
La maggior parte dei titoli di narrativa italiana non arriva a vendere un migliaio di copie (in una bella intervista, Giulio Mozzi poneva a 800 copie l’obbiettivo delle pubblicazioni della prestigiosa collana da lui curata, Fremen). Questo non dovrebbe destare meraviglia, considerando la sovrapproduzione italiana, e vale ancor più per la piccola e media editoria, a causa del velato ostruzionismo operato dalla grande distribuzione ai danni degli operatori indipendenti.
Capita però che alcune volte, sebbene la cura redazionale e l’impegno in fase di promozione siano stati i medesimi, i numeri siano ancora più esigui di quelli pur modesti ipotizzati. Magari perché il tema non fa presa sulla critica o sui librai o sui lettori, o perché la ricerca stilistica non viene compresa o apprezzata, o perché non si è indovinata la giusta copertina, o anche banalmente perché l’autore è persona schiva che si sottrae alle occasioni di presentazione e di rilancio pubblico (oppure vive all’estero o comunque in una provincia isolata), o perché il libro viene oscurato da altri titoli di maggior successo usciti nello stesso periodo, o più spesso per una combinazione di questi fattori e per chissà quali altri.
Fatto sta che quando giunge il momento di inviare il rendiconto delle vendite all’autore si provano un profondo imbarazzo (perché ad aver fallito è l’editore, non l’autore, sia chiaro) e anche molto dispiacere (chi pubblica con passione sa bene che dietro ogni opera profondamente consapevole c’è un lavoro immenso da parte di chi scrive, in termini di tempo e impegno psicologico e resistenza, che può essere solo parzialmente riscattato da una degna risposta in termini di diffusione e riconoscimenti – e quasi mai sono adeguati, stando alle attuali condizioni del mercato e agli spazi culturali su giornali e altri mezzi di informazione).
Oltre al danno economico diretto (si tratta pur sempre di un investimento che non è andato a buon fine) va considerato anche quello secondario: le molte copie invendute o si mandano al macero (che ha un costo) o continuano a esser tassate come “patrimonio materiale” e a intasare il magazzino.
Questo però non vuole essere solo uno sfogo fine a se stesso, quanto piuttosto un’ammissione di aver mancato l’obiettivo che valga anche come pubbliche scuse, in questo caso in particolare ad Alessandro Garigliano, e un invito, per chiunque voglia leggere qualcosa di diverso e a tratti di estremo o semplicemente sposare una buona causa, ad acquistare A ciascuno il suo terrore attraverso un qualsiasi canale (se ordinandolo nelle librerie fisiche meglio): parla di fobie e disturbo, di terrorismo e inadeguatezza ed è un titolo della collana Sperimentali di TerraRossa Edizioni, che pubblica e continuerà a pubblicare solo 5 titoli all’anno, per cercare di dare a ciascuno l’attenzione che merita, con l’augurio che voi lettori continuiate a manifestare interesse e sostegno per un progetto che va al di là dei numeri, ma che pure di questi deve tener conto.






