen in Giappone come One Piece del sensei Oda, si è consapevoli di star camminando sul filo del rasoio. Ma Netflix, inaspettatamente sotto lo sgomento di molti fan, vince la sfida con l'adattamento live action di One Piece e a pochi giorni dall’uscita della seconda stagione, tutti gli occhi sono nuovamente puntati sulla serie che, nel corso di questi due anni, è riuscita ad abbracciare un grande calore, grazie anche al suo cast, fiducia e attesa, vedendo anche impegnati i fan – e gli attori – nei possibili casting dei futuri personaggi.

    La sfida più grande vinta è stata quella di riuscire a rendere credibili i poteri dei vari frutti del diavolo, i combattimenti esagerati, i look eccentrici e, a volte, antropomorfi nonché il tono avventuroso del manga. Il budget generoso ha sicuramente giocato un ruolo non da meno, così come il cast affiatato e assolutamente in parte, a cominciare da Iñaki Godoy nei panni di  Luffy, catturando l'ottimismo incrollabile e la determinazione dell’amatissimo "cappello di paglia”.

    Il resto del cast – Emily Rudd come Nami, Mackenyu come Zoro, Jacob Romero Gibson come Usopp, Taz Skylar come Sanji – funziona magnificamente. La serie condensa sapientemente archi narrativi mantenendo momenti iconici e sviluppo dei personaggi. L'approvazione entusiasta del creatore Eiichiro Oda, coinvolto come produttore esecutivo, è stata sicuramente fondamentale, dando credibilità al progetto. Potremmo quasi sbilanciarci dicendo che One Piece rappresenta il nuovo standard per gli adattamenti Netflix di manga, dimostrando che con rispetto e risorse adeguate si può trasferire l'essenza di un'opera così amata e visivamente complessa.

    L’immortale (2017)

    Takashi Miike, maestro prolifico del cinema estremo giapponese, adatta L’immortale di Hiroaki Samura in un'orgia di violenza tra samurai. Manji è lo spadaccino immortale infestato da vermi di sangue che rigenerano qualsiasi ferita, condannato a vivere fino a uccidere mille uomini malvagi. Diventa guardia del corpo di giovane Rin che cerca vendetta contro la scuola di spada che ha massacrato la sua famiglia. Il film è essenzialmente due ore e mezza di combattimenti di spada elaborati, coreografati con inventiva forsennata. Miike, come suo solito, orchestra battaglie che coinvolgono decine di avversari contemporaneamente, sangue che schizza copiosamente, mutilazioni grafiche. Da proprio l’idea di vedere un anime ma con attori in carne ed ossa. E che attori! Un nome fra tutti? Takuya Kimura, esponente dello star power con un carisma perfetto per un personaggio come Manji, cinico ma fondamentalmente nobile.

    La storia, in fondo, è semplice pretesto per sequenze action, senza mai raggiungere chissà quale profondità emotiva, ma grazie al genio di Takashi Miike eccelle come spettacolo di violenza coreografica. Per i fan di Miike e del genere jidaigeki violento, è puro intrattenimento. Imperdibile!

    Death Note (2006)

    Partiamo dall’unico e brutale presupposto: quello di Shusuke Kaneko è l’unico live action degno di nota di Death Note, l'iconico manga psicologico di Tsugumi Ohba e Takeshi Obata. Tutto il resto presente sul mercato – e sì, facciamo soprattutto riferimento al tragicomico esperimento occidentale del 2017 su Netflix – dovrebbe essere evitato come la peste nera!

    Per chi fosse completamente a digiuno, la storia verte sul brillante adolscente Light Yagami quando si ritrova tra le mani un potentissimo quaderno sovrannaturale capace di uccidere chiunque vi sia scritto il nome. Cosa potrebbe mai farne? “Ovviamente” di usarlo per creare un mondo perfetto eliminando criminali. Un gesto nobile, poco da dire, peccato che la storia dell’umanità ci insegna che investire un uomo di un potere pressoché divino, non ha mai portato a nulla di buono.

    Il film condensa efficacemente la prima parte del manga, mantenendo la tensione del gioco psicologico tra i due protagonisti, appunto Light e l’investigatore L, l’unico capace di tenere testa all’intelletto e dialettica di Kira, lo pseudonimo usato da Light. Tatsuya Fujiwara è perfetto come Light, mostrando la graduale trasformazione da studente idealista a megalomane corrotto dal potere. Ken'ichi Matsuyama interpreta L con eccentricità iconica: postura curva, dolciumi ossessivi, logica implacabile. Il shinigami Ryuk, l’aspetto tecnicamente più complesso per questo tipo di adattamento, è realizzato in una CGI piuttosto convincente per l’epoca, con un design fedele al manga. 

    Il secondo film completa la storia sebbene con un finale diverso dal manga, ma ciò non toglie il modo in cui ha confermato un certo tipo di livello standard su cui dovrebbe basarsi qualsiasi tipo di adattamento.

    Lady Snowblood (1973)

    Toshiya Fujita firma un classico del cinema di vendetta giapponese, Lady Snowblood, che ha influenzato profondamente Quentin Tarantino per Kill Bill (2003-2004). Basato sul manga di Kazuo Koike, il film racconta la storia di Yuki, addestrata sin dalla nascita come strumento di vendetta dalla madre imprigionata. Ambientato nell'era Meiji, segue Yuki mentre elimina sistematicamente i responsabili della morte del padre e dello stupro della madre. 

    La struttura narrativa usa flashback per rivelare gradualmente la tragedia familiare, tecnica molto utilizzata tanto nei manga quanto negli anime anche oggi; a colpire di più sono, però, le sequenze di combattimento coreografate come un balletto violento dove il sangue spruzza copioso sulla neve bianca, creando contrasti visivi potenti. La colonna sonora mescola elementi tradizionali giapponesi e rock psichedelico. Attraverso la pellicola, Toshiya Fujita critica la modernizzazione Meiji mostrando come violenza e oppressione persistano sotto la vernice di progresso e usa il personaggio di Yuki come vittima costretta a trasformarsi in arma per confrontarsi con un’umanità perduta. 

    Un anno più tardi, il sequel Love Song of Vengeance (1974), portò avanti la storia pur non raggiungendo le vette dello stesso successo artistico del suo predecessore.

    Rurouni Kenshin (2012-2021)

    Keishi Otomo crea la quintologia che rappresenta probabilmente il miglior adattamento seriale di manga shonen mai realizzato, Rurouni Kenshin. Takeru Satoh interpreta Himura Kenshin, ex-assassino leggendario dell'era Bakumatsu che nell'era Meiji vaga come ronin con spada a lama invertita, giurando di non uccidere mai più. I cinque film coprono gli archi narrativi principali del manga con fedeltà sorprendente ma adattamenti intelligenti per il medium cinematografico. Anche qui immancabili coreografie di combattimento spettacolari, usando anche tecniche particolari come la wire work, generalmente usata al cinema in combinazione con un montaggio dinamico per dare l’effetto di movimenti sovrumani. 

    Non da meno il lavoro fisico anche del cast, a partire dall’attore principale Takeru Satoh che si allenò duramente per poter eseguire molte acrobazie senza l’uso dello stunt. La produzione ha ricreato fedelmente il Giappone Meiji, con costumi dettagliati e scenografie autentiche, cercando anche di bilanciare nel film elementi action spettacolari con momenti più emotivi, esplorando temi di redenzione, peso del passato, pacifismo in mondo violento.

    Il quinto film The Beginning (2021) funge da prequel, mostrando la trasformazione di Kenshin in assassino. La serie ha incassato centinaia di milioni, diventando un fenomeno nazionale giapponese ma riuscendo anche a conquistare fan da tutto il mondo.

    Alita: Battle Angel (2019)

    Robert Rodriguez dirige Alita: Battle Angel, megaproduzione hollywoodiana basata sul famoso manga cyberpunk "Gunnm" di Yukito Kishiro, con James Cameron come produttore e sceneggiatore. In futuro post-apocalittico, il dottor Ido trova un cyborg femminile smembrato nella discarica e la ricostruisce. Alita scopre di possedere abilità marziali straordinarie ma nessun ricordo del passato.

    Qui parliamo di un vero trionfo tecnico: la performance capture di Rosa Salazar crea Alita con occhi manga ingranditi che inizialmente possono sembrare stranianti, ma in pochi attimi si fanno subito espressivi e credibili; la rappresentazione di Iron City sovrastata dalla città volante Zalem; la messa in scena del Motorball, uno sport violento di questo universo, che non manca di sorprendere nelle sequenze più action; la larga varietà di cyborg.

    Rodriguez bilancia lo spettacolo visivo con lo sviluppo della sua protagonista che scopre la sua umanità pur essendo macchina. Nel film troviamo anche un Christoph Waltz in un ruolo diverso dal solito, molto più caloroso, a differenza di Mahershala Ali perfettamente immerso nei panni del villain. Il film affronta temi di identità, memoria, divisione di classe proprio come il manga, restando visivamente fedele a quest’ultimo, sebbene ne condensi diversi archi. Peccato che nonostante un incasso incoraggiante di cui andare fieri, allo stato attuale il sequel rimane nel limbo dei progetti che chissà se vedranno mai la luce del sole.

    10Dance (2025)

    Uscito il 18 dicembre 2025, 10Dance, adattamento del manga di Inouesatoh, rappresenta una delle trasposizioni live action più attese e riuscite degli ultimi anni. La storia segue Suzuki Shinya, specialista in balli standard (valzer, tango, …), e Sugiki Shinya, maestro di balli latini, entrambi ballerini professionisti al vertice delle rispettive discipline che decidono di collaborare per padroneggiare tutte e dieci le danze da competizione per poter gareggiare nella 10Dance.

    Il film cattura magnificamente la tensione erotica sottesa al manga originale: la partnership tra i due uomini evolve gradualmente da rivalità professionale a attrazione reciproca (rivals to lovers), esplorata attraverso il linguaggio dei corpi in movimento. Le coreografie sono magnifiche e coinvolgenti, girate con competenza tecnica che valorizza l'atletismo della danza sportiva. Il casting è impeccabile, con attori che hanno seguito mesi di allenamento intensivo per rendere credibili le performance, ma che hanno saputo anche sviluppare una chimica fondamentale per storie di questo tipo.

    La storia affronta con delicatezza tematiche queer in un contesto giapponese conservatore, mostrando come la danza diventi linguaggio per emozioni inesprimibili a parole, e specchio di confronto per la propria identità e relazione con gli altri. La relazione tra i protagonisti si sviluppa organicamente, senza cadere in cliché, sebbene non adatti tutto il manga che, tra l’altro, non è ancora concluso. Nonostante ciò, 10Dance dimostra che il cinema live action giapponese può trattare narrazioni LGBTQIA+ con maturità e bellezza visiva, creando opera che funziona sia come film sportivo che come romance adulta.

  • Da “Excalibur” a “Il labirinto del fauno": i 10 migliori film dark fantasy da non perdere
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Il dark fantasy è uno dei sottogeneri cinematografici più affascinanti e visivamente potenti, capace di fondere l'incanto del fantastico con atmosfere cupe, inquietanti e spesso gotiche. A differenza del fantasy tradizionale che privilegia la luce e l'eroismo classico, il dark fantasy abbraccia le ombre, esplorando temi come la mortalità, la corruzione, il lato oscuro della magia e l'ambiguità morale.

    Questo genere ha prodotto alcune delle opere più visionarie e memorabili della storia del cinema, ridefinendo i confini tra fiaba e incubo, tra meraviglia e terrore, spesso partendo dalla letteratura che ha dato origine a questo genere, ancora oggi, estremamente appetibile.

    Dagli anni '80, età d'oro del fantasy cinematografico con capolavori realizzati attraverso effetti pratici artigianali e pupazzi animatronici, fino alle produzioni contemporanee che utilizzano CGI per creare mondi impossibili, il dark fantasy ha sempre attratto registi visionari come Guillermo del Toro, Jim Henson, Tim Burton e Terry Gilliam. Questi autori hanno compreso che il fantastico non deve necessariamente essere rassicurante: può essere perturbante, malinconico, addirittura spaventoso, pur mantenendo quella capacità di trasporto in altri mondi che è l'essenza del genere. Del resto, la maggior parte delle fiabe – nella loro versione originale e non edulcorata dall’età moderna – o dei miti e leggende popolari, sono da sempre tutto meno che rassicuranti. Spesso esplorano l'incontro tra il nostro mondo e dimensioni altre, la lotta contro creature demoniache, la caduta di regni fantastici, mettendo in scena protagonisti tormentati che devono confrontarsi non solo con nemici esterni ma anche con i propri demoni interiori.

    Attraversiamo insieme quattro decenni di cinema per scoprire i 10 migliori film dark fantasy che hanno segnato il genere, influenzato generazioni di cineasti e continuano ad affascinare con la loro capacità di mescolare bellezza e oscurità, sogno e incubo, in un equilibrio perfetto e indimenticabile.

    Excalibur (1981)

    John Boorman firma la più potente e viscerale rappresentazione cinematografica della leggenda di Re Artù, Excalibur, trasformando la saga cavalleresca in un'opera dark fantasy epica e brutale. Seguendo la vita di Artù dalla concezione magica orchestrata da Merlino fino alla battaglia finale contro Mordred, il film non risparmia nulla: violenza grafica, tradimenti, incesti, follia e decadenza permeano ogni fotogramma. Le armature luccicanti riflettono paesaggi nebbiosi dell'Irlanda, creando un'estetica metallica e onirica unica. La colonna sonora utilizza Wagner e Carl Orff per accompagnare battaglie sanguinose e momenti di pura magia. Nicol Williamson interpreta un Merlino eccentrico e potente, mentre Helen Mirren è una Morgana seduttiva e terrificante.

    Boorman rappresenta un mondo medievale fangoso, violento, dove la magia è vera e pericolosa. La ricerca del Graal diventa viaggio allucinatorio, con cavalieri che impazziscono o si perdono. Il film affronta apertamente sessualità e paganesimo, elementi spesso censurati nelle versioni più tradizionali. Excalibur ha influenzato profondamente il fantasy successivo, da Il Signore degli Anelli (2001) a Game of Thrones (2011-2019), dimostrando che le leggende arturiane potevano essere oscure, adulte e visivamente sconvolgenti.

    Conan il barbaro (1982)

    Il selvaggio Conan creato da Robert E. Howard viene portato sullo schermo da John Milius in un film che definisce il sword and sorcery cinematografico. Arnold Schwarzenegger è perfetto come Conan, guerriero cimmero che cerca vendetta contro Thulsa Doom (James Earl Jones), stregone-serpente che ha sterminato la sua tribù. Il film è brutale e contemplativo insieme: lunghe sequenze senza dialoghi mostrano Conan crescere da schiavo a gladiatore a ladro, accompagnato dalla magnifica colonna sonora di Basil Poledouris.

