Il vicino di scrivania muore di mercoledì e Carmine lo scopre di sabato, quando qualcuno gli telefona per dirglielo.
Aveva fermamente deciso che, per la prima volta in vita sua, dopo tanta fatica, lavoro e grandi sacrifici, avrebbe speso almeno una parte di quei soldi per farsi un regalo: ancora non sapeva nello specifico cosa, ma avrebbe scelto qualcosa che sarebbe durato per sempre.
Viveva in un limbo amministrativo: tecnicamente morto, biologicamente vivo, burocraticamente inesistente.
La sala d'attesa della stazione è sempre piena. Le panchine di legno scuro sono occupate da persone che aspettano. Stanno lì in attesa, da anni, alcune anche da decenni. Nessuno è mai riuscito a prendere un treno.
Era uno di quelli che spuntavano sempre nei momenti sbagliati con le notizie sbagliate, come un corvo che annuncia la tempesta. In quel momento, in quella sera, non aspettavamo altro.
La maggior parte delle persone non sa leggere, e se anche legge, non capisce. Guarda le parole e non vede niente. Io invece vedevo tutto, anche quello che non c'era scritto, specialmente quello.
Osvaldo Hutchinson arrivò a Picún Leufú nel marzo del 1984 su una Citroën del '74 carica fino al tetto e un curriculum di quattro pagine battuto a macchina su carta intestata di un club di Rosario che nessuno riuscì mai a rintracciare sull'elenco telefonico.
Vide se stesso per la prima volta un martedì pomeriggio, mentre faceva la fila alla cassa del supermercato. L'altro Daniel era lì, a tre corsie di distanza.