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        <title>Focus.it - </title>
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        <copyright>Mondadori</copyright>
        <pubDate>Sun, 05 Jul 2026 04:00:00 +0200</pubDate>
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            <title>Scoperta un&#039;antica &quot;necropoli&quot; di balene</title>
            <pubDate>Sat, 04 Jul 2026 13:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Nell’Oceano Indiano abbiamo scoperto un vero e proprio cimitero di balene, “attivo” da cinque milioni di anni.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[I fondali oceanici sono tra gli ambienti pi&ugrave; poveri di cibo del pianeta: ecco perch&eacute; i cadaveri delle balene sono fondamentali per la sopravvivenza di chi ci abita. Quando il corpo di un cetaceo affonda fino a grandi profondit&agrave;, ci sono ottime probabilit&agrave; che si trasformi in un'oasi di vita: ecosistemi noti come whale falls, letteralmente "cadute di balena", che attirano una grande variet&agrave; di organismi che si nutrono dei tessuti e delle sostanze nutritive rilasciate dalla carcassa.
Ora uno studio pubblicato su Nature ha identificato nell'Oceano Indiano sud-orientale quella che i ricercatori definiscono una "necropoli delle balene", il pi&ugrave; vasto e profondo insieme di carcasse e fossili di cetacei mai documentato.. Un cimitero di balene&hellip;
La scoperta &egrave; stata effettuata nella zona di Diamantina, una regione profonda dell'Oceano Indiano, grazie a una serie di immersioni condotte con il sommergibile con equipaggio Fendouzhe. Nel corso dell'esplorazione i ricercatori hanno individuato cinque carcasse di balena ancora attive e ben 476 siti fossili, distribuiti tra 4.600 e oltre 7.000 metri di profondit&agrave;.. La quantit&agrave; di resti rinvenuti &egrave; tale da suggerire che l'area possa contenere milioni di carcasse accumulate nel corso di milioni di anni. Secondo le stime degli autori, questi depositi rappresentano anche un enorme serbatoio naturale di carbonio: il materiale organico intrappolato nelle carcasse equivale a migliaia di anni di accumulo della cosiddetta neve marina, il lento flusso di particelle organiche che cade dagli strati superficiali dell'oceano verso gli abissi.. &hellip; che &egrave; anche un rifugio
Tra le scoperte pi&ugrave; sorprendenti c'&egrave; la caduta di balena attiva (fenomeno naturale che si verifica quando la carcassa di un cetaceo affonda negli abissi oceanici, depositandosi sul fondale) pi&ugrave; profonda mai osservata, situata a 6.789 metri: il primato precedente si attestava intorno ai 4 km.
Le ossa erano ricoperte da tappeti microbici e ospitavano una comunit&agrave; di animali specializzati, tra cui ofiure, molluschi che vivono in simbiosi con batteri e i celebri vermi del genere Osedax, capaci di scavare e consumare direttamente le ossa.. Gli scienziati hanno inoltre trovato specie che sembrano adattate a vivere quasi esclusivamente su questi resti, e hanno identificato fossili risalenti ad almeno 5,3 milioni di anni fa, compresi quelli di una specie di cetaceo finora sconosciuta alla scienza.
Secondo i ricercatori, la necropoli potrebbe aver funzionato per milioni di anni come una sorta di "autostrada biologica" tra diversi ecosistemi degli abissi, permettendo a organismi specializzati di spostarsi da una carcassa all'altra e contribuendo cos&igrave; alla diffusione della vita nelle regioni pi&ugrave; profonde e remote dell'oceano..]]></content:encoded>
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            <title>La mosca parassita che &quot;spegne&quot; gli occhi</title>
            <pubDate>Sat, 04 Jul 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Abbiamo scoperto delle mosche, parassite dei cervi, che quando trovano un ospite smettono di vederci bene.</description>
            <link>https://www.focus.it/ambiente/animali/mosca-parassita-rinuncia-a-vederci-bene</link>
            <content:encoded><![CDATA["Ked" &egrave; il nome inglese di una famiglia di mosche parassite, Hippoboscidae, alla quale appartiene tra l'altro la ben nota mosca cavallina. Questi insetti hanno una dieta molto varia: sono parassiti che colpiscono decine di specie diverse in tutto il mondo, dalle mucche ai piccioni, dalle pecore alle colombe fino ai cervi.