    L'ambientazione dell'Era Hyboriana è resa con scenografie imponenti, costumi barbarici e un senso tangibile di antichità mitologica. Milius costruisce un mondo dove gli dei sono crudeli, la civiltà è fragile e solo la forza personale conta. La filosofia nietzschiana permea il film, con Conan che incarna la volontà di potenza pura. Le battaglie sono coreografate come danze mortali, la violenza è realistica e conseguente. Conan il barbaro ha creato l'archetipo del guerriero fantasy al cinema, influenzando decenni di produzioni successive e rimanendo insuperato nel suo genere.

    The Dark Crystal (1982)

    Quando si pensa al dark fantasy anni ‘80, quello dominato soprattutto da inquietanti e grotteschi puppets, è difficile non pensare alla perfetta combinazione tra Jim Henson e Frank Oz. In questo caso, citiamo proprio The Dark Crystal, uno dei film fantasy più oscuri e artisticamente ambiziosi mai prodotti. Realizzato interamente con pupazzi e scenografie fisiche senza un singolo attore umano, il film crea un senso di alterità totale. I Skeksis sono creature grottesche e terrificanti, avide e decadenti, che prosciugano l'essenza vitale di altre creature per mantenersi in vita. Le sequenze nel loro castello oscuro sono inquietanti anche per gli standard adulti. I Mystic, contrapparte contemplativa, aggiungono mistero e spiritualità.

    Brian Froud, il designer visionario, creò un universo completo con ecologia, culture e mitologia proprie. Ogni creatura – dai Podlings ingenui ai temibili Garthim – è realizzata con dettagli straordinari. Per chi ama questo genere di lavorazione è davvero una gioia per gli occhi, per quanto sicuramente vive del fascino del suo tempo; perciò, è importante contestualizzare l’anno di produzione del film. Tuttavia, The Dark Crystal affronta temi profondi molto attuali come la dualità, l’equilibrio cosmico, la corruzione del potere. All'uscita divise il pubblico per l'oscurità inaspettata da Henson, ma è diventato cult assoluto, influenzando generazioni di artisti fantasy. Non possiamo purtroppo dire lo stesso della serie TV Dark Crystal: La Resistenza (2019) prodotta da Netflix.

    La storia infinita (1984)

    Entriamo in zona cult tanto per il cinema quanto per la letteratura. Il regista Wolfgang Petersen adatta uno dei romanzi capisaldi di tutto il genere fantastico, ovvero La storia infinita di Michael Ende, riuscendo a bilanciare perfettamente meraviglia infantile e oscurità esistenziale di cui il libro è pregno. Bastian, ragazzo solitario, scopre un libro magico che racconta di Fantàsia, mondo fantastico minacciato dal Nulla, forza di distruzione dettato dal vuoto creato dalla mancanza di immaginazione. Atreyu, giovane guerriero, deve salvare l'Imperatrice Bambina in un viaggio che diventa sempre più disperato. La morte di Artax, il cavallo che affonda nelle Paludi della Tristezza, è uno dei momenti più traumatici del cinema per ragazzi (si, non l’abbiamo ancora superata!!!).

    Falkor il fortunadrago, i Mangiatori di Roccia, gli Engywook, Morla la Tartaruga Antica cinica e depressa, sono solo alcune delle memorabili creature che hanno accompagnato una generazione – e non solo – di adolescenti. Il Nulla viene visualizzato come tempeste che cancellano letteralmente il mondo, metafora visiva potente della depressione e della perdita di speranza. La scenografia di Fantàsia mescola elementi organici e architettonici in modi surreali. Il film affronta il potere dell'immaginazione ma anche la sua responsabilità: i desideri di Bastian nella seconda parte hanno conseguenze pericolose. E poi, per un’esperienza al 100% autentica di questo film, bisogna portare le mani avanti, pugni stretti come se si stessa cavalcando Falkor, e iniziare a cantare a squarciagola l’iconico tema “Never Ending Story”, riportato alla ribalta grazie alla terza stagione di Stranger Things (2016-2025).

    In compagnia dei lupi (1984)

    Neil Jordan con In compagnia dei lupi decostruisce la favola di Cappuccetto Rosso attraverso lenti freudiane, femministe e horror. Basato sui racconti di Angela Carter, il film è strutturato come il sogno febbrile di un'adolescente, dove fiabe tradizionali vengono riscritte in chiave sessuale e violenta. Avete già capito che parliamo del titolo più complesso e controverso di questa selezione; del resto, parliamo pur sempre di un regista come Neil Jordan, sarebbe sciocco aspettarsi qualcosa di diverso.

    Ambientato in un villaggio medievale afflitto da lupi mannari, la storia esplora il passaggio dall'infanzia alla maturità sessuale attraverso metafore lupine. In che senso? Nel senso che gli uomini sono letteralmente lupi, con tanto di trasformazioni body horror molto estreme; sono state realizzate da Christopher Tucker e sono anche tra le più interessanti della storia del cinema horror, assieme a quella di Un lupo mannaro americano a Londra (1981). La nonna (la mitica Angela Lansbury) racconta storie sempre più oscure e ambigue sulla natura maschile e il pericolo/fascino della sessualità. Le scenografie sono teatrali e oniriche: foreste di cartapesta, interni barocchi, atmosfere da incubo gotico, amplificando il senso di ambiguità di tutto il film. Jordan, infatti, non fornisce mai interpretazioni univoche; anzi, sul finale porta l'elemento onirico della pellicola all'estremo. 

    Labyrinth (1986)

    Ritorniamo a Jim Henson e ad un altro capolavoro partorito dal suo genio: Labyrinth, un musical fantasy dark che mescola pupazzi Muppet, scenografie ispirate ai quadri di M.C. Escher e David Bowie in uno dei ruoli più iconici della sua carriera. Sarah, teenager frustrata ed esasperata dal fratellino in lacrime, desidera che i folletti lo rubino pur di farlo tacere. Ma quando il desiderio si avvera, deve attraversare un labirinto magico entro tredici ore per poterlo salvare. Jareth, il Re dei Goblin interpretato da Bowie con magnetismo androgino, oscilla tra antagonista e figura seduttiva – e quante di noi sarebbe voluto essere al posto di Sarah… 

    Il film esplora il passaggio adolescenziale tra infanzia e maturità; Sarah deve letteralmente abbandonare giocattoli e fantasie infantili per crescere e affrontare quelle sfide che la vita mette sul nostro cammino, nonché le responsabilità evocate dalle nostre stesse scelte e azioni. Inoltre, il film affronta manipolazione emotiva, ossessione, la natura illusoria delle favole. Anche qui abbiamo un ventaglio di creature tanto affascinanti quanto grottesche, come Hoggle il nano cinico, Ludo il mostro gentile, Sir Didymus il cavaliere megalomane. Ciliegina sulla torta sono, neanche a dirlo, le canzoni di Bowie e la sua voce unica. All'uscita fu un insuccesso, per poi diventare cult assoluto qualche tempo dopo, amato per l'audacia visiva e la complessità emotiva. 

    Il corvo (1994)

    Con Il corvo non parliamo solo di un film, ma di un vero e proprio manifesto generazione. Alex Proyas trasforma il fumetto di James O'Barr in un'opera gotica urbana, ammantata da un velo di tragedia e maledizione, che definisce l'estetica dark fantasy degli anni '90. Eric Draven, musicista ucciso insieme alla fidanzata da una gang, ritorna dalla morte guidato da un corvo mistico per vendicarsi. Ad interpretarlo troviamo Brandon Lee, il quale offre una performance magnetica che mescola vulnerabilità e furia; e qui, la pellicola acquista la sua lure ancora più terrificante. Durante le riprese, a causa di una svista nella pulizia dei prop, Brandon Lee muore sul set, proprio durante una delle scene più intense di tutto il film. La Detroit del film è perpetuamente notturna e piovosa, metropoli decadente dove il crimine regna. La fotografia di Dariusz Wolski utilizza chiaroscuri espressionisti, neon accecanti e ombre profonde creando un'estetica gotico-industriale copiata infinite volte. Il makeup di Eric – volto bianco, cerchi neri sugli occhi – è diventato talmente iconico da definire il look classico della cultura gotica di quegli anni.

    A rendere il film ancora più importante per la generazione anni ‘90 fu anche la colonna sonora industrial rock con Nine Inch Nails, The Cure, Pantera. Un sound che definisce l’anima dannata di questa pellicola. Il corvo, proprio come il suo fumetto, esplora dolore, vendetta ma anche amore che trascende la morte, un vero e proprio tripudio alle grandi tragedie vittoriane. Il successo ha generato una serie di sequel inferiori, tra cui il recentissimo reboot con Bill Skarsgard, ma l'originale rimane imbattibile. Un capolavoro di urban fantasy gotico, influenzando estetica musicale, moda e cinema per decenni.

    Il mistero di Sleepy Hollow (1999)

    Dark fantasy e gotico non possono che evocare un altro grande autore di questo genere, Tim Burton. Di pellicole tra cui scegliere ce n’erano non poche, ma nessuna rispecchia al meglio il genere come Il mistero di Sleepy Hollow. Johnny Depp – attore feticcio del regista statunitense – interpreta Crane non come maestro pauroso ma come investigatore progressista del 1799 che applica metodi scientifici ai delitti del Cavaliere Senza Testa. Va subito detto che, così come per altre opere, parliamo di una libera interpretazione tipicamente burtoniana, che risente moltissimo di alcune delle sue influenze cinematografiche più importanti come il cinema della Hammer Films e quello di Mario Bava.

    Il film è ambientato in un villaggio di Sleepy Hollow avvolto nella nebbia, un trionfo atmosferico goticheggiante tra foreste spettrali, cimiteri nebbiosi, interni vittoriani claustrofobici. Un vero e proprio omaggio al New England, anche se va detto che il film è stato interamente girato in Inghilterra. La fotografia di Emmanuel Lubezki desatura i colori creando palette grigio-blu con esplosioni occasionali di rosso sangue. Il Cavaliere, interpretato da Christopher Walken in flashback e da Ray Park per le scene d'azione, è una creazione terrificante: scheletro in armatura hessiana che decapita vittime con precisione chirurgica. Le sequenze di omicidio sono violente e spettacolari, con teste che volano in slow motion splatter gotico. Immancabile anche Christina Ricci, perfetta nel ruolo di Katrina Van Tassel, donna più complessa di quanto sembri inizialmente; così come la collaborazione per le musiche di Danny Elfman, probabilmente una delle sue colonne sonore più evocative e ossessive.

    Hellboy (2004)

    E se si parla di dark fantasy, non potevamo esimerci dal citare un altro grande esponente del genere per gli ultimi due film di questa selezione, ovvero Guillermo del Toro.Partiamo da Hellboy, adattamento dell’omonimo fumetto di Mike Mignola in un mix tra mitologia lovecraftiana, occultismo nazista, folklore russo e creature demoniache con cuore da film noir.

    Ron Perlman è un perfetto Hellboy, demone evocato dai nazisti ma cresciuto da scienziato americano per combattere forze paranormali. Il film bilancia azione sovrannaturale, humour e emotività genuina. L'estetica di del Toro è subito riconoscibile per chi ha masticato anche solo un minimo della filmografia del regista messicano: creature biomeccaniche, architetture impossibili, dettagli grotteschi, un’esaltazione del mostruoso – da sempre cuore pulsante e positivo delle favole nere di Del Toro – e decostruzione dell’essere umano. Hellboy è una creatura tragica, destinata a distruggere il mondo ma che sceglie il libero arbitrio. Incarna ciò che gli esseri umani non possiedono più, appunto umanità ed empatia; un po’ come Abe Sapien, uomo-pesce telepatico interpretato da Doug Jones, portatore di gentilezza poetica e grande saggezza. Del Toro costruisce un mondo ricco dove agenzie governative catalogano fenomeni paranormali e mostri popolano margini della realtà, ma soprattutto con questo film dimostra che il dark fantasy può essere divertente senza sacrificare complessità tematica o audacia visiva.

    Il labirinto del fauno (2006)

    Terminiamo con quello che, ancora oggi, è definito da tutti il capolavoro assoluto di Guillermo del Toro, conducendolo alla vittoria dell’Oscar al miglior film straniero, e consacrandolo come maestro del dark fantasy: Il labirinto del fauno. Spagna 1944, dopoguerra civile: Ofelia, bambina che ama le fiabe, si trasferisce con la madre incinta presso il patrigno, capitano franchista brutale. In un labirinto antico incontra un fauno che le rivela di essere principessa di regno sotterraneo, ma per salvare se stessa e riunirsi al suo regno, deve completare tre prove prima della luna piena.

    Qui, Guillermo Del Toro intreccia due narrazioni: favola oscura e dramma storico violento, senza mai chiarire se il magico sia reale o fuga psicologica dal trauma, lasciando piuttosto il compito allo spettatore. In fondo, le favole sono da sempre questo: fuga e riflessione. Soprattutto in questa pellicola, Del Toro mostra al mondo il suo modo di fare un cinema politico ed impegnato proprio col mezzo del fantastico, sottolineando ancora di più il divario tra umanità sempre più disumana e una mostruosità positiva. E tutto ciò ci viene mostrato proprio attraverso il parallelismo tra le “due storie”: da una parte Ofelia e le sue prove, via via sempre più ardue e che le richiedono scelte morali complesse; dall’altra parte, una violenza franchista in tutta la sua brutalità tra torture, esecuzioni.

    Le creature sono capolavori di design, tra i più iconici troviamo il Fauno ambiguo tra protettore e minaccia, l'Uomo Pallido con occhi nei palmi che divora bambini, il rospo gigante che vomita la chiave. Ma non da meno neanche la parte degli attori “in carne e ossa” a cominciare dalla giovanissima Ivana Baquero, portando innocenza e determinazione con la sua Ofelia; e Sergi López, il terrificante Capitano Vidal, mostro umano peggiore di qualsiasi creatura fantastica. 

    A coronare il tutto la fotografia di Guillermo Navarro – vincitore dell’Oscar alla miglior fotografia – che utilizza palette dorate per il mondo fatato, grigio-verdi per la realtà, definendo in maniera netta i due universi. Il finale è ambiguo e devastante, lasciando un'interpretazione aperta (o quasi). Del Toro crea opera che funziona come fiaba adulta, dramma storico e meditazione sulla natura della fantasia come resistenza contro l’orrore della Storia.

  • Dieci grandi registi che non hanno mai vinto un premio Oscar
    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Non sono pochi, e molti sono clamorosi. Si tratta dei registi che non hanno mai ottenuto un Oscar nel corso della loro carriera. Sì, perché spesso essere stati dietro la macchina da presa per dar vita a titoli leggendari, che hanno letteralmente fatto la storia del cinema, seppur in epoche e in maniera differenti, può non bastare a ottenere l’ambita statuetta dorata per la miglior regia.

