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Redazione -
pubblicato il 9 Marzo 2026
Nel percorso dedicato quest’anno al “Tempo” non potevamo che incontrare questo binomio in costante contrapposizione e complementarietà: perdere e prendere tempo. Come spesso accade, l’uno o l’altro verbo dipendono sia da chi guarda sia da chi è guardato, da chi immagina di capire e da chi tenta di vivere.
Mariavittoria
Nel riprendere quanto già detto nell’editoriale, faccio riferimento a due video rispettivamente dei film “A Beautiful Mind” (di Ron Howard, 2001) e “The Imitation Game” (di Morten Tyldum, 2014).
Nel primo, il giovane protagonista John Nash viene richiamato dal professor Helinger perché la ricerca al quale si sta dedicando da tempo non sta portando a nessun risultato. Nella sala a fianco, si sta svolgendo la “consegna delle penne”, un gesto di riconoscimento nell’ambiente accademico nei confronti di chi ha contribuito in maniera considerevole durante il suo lavoro. Helinger gli fa notare che solo con risultati concreti si può ambire a riconoscimenti. Nash, nonostante un iniziale delusione, continua a lavorare al progetto in cui crede che alla fine lo porterà ad uno dei più importanti riconoscimenti scientifici.
Nel secondo video, Alan Turing sta lavorando alla decrittazione dei codici di Enigma, macchina utilizzata dai nazisti per inviare codici segreti, ma in modo isolato rispetto al gruppo che lo accusa di non apportare un grande aiuto rispetto a loro che invece qualche codice sono riusciti a codificarlo. L’idea di Turing è quella di impiegare più tempo per costruire un macchinario in grado di codificare non solo qualche codice e in modo fortuito, ma poter decodificare tutto e in modo immediato.
In entrambi i casi, lo sguardo che viene rivolto ai protagonisti dà un giudizio unanime: stanno perdendo tempo perché non danno nell’immediato un riscontro, una soluzione, una risposta. Dall’altra parte, chi lo riceve continua indefessamente a credere nella propria idea prendendosi così il tempo necessario per raggiungere l’obiettivo prefissato.
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