Tra queste, Lipoptena andaluciensis, una specie scoperta nel 2023 in Spagna, &egrave; la protagonista di uno studio pubblicato sul Journal of Experimental Biology. Il motivo? Abbiamo scoperto che ci vede bene&hellip; almeno fino a che non trova un ospite: a quel punto rinuncia alla vista per concentrare le energie altrove.. A caccia di mosche
Le mosche della famiglia Hippoboscidae, comprende circa 200 specie, tutte parassite obbligate (ovvero organismi che non possono sopravvivere o riprodursi senza un ospite) e diffuse in tutto il mondo, hanno un'ampia gamma di strategie diverse per trovare il loro ospite.
La famosa mosca tze-tze, per esempio, ha un'ottima vista, e la usa per individuare le prede. Altre, come le mosche parassite dei pipistrelli, vivono la loro intera vita su un singolo ospite, e ci vedono male perch&eacute; non hanno bisogno della vista per sopravvivere. Lipoptena andaluciensis &egrave; un caso particolare all'interno della famiglia, perch&eacute; alterna le due strategie nel corso del suo ciclo vitale.. L'ha scoperto un team della Aberystwyth University, in Galles, che ha analizzato alcuni esemplari raccolti in Toscana (dove queste mosche sono state segnalate per la prima volta qualche anno fa). Tra questi c'erano mosche adulte alate, catturate mentre erano ancora in cerca dell'ospite, e mosche adulte senza ali, che sono state raccolte direttamente dai cervi che avevano parassitato.
L'analisi ha dimostrato che la perdita delle ali non &egrave; l'unico cambiamento radicale a cui vanno incontro questi parassiti quando trovano finalmente una fonte di cibo.. Conosci il tuo nemico
Il team si &egrave; concentrato sugli occhi delle mosche, e in particolare sulle proteine chiamate opsine, che sono i fotorecettori responsabili della visione diurna. Quello che hanno scoperto &egrave; che le Lipoptena adulte ma ancora "volanti" hanno un sistema visivo molto simile a quello delle mosche tze-tze, in termini di attivit&agrave; delle opsine. Quando per&ograve; trovano un ospite, questa attivit&agrave; si riduce del 50%: le mosche non diventano cieche, ma perdono comunque met&agrave; della loro acuit&agrave; visiva.. Il motivo? Vederci bene &egrave; importante per trovare una vittima, ma &egrave; anche energeticamente dispendioso: una volta che le mosche trovano la loro mensa, dirigono altrove le proprie forze &ndash; probabilmente verso funzioni fisiologiche come la digestione e la riproduzione, che rimangono essenziali anche una volta risolta la questione del cibo.
La scoperta non &egrave; solo una curiosit&agrave;: le mosche della famiglia Hippobosciade sono parassite anche del bestiame, e conoscere le loro strategie pu&ograve; aiutare a tenerle sotto controllo..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[La SLA si può rallentare?]]></media:description>
                <media:credit role="author" scheme="urn:ebu"><![CDATA[]]></media:credit>
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            <title>La SLA si può rallentare?</title>
            <pubDate>Sat, 04 Jul 2026 08:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Una sostanza che blocca una parte cruciale di una proteina potrebbe proteggere i motoneuroni dai danni della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica).</description>
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            <content:encoded><![CDATA[Un farmaco sperimentale che blocca una piccola parte di una proteina implicata nella SLA (la Sclerosi Laterale Amiotrofica) promette di proteggere le cellule nervose dai danni di questa malattia neurodegenerativa, e ha dato risultati incoraggianti negli studi preclinici. La scoperta, pubblicata su Nature Aging, potrebbe fornire elementi utili a rallentare il decorso della SLA, una patologia progressiva contro la quale ancora non esiste una cura.. Che cos'è la SLA e quali sono i suoi sintomi. La SLA &egrave; una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, cellule nervose della corteccia cerebrale o del midollo spinale incaricate del controllo dei movimenti. La SLA comporta una sofferenza via via pi&ugrave; grave di questo tipo di cellula e ha come conseguenza una progressiva paralisi.