    E non importa se parliamo di autori che hanno influenzato intere generazioni di cineasti. Sì, a qualcuno magari è stato anche conferito un Oscar alla carriera. Ma non è decisamente la stessa cosa. Spesso l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences non fa sconti a nessuno. È la storia del premio che lo testimonia. In attesa di scoprire chi sarà quest’anno a ottenere il premio tra Paul Thomas Anderson, Ryan Coogler, Chloé Zhao, Josh Safdie e Joachim Trier, ripercorriamo dieci tra i grandi cineasti snobbati,che non sono mai riusciti a portare a casa l’illustre riconoscimento per la miglior regia.

    Alfred Hitchcock - 5 nomination

    Lo sapevate? Proprio lui, Alfred Hitchcock, non ha mai vinto l’Oscar per la miglior regia. Il maestro del brivido è stato infatti snobbato dall’Academy per ben cinque volte, creando così un precedente non da poco e mostrando la miopia della giuria, che ha deciso di non premiare uno dei registi più influenti e innovativi della storia del cinema. I film con cui ha sfiorato la statuetta sono Rebecca – la prima moglie (1940), Prigionieri dell’oceano(1944), Io ti salverò (1946), La finestra sul cortile (1954) e Psyco(1960), che sono stati rispettivamente battuti da Furore (1940) di John Ford, La mia via (1944) di Leo McCarey, Giorni perduti(1945) di Billy Winder, Fronte del porto (1954) di Elia Kazan e infine da L’appartamento (1960) di Billy Wilder. Solo un suo film ottenne due statuette, tra cui miglior film: Rebecca – la prima moglie (1940). Nel 1968 ricevette il Premio alla memoria Irving G. Thalberg, periodicamente assegnato nella notte degli Oscar, che lo rese protagonista del discorso d’accettazione più breve di sempre della storia del premio: “thank you….very much indeed”.  

    È paradossale che Hitchcock non abbia mai vinto la statuetta da regista, considerato che molti dei suoi lavori sono considerati dei capolavori assoluti del cinema, come La finestra sul cortile (1954)e La donna che visse due volte (1958), e soprattutto hanno influenzato la carriera di diversi registi, da Brian De Palma a Martin Scorsese.

    Robert Altman – 5 nomination

    Tra gli esponenti più iconici della Nuova Hollywood, Robert Altman è stato un formidabile narratore, capace di innovare il mezzo cinematografico. Il primo riconoscimento internazionale arriva con la Palma d’Oro al Festival di Cannes con un film simbolo della sua carriera, M*A*S*H (1970), satira antimilitarista ambientata durante la guerra di Corea. Di lì è arrivata la prima nomination all’Oscar, quella per la miglior regia. Non l’ha vinta. Ci ha riprovato per altre quattro volte, con Nashville (1975), con cui ha messo in scena un affresco corale dell’America degli anni Settanta, con I protagonisti (1992), con il quale ha raccontato l’ambiente degli studios hollywoodiani, America oggi (1993), per cui è partito da nove racconti e una poesia di Raymond Carver e Gosford Park (2001), con il quale ha offerto uno spaccato dell’aristocrazia inglese tra le due guerre. 

    Spesso nella storia degli Oscar accade che delle figure così importanti finiscano per essere affossate dalla concorrenza. In ogni caso, Altman è riuscito a vincere nella sua carriera da regista un Golden Globe e un BAFTA, rispettivamente per Gosford Park (2001) e I protagonisti (1992). Se da un lato può essere un conforto, rimane inspiegabile che un autore del suo calibro non sia mai riuscito a ottenere il prestigioso riconoscimento conferito dall’Academy.

    Stanley Kubrick - 4 nomination

    Ben quattro candidature, e nemmeno l’ombra di un Oscar. L’altro incredibile caso porta il nome di Stanley Kubrick, che non ha di certo bisogno di presentazioni. Tra le pellicole nominate per la categoria, Il dottor Stranamore (1964), 2001: Odissea nello spazio(1968), Arancia meccanica (1971) e Barry Lyndon (1975), ma nonostante la loro grandezza, nessuna di queste è riuscita a fargli ottenere l’Oscar. Tuttavia, ha vinto l’ambita statuetta per i migliori effetti speciali con 2001: Odissea nello spazio (1968). Non di certo una consolazione, in quanto è un premio che si è conquistato sul campo.

    Sidney Lumet - 4 nomination

    Sidney Lumet è stato un vero maestro del cinema, protagonista di una stagione cinematografica gloriosa. C’era lui dietro la macchina da presa di grandi classici della settima arte, per fare qualche esempio, La parola ai giurati (1957), il suo eccellente debutto, Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975), Quinto potere (1976) e Il verdetto (1982). Proprio per questi titoli sono arrivate le candidature all’Oscar per miglior regia. Nessuna vittoria. Per non parlare di altri suoi celebri film, che si sono conquistati uno spazio permanente nel cuore degli appassionati di cinema, come A prova di errore (1964) e Serpico (1973), che non l’hanno portato neanche alla nomination.  

    Nel corso della sua carriera, Lumet è stato infatti candidato a molteplici premi prestigiosi, riuscendo a conquistarne quasi la metà. Eppure, l’Academy gli ha riservato soltanto un Oscar alla carriera. Un riconoscimento che, considerata una delle filmografie più prolifiche e significative dello scorso secolo, appare oggi “sorprendentemente modesto”.  

    David Lynch (3 nomination)

    Un genio visionario. Ha avuto una carriera monumentale David Lynch, omaggiata nel 2019 con un Oscar onorario. Scomparso all’inizio dello scorso anno, aveva 78 anni, però non è mai riuscito a vincere quello per la miglior regia, pur essendo stato candidato per ben tre volte, con The Elephant Man (1980), Velluto Blu(1986) e Mulholland Drive (2001). Il leggendario regista è stato sicuramente più fortunato nei festival cinematografici, vincendo dei premi molto importanti, come la Palma d’Oro per Cuore selvaggio (1990) e il Prix de la mise en scène per Mulholland Drive (2001) al Festival di Cannes e il Leone d’oro alla carriera alla 63° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. 

    Quentin Tarantino (3 nomination)

    Un altro tra i casi più discussi quando si parla di miopia dell’Academy è quello di Quentin Tarantino. Nonostante le tre candidature all’Oscar per la miglior regia, con titoli come Pulp Fiction (1994), Bastardi senza gloria (2009) e C’era una volta a…Hollywood (2019), il regista americano non ha mai vinto la statuetta. Entra così nel registro delle assenze clamorose uno degli autori più significativi del cinema contemporaneo, che è stato invece premiato per ben due volte per la miglior sceneggiatura originale con Pulp Fiction (1994) e Django Unchained (2012). 

    Nonostante il clamoroso mancato riconoscimento, Tarantino non si è mai scoraggiato dal continuare a realizzare titoli capaci di segnare l’immaginario cinematografico, frutto di una grande passione che l’ha portato ad affrontare il mestiere con grande entusiasmo e assoluta dedizione. Avendo da sempre specificato che il suo prossimo film sarà l’ultimo, per chiudere il cerchio della filmografia a dieci film, sembra improbabile che riuscirà nell’impresa. Al tempo stesso, mai dire mai.

    David Fincher – 3 nomination

    Tra i registi contemporanei più acclamati, David Fincher ha firmato diversi cult cinematografici. Qualche esempio? Seven (1995), Fight Club (1999), Zodiac (2007) e L’amore bugiardo - Gone Girl (2014). Pellicole di grande intrattenimento, spesso thriller psicologici in cui almeno una volta nella nostra vita ci siamo imbattuti, riconoscendo una precisa mano autoriale. Ebbene, nessuna tra queste ha portato una nomination all’Oscar a Fincher come miglior regista. 

    Le tre candidature per la prestigiosa categoria gli sono infatti arrivate con Il curioso caso di Benjamin Button (2008), The Social Network (2010) e Mank (2020). Nessuna statuetta portata a casa. Ma essendo ancora attivo, il regista avrà sicuramente delle nuove occasioni per riuscirci, più difficile invece, forse, per il collega Quentin Tarantino, intenzionato a realizzare il suo decimo e ultimo film. Nel frattempo, però, il riconoscimento non ancora arrivato fa sicuramente rumore.

    Orson Welles - 1 nomination

    Ci credete che Orson Welles non vinse mai l’Oscar da regista? Nonostante le nove candidature del suo capolavoro, Quarto Potere (1941), tra cui la miglior regia, riuscì infatti a portarsi a casa solamente la statuetta per la miglior sceneggiatura originale, da lui firmata insieme a Herman J. Mankievicz. Tuttavia, il leggendario cineasta, che è stato anche attore e sceneggiatore, ha ottenuto nel 1971 un Oscar alla carriera. Però è altrettanto singolare che quello che viene spesso citato come “il più grande film mai realizzato nella storia del cinema” non abbia fatto ottenere al suo papà artistico il riconoscimento più ambito da un regista. Si tratta dell’ulteriore conferma che non è la statuetta a determinare la grandezza di un cineasta. Però, certo, forse dentro di sé Welles si sarà risentito, pur essendo stato sconfitto dal leggendario John Ford con Com’era verde la mia valle (1941).

    Spike Lee (1 nomination)

    Riconosciuto come uno dei più importanti registi afroamericani contemporanei, Spike Lee è un altro esempio di assente eccellente. Una carriera che vanta titoli come Fa' la cosa giusta(1989), Malcolm x (1992), S.O.S. Summer of Sam – Panico a New York (1999) e Inside Man (2006), con una filmografia da sempre attenta a tematiche sociali, come la lotta al razzismo. Nonostante il grande impatto culturale dei suoi lavori, il cineasta non ha mai vinto un Oscar per la regia. È stato infatti candidato solo una volta per quella categoria, con BlackKkKlansman (2018), che gli ha fatto vincere un premio per la miglior sceneggiatura non originale. Dieci anni fa gli è stato però conferito l’Oscar alla carriera. Sì, anche a lui.

    Sergio Leone (0 nomination)

    Sergio Leone è stato uno dei cineasti più influenti di sempre. Il papà degli “spaghetti western”, con cui ha rivoluzionato un genere fondamentale e tra i più antichi della storia del cinema a stelle e strisce, non solo non ha mai ottenuto un Oscar per la miglior regia, ma nemmeno una nomination. Ricordando che stiamo parlando del regista che ha girato la trilogia del dollaro con Clint Eastwood, composta da Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966), che ha influenzato intere generazioni di cineasti, Quentin Tarantino incluso. Ma anche dell’autore che si è dedicato a progetti totalmente ambiziosi, come il suo ultimo travagliato capolavoro, C’era una volta in America (1984), monumentale epopea dell’amicizia, dell’amore, del tradimento, che ha ridefinito il gangster movie. Un’altra grande occasione, terribilmente persa.

  • Federico Fellini: l'essenza del regista in 10 film indimenticabili
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Non possiamo parlare di Federico Fellini semplicemente come un regista; Federico Fellini è stato un poeta del cinema, un visionario che ha trasformato la settima arte in un linguaggio onirico, surreale e profondamente umano. Attraversando oltre quattro decenni di storia del cinema italiano, ha lasciato un'eredità artistica che continua a influenzare cineasti di tutto il mondo.

    Il suo stile inconfondibile – quella capacità di mescolare realismo e fantasia, sacro e profano, autobiografia e invenzione – ha ridefinito i confini della narrazione cinematografica, rendendo ogni suo film un'esperienza visiva ed emotiva unica.

    Vincitore di quattro Oscar come miglior film straniero (record ancora imbattuto per un singolo regista), Fellini ha creato un universo cinematografico popolato da personaggi indimenticabili: vitelloni pigri e sognatori, prostitute dal cuore d'oro, aristocratici decadenti, artisti tormentati e clown malinconici. La sua Rimini dell'infanzia, la Roma della dolce vita, i circhi, i grand hotel, le spiagge nebbiose; ogni ambientazione felliniana – termine entrato nel vocabolario comune per descrivere tutto ciò che è grottesco, eccessivo, surreale e onirico – è diventata iconografica, impressa nell'immaginario collettivo mondiale.

    Ma il cinema di Federico Fellini non è circoscritto unicamente alla sua persona, ma si è da sempre avvalso di fedeli collaboratori e grandi artisti come gli sceneggiatori Tullio Pinelli e Ennio Flaiano, il compositore Nino Rota e la musa ispiratrice, nonché compagna di vita,  Giulietta Masina. Ed è anche grazie a loro che Fellini ha costruito un cinema profondamente personale che esplora temi universali che vanno dalla memoria al desiderio, dalla solitudine alla ricerca di un senso all'interno di un mondo sempre più vuoto.

    Vi proponiamo un viaggio attraverso dieci film essenziali, dove ripercorrere l'evoluzione artistica di un maestro che ha trasformato il cinema italiano in arte pura, dalla fase neorealista degli esordi fino alle fantasmagorie barocche della maturità, passando per capolavori assoluti che hanno ridefinito il linguaggio cinematografico.

    Lo sceicco bianco (1952)

    Lo sceicco bianco segna il debutto ufficiale di Fellini, definendo già i tratti caratteristici del suo genio visionario. La storia segue una coppia di provinciali in viaggio di nozze a Roma: mentre il marito è ossessionato dall'agenda ufficiale degli appuntamenti, la moglie fugge alla ricerca del suo idolo, lo “Sceicco Bianco”, il fittizio protagonista di una serie di fotoromanzi. Come anticipato, questo film anticipa molti dei temi felliniani: l'illusione contro la realtà, il provincialismo italiano, la fuga dalla mediocrità quotidiana attraverso la fantasia.

    Alberto Sordi interpreta memorabilmente il vanitoso attore del fotoromanzo, mentre Brunella Bovo incarna la perfetta sposa ingenua. Fellini mostra la sua abilità nel mescolare commedia e malinconia, creando personaggi grotteschi ma profondamente umani. La sequenza sulla spiaggia dove vengono girati i fotoromanzi è surreale e poetica, anticipando l'estetica del maestro. Coprodotto da Roberto Rossellini, il film fu un fallimento commerciale all'epoca – prassi per molti film del passato – ma oggi è riconosciuto come l'inizio di una carriera straordinaria.

    I vitelloni (1953)

    Con questo secondo film, Fellini conquista finalmente pubblico e critica internazionale, vincendo il Leone d'Argento alla Mostra D'Arte Internazionale del Cinema di Venezia. I vitelloni ritrae cinque giovani uomini di provincia che vivono in un eterno presente senza prospettive, dividendosi tra il bar, il biliardo e sogni mai realizzati.

    Ambientato in una città di mare chiaramente ispirata alla Rimini natale di Fellini, il film è profondamente autobiografico: il regista confessò di aver messo molto di sé in questi personaggi intrappolati tra adolescenza e maturità. Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Alberto Sordi e Leopoldo Trieste compongono un ensemble perfetto, ognuno incarnando un diverso tipo di immaturità maschile. Il finale, con Moraldo che lascia la città all'alba mentre i suoi amici dormono, è di una malinconia straziante. Una pellicola che segna la transizione di Fellini dal neorealismo verso uno stile più personale, pur mantenendo l'attenzione alle dinamiche sociali dell'Italia del dopoguerra. Fun fact: per chi se lo stesse chiedendo, il termine “vitellone” indica un giovane ozioso e mammone, e grazie al film divenne di uso comune.

    La strada (1954)

    Considerato da molti il primo capolavoro assoluto di Fellini, La strada vinse l'Oscar come miglior film straniero e consacrò internazionalmente il regista. Il fiore all'occhiello di questo film è indubbiamente Giulietta Masina, regalandoci una delle più indimenticabili performance cinematografiche con la sua dolce Gelsomina; giovane donna sempliciotta venduta dalla madre a Zampanò, brutale artista di strada interpretato da Anthony Quinn.

    La strada è un viaggio picaresco attraverso l'Italia povera del dopoguerra, ma soprattutto un'opera sulla solitudine, la brutalità e la redenzione impossibile. La relazione tra i due protagonisti – lui violento e chiuso, lei infantile e poetica – è raccontata con una delicatezza straordinaria, facendo piangere con quel suo finale generazioni di spettatori. L'incontro con il Matto (Richard Basehart), acrobata che offre a Gelsomina una visione alternativa della vita, è il fulcro emotivo del film. 

    La colonna sonora di Nino Rota, con il tema malinconico suonato da Gelsomina con la tromba, è diventata iconica al punto tale che, la stessa Masina, per il suo funerale ha voluto essere accompagnata proprio da quella melodia.

    Le notti di Cabiria (1957)

    Le notti di Cabiria – lo straziante ritratto di una prostituta romana – segnano il secondo Oscar (consecutivo) per Federico Fellini. Giulietta Masina è nuovamente sublime protagonista, questa volta con un personaggio molto differente rispetto a Gelsomina. Cabiria è una donna che nonostante tradimenti, umiliazioni e delusioni continua a credere nell'amore e nella possibilità di redenzione. Fin dall'apertura della pellicola, Fellini mette in chiaro quello che sarà un tragico percorso di false speranze e crudeltà, mostrando Cabiria gettata in un fiume dal suo amante dopo essere stata derubata. Questo è solo l'inizio di una vera e propria via crucis costellata da episodi uno più feroce e toccante dell'altro.

    Il finale, con Cabiria tradita ancora una volta ma che trova la forza di sorridere attraverso le lacrime grazie all'incontro con dei giovani musicisti, è una delle conclusioni più belle e ambigue della storia del cinema, nonché chiave di lettura del film stesso dove Fellini, nel mostrarci una Roma notturna in bilico tra spietato realismo e poesia, ha trasformato una tragedia personale nel trionfo dello spirito umano. Per il musical Sweet Charity (1969), Bob Fosse si ispirò proprio a questo film.

    La dolce vita (1960)

    “Marcello, come here!” invitava la bellissima ed eterea Anita Ekberg nella celeberrima scena della Fontana di Trevi, segnando per sempre l'immaginario collettivo mondiale. E quindi, senza ulteriori cerimonie, arriviamo al film che oltre a definire un'epoca, creò un'icona culturale eterna, oltre a segnare definitivamente il passaggio per Federico Fellini ad un cinema totalmente personale e visionario: La dolce vita

    Affresco monumentale della Roma degli anni del boom economico, vista attraverso gli occhi di Marcello Rubini (Marcello Mastroianni), giornalista di gossip che naviga tra feste decadenti, aristocratici annoiati, intellettuali cinici e dive hollywoodiane.

    Il film, diviso in episodi, segue Marcello attraverso sette giorni e notti nella capitale, mostrando il vuoto esistenziale nascosto dietro il glamour apparente. Ogni sequenza è costruita per imprimersi nella memoria, facendosi lezioni di cinema frame dopo frame, dall'arrivo in elicottero della statua di Cristo al falso miracolo, fino ad arrivare all'orgia finale nella villa al mare. Fellini critica ferocemente la superficialità della società consumistica emergente, ma lo fa con tale bellezza visiva che il film divenne paradossalmente sinonimo del fascino di quel mondo. La Palma d'Oro a Cannes e tre Oscar confermarono il trionfo, segnando anche una certa visione del cinema italiano all'estero, soprattutto per gli americani. Non sorprende sapere che oltre cinquant'anni dopo Paolo Sorrentino con La Grande Bellezza (2013) vinse l'Oscar come miglior film straniero, riportando i medesimi temi ed estetica felliniani.

    8½ (1963)

    Da un capolavoro ad un altro capolavoro, forse quello che viene considerato con più assolutismo nella filmografia di Fellini, nonché uno dei più grandi film della storia del cinema. Con Federico Fellini parla di arte, tormento esistenziale e processo creativo, attraverso il personaggio di Guido Anselmi (sempre interpretato dal divino Mastroianni), regista in crisi che dovrebbe girare un film di fantascienza ma è bloccato artisticamente e personalmente. Qui Fellini mescola presente, passato, sogno e fantasia in un flusso narrativo che rispecchia il caos mentale del protagonista. Il titolo si riferisce al numero di film diretti da Fellini fino a quel momento e, neanche a dirlo, parliamo di un'opera estremamente autobiografica. Guido è Fellini stesso, tormentato dalle aspettative, dai ricordi d'infanzia, dalle relazioni con le donne, dalla ricerca di senso. 

    Il finale, con tutti i personaggi della vita di Guido che danzano in cerchio guidati da un bambino clown, è magnifico e misterioso. Claudia Cardinale appare come musa ideale, contrapposta alla moglie reale (Anouk Aimée) e all'amante (Sandra Milo). 

    8½ ha portato a Fellini altri due Oscar ma, soprattutto, ha fatto ciò che ogni artista sogna, nel suo piccolo, di poter fare: influenzare. E Fellini ci riesce, influenzando generazioni di cineasti attraverso un film che è un vero e proprio manifesto su come il cinema possa esplorare la soggettività con assoluta libertà.

    Giulietta degli spiriti (1965)

    Giulietta degli spiriti è il primo film a colori di Fellini è uno spettacolo visivo abbagliante che applica l'approccio onirico di a un'esplorazione della psiche femminile. Torna ancora Giulietta Masina, questa volta nel ruolo di una casalinga borghese che, sospettando il tradimento del marito, intraprende un viaggio interiore tra ricordi, fantasie e sedute spiritiche. A volte, riflettendo anche se stessa sugli altri; ad esempio, il personaggio della vicina Suzy (Sandra Milo), edonista sfrenata circondata da lusso orientaleggiante, rappresenta tutto ciò che Giulietta non è ma forse desidera essere. Le sue visioni mescolano educazione cattolica repressiva, fantasie erotiche e ricordi d'infanzia traumatici. Con questo film, Fellini affronta la liberazione femminile in un'epoca di grandi cambiamenti sociali, mostrando una donna che deve scegliere tra conformità e autodeterminazione. Anche l'uso del colore è funzionale alla narrazione; rossi accesi, viola elettrici, bianchi abbacinanti creano un universo da fiaba adulta.

    Sebbene meno celebrato di altri capolavori felliniani, Giulietta degli spiriti è essenziale per comprendere l'evoluzione stilistica del regista verso il barocco visionario.

    Satyricon (1969)

    Fellini porta l'antica Roma di Petronio sullo schermo con un'opera visionaria, straniante e completamente anti-hollywoodiana. Non è un kolossal storico tradizionale ma un'epopea allucinatoria attraverso un mondo alieno che risulta più fantascienza che ricostruzione storica. E, in fondo, già il titolo, Satyricon, è una dichiarazione d'intenti. 

    Il film segue le avventure picaresque di Encolpio e Ascilto in una Roma decadente popolata da ermafroditi, mostri, imperatori pazzi e rituali incomprensibili. Fellini rifiuta la psicologia realistica: i personaggi parlano in modo innaturale, le scenografie sono teatrali ed espressioniste, i colori acidi, gli episodi messi in scena tanto memorabili quanto disturbanti. Il risultato è un affresco dell'umanità in preda all'eccesso, alla violenza e alla ricerca del piacere. Secondo Federico Fellini l'antica Roma è irrecuperabile alla comprensione moderna, pertanto sceglie di rappresentarla come un mondo completamente estraneo. 

    Una pellicola che divise molto all'epoca, e in parte continua a farlo, ma che fu fondamentale per registi come Pasolini a Jodorowsky, influenzando il cinema degli anni successivi.

    Amarcord (1973)

    Il quarto e ultimo Oscar al miglior film straniero di Fellini arrivò con questo affettuoso e malinconico ritratto della Rimini fascista degli anni Trenta, vista attraverso gli occhi di un adolescente. Il titolo, Amarcord, in dialetto romagnolo significa “mi ricordo” – per poi diventare un termine di uso comune proprio per fare riferimento a un momento nostalgico – e il film è un mosaico di ricordi filtrati attraverso nostalgia e ironia. Non c'è una trama lineare ma una serie di episodi che ricostruiscono la vita di provincia durante il ventennio: la prima neve, l'arrivo del transatlantico Rex, le serenate, i rituali fascisti ridicolizzati con affetto. I personaggi sono archetipi magnificamente delineati: la madre stressata, il padre anarchico, lo zio pazzo sull'albero, la prosperosa tabaccaia oggetto di fantasie adolescenziali. Fellini bilancia perfettamente commedia e dramma, nostalgia e critica politica. Le sequenze collettive catturano lo spirito di comunità della provincia italiana. La fotografia dorata di Giuseppe Rotunno trasforma Rimini in paradiso perduto dell'infanzia. 

    Amarcord è forse il film più accessibile e amato di Fellini, capace di commuovere e far ridere senza perdere profondità. Vero e proprio cinema della memoria più pura, dove l'autobiografia diventa universale.

    E la nave va (1983)

    Con E la nave va Fellini orchestra una metafora politica sul crollo della Belle Époque attraverso la storia di una nave che nel 1914 trasporta le ceneri di una celebre cantante lirica per essere disperse nel suo luogo natale. A bordo, un'umanità variopinta di cantanti d'opera, aristocratici, giornalisti e intellettuali rappresenta la società pre-bellica nei suoi ultimi giorni di incosciente splendore. 

    La particolarità risiede nella sua struttura stilistica con un inizio in bianco e nero come film muto, per poi gradualmente acquisire colore e suono, riflettendo sulla natura artificiale del cinema stesso. Le scenografie sono dichiaratamente finte, il mare è creato in studio, portando Fellini ad abbracciare totalmente la teatralità. L'arrivo dei profughi serbi che fuggono dalla guerra introduce la realtà brutale in questo mondo di estetismo decadente. La sequenza dell'affondamento della nave è metafora potente della fine di un'epoca. Il narratore (il giornalista interpretato da Freddie Jones) rompe continuamente la quarta parete, ricordandoci che stiamo assistendo a una rappresentazione. 

    A chiusura di questo percorso, E la nave va rappresenta quella necessaria riflessione malinconica sulla Storia, sull'arte e sulla mortalità, girata da un maestro consapevole della propria eredità artistica.

  • Oscar 2026: 6 film di cui nessuno sta parlando (ma che potrebbero sorprenderci)
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    La notte degli Oscar è fatta anche di questo: di momenti in cui qualcuno che nessuno si aspettava si alza, prende la statuetta, e per qualche secondo tutto il teatro ammutolisce. Certo, un silenzio che dura giusto il tempo di capire cosa è successo, poi arrivano gli applausi educati di chi aveva puntato su qualcun altro.

    Lo sa bene chiunque abbia vissuto la notte in cui Crash (2005) battè Brokeback Mountain (2005), o quella in cui Shakespeare in Love (1998) superò Salvate il soldato Ryan (1998), la vittoria sconvolgente di Moonlight (2016) su La La Land (2016) – con tutto il circo del misunderstanding sul palco – o quella di CODA (2021). Momenti in cui milioni di persone in tutto il mondo hanno guardato lo schermo con la stessa espressione: gli occhi spalancati, la mascella leggermente calata, il cervello impegnato a ricalibrare tutto quello che pensava di sapere. F4 Basito, direbbero da Boris (2007-2022). E avrebbero ragione!

    Mentre la conversazione pubblica ruota attualmente attorno agli stessi titoli – I peccatori (2025), Una battaglia dopo l'altra (2025), Hamnet (2025) – la lista dei candidati è lunga, e tra le pieghe di questa corsa esiste un secondo livello di film che non dominano le chiacchiere cinefile ma che meritano attenzione. Film che competono in categorie meno seguite, attori alla prima nomination, cortometraggi che raccontano cose che i lungometraggi non riescono a dire. Questa breve lista è per loro.

    Blue Moon (2025)

    Blue Moon è un film biografico diretto da Richard Linklater che racconta una notte nella vita di Lorenz Hart, uno dei più brillanti parolieri del teatro musicale americano, ambientato interamente al ristorante Sardi's di Broadway la sera della prima di Oklahoma! nel 1943. Il cast comprende Ethan Hawke, Margaret Qualley, Bobby Cannavale e Andrew Scott. Il film è quasi interamente un monologo, con Hawke a dominare ogni inquadratura: un Ethan Hawke di 55 anni alla sua prima nomination come protagonista, che interpreta un uomo quasi un piede più basso di lui, calvo, con un sigaro in bocca e la schiena curva sul bancone. La critica lo ha accolto con entusiasmo, ma il film ha incassato poco e la campagna premi è stata tutta sulle spalle dell'attore stesso, senza il supporto di grandi distributor alle spalle. Hawke ha descritto questa nomination come "simbolo di trent'anni di lavoro", e se guardate la lista degli attori che potrebbero vincere questa notte – Chalamet, DiCaprio, Jordan – la sua presenza sembra quasi un'anomalia. Ma Blue Moon è esattamente il tipo di film che Linklater sa fare meglio: intimo, temporalmente compresso, tutto sulla capacità di un attore di portare il peso di una vita intera in una sola stanza.

    Se solo potessi ti prenderei a calci (2025)

    Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein segue Linda, una psicoterapeuta la cui vita crolla attorno a lei mentre cerca di gestire la misteriosa malattia della figlia, un marito assente, un caso di persona scomparsa e un rapporto sempre più ostile con il proprio analista. Il film nasce da un'esperienza personale della regista: otto anni fa si è ritrovata a prendersi cura della figlia gravemente malata per otto mesi, in una stanza d'albergo, e ha trasformato quella frustrazione in cinema. Il risultato è qualcosa di asfissiante nel senso migliore del termine. Rose Byrne, candidata per la prima volta agli Oscar, ha già vinto il Golden Globe e l'Orso d'Argento a Berlino per questa performance, e chissà se riuscirà effettivamente a battere la maestosa performance di Jessie Buckely per Hamnet. Nel cast figura anche Conan O'Brien in un raro ruolo drammatico nei panni del terapeuta di Linda. Il film è arrivato nelle sale italiane a marzo 2026, in ritardo rispetto al resto del mondo, il che significa che molti spettatori lo stanno scoprendo proprio adesso (meglio tardi che mai!). Vale la pena recuperarlo prima della cerimonia.