Inizialmente si pu&ograve; manifestare come debolezza degli arti, con impaccio nei movimenti fini, tendenza a inciampare o far cadere oggetti, crampi muscolari dolorosi o rigidit&agrave; nei movimenti. Con l'avanzare della malattia si perde l'autonomia nei compiti quotidiani, possono insorgere difficolt&agrave; nella parola nella deglutizione, fino a problemi respiratori.. Ad oggi non esiste una cura per la SLA, che colpisce in Europa circa 2 persone ogni 100.000 all'anno, e che per il 90-95% dei casi non ha una componente ereditaria. Le terapie approvate disponibili forniscono un supporto modesto per i pazienti.. Una proteina chiave. Tutti i casi, per&ograve;, hanno qualcosa in comune: l'aggregazione anomala, all'interno delle cellule nervose, di una proteina chiamata TDP-43, che mostra anomalie nella maggior parte dei pazienti colpiti da SLA. Questa proteina risiede di norma nelle cellule nervose ed &egrave; essenziale per il loro funzionamento. Tuttavia, in condizioni di stress cellulare, tende ad aggregarsi in una forma tossica all'esterno delle cellule nervose, e proprio il suo accumulo &egrave; associato alla morte dei motoneuroni.. Un gruppo di ricercatori dell'Universit&agrave; dell'Arizona si &egrave; chiesto se vi fosse una parte specifica di questa proteina all'origine del danno cellulare, cos&igrave; da prendere di mira questa soltanto, senza disturbare il resto e senza rinunciare alla sua di norma importante funzione. Una regione specifica della TDP-43, uguale nell'uomo e nei topi, &egrave; stata riconosciuta come potenzialmente responsabile, perch&eacute; l&igrave; si concentrano molte delle mutazioni associate alla SLA.. Obiettivo centrato. Rimuovere questa regione nella proteina in topi con la SLA ha diminuito la morte cellulare causata dalle sue aggregazioni, lasciando per&ograve; intatte le altre funzioni. A questo punto, gli scienziati hanno usato un farmaco sperimentale, chiamato XL20, capace di agganciarsi alla regione "bersaglio" nella proteina TDP-43, e allo stesso tempo di attraversare la barriera ematoencefalica, un sistema di protezione che blocca l'ingresso, nel cervello, sia alle tossine sia alla maggior parte dei farmaci che si trovano nel sangue.
Nei topi, il farmaco ha protetto le cellule nervose e ridotto la debolezza muscolare, oltre ad estendere la sopravvivenza mediana di animali con l'equivalente della SLA di circa una settimana (un tempo considerevole, per gli standard di questi animali). Testato su motoneuroni umani in laboratorio, il composto ha bloccato alcuni degli stessi danni. Secondo gli autori dello studio, &egrave; pertanto un buon candidato per futuri studi clinici, e un trattamento precoce potrebbe offrire maggiori opportunit&agrave; di rallentare il decorso della malattia, che in genere &egrave; - all'esordio - molto difficile da diagnosticare.. Inoltre, poich&eacute; la proteina TDP-43 &egrave; implicata anche in altre malattie neurodegenerative, come una comune forma di demenza chiamata LATE (Limbic predominant Age-related Tdp-43 Encefalopathy) a pi&ugrave; lenta progressione dell'Alzheimer, che colpisce una persona su tre dopo gli 80 anni, la scoperta potrebbe avere ripercussioni anche su altri filoni di ricerca..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[4 luglio 1776: l'Indipendenza americana]]></media:description>
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            <guid isPermaLink="true">https://www.focus.it/cultura/storia/4-luglio-liberta-guerra-conquista</guid>
            <title>4 luglio 1776: l&#039;Indipendenza americana</title>
            <pubDate>Sat, 04 Jul 2026 04:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Il 4 luglio 1776, esattamente 250 anni fa, le 13 colonie inglesi d&#039;America dichiararono la propria indipendenza dalla madrepatria. Dai padri fondatori al &quot;destino manifesto&quot;: la storia di una nazione convinta di avere una missione divina.</description>
            <link>https://www.focus.it/cultura/storia/4-luglio-liberta-guerra-conquista</link>