    All the Empty Rooms (2025)

    Nel 2026 si parla ancora poco dei cortometraggi documentari, e questo è un problema, perché spesso sono la categoria in cui vengono dette le cose più necessarie. All the Empty Rooms segue il corrispondente della CBS Steve Hartman e il fotografo Lou Bopp in un progetto durato sette anni: documentare le camere da letto vuote di bambini uccisi nelle sparatorie scolastiche americane. Il film è candidato come Miglior Cortometraggio Documentario ed è disponibile su Netflix, il che gli dà una visibilità che altri cortometraggi in gara non hanno. Presentato al Telluride Film Festival, è rimasto in testa alle previsioni per quasi tutta la stagione. Non è cinema facile da guardare – nessuno dei cortometraggi documentari di quest'anno lo è – ma è il tipo di lavoro che ricorda perché il documentario esiste come forma: per stare in luoghi dove il cinema di finzione non riesce ad arrivare, con la pazienza che solo sette anni di lavoro possono dare.

    The Devil is busy (2025)

    Sempre tra i cortometraggi documentari, c'è un titolo che arriva con una storia interessante alle spalle. The Devil is busy è co-diretto da Geeta Gandbhir, che quest'anno è candidata anche come regista del documentario lungometraggio The Perfect Neighbor (2025) – il che la rende una delle poche persone ad avere due candidature in categorie diverse nella stessa edizione degli Oscar. Il cortometraggio segue una singola giornata in una clinica abortiva di Atlanta dopo la sentenza della Corte Suprema che ha rovesciato Roe v. Wade: medici, operatori sanitari e pazienti alle prese con regole che cambiano ogni giorno, mentre fuori i manifestanti anti-abortisti riempiono il sottofondo sonoro. È un film di urgenza politica fatto con rigore formale, e merita di essere visto indipendentemente da chi vincerà.

    Zootropolis 2 (2025)

    Aspettate prima di saltare alla prossima voce: Zootropolis 2 non è lì per il titolo. È lì perché, nella corsa al Miglior Film d'Animazione, è il principale avversario di KPop Demon Hunters (2025), e perché sottovalutarlo sarebbe un errore. Il sequel ha incassato oltre un miliardo di dollari, diventando il secondo film più visto del 2025, e porta con sé tutto il peso del precedente: il primo Zootropolis (2016) ha vinto l'Oscar nella stessa categoria. Come il predecessore, il film affronta temi di attualità in chiave allegorica – bugie, corruzione, persecuzione di una minoranza – in un momento storico in cui questi temi hanno una risonanza che va ben oltre le sale cinematografiche. L'Academy ha già dimostrato in passato di saper premiare sequel Disney quando il contesto culturale lo giustifica. Va anche detto che quest’anno sull’animazione la scelta non è facilissima; ma al di là di qualsiasi vittoria, se vi foste persi questa nuova perla animata, gli Oscar potrebbero essere la giusta occasione per poter recuperare.

    Perfectly a Strangeness (2025)

    Chiudiamo con il titolo più inatteso di tutti: un cortometraggio documentario di quindici minuti su dei somari. Perfectly a Strangeness segue un piccolo gruppo di asini che si aggirano nell'Osservatorio di La Silla, in Cile. Il regista McAlpine accompagna gli animali attraverso la struttura con una macchina da presa posizionata quasi a livello del suolo, e li accoppia visivamente al cielo stellato che l'osservatorio è costruito per guardare. È il cortometraggio più breve in gara, il più leggero per tono, e quello che più chiaramente non appartiene alla stessa famiglia degli altri quattro candidati. Per questo motivo è probabile che non vinca. Ma è anche, nella sua semplicità spiazzante, uno dei film più originali dell'intera stagione: un documento sulla curiosità degli animali e sulla solitudine delle grandi strutture scientifiche, che dice qualcosa di discretamente bello sull'essere vivi senza mai alzare la voce.

  • “The Pitt” sta rompendo gli schemi dei medical drama (e sorprendentemente, funziona)
    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    Una serie sulla bocca di tutti? Sicuramente The Pitt (2025). Sin dal suo debutto all’inizio dello scorso anno, da noi è arrivata a settembre, prima su NOW e dal 13 gennaio su HBO Max, il medical drama ha infatti ricevuto un’accoglienza fortemente positiva dal pubblico e dalla critica.

    Oggetto di un grande passaparola, che l’ha fatta diventare tra i titoli più visti e commentati, la serie è diventata anche protagonista assoluta della stagione dei premi televisivi; dai recenti WGA Awards, il premio del sindacato degli sceneggiatori americani, agli Emmy e ai Golden Globe, in entrambi ha trionfato come miglior serie drammatica e miglior attore protagonista in una serie drammatica a Noah Wyle.

    Per gli appassionati di storie del piccolo schermo a sfondo ospedaliero il nome di questo attore è sicuramente familiare: è stato infatti uno dei protagonisti delle prime stagioni di ER – Medici in prima linea (1994), indossando i panni del Dottor John Carter. Oggi lo ritroviamo adulto, catapultato ai giorni nostri, ma soprattutto con una nuova identità: quella del capo del pronto soccorso del Trauma Medical Center di Pittsburgh, il dottor Michael “Robby” Robinavitch.

    Ma oltre a condividere la medesima ambientazione,l’attore e alcuni degli sceneggiatori, R. Scott Gemill e John Wells, che ritroviamo il primo nelle vesti di creatore e showrunner e il secondo come produttore esecutivo, proprio come Wyle, cosa accomuna The Pitt e ER – Medici in prima linea? In realtà non molto. Nonostante una causa intentata dalla vedova di Michael Crichton abbia cercato di stabilire che l’acclamata serie targata HBO fosse uno spin-off/sequel “non autorizzato”, perché negli anni passati ci sarebbero stati degli scambi con il team creativo per lo sviluppo di un reboot incentrato sul ritorno del dottor Carter. Proprio quel rifiuto di riprendere l’universo della fortunata serie, andata in onda per ben quindici stagioni tra il 1994 e il 2009, avrebbe spinto gli autori a dar vita a un nuovo progetto, caratterizzato dalla massima aderenza con la realtà. Ed è così che la differenza principale è nell’approccio documentaristico adottato nel racconto della vita del pronto soccorso.

    Un (brutalmente) onesto spaccato di vita quotidiana nella sanità americana

    Dalle 7 del mattino alle 10 di sera. È questa l’unità di tempo in cui si svolge The Pitt. Entrambe le stagioni composte da quindici episodi ciascuna, la terza è attualmente in fase di scrittura, seguono le quindici ore di un turno diurno all’interno del Trauma Medical Center di Pittsburgh. Ogni episodio equivale a un’ora, permettendoci così di seguire in tempo reale una disperata corsa contro il tempo di un gruppo di medici, infermieri, specializzandi e studenti alle prese con un susseguirsi di pazienti. Non sarà tutto rose e fiori, per niente. Perché quella giornata rappresenta un’istantanea dello stato di salute della sanità americana. Spoiler: no, non è messa bene. 

    Attorno al dottor Robinavitch, di cui facciamo la conoscenza proprio quando riprende a lavorare il giorno dell’anniversario della morte del suo mentore durante il Covid-19, un dolore che l’ha segnato nel profondo, ruota un universo eterogeneo di personaggi, ognuno dei quali è a sua volta alle prese con i propri tormenti. La pressione è costante, è percepibile anche guardando attraverso uno schermo la trincea cui è sottoposta il personale ospedaliero, che si rende protagonista di sforzi sovrumani per salvare delle vite in un contesto dove la terapia non è finalizzata esclusivamente alla cura della malattia, ma si estende allo stesso sistema sanitario in cui operano. I problemi di budget, con tempi di attesa che sono un problema nazionale, e non solo, e la ricerca di un posto letto, un bene prezioso, con i pazienti che spesso finiscono per morire all’interno della sala di attesa, mentre aspettano una visita, sono solo alcuni dei sintomi di un settore in crisi, il cui collasso sembra imminente, perennemente afflitto dai cosiddetti “tagli dall’alto” dalle ripercussioni devastanti sul destino di milioni di persone. 

    Poi c’è la dirompente attualità. Dietro ai drammi cui assistiamo in diretta ci sono infatti le storie dei pazienti, che fanno da specchio alla società. Si passa dall’uso sempre più diffuso di armi da fuoco alla piaga del Fentanyl, che ancora oggi sta provocando una strage tra le giovani generazioni. Non restano fuori temi come la dipendenza dalla tecnologia e le sfide poste dall’intelligenza artificiale, tra minacce e opportunità. Il tutto rielaborato in chiave drammaturgica, senza distaccarsi (purtroppo) così tanto dalla realtà. 

    La chiave del successo di un medical drama fuori dagli schemi

    Il realismo: è probabilmente questo il motivo per cui le persone si sono avvicinate al medical drama firmato HBO dopo anni di serie alla Grey’s Anatomy (2005). Senza nulla togliere alla creatura di Shonda Rhimes, oggi però il pubblico è inevitabilmente diventato più esigente per molteplici fattori, tra cui sicuramente il pagamento di un abbonamento, che con il passare degli anni è sempre più consistente. Per scomodare Boris (2007), stavolta “la qualità “non” c’ha rotto er cazz*” e forse The Pitt è quel Medical Dimension che non avremmo mai potuto avere. Forse ci siamo stufati di storie d’amore in corsia, a due passi dalla sofferenza che spesso si trasforma anche in morte. La serie con Noah Wyle non può, e soprattutto non vuole, contemplare triangoli sentimentali e addolcire la sostanza con pillole da soap opera. Il motivo è abbastanza semplice: sarebbe irrealistico. Una scelta supportata dal formato del racconto in tempo reale, che abbiamo tanto amato con l’indimenticabile 24 (2001) con Kiefer Sutherland, il serial che seguiva una giornata dell’agente federale Jack Bauer alle prese con minacce terroristiche di ogni genere, che doveva sventare proprio entro 24 ore. 

    Premesso, da persona tendente all’ipocondria, ho inizialmente riscontrato delle difficoltà nel guardare gli episodi. Al tempo stesso, nulla di così insormontabile, se non ripetendomi in continuazione ad alta voce che si trattava pur sempre di finzione. Perché anche qui l’acclamato realismo fa decisamente la sua parte. Proprio per questo, se vi impressionate facilmente, alcune sequenze risulteranno molto forti; dunque, potrebbe non essere il titolo che fa al caso vostro. Però The Pitt merita una possibilità. È un grande esempio di riscrittura di un genere molto amato, lontano da ogni rappresentazione fantastica che vede il medico indossare un camice come farebbe un supereroe con il suo mantello prima di entrare in azione. Ribadisco, è intelligente, e mai più giusta, la scelta del format degli episodi in tempo reale all’insegna di una tensione palpabile, necessaria per il “microcosmo” che la serie vuole raccontare, quello di un affollato pronto soccorso in crisi. Probabilmente un obbligo, visto l’emergenza sanitaria che il mondo è stato costretto a fronteggiare negli ultimi anni. Proprio la cronaca è un pozzo da cui attingere, con fatti che finiscono per superare l’immaginazione di qualsiasi sceneggiatore esistente. Ma è il linguaggio con cui questi vengono raccontati che forse hanno elevato il genere, dando vita a un nuovo fenomeno televisivo. 

    The Pitt funziona. È soprattutto un modello replicabile all’infinito. Ha infatti dei costi abbastanza contenuti, una cadenza quasi annuale, con ogni stagione prevista per gennaio. Quindici nuovi episodi che diventano così fruibili al pubblico in un breve lasso di tempo, una rarità se rapportati proprio ai lunghi tempi d’attesa cui ormai la serialità contemporanea ci ha abituato, con stagioni che nella migliore delle ipotesi vengono pubblicate a due anni dalla precedente. È un ritorno al passato, o meglio al futuro. È singolare che a (ri)portarlo avanti sia stato HBO, da sempre pioniera nell’innovazione dell’offerta seriale, con titoli come I Soprano (1999) e The Wire (2002). In sostanza, The Pitt soddisfa le esigenze del pubblico generalista, mantenendo però quell’impronta più vicina al linguaggio dell’offerta televisiva via cavo. Una scommessa produttiva ampiamente vinta, che ha saputo andare dritta al punto. E Noah Wyle e gli autori ringraziano.

  • 5 perle nascoste di Apple TV che devi assolutamente recuperare
    Manuela Santacatterina

    Manuela Santacatterina

    Editor a JustWatch

    Fin dal suo debutto, nel 2019, Apple TV ha sempre tenuto a mente un obiettivo: distinguersi dalla massa. E così ha fatto in questi sette anni scarsi di attività. Rispetto alle altre piattaforme concorrenti come Prime Video e Netflix, il servizio di produzione e distribuzione digitale nato da una costola di Apple ha sempre puntato sulla qualità rispetto alla quantità. Una scelta che, lentamente, ha ripagato e dato i suoi frutti.

    Lo dimostra il primo Oscar vinto da una piattaforma con CODA – I segni del cuore (2021) e la lunga lista di nomination e premi ottenuti dalle sue produzioni originali. Pubblicità pari a zero, passaparola e un numero di produzioni mirate ne hanno fatto un punto di riferimento per addetti ai lavori e pubblico. E i titoli acclamati, diventati dei fenomeni pop, sono innumerevoli – da Scissione (2022) a Ted Lasso (2020) passando per Slow Horses (2022) e Pluribus (2026), ma è anche vero che il catalogo nasconde delle perle che vale la pena recuperare.

    JustWatch ha stilato una guida ai film e serie TV targati Apple TV da non perdere.

    Little America (2020)

    Uscita durante il primo mandato della presidenza Trump, Little America è un promemoria emozionante, divertente, buffo, inaspettato sull'importanza delle storie degli immigrati negli Stati Uniti. Un tentativo (riuscito) di andare oltre i titoli dei giornali per raccontare le vite vere di chi ogni giorno cerca di restare in equilibrio in un Paese dalla doppia faccia. Lo stesso che, per una miriade di motivi diversi, hanno scelto come casa e che, troppo spesso, li respinge. Due stagioni, per un totale di 16 episodi da 30 minuti, per un racconto antologico che concentra ogni puntata su un protagonista diverso. È così che la serie esplora l'impatto degli immigrati sulla cultura americana.

    Una perla nascosta che sceglie di focalizzarsi sull'umanità a discapito (per fortuna) dei luoghi comuni. La struttura antologica, poi, permette alla serie di essere attraversata da una varietà di toni e registri diversi così come alla regia di giocare con lo stile. È il trionfo della quotidianità, delle piccole sfide, dei sogni e delle paure di uomini e donne straordinari nella loro normalità. Una visione imprescindibile per capire meglio l'orrore perpetrato dall'I.C.E. negli Stati Uniti di oggi. Se poi ti è piaciuta Ramy (2019), non puoi proprio perdere Little America.

    Il canto del cigno (2021)

    Se ami le atmosfere di Black Mirror (2011), divise tra fantascienza ed emozioni, Il canto del cigno è una delle perle nascoste di Apple TV che difficilmente ti deluderà. Diretta e scritta dal premio Oscar Benjamin Cleary, la pellicola deve molto della sua riuscita alle ottime interpretazioni di Mahershala Ali, Naomie Harris, Awkwafina e Glenn Close. Ambientato in un futuro prossimo, il film racconta la storia di un padre di famiglia malato terminale a cui viene offerta la possibilità di sostituirsi con un clone per risparmiare ai suoi cari il dolore del lutto.

    Una riflessione dal respiro intimista sulla perdita e i limiti etici del progresso scientifico. Una di quelle visioni che accompagna ben oltre la sua fine per le domande che pone capaci di risuonare potenti in noi spettatori. La tecnologia c'è, ma Cleary – nei 112 minuti di durata - sceglie un approccio mai invasivo quanto votato al minimalismo. Struggente il confronto/scontro tra il protagonista e il suo clone, entrambi profondamente legati alla vita. Da vedere se ti sei emozionato con Non lasciarmi (2010).

    Roar (2022)

    “Favole femministe cupamente comiche”. È così che Liz Flahive e Carly Mensch, le creatrici di GLOW (2017-2019), definiscono Roar. La seconda serie antologica di questa guida ai migliori titoli (nascosti) di Apple TV. Ma, questa volta, il focus è il femminile raccontato in una stagione da otto episodi da 30 minuti dai toni surreali incentrati sulle sfide, le contraddizioni e i desideri delle donne di ieri e di oggi. Basata sui racconti di Cecelia Ahern, Roar sceglie il realismo magico come lente attraverso la quale osservare e raccontare il quotidiano.

    La “moglie trofeo” si trasforma in una donna letteralmente costretta a vivere su una mensola dal marito o c'è chi, pur di non perdere i proprio ricordi, sceglie di mangiare fotografie. Prodotta, tra i tanti, da Nicole Kidman (anche protagonista di un episodio), la serie brilla anche grazie a un grande cast composto da Cynthia Erivo, Merritt Wever, Alison Brie e Betty Gilpin. Provocatoria, coraggiosa, onirica, audace, grottesca, la serie è un esperimento narrativo e visivo che si muove tra satira e dramma per catturare cosa significhi essere donna. Se hai apprezzato Tell It Like a Woman (2022), non puoi perderti questa serie.

    Sugar (2024)

    Senza paura di essere smentiti: Sugar è una delle migliori serie (poco conosciute) targate Apple TV. Una rivisitazione moderna del genere poliziesco con protagonista un grande Colin Farrell, perfetto nel dare vita a un investigatore privato enigmatico amante del cinema classico hollywoodiano. Un amore che si rispecchia anche nel montaggio, elegantissimo, che introduce brevi riferimenti a film in bianco e nero visti e rivisti dal protagonista.

    A questo va aggiunta una colonna sonora jazz che trasporta lo spettatore in una Los Angeles luminosa quanto inedita e dalle atmosfere rarefatte. E se pensate che lo show sia una semplice indagine investigativa, preparatevi a un colpo di scena clamoroso che vi farà ripensare interamente a tutto ciò che avete visto fino a quel momento. Una stagione da otto episodi tra i 40 e i 50 minuti – già rinnovata per una seconda – che non puoi perdere se sei un ammiratore dei classici noir come Il lungo addio (1973).

    Eternity (2025)

    Una delle domande che gli esseri umani si pongono da sempre riguarda la vita dopo la morte. All'annoso quesito ha risposto David Freyne in Eternity mostrandoci la sua idea di al di là. Una commedia fantastica, con protagonisti Elizabeth Olsen, Miles Teller e Callum Turner, in cui una donna deve decidere con quale dei suoi due mariti trascorrere l'eternità: quello perso tragicamente in gioventù o quello con il quale ha trascorso la vita?

    Un mix di romanticismo, dramma, umorismo e riflessioni filosofiche che ne fanno una visione irresistibile per una pellicola dal sapore artigianale che si diverte a ricreare visivamente un mondo post-mortem simile a una stazione. Pieno di luce e colori, Eternity in poco meno di due ore parla di memoria, identità e ricordi senza dimenticare l'emozione, merito anche della scelta di tre protagonisti altrettanto luminosi. Se il racconto della vita dopo la morte al centro di Soul ti ha commosso e divertito (2020), questo film non ti deluderà.

  • Oscar 2026: quando si terrà la cerimonia? Una breve guida per prepararsi alla 98esima edizione
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    C'è qualcosa di quasi rituale nel modo in cui ci si prepara agli Oscar: si aggiornano le liste, si seguono i bookmaker, si litiga pacificamente con amici e colleghi su chi meriti davvero la statuetta.

    Quest'anno, però, la 98esima edizione degli Academy Awards si preannuncia diversa dalle precedenti, con una corsa al Miglior Film che fino all'ultimo sembrava scritta, e che gli Screen Actors Guild Awards di inizio marzo hanno rimescolato in maniera inaspettata. Del resto, sono anni che la season awards, anche quando sembra incisa a fuoco, viene capovolta del tutto quando si arriva alla Notte degli Oscar. Quindi, prima di qualsiasi previsione: ecco tutto quello che c'è da sapere sugli Oscar 2026.

    Quando si terranno gli Oscar del 2026? (E come guardarli)

    La 98esima cerimonia dei premi Oscar si terrà al Dolby Theatre di Los Angeles il 15 marzo 2026, con Conan O'Brien alla conduzione per il secondo anno consecutivo. La data non è casuale: l'Academy ha scelto di slittare di circa due settimane rispetto all'edizione precedente per evitare sovrapposizioni con i Giochi Olimpici Invernali 2026, il che ha allungato la stagione dei premi e reso la corsa ancora più lunga e imprevedibile.

    Il red carpet inizierà intorno alle 23:30 ora italiana, mentre la cerimonia vera e propria prenderà il via a mezzanotte del 16 marzo. Per chi volesse seguirla senza perdere nulla, la diretta televisiva in chiaro sarà su Rai 1 con il programma Oscars – La Notte in Diretta, condotto da Alberto Matano con il commento di esperti cinematografici e un collegamento diretto dal Dolby Theatre. In alternativa, la cerimonia sarà trasmessa anche attraverso i canali social ufficiali dell'Academy e in streaming su YouTube, con aggiornamenti e momenti salienti in tempo reale. Sul palco, oltre a O'Brien, tra i presentatori confermati figurano Anne Hathaway, Robert Downey Jr., Paul Mescal, Priyanka Chopra Jonas e Gwyneth Paltrow, a cui si aggiungono i vincitori dell'anno scorso Adrien Brody, Kieran Culkin, Mikey Madison e Zoe Saldaña.

    I candidati al Miglior Film di cui stanno parlando tutti

    La categoria Miglior Film vede in gara Bugonia (2025), F1 (2025), Frankenstein (2025), Hamnet (2025), Marty Supreme (2025), Una battaglia dopo l'altra (2025), L'agente segreto (2025), Sentimental Value (2025), Sinners – I peccatori (2025) e Train Dreams (2025). Dieci titoli, come da regola ormai consolidata, ma la vera battaglia si combatte tra tre o quattro candidati che hanno dominato la stagione in modi molto diversi tra loro.

    A dominare la scena è Sinners – I peccatori di Ryan Coogler con Michael B. Jordan, che ha ottenuto 16 nomination superando il precedente record detenuto da Eva contro Eva (1950), Titanic (1997) e La La Land (2016). È un horror a sfondo storico che mescola generi con una libertà che l'Academy raramente premia, ma che quest'anno sembra aver convinto anche i votanti più tradizionali. Alle sue spalle, con 14 candidature, Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson con Leonardo DiCaprio, Sean Penn e Benicio del Toro si conferma come il rivale più diretto. Poi c'è Hamnet di Chloé Zhao, lo struggente adattamento dell'omonimo romanzo di Maggie O'Farrell sulla vita del figlio di Shakespeare, con Jessie Buckley in un ruolo che molti considerano già iconico. E Sentimental Value di Joachim Trier, dramma familiare norvegese che ha conquistato nove nomination totali, tra cui quella alla regia, e che potrebbe portare alla prima vittoria della Norvegia nella categoria Miglior Film Internazionale.

    Vale la pena menzionare anche Marty Supreme di Josh Safdie, ritratto di un campione di ping pong con Timothée Chalamet in uno stato di grazia, e i due outsider internazionali più attesi: L'agente segreto del regista brasiliano Kleber Mendonça Filho, thriller politico sulla dittatura, e Sentimental Value.

    Tutti i registi candidati all'Oscar con che dovresti conoscere

    I cinque candidati alla Miglior Regia sono Chloé Zhao per Hamnet, Josh Safdie per Marty Supreme, Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l'altra, Joachim Trier per Sentimental Value e Ryan Coogler per I peccatori.

    Paul Thomas Anderson è il nome su cui si concentra la maggior parte dell'attenzione critica. Il regista di Magnolia (1999), Il petroliere (2007) e The Master (2012) non ha ancora vinto un Oscar nonostante le numerose candidature nel corso della carriera. Una battaglia dopo l'altra, liberamente ispirato al romanzo Vineland di Thomas Pynchon, è un neo-western caotico e politicamente carico che molti considerano il suo lavoro più ambizioso fino a oggi.

    Ryan Coogler arriva alla sua prima nomination alla regia con un film che ha riscritto i record, dimostrando che si può fare cinema di genere popolare con una coscienza storica e culturale che raramente si vede nel cinema mainstream hollywoodiano.

    Joachim Trier è il primo regista norvegese a essere candidato nella categoria Miglior Regia. Con Sentimental Value ha scelto una strada opposta a quella di Coogler: racconto intimo, macchina da presa che si fa da parte, dolore tenuto deliberatamente fuori campo. È il tipo di cinema che l'Academy ama in teoria… Ma che nella pratica spesso dimentica.

    Chloé Zhao, già vincitrice per Nomadland nel 2021, torna con un'opera letteraria e sentimentale. Josh Safdie, infine, sicuramente uno dei registi più particolari della sua generazione, porta il suo stile nervoso e claustrofobico in un biopic sportivo che ha diviso la critica nel senso più fruttuoso del termine: nessuno ne è rimasto indifferente.

    Le previsioni per gli Oscar 2026 che speriamo si avverino

    La domanda che tiene svegli i cinefili è, come sempre, se la serata offrirà davvero qualcosa di inatteso o si limiterà a confermare i favoriti. Questa edizione ha tutti gli ingredienti per essere meno prevedibile del solito. Quindi, preparatevi alle grandi polemiche; in fondo, piace a tutti saltare a bordo del carrozzone degli Oscar, il giorno dopo, anche solo per infiammare ancora di più il flame.

    Il "Feinberg Forecast" dell'Hollywood Reporter, costruito su consultazioni con giurati e addetti ai lavori, dà Paul Thomas Anderson come favorito quasi blindato per la Miglior Regia dopo i DGA Awards. Ma anche Variety prevede che possa essere Ryan Coogler a sorprendere, soprattutto per la sua capacità di mescolare generi in modo originale.

    Per il Miglior Film, la vittoria agli Screen Actors Guild Awards da parte del cast di Sinners ha cambiato le carte in tavola: Una battaglia dopo l'altra resta favorito grazie al Golden Globe, al Critics' Choice Award, al DGA Award, al BAFTA e al PGA Award, ma la corsa è più aperta che mai.

    Sul fronte delle interpretazioni, Timothée Chalamet, a lungo favorito come Miglior Attore per Marty Supreme, ha visto vacillare la sua posizione dopo la vittoria di Michael B. Jordan agli Actors Awards per Sinners e anche per tutte le ultime polemiche (sebbene le votazione si fossero già chiuse durante le controverse dichiarazioni su opera e balletto), mentre Ethan Hawke in Blue Moon (2025) è rimasto un nome che continua a circolare tra chi conosce bene l'umore dell'Academy. Tra le attrici, Jessie Buckley per Hamnet appare in netto vantaggio, ma la stagione dei premi insegna che le certezze tendono a sgretolarsi proprio quando sembra non ce ne sia motivo.

    Una cosa che in molti sperano è che Joachim Trier porti a casa almeno una statuetta: sarebbe un segnale che l'Academy è disposta a premiare il cinema europeo non come eccezione esotica ma come parte integrante del discorso cinematografico contemporaneo, un po’ come era capitato con Parasite (2019) di Bong Joon-ho. E che la nuova categoria del Miglior Casting, introdotta proprio quest'anno, non sia solo un riconoscimento simbolico ma l'inizio di una riflessione più profonda su cosa significa fare un film davvero bene, dall'inizio.

  • Tutti i film e le serie TV con Sabrina Ferilli (e la nostra Top 5)
    Alessandro Zaghi

    Alessandro Zaghi

    Editor a JustWatch

    Sabrina Ferilli è una di quelle attrici che il pubblico italiano sente come proprie. Nata a Fiano Romano nel 1964, figlia di un dirigente del Partito Comunista e di una casalinga campana, ha costruito una carriera che attraversa quattro decenni di cinema, teatro e televisione. Dopo essere stata respinta al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha dimostrato che il talento trova comunque la sua strada.

    La Ferilli non è mai stata un'attrice facile da etichettare. Si è mossa tra la commedia all'italiana più raffinata e i cinepanettoni di Natale, tra le fiction di prima serata e un film premio Oscar, senza perdere quella romanità che l'ha resa riconoscibile. Se agli esordi era soprattutto conosciuta e apprezzata dal grande pubblico per il suo aspetto fisico, con cui ha saputo abilmente giocare, è stata la capacità di passare dal dramma alla commedia con naturalezza a trasformarla in una delle interpreti più popolari del nostro paese.

    Nel corso degli anni ha collezionato un David di Donatello speciale alla carriera, un Globo d'oro, sette Nastri d'argento e sei Ciak d'oro. E nel gennaio 2026 ha stabilito un nuovo record: il finale di A testa alta su Canale 5 ha raggiunto oltre 4 milioni di spettatori e il 28% di share, il miglior risultato per una fiction Mediaset dai tempi dei Cesaroni.

    Ecco quindi la nostra Top 5 delle sue migliori interpretazioni! Alla fine, troverete la sua filmografia completa.

    “La bella vita” (1994)

    La bella vita è l'esordio alla regia di Paolo Virzì e anche il film che lancia definitivamente Sabrina Ferilli. Ambientato a Piombino, racconta la storia di Bruno e Mirella, coppia operaia il cui matrimonio entra in crisi quando lui finisce in cassa integrazione per la dismissione delle acciaierie e lei si lascia sedurre dal fascino fasullo di Gerry Fumo, presentatore di una televisione locale interpretato da Massimo Ghini.