            <content:encoded><![CDATA[Nella vita l'importante &egrave; essere convinti e gli americani lo sono sempre stati. Convinti, come disse circa un secolo fa il presidente Woodrow Wilson, di essere "la nazione pi&ugrave; giusta, pi&ugrave; progressista, pi&ugrave; onorabile e pi&ugrave; illuminata del mondo". Convinti di essere portatori sani di buone ideologie. Convinti di dover esportare nel mondo la democrazia. Con questo e altri simili presupposti, da almeno cento anni gli Usa dominano la scena mondiale. Perch&eacute; &egrave; questo che, fin dalle loro origini, sono stati: un impero. Liberi e autodeterminati. I primi a definirsi cos&igrave; furono, nel 1787, i padri fondatori degli Stati Uniti, seguiti, un quarto di secolo dopo, da un'altra voce illustre: Thomas Jefferson.. Secondo l'allora terzo ex presidente degli Stati Uniti, quello che gli americani stavano creando, espandendosi nell'America del Nord, era un "impero della libert&agrave;". Ma tutto era cominciato quasi due secoli prima, all'inizio del Seicento, quando speculatori londinesi, cattolici, puritani e quaccheri cominciarono a giungere in America Settentrionale dall'Inghilterra. Donne con le cuffie inamidate, uomini con abiti scuri, tutti estremamente determinati, poco alla volta fondarono le tredici colonie che, alla fine del Seicento, appartenevano alla Gran Bretagna e, nel 1783, sette anni dopo la dichiarazione d'indipendenza, si liberarono definitivamente dai lacci della madrepatria.. Anatomia di un mito
Ce la fecero in nome dell'"autodeterminazione dei popoli" e della "libert&agrave; delle nazioni", cos&igrave; dice la parabola del buon americano. Ma se invece le ragioni di quel conflitto con l'Inghilterra fossero state molto pi&ugrave; prosaiche? Economiche, per esempio. &laquo;Esiste un'altra interpretazione, secondo cui proprio la guerra d'indipendenza sarebbe stata la prima expressione di una volont&agrave; imperiale degli Stati Uniti&raquo; spiega Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti d'America all'Universit&agrave; di Padova.. Alla conquista del West
Secondo questa teoria, i coloni si sarebbero voluti staccare dalla Gran Bretagna perch&eacute;, contravvenendo agli ordini del re Giorgio III, volevano insediarsi nelle terre a Nord-Ovest. La regione compresa tra le catene montuose degli Allegheny-Appalachi e il fiume Mississippi era infatti abitata dai combattivi nativi americani, e gli inglesi, che avevano appena concluso la Guerra dei Sette Anni con la Francia, non volevano impelagarsi anche con loro.
&laquo;La guerra del 1775-1783 non sarebbe stata dunque una guerra d'indipendenza, ma una guerra per la conquista di un pezzo di America Settentrionale&raquo; dice Luconi. &laquo;Come un peccato originale, questa volont&agrave; espansionistica avrebbe caratterizzato tutta la politica estera statunitense&raquo;.. Quando, a spese dei nativi, conclusero felicemente la loro marcia verso ovest, gli statunitensi si trovarono senza pi&ugrave; una frontiera da oltrepassare. "Che fare adesso?" si chiesero perplessi. La cosa pi&ugrave; ovvia fu spostare la frontiera pi&ugrave; in l&agrave;. In questa corsa infinita verso l'orizzonte, un passetto alla volta gli americani hanno raggiunto lo spazio planetario, guidati dallo stesso spirito risoluto del capitano Achab, il cacciatore di Moby Dick, la balena bianca del romanzo di Herman Melville.. L'espansione continua
Nell'Ottocento, questa "caccia" era agli inizi: gli statunitensi cominciarono dalla Louisiana (1803), continuarono con la Florida (1819), Texas (1845) e Oregon (1846) poi si spinsero in Messico (1846-1848) e a Cuba, teatro della guerra ispano-americana del 1898.
Rispetto all'inizio, per&ograve;, qualcosa era ormai mutato: all'alba dell'Ottocento, Thomas Jefferson considerava l'espansione continentale uno strumento indispensabile per la sopravvivenza degli Usa, l'unica che avrebbe potuto spazzare via dall'America Settentrionale le potenze europee che ne minacciavano l'indipendenza e i confini. Invece, il colonialismo di fine '800, il successivo impero costruito sui protettorati all'inizio del Novecento e le ingerenze internazionali furono motivate, oltre che da interessi economici, da un'idea fissa degli americani: quella di essere "la nazione indispensabile", come afferm&ograve;, alla fine degli Anni '90 del secolo scorso, il segretario di Stato di Bill Clinton, Madeleine Albright.. La parola del buon americano
Questo senso di missione divina, toccata agli Usa per difendere il benessere politico, economico e sociale dell'umanit&agrave;, gli americani di ogni confessione lo hanno ereditato dalla loro religione delle origini: il puritanesimo. &laquo;Prima di sbarcare sulla costa del Massachusetts nel 1630, il leader puritano John Winthrop incit&ograve; i propri correligionari a edificare nel Nuovo Mondo "una citt&agrave; sulla collina", cio&egrave; a trasformare l'insediamento che si apprestavano a fondare in un esempio cui il resto dell'umanit&agrave; avrebbe dovuto ispirarsi per la propria rigenerazione spirituale&raquo; conferma Luconi. &laquo;Dio &egrave; diventato l'autorit&agrave; a cui gli Stati Uniti si sono richiamati per legittimare il loro espansionismo&raquo;.. In missione per conto di Dio
Gli americani giustificarono la guerra con cui sottrassero al Messico le sue regioni settentrionali (gli attuali Stati della California, Utah, New Mexico e Arizona) con la teoria del "destino manifesto", secondo cui la Provvidenza aveva assegnato loro il controllo dell'America del Nord per diffondervi la democrazia e le proprie istituzioni. &laquo;Anche lo sterminio delle popolazioni native, che all'inizio del Settecento i puritani consideravano creature demoniache, oltre a essere dettato da ragioni di sicurezza si ispirava all'invito biblico ad andare, moltiplicarsi e occupare la terra. Un principio che poteva legittimare il genocidio di popolazioni pagane&raquo;, sottolinea Luconi.. Un razzismo strisciante (peraltro comune, e&nbsp;non solo in Occidente) che si manifest&ograve; nei confronti di tutti quei popoli etichettati come "non-bianchi" e, in quanto tali, ritenuti inferiori e bisognosi di essere civilizzati.. Parole e fatti
Rientrano in questo filone le parole con cui Woodrow Wilson, nel 1917, fece il suo ultimo tentativo per trovare una soluzione diplomatica alla fine della Prima guerra mondiale: una pace senza vittoria, con l'impegno degli Usa al mantenimento del nuovo ordine mondiale secondo i principi americani, cio&egrave; i principi "degli uomini e delle donne che sanno guardare avanti, di ogni nazione moderna, di ogni comunit&agrave; illuminata".
Parole inutili, dal momento che, poco dopo, i discendenti di quei primi coloni inglesi entrarono in guerra per fronteggiare le mire espansionistiche della Germania.. La vittoria in questo conflitto diede all'ego americano, secondo Luconi, un'ulteriore quanto superflua dose di vitamine. &laquo;Non fu soltanto un successo militare che ne consacr&ograve; il ruolo di grande potenza, ma segn&ograve; anche la trasformazione degli Stati Uniti da Paese debitore a Paese creditore del resto del mondo e, in particolare, del Regno Unito e della Francia. Gli anni della guerra e del primo dopoguerra consentirono al grande capitale finanziario statunitense di partire alla conquista dell'Europa Occidentale&raquo; sottolinea Luconi.. Contro l'impero del male
Persino il secondo conflitto mondiale si rivel&ograve;, al di l&agrave; delle ragioni dell'entrata in guerra, una manna dal cielo per gli Usa, che ne uscirono con un'economia illesa, un'accresciuta influenza politica e una rispettata forza militare: gli Stati Uniti erano ormai la potenza che tutti conosciamo. Una specie di prezzemolo in ogni minestra di popoli e nazioni in lotta fra loro e, spesso, anche contro l'America stessa: come l'Urss, l'"impero del male" durante la Guerra fredda o quel terrorismo che ha ferito l'anima degli americani l'11 settembre 2001. . Eppure bisogna ammettere che l'imperialismo moderno degli Stati Uniti non si basa solo sulla potenza militare: gli americani, che gi&agrave; nel 1914 impressionarono il mondo con il completamento del canale artificiale di Panama tra oceano Atlantico e Pacifico, soprattutto dalla met&agrave; del Novecento si sono dimostrati padroni del progresso scientifico. &laquo;Non &egrave; un caso che la Guerra fredda contro l'Urss sia stata combattuta anche come corsa alla conquista dello spazio, soprattutto dopo che il lancio dello Sputnik nel 1957 sembr&ograve; attestare un primato sovietico in questo settore&raquo;, osserva Luconi.. Per quanto ancora?
Ma questa egemonia, che si &egrave; nutrita, tra le altre cose, anche del "frutto proibito" di Steve Jobs, cio&egrave; della diffusione della societ&agrave; dei consumi, comincia a perdere peso. La presenza costante, da primi della classe, degli Stati Uniti, non fa che ingigantire un serpeggiante sentimento antiamericano, e&nbsp;mentre la crisi finanziaria miete le sue vittime, un "ma" comincia a insinuarsi (almeno in una parte degli americani) negli ideali dei vecchi missionari puritani: tutto sommato, il ruolo di imperialisti ormai conviene poco.