    La Ferilli costruisce una Mirella credibile, una donna divisa tra le illusioni di una vita più facile e l'affetto per un marito che sta perdendo non solo il lavoro, ma anche la propria identità. L'interpretazione le vale il Nastro d'Argento come miglior attrice protagonista e la candidatura al David di Donatello, segnando l'inizio di un sodalizio artistico con Virzì che tornerà più volte. Il film mescola bene il dramma sentimentale con le problematiche sociali dell'Italia dei primi anni Novanta, ma senza mai risultare didascalico.

    Consigliato a chi cerca una commedia amara che racconta l'Italia della crisi industriale attraverso persone comuni. In questa lista perché segna il punto di svolta nella carriera della Ferilli, il passaggio da attrice promettente a protagonista.

    “Commesse” (1999-2002)

    Commesse porta la Ferilli nelle case di milioni di italiani. La serie di Rai Uno, diretta da Giorgio Capitani, racconta le vicende di un gruppo di dipendenti di una boutique romana, le loro storie d'amore, i problemi familiari, le ambizioni e le delusioni. Sabrina interpreta Marta De Santis, madre di un bambino con sindrome di Down, sposata con un geometra disoccupato, una donna che affronta le difficoltà quotidiane senza perdere la sua forza.

    La serie arrivava a 12 milioni di telespettatori a puntata, numeri che oggi sembrano di un'altra epoca. Accanto alla Ferilli c'erano Nancy Brilli, Veronica Pivetti, Anna Valle e Massimo Ghini. Commesse funzionava perché mescolava leggerezza e profondità, affrontando temi come la disabilità, l'omosessualità e le difficoltà economiche attraverso il filtro della commedia popolare.

    Per la Ferilli questa serie segna il passaggio definitivo a icona televisiva, con un ruolo talmente amato che lei stessa ha poi scelto di abbandonare per non rimanere intrappolata nel personaggio. In questa lista perché ha segnato un'epoca della fiction italiana e ha dimostrato la capacità dell'attrice di conquistare il grande pubblico. Consigliato a chi ama le serie corali italiane che raccontano la quotidianità con affetto e leggerezza.

    “Tutta la vita davanti” (2008)

    Quattordici anni dopo La bella vita, Virzì e Ferilli tornano insieme per Tutta la vita davanti, commedia agrodolce sul precariato, ispirata al romanzo di Michela Murgia. La Ferilli interpreta Daniela, la caporeparto che spinge le dipendenti a raggiungere obiettivi impossibili con coreografie motivazionali da incubo, una donna apparentemente cinica che nasconde la sua fragilità dietro una maschera di efficienza.

    È un ruolo diverso da quelli a cui il pubblico era abituato, più ambiguo. Daniela ritratta da Ferilli non è semplicemente “la cattiva”, ma una vittima a sua volta del sistema che contribuisce a perpetuare. Virzì costruisce un affresco impietoso dell'Italia della new economy, dove i giovani laureati vengono tritati da un meccanismo che trasforma tutto in competizione e spettacolo. Sabrina Ferilli si inserisce in questo meccanismo con un'interpretazione precisa, che le vale il secondo Nastro d'Argento della carriera.

    Il film è in questa lista perché segna il ritorno di Sabrina Ferilli al cinema d'autore dopo anni di televisione e cinepanettoni, dimostrando che il suo talento non si era appannato. Consigliato a chi cerca un film godibile, leggero, ma capace di riflessioni profonde su tematiche importanti e tuttora attuali.

    “La grande bellezza” (2013)

    Paolo Sorrentino la chiama per La grande bellezza e Sabrina Ferilli accetta di entrare in un universo completamente diverso da tutto ciò che aveva fatto prima. Nel film premio Oscar interpreta Ramona, una spogliarellista romana con un passato doloroso che incrocia la vita del protagonista Jep Gambardella, scrittore disilluso immerso nella decadenza della Roma mondana. È un personaggio fragile e autentico in mezzo a un circo di maschere grottesche, una delle poche figure umane in un carnevale di mostri.

    La Ferilli porta sullo schermo una malinconia trattenuta, costruendo un personaggio che resta impresso anche nelle poche scene in cui compare. La sua Ramona è l'opposto della Roma superficiale e vuota che Sorrentino ritrae nel suo film, è verità in mezzo alla finzione, dolore vero tra dolori esibiti. Per questa interpretazione riceve la candidatura ai David di Donatello, vince il Nastro d'Argento come miglior attrice non protagonista e il Nastro d'Argento Speciale.

    Questo film rappresenta la consacrazione di Sabrina Ferilli, inserita in un'opera che ha portato l'Oscar in Italia dopo quindici anni. Consigliato a chi cerca un cinema visivamente potente, una riflessione visionaria sul senso della vita.

    “Gloria” (2024)

    Con Gloria Sabrina Ferilli torna protagonista in una serie Rai dopo dodici anni, interpretando un personaggio che sembra quasi un'autoironica riflessione sul mestiere dell'attrice. Gloria Grandi è una diva del cinema italiano sul viale del tramonto, convinta di essere sprecata per la televisione, che si ritrova a girare spot per creme alla bava di lumaca dopo aver abbandonato la serie che l'aveva resa famosa. Un incidente fortuito le offre l'occasione per tentare un ritorno con un inganno orchestrato dal suo cinico agente Manlio, interpretato ancora una volta da Massimo Ghini.

    La serie diretta da Fausto Brizzi richiama certamente Viale del tramonto (1950) ed Eva contro Eva (1950), ma trova una sua identità nel tono da commedia italiana che mescola cattiveria e tenerezza. La Ferilli si diverte a interpretare una versione distorta di se stessa, una donna vanitosa, manipolatrice, ma anche fragile e bisognosa d'affetto. È un ruolo che richiede la capacità di farsi detestare, ma sempre mantenendo la simpatia del pubblico, e la Ferilli lo affronta con la giusta comicità, sempre a punto. Le vale il Nastro d'Argento Speciale come protagonista dell'anno.

    La serie è inclusa in questa lista perché la Ferilli si prende in giro con intelligenza, accettando un ruolo scomodo e trasformandolo in una delle sue prove più divertenti. Consigliato a chi ama le satire sul mondo dello spettacolo e a chi vuole vedere un'attrice giocare col proprio mito.

  • 5 documentari che rivelano verità sconcertanti sul mondo dei reality show
    Giovanni Berruti

    Giovanni Berruti

    Editor a JustWatch

    C’è una docuserie recente che è stata sotto i riflettori dal giorno della sua pubblicazione. Stiamo parlando di Reality Check: La verità su America’s Next Top Model (2026), disponibile su Netflix. A più di vent’anni dal debutto del celebre reality show, tre episodi mettono sotto accusa il grande successo ideato e condotto da Tyra Banks per decostruirne il mito. E non solo. Tutti gli altri motivi li scoprirete guardandola.

    Non si tratta poi di una novità così dirompente: negli ultimi anni si è infatti consolidato un filone ben preciso, volto a raccontare agli spettatori che molto spesso, soprattutto in televisione, non è tutto oro quello che luccica. Quali sono, dunque, gli altri documentari che hanno fatto emergere delle scomode verità dal dietro le quinte dei programmi televisivi più amati di sempre? Un mondo che un tempo sembrava inaccessibile e che oggi sembra essere sempre più tangibile.

    Reality Check: La verità su America’s Next Top Model (2026)

    Ascesa e caduta di America’s Next Top Model (2003), il reality che cambiò il nuovo millennio. È quel che dovrete aspettarvi dai tre episodi di Reality Check: La verità su America’s Next Top Model (2026), docuserie che ripercorre i retroscena dello show, tra scandali e dinamiche controverse. Un lato nascosto al grande pubblico, che attraverso le interviste a ex concorrenti, figure della produzione ed esperti del settore mostra quanto nel corso di 24 edizioni si sia rafforzato un sistema tossico davanti e dietro la telecamera. Per esempio, per la pressione e le discriminazioni subite dalle aspiranti modelle e per un’ideale di bellezza, spesso irraggiungibile, che ha contribuito a diffondere tra le nuove generazioni di allora. Da non perdere se volete capire la fenomenologia di un successo della televisione a stelle e strisce, soprattutto con un focus sul caro prezzo che è stato pagato dalle partecipanti.

    Fit for TV: Il lato oscuro di un reality (2025)

    Cosa c’è dietro Sfida all’ultimo chilo (2004)? Il reality show di successo, in cui i concorrenti gareggiavano per perdere più peso e imparare ad adottare uno stile di vita sano, è l’oggetto dei tre episodi di Fit for TV: Il lato oscuro di un reality (2025). Con il supporto di interviste a ex partecipanti, allenatori, produttori e professionisti della salute, la docuserie indaga le ombre dell’approccio adottato per favorire non solo un dimagrimento rapido, mettendone in luce non solo le conseguenze fisiche, ma anche quelle psicologiche. 

    Tra retroscena del programma, rivelazioni scioccanti e false promesse, entriamo a contatto con le storie e l’umanità spesso nascoste dietro la perdita di chili. Ma soprattutto constatiamo l’infelicità che si cela dietro i corpi dei protagonisti, molti dei quali, una volta terminato il programma, non hanno realmente risolto i loro problemi. Proprio come Reality Check: La verità su America’s Next Top Model (2026), Fit for TV: Il lato oscuro di un reality propone una riflessione su quanto si sia stati disposti a sacrificare del benessere dei concorrenti in nome di un unico obiettivo: gli ascolti.

    Predators (2025)

    Predators (2025) è un documentario incentrato su To Catch a Predator (2004), reality statunitense, da noi inedito, incentrato sulla caccia ai colpevoli di reati sessuali contro i minori. Ne analizza il successo e la disfatta, riflettendo sull’impatto dello show sulla società. Pone, soprattutto, una domanda: c’era un interesse concreto nel contrastare dei crimini orrendi, come quello della pedofilia, oppure tutto si limitava alla spettacolarizzazione?

    Se volete affrontare un dilemma terribilmente attuale, che prende di petto un atteggiamento diffuso tra il grande pubblico, sempre più attratto dai titoli true crime e morbosamente affascinato dalla cronaca nera, è il film che fa per voi.

    Dark Side of Reality TV (2024)

    Dark Side of Reality TV (2024) è una serie di documentari che esplora il dietro le quinte dei reality show di ogni genere. Passa infatti in rassegna programmi di successo, come Hell’s Kitchen – Il diavolo in cucina (2005), il format The Real Housewives e persino America’s Next Top Model (2003).

    Al contrario di Reality Check: La verità su America’s Next Top Model non si concentra sull’approfondimento delle controversie, preoccupandosi piuttosto di mettere in luce il funzionamento della macchina produttiva dietro a ogni singolo reality. Per questo si presta a una visione più leggera, con episodi brevi che allo stesso tempo continuano a occuparsi di aspetti e temi non propriamente noti al grande pubblico, lasciando spazio alla voce di produttori, partecipanti e showrunner.

    American Gladiators – La storia non autorizzata (2023)

    American Gladiators era uno dei programmi americani di maggior successo negli anni Novanta. Il reality si incentra su un gruppo di atleti amatoriali che cerca di superare prove di forza fisica e agilità per superare i cosiddetti "gladiatori". Una docuserie racconta la sua storia.

    American Gladiators – La storia non autorizzata (2023) però non tratteggia un percorso di rose e fiori, attraverso le voci dei protagonisti di quella gloriosa stagione. I cinque episodi, infatti, offrono uno sguardo critico nell’esplorare il dietro le quinte del popolare show, facendo emergere dei retroscena scioccanti: dai contratti discutibili degli atleti, che non erano rinegoziabili, al loro abbandono in caso di infortunio. Questi sono solo alcuni degli esempi che contribuiscono a offrire una fotografia del prezzo del successo, di cui anche questo progetto non si sottrae dal denunciarne le storture.

  • Timothée Chalamet si sbaglia! Ecco 10 film che ti faranno amare il mondo del balletto e dell'opera
    Gabriella Giliberti

    Gabriella Giliberti

    Editor a JustWatch

    Pioggia di polemiche su Timothée Chalamet che, recentemente, a causa di una sua uscita infelice – "a nessuno interessa il balletto e l'opera" – ha scatenato un dibattito acceso sui social media e nei circoli culturali.

    L'attore, protagonista del pluricandidato all’Oscar Marty Supreme (2025), intendeva probabilmente riferirsi al presunto scarso appeal commerciale di queste arti nel cinema mainstream contemporaneo, usando il medesimo tono borioso del suo personaggio, adoperato durante tutta la campagna Oscar. La strategia, però, non sembra aver dato i frutti sperati. Nelle ultime premiazioni, infatti, come gli Actor Awards, Chalamet è stato snobbato, e sembrerebbe che non poco abbia influito questo suo modo atteggiamento degli ultimi mesi, corroborato sicuramente dal sentirsi l’Oscar in tasca. Ma sarà ancora così?

    Tornando, però, al nocciolo della questione, la reazione immediata del pubblico post affermazione – con milioni di appassionati che hanno difeso con passione queste forme d'arte – dimostra esattamente il contrario. Il balletto e l'opera non solo interessano, ma affascinano, emozionano e continuano a ispirare alcuni dei film più belli, intensi e memorabili della storia del cinema.

    Forse Chalamet, cresciuto nell'era dello streaming e dei cinecomic, non ha avuto modo di scoprire quanto il cinema abbia sempre amato raccontare il mondo della danza classica e del melodramma. Da Scarpette rosse, capolavoro del 1948 che vinse due Oscar, fino a Il Cigno nero che consacrò Natalie Portman con la statuetta nel 2010, il balletto ha fornito contesti perfetti per esplorare ossessione, sacrificio, perfezione e autodistruzione. L'opera, con la sua intensità emotiva esagerata e la sua capacità di elevare sentimenti umani a dimensione tragica universale, ha ispirato biopic straordinari come Amadeus (1984) di Miloš Forman e film che fondono musica e narrazione in modi innovativi.

    Queste pellicole non sono nicchia per élite culturali: sono thriller psicologici, drammi umani profondi, storie di riscatto sociale, horror visionari e biopic avvincenti che utilizzano balletto e opera come linguaggi per raccontare verità universali sulla condizione umana. Dimostrano che quando la macchina da presa cattura un corpo in movimento perfetto o una voce che raggiunge note impossibili, il cinema tocca vette di pura emozione che nessun altro medium può raggiungere. Quindi caro Timothée, con tutto il rispetto per il tuo talento indiscutibile, ecco dieci film che dimostrano inequivocabilmente quanto ti sbagli: il balletto e l'opera non solo interessano, ma hanno il potere di creare cinema immortale.

    Scarpette rosse (1948)

    Michael Powell e Emeric Pressburger firmano uno dei più grandi film mai realizzati, non solo sul balletto ma sul cinema stesso, Scarpette Rosse. Basato sulla fiaba di Hans Christian Andersen delle scarpette magiche che costringono chi le indossa a danzare fino alla morte,  la pellicola vinse due Oscar e influenzò generazioni di cineasti da Scorsese a Brian De Palma. 

    Moira Shearer interpreta Victoria Page, ballerina che entra a far parte dei Balletti Lermontov sotto la guida del tirannico impresario Boris Lermontov, ma l’incontro con il compositore Julian Craster mette in moto il conflitto drammatico dove la fanciulla si ritrova di fronte l’ardua scelta tra amore e arte. "Perché vuoi danzare?", le domanderà Lermontov, per poi chiederle ancora: "Perché vuoi vivere?", sintetizzando tutta la drammatica filosofia e anima dell’opera.

    La sequenza centrale del balletto delle scarpette rosse, lunga oltre quindici minuti, è pura magia cinematografica: scenografie espressioniste, effetti speciali innovativi, danza filmata come mai prima tanto da regalare l’illusione di essere davvero lì, sotto un palco a godersi un’opera dove le parole non possono del tutto rendere giustizia alle emozioni. Powell e Pressburger mostrano il balletto come vocazione assoluta che richiede sacrificio totale. La fotografia Technicolor è abbagliante, con rossi vibranti e palette che trasformano ogni inquadratura in un dipinto, a conferma della tesi di quanto il cinema sul balletto possa essere opera d'arte totale.

    Suspiria (1977)

    Può un'accademia di danza classica tedesca diventare lo scenario di uno degli horror più visionari e stilizzati mai realizzati? Si, se il film in questione è Suspiria e se alla regia troviamo Dario Argento. Suzy Bannion, giovane ballerina americana, arriva alla prestigiosa Accademia Tanz di Friburgo dove iniziano a verificarsi omicidi brutali e quelle che dovrebbero essere rassicuranti aule di passione e sudore si trasformano in scenari di puro terrore barocco: sale prove con pareti rosse accecanti, specchi che moltiplicano le presenze, corpi di ballerine che si muovono in ombre minacciose. La scuola, infatti, non è altro che una copertura per un covo di streghe il cui scopo è nutrire e riportare allo splendore la Madre da loro venerata: Mater Suspiriorum.

    Tecnicamente, Suspiria è un gioiello, tra i più disturbanti, intensi e significativi di tutta la filmografia di Dario Argento. La fotografia di Luciano Tovoli utilizza illuminazione espressionista tedesca, con primari saturi – rosso, blu, verde – che trasformano l'accademia in incubo cromatico; la colonna sonora dei Goblin, con percussioni tribali e voci sussurranti, è diventata leggendaria e detta il ritmo ansante e terrificante del film; il balletto è elemento gotico e orrorifico, contesto perfetto per esplorare orrore psicologico e sovrannaturale, dove a primeggiare troviamo la disciplina ferrea, la competizione spietata, i corpi sottoposti a stress estremo diventano elementi gotici. Suspiria ha generato numerosi omaggi, tra cui il remake altrettanto interessante di Luca Gudagnino,  ma questo rimane una pietra miliare dell'horror italiano. 

    Carmen Story (1983)

    Carmen Story di Carlos Saura – maestro assoluto nella regia del corpo in movimento – è un’affascinante esperimento meta-teatrale che fonde l'opera di Bizet con il flamenco spagnolo. Antonio Gades, coreografo e ballerino, prepara uno spettacolo su Carmen e gradualmente la finzione si confonde con la realtà: lui e la ballerina protagonista iniziano a vivere la passione distruttiva dei personaggi operistici.

    Saura filma le prove, mostrando come i danzatori costruiscono i personaggi attraverso il movimento, il ritmo ossessivo del flamenco, i battiti di piedi, nacchere e chitarre, diventando vero e proprio linguaggio per esplorare gelosia, passione e morte. Il corpo è al centro di ogni cosa, e la fotografia di Teo Escamilla ne cattura la sensualità e violenza, così come costumi e scenografie lavorano su sfondi minimal, mantenendo la predominanza di rosso e nero, dedicando cura maniacale agli spazi vuoti che, a loro volta, sono gesto e simbolo di un silente linguaggio tra i personaggi. Anche la musica di Bizet viene reinterpretata con strumenti tradizionali spagnoli, creando una fusione perfetta tra opera e folklore. Carmen Story dimostra l’importanza delle reinterpretazioni, contaminate da altre tradizioni, rese contemporanee ma senza mai perdere la potenza emotiva dell’originale.  

    Amadeus (1984)

    Miloš Forman dirige uno dei più grandi biopic di tutti i tempi, vincendo otto Oscar inclusi miglior film e regia. Amadeus non è solo film su Mozart ma meditazione su genio, mediocrità e rapporto dell'uomo con Dio. Un racconto di ossessione distruttiva, quella di Antonio Salieri nei confronti di Mozart, il cui talento divino considerava ingiustizia cosmica. Tom Hulce interpreta Mozart come genio infantile e volgare, lontano dall'icona reverenziale: ride sguaiatamente, ama scherzi scatologici, vive nell'eccesso. Ovviamente in contrappunto all’interpretazione volutamente più algida e abbottonata, ma magnifica al punto tale da fargli vincere un Oscar, di F. Murray Abraham come Salieri.

    La musica di Mozart pervade ogni scena, dalle opere ("Le nozze di Figaro", "Don Giovanni", "Flauto magico") alle sinfonie e concerti. Le sequenze operistiche sono filmate con energia: costumi sontuosi, voci potenti, messinscena teatrale che cattura la vitalità del teatro settecentesco. Forman ci mostra il dietro le quinte di queste opere con compositori che competono per favori imperiali, censure religiose, intrighi di corte. E poi, si arriva alla struggente rappresentazione della composizione del "Requiem", lì dove i due rivali trovano scintilla e complicità proprio nella musica, il potere dell’arte. 

    Amadeus, recentemente arrivato con una mini serie TV, ha avvicinato milioni di persone alla musica classica, mostrando come l'opera possa essere accessibile, eccitante e profondamente umana quando raccontata attraverso personalità complesse e conflitti universali.

    La tentazione di Venere (1991)

    Siamo certi che in ben poche classifiche o consigli vi sarete imbattuti in questo film sconosciuto ai più, ma una vera e propria perla nascosta se parliamo di rappresentazione sull’Opera. István Szabó, regista premio Oscar per Mephisto (1981), dirige La tentazione di Venere, un film brillante sul dietro le quinte della produzione operistica. Glenn Close interpreta Karin Anderson, soprano svedese scritturata per cantare Venere in "Tannhäuser" di Wagner a Parigi. Il direttore d'orchestra ungherese Zoltán si innamora di lei mentre affronta caos organizzativo: sindacati in sciopero, tensioni tra cantanti di diverse nazionalità, budget insufficienti, politica culturale. Szabó mostra realisticamente come montare un'opera sia impresa titanica: prove tecniche infinite, ego smisurati, compromessi artistici. La musica di Wagner – sensuale, ossessiva, wagneriana appunto – accompagna la relazione impossibile tra direttore e soprano. Close è superba, portando la complessità di una diva tra talento indiscutibile, insicurezze nascoste, e vita sentimentale complicata (eh, Glenn… batti il cinque!).

    Il film esplora come l'opera, arte elitaria e costosa, debba sopravvivere in un mondo moderno dominato da logiche economiche. Le prove e lo spettacolo finale sono filmati con rispetto e bellezza, mostrando la potenza emotiva del teatro lirico. Niels Arestrup è perfetto come direttore tormentato. La tentazione di Venere è una lettera d'amore all'opera che non nasconde contraddizioni e difficoltà ma celebra la magia che giustifica ogni sforzo quando il sipario si alza.

    Farinelli - Voce regina (1994)

    Carlo Broschi, detto Farinelli, il più celebre castrato dell'opera barocca, viene immortalato nel film di Gérard Corbiau, Farinelli - Voce Regina - vincitore del Golden Globe come miglior film straniero e candidato all’Oscar nella stessa categoria. Stefano Dionisi interpreta il cantante mentre Enrico Lo Verso è il fratello compositore Riccardo, ritratti in una relazione simbiotica e tossica. Il film esplora il fenomeno storico dei castrati: bambini evirati prepuberi per preservare voci acute, pratica barbarica che produceva voci di potenza e estensione sovrumane. La voce di Farinelli è ricreata digitalmente fondendo soprano e controtenore, creando suono alieno e bellissimo, ma che al tempo stesso sono un vero e proprio colpo al cuore.

    Corbiau mette in scena, con rispetto e poesia ma senza mai edulcorare il tema di fondo, il prezzo del successo; Farinelli è icona adorata, la sua voce conduce uomini e donne verso un delirio febbrile ed estatico – come capitava con la musica di Paganini – ma mutilato, incompleto. E il suo dolore e disperazione, questa natura ibrida imposta, viene fuori attraverso il suo canto, le opere in cui lo si vede come protagonista, così come anche nella rivalità con Handel, compositore che vuole scritturarlo, o nel rapporto morboso con suo fratello Riccardo. Nella sua messa in scena ricca, ed emotività viscerale, Farinelli - Voce Regina è indubbiamente un film focalizzato sul capitolo più oscuro della storia operistica.

    Billy Elliot (2000)

    Uno dei grandi fenomeni culturali dei primi duemila, facendo leva su tematiche socio-culturali che puntano a decostruire il concetto patriarcale e machista del “sport da femmine e sport da maschi”, divenuto poi musical di successo, è sicuramente Billy Elliot di Stephen Daldry. Billy (interpretato da un giovanissimo e straordinario Jamie Bell) è, infatti, il figlio undicenne di un minatore nell'Inghilterra del Nord durante gli scioperi Thatcher del 1984. Per caso scopre il balletto e lì vi trova la sua vocazione, nonché liberazione, affrontando con vulnerabilità ma determinazione i pregiudizi machisti della comunità operaia. Billy Elliot diventa manifesto e rappresentazione di differenze tra classi sociali, aspettative familiari, identità, coraggio di seguire sogni contro tutto e tutti; così come la danza è metafora di libertà e autoespressione in un contesto di repressione economica e sociale.

    Il rapporto tra Billy e il padre – inizialmente ostile, poi commosso dal talento del figlio – è il cuore emotivo del film, dimostrando che a volte il dialogo, la conoscenza e consapevolezza al di là di ciò che è “il nostro orticello”, possono essere la chiave per l’accettazione, nonché ampliamento dei propri orizzonti, decostruendo preconcetti datati. Billy Elliot è un film dove il balletto può essere strumento di emancipazione sociale e non lusso elitario. La colonna sonora è una piccola chicca, mescolando T.Rex, The Clash e musica classica, un po’ come le sequenze di ballo che vanno dal freestyle, al tip tap fino ad arrivare al grande balletto classico. 

    The Company (2003)

    Robert Altman, grande maestro del cinema americano, dirige con The Company un film unico che sfuma i confini tra documentario e fiction. Seguendo il Joffrey Ballet of Chicago durante una stagione, Altman cattura la vita quotidiana dei ballerini: prove estenuanti, infortuni, gerarchie interne, momenti di grazia. Robert Altman, in questo ritratto realistico del balletto su grande schermo, usa il suo stile caratterizzato da dialoghi sovrapposti, camera che osserva senza giudicare, ensemble senza protagonisti assoluti. Le sequenze di balletto sono filmate integralmente, da opera classiche molto conosciute come il "Il lago dei cigni" a coreografie contemporanee.

    Non c'è trama drammatica tradizionale bensì un accumulo di momenti che rivelano la dedizione totale richiesta dalla professione. Vediamo corpi spinti al limite, dolori nascosti dietro sorrisi scenici, ansie pre-spettacolo, riscaldamento, ghiaccio su caviglie gonfie, discussioni sui costumi. The Company è a tutti gli effetti una celebrazione rispettosa della danza come lavoro quotidiano, disciplina ferrea, arte che richiede sacrificio costante. 

    Il Fantasma dell'Opera (2004)

    Esiste un musical più grande, gotico e spettacolare de Il Fantasma dell’Opera? Probabilmente no, e Joel Schumacher adatta il musical di Andrew Lloyd Webber – basato sul romanzo di Gaston Leroux – creando un melodramma gotico sontuoso. All'Opéra Garnier di Parigi, la giovane ballerina Christine riceve lezioni notturne da una voce misteriosa, il cui scopo è quello di farla diventare il soprano di tutta la stagione operistica. La voce, infatti, è quella di una creatura misteriosa, un genio alchemico e pericoloso, il più eccelso compositore che l’umanità abbia mai conosciuto ma di cui si tiene alla larga, il Fantasma che vive nei sotterranei dell’Opera.

    Gerard Butler interpreta il Fantasma con intensità romantica e minacciosa, Emmy Rossum è una Christine innocente divisa tra maestro oscuro e fidanzato aristocratico. Il film è una festa visiva tra l'Opéra ricostruita con dettagli sontuosi, i costumi da Oscar e le scenografie barocche; così come grandiose sono le sequenze musicali. Schumacher filma le performance operistiche con movimento fluido, gru spettacolari, montaggio dinamico, portando lo spettatore ad immergersi nell’opulenza grottesca di questo incubo romantico e tossico. Difatti, la pellicola esplora ossessione, genio tormentato, potere seduttivo dell'arte. Pur criticato per alcune scelte registiche, il film fu un successo globale incassando 154 milioni di dollari, dando la piena manifestazione di quanto un’opera teatrale, se rappresentata con passione, possa diventare ben più importante e amata di qualsiasi altro prodotto mainstream.

    Il Cigno nero (2010)

    Darren Aronofsky firma un thriller psicologico che utilizza "Il lago dei cigni" come struttura per esplorare ossessione, dualità e autodistruzione. Ovviamente si parla de Il Cigno nero, pellicola valsa a Natalie Portman l’Oscar come miglior attrice protagonista, un vero e proprio fenomeno culturale più che un film, capace a suo tempo di avvicinare nuovo pubblico al balletto.

    La protagonista è Nina, ballerina perfezionista della New York City Ballet scelta per danzare la doppia parte di Odette/Odile, cioè incarnare sia il cigno bianco fragile che quello nero seduttivo. La sua rigidità, però, la limita nell’arrivare a quella sensualità richiesta alla parte più oscura e conturbante; non l’aiutano la pressione del direttore tirannico (Vincent Cassel), della madre opprimente (Barbara Hershey) e neanche della nuova arrivata (Mila Kunis). A causa di tutto questo, Nina sprofonda in psicosi profonda, che sconfina in un vero e proprio body horror danzante dove Aronofsky filma corpi torturati, unghie che si staccano, piume che emergono dalla pelle, ossa che scricchiolano. La macchina da presa segue Nina ossessivamente, creando claustrofobia e assottigliando sempre di più il confine tra realtà e allucinazione.

    Le sequenze di danza sono coreografate magnificamente da Benjamin Millepied (divenuto poco dopo marito della stessa Portman), filmando la fatica fisica dietro l'eleganza apparente. La performance finale – Nina che finalmente raggiunge la perfezione incarnando il cigno nero – è elettrizzante e tragica, facendo emergere il cuore del film, ovvero il prezzo della perfezione artistica, quella autodistruzione necessaria per raggiungere la trascendenza.