Non sarebbe meglio smetterla di inseguire ciecamente, per orgoglio e vendetta, quella frontiera, quella balena bianca che ha trascinato con s&eacute; nel gorgo il capitano Achab?.]]></content:encoded>
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            <title>Encelado: a caccia di vita sulla luna di Saturno</title>
            <pubDate>Fri, 03 Jul 2026 13:00:00 +0200</pubDate>
            <description>L&#039;obiettivo della missione Voyage 2050 &amp;egrave; inviare un orbiter e un lander su Encelado per analizzarne l&#039;oceano nascosto e i suoi geyser, sfidando temperature estreme e piogge di neve criovulcanica, alla ricerca di biofirme.</description>
            <link>https://www.focus.it/scienza/spazio/esa-punta-su-encelado-il-piano-per-sbarcare-sulla-luna-di-saturno-a-caccia-di-vita-extraterrestre</link>
            <content:encoded><![CDATA[Encelado, la piccola luna di Saturno con un diametro pari a poco pi&ugrave; del 10% di quello della Luna terrestre, &egrave; ormai uno degli obiettivi principali dell'astrobiologia nel sistema solare. Sotto la sua crosta ghiacciata si nasconde infatti, un vasto oceano di acqua liquida, la cui esistenza &egrave; confermata dai geyser che al polo sud spruzzano nello spazio frammenti di quell'oceano sotterraneo. Una combinazione che offre agli scienziati un'occasione unica per indagare se Encelado possieda gli ingredienti chimici della vita &mdash; o, pi&ugrave; ambiziosamente, prove dirette della sua presenza.
Un gruppo di ricercatori dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha ora delineato nel dettaglio la strumentazione che potrebbe equipaggiare una futura missione di punta diretta verso questa luna. Lo studio &egrave; stato presentato al Joint Meeting EPSC-DPS (Europlanet Science Congress-Division for Planetary Sciences) 2025, tenutosi a settembre a Helsinki, e porta la firma di ricercatori che avevano gi&agrave; contribuito alla sonda Cassini-Huygens della NASA, attiva su Encelado dal 2004 al 2017.. La missione L4 di Voyage 2050
La missione L4 &egrave; all'interno del programma scientifico di lungo periodo dell'ESA, Voyage 2050 &mdash; le missioni L1, L2 e L3 sono rispettivamente JUICE, LISA e NewAthena. Il lancio &egrave; ipotizzato in via preliminare per il 2042, con arrivo nel sistema di Saturno nei primi anni 2050, quando il pianeta e le sue lune riceveranno un'illuminazione solare costante, condizione favorevole per le operazioni della sonda.. Prima di raggiungere Encelado, l'orbiter dedicher&agrave; del tempo alla ricognizione delle lune vicine, con osservazioni su Titano &mdash; l'unico corpo del sistema solare, oltre alla Terra, dotato di liquido stabile sulla superficie &mdash; e su Mimas, sospettata di nascondere un oceano di formazione relativamente recente.
Il percorso che ha portato a questa scelta risale al 2021, quando Voyage 2050 lanci&ograve; un invito a proporre missioni dedicate alle "lune dei giganti gassosi"; nel 2024 un comitato di esperti nominato dall'ESA ha poi indicato Encelado come la destinazione pi&ugrave; promettente, davanti a Titano ed Europa, proprio in virt&ugrave; del suo straordinario interesse astrobiologico e del fatto che nessun'altra missione spaziale si &egrave; finora impegnata a visitarlo.. Gli strumenti per il lander
Nonostante l'arrivo sia previsto solo tra oltre vent'anni, i ricercatori hanno gi&agrave; stilato un elenco dettagliato di strumenti scientifici per entrambi i moduli della missione, pensati per individuare i possibili ingredienti della vita e valutare l'abitabilit&agrave; della piccola luna.. Per il lander sono previsti: uno spettrometro di massa, una microcamera, strumenti meteorologici e geofisici, un sistema di rilevamento di biomarcatori da laboratorio, telecamere per la fase di discesa e un sistema di campionamento. Secondo lo studio, il lander &egrave; progettato per operare sulla superficie di Encelado per almeno due settimane, alimentato interamente a batterie, con l'energia razionata con grande attenzione. Una delle sfide pi&ugrave; insidiose sar&agrave; la "neve" prodotta dai pennacchi criovulcanici attivi, particelle ghiacciate che potrebbero depositarsi di continuo sul sito di atterraggio e sugli strumenti, portando con s&eacute; sali, composti organici e potenziali biofirme &mdash; un'opportunit&agrave; scientifica, ma anche un rischio di contaminazione da gestire con cura.. Gli strumenti per l'orbiter
Per l'orbiter il carico utile comprende diversi tipi di telecamere per le riprese nel visibile e in altre lunghezze d'onda, un magnetometro, un radar in grado di penetrare il ghiaccio, analizzatori di polveri e gas e un esperimento scientifico basato su gravit&agrave; e onde radio. Non &egrave; ancora stato deciso se l'orbiter effettuer&agrave; anche un campionamento diretto dei pennacchi durante il suo tour del sistema, prima ancora del rilascio del lander: un'opzione che darebbe ai ricercatori pi&ugrave; tempo per analizzare i dati raccolti in anticipo. Gli autori dello studio sottolineano inoltre la necessit&agrave; di coinvolgere l'intera comunit&agrave; tecnica e tecnologica europea per avviare fin da subito lo sviluppo dei carichi utili, aumentando cos&igrave; le probabilit&agrave; di selezione finale.. Tra le priorit&agrave; indicate figurano la miniaturizzazione della strumentazione, per ottimizzare le risorse disponibili a bordo e lo studio dei processi che permettono di prevenire sia la contaminazione indotta dal veicolo spaziale sia i falsi positivi nella ricerca di biofirme &mdash; un aspetto definito cruciale per garantire l'affidabilit&agrave; di eventuali scoperte.
I gruppi di ricerca delle universit&agrave; e degli istituti europei sono invitati a esplorare le opportunit&agrave; di finanziamento in coordinamento con le rispettive agenzie spaziali nazionali e i programmi tecnologici dell'ESA. Dal marzo 2025 il gruppo di studio dell'ESA lavora inoltre a stretto contatto con un neonato Payload Working Group e con il Comitato di Esperti per affinare i requisiti scientifici e individuare le tecnologie chiave necessarie a raggiungere gli obiettivi della missione &mdash; un percorso che, secondo l'agenzia, far&agrave; avanzare le competenze europee in campi come l'assemblaggio in orbita, il funzionamento in ambienti estremi, le tecnologie di atterraggio e la strumentazione scientifica di nuova generazione.. Un'eredit&agrave; che parte da Cassini
L'ESA vanta gi&agrave; un ruolo di primo piano nell'esplorazione di Encelado: tra i protagonisti della missione Cassini-Huygens figurano i ricercatori tedeschi che guidarono il Cosmic Dust Analyzer, lo strumento che rilev&ograve; la presenza di sali di sodio e potassio, fornendo la prova pi&ugrave; solida dell'esistenza dell'oceano sotterraneo. La missione L4, tuttavia, segnerebbe una novit&agrave; assoluta: sarebbe la prima missione su Encelado interamente concepita, finanziata e guidata dall'ESA, senza il ruolo di partner che l'agenzia ha avuto con la NASA in passato.. Duecento anni di attesa
Scoperto nel 1789, Encelado &egrave; rimasto un enigma per quasi due secoli, fino ai brevi sorvoli delle sonde Voyager 1 e Voyager 2, rispettivamente nel 1980 e nel 1981. La svolta arriv&ograve; solo con Cassini, che inizi&ograve; a studiare da vicino la piccola luna nel 2005: un primo sorvolo, nel febbraio di quell'anno, rivel&ograve; l'interazione tra il campo magnetico di Saturno ed Encelado; il mese successivo un secondo passaggio scopr&igrave; particelle di ghiaccio in orbita attorno alla luna.
Il momento decisivo arriv&ograve; con un rischioso sorvolo a bassa quota, a soli 175 chilometri dalla superficie, che permise di scoprire le ormai celebri "strisce di tigre" al polo sud &mdash; le fratture da cui sgorgano nello spazio i getti dell'oceano nascosto sotto il ghiaccio, e che oggi rendono Encelado uno dei bersagli pi&ugrave; ambiti della ricerca sulla vita extraterrestre..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Cina: l'elettrico avrebbe salvato 262.000 vite]]></media:description>
                <media:credit role="author" scheme="urn:ebu"><![CDATA[]]></media:credit>
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            <title>Cina: l&#039;elettrico avrebbe salvato 262.000 vite</title>
            <pubDate>Fri, 03 Jul 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Meno smog, meno morti: la transizione all&#039;elettrico in Cina ha già prodotto risultati concreti. Ma alcuni inquinanti restano un problema aperto.</description>
            <link>https://www.focus.it/scienza/salute/in-cina-calano-le-morti-per-inquinamento-e-merito-dell-elettrico</link>
            <content:encoded><![CDATA[Sono passati ormai dieci anni da quando i veicoli elettrici hanno iniziato a essere una valida alternativa a quelli alimentati da combustibili fossili. &Egrave; arrivato il momento di iniziare a tirare le prime somme delle conseguenze (positive) che il passaggio all'elettrico ha avuto sull'inquinamento: uno studio pubblicato su Nature Health l'ha fatto, analizzando 150 citt&agrave; cinesi e scoprendo non solo che sono crollati i livelli di due importanti inquinanti, ma anche che sono morte molte meno persone.. Aria pi&ugrave; pulita
Nel 2025 in Cina, il primo Paese al mondo per produzione e vendita di EV (electric vehicles, veicoli elettrici), le vendite di automobili elettriche sono state pi&ugrave; della met&agrave; del totale. Analizzando l'inquinamento dell'aria di 150 citt&agrave;, lo studio ha rilevato un calo di oltre il 30% dei livelli di monossido di carbonio e di quasi il 24% dei livelli di PM2,5 (polveri sottili con dimensioni minori o uguali a 2,5 micron) rispetto a uno scenario alternativo di soli veicoli a combustione. I ricercatori stimano che l'aria pi&ugrave; pulita abbia risparmiato 262.000 morti premature legate all'inquinamento dell'aria.. Il problema del biossido di azoto
Lo studio cinese ha tuttavia rilevato una riduzione del biossido di azoto (NO2) di appena il 7,92% rispetto allo scenario senza EV.. Il motivo, spiega Enrico Ferrero, fisico dell'atmosfera interpellato da Nature, &egrave; che il biossido di azoto &egrave; chimicamente pi&ugrave; complesso: non viene emesso direttamente dai tubi di scarico, ma si forma quando il monossido di azoto rilasciato dai motori reagisce con l'ozono gi&agrave; presente nell'atmosfera. Eliminare i veicoli a combustione, quindi, non basta da solo a risolvere il problema.. Il ruolo delle emissioni non di scarico
Lo studio ipotizza inoltre che la riduzione del monossido di carbonio sia risultata maggiore rispetto a quella degli ossidi di azoto o di altri inquinanti probabilmente per il tipo di veicolo elettrico pi&ugrave; diffuso in Cina, le auto compatte.. Queste (nella versione a combustione, ovviamente) emettono infatti pi&ugrave; monossido di carbonio rispetto a mezzi pesanti come camion o autobus, i quali producono invece maggiori quantit&agrave; di ossidi di azoto e particolato. Se lo studio avesse considerato una quota maggiore di mezzi pesanti elettrici, insomma, probabilmente avremmo visto cali pi&ugrave; significativi proprio su quegli inquinanti che oggi restano i pi&ugrave; difficili da abbattere.. Un ultimo aspetto di cui tenere conto &egrave; che i veicoli pi&ugrave; grandi e pesanti (camion, SUV o autobus), elettrici o meno, generano quantit&agrave; significative di emissioni non di scarico &mdash; le particelle che si liberano dall'usura di freni, pneumatici e asfalto, e che sfuggono completamente alla logica della transizione elettrica.. Specie nelle regioni meno sviluppate del Paese, accelerare l'elettrificazione dei mezzi pesanti e del trasporto commerciale &egrave; dunque un passo fondamentale per ridurre ulteriormente le emissioni inquinanti derivanti dal trasporto su strada..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[ABF Globalab, un luogo d’incontro dove i giovani trovano la propria voce]]></media:description>
                <media:credit role="author" scheme="urn:ebu"><![CDATA[]]></media:credit>
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            <title>ABF Globalab, un luogo d’incontro dove i giovani trovano la propria voce</title>
            <pubDate>Fri, 03 Jul 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Dalla musica al protagonismo sociale: il programma di empowerment della Andrea Bocelli Foundation che aiuta i ragazzi a costruire competenze, relazioni e futuro</description>
            <link>https://www.focus.it/native/abf-globalab-un-luogo-d-incontro-dove-i-giovani-trovano-la-propria-voce</link>
            <content:encoded><![CDATA[Oggi educare non significa soltanto trasmettere conoscenze, ma offrire strumenti per orientarsi in una societ&agrave; complessa, sviluppare capacit&agrave; relazionali e valorizzare il proprio talento. &Egrave; da questa visione che nasce ABF Globalab, il programma della Andrea Bocelli Foundation rivolto ai giovani tra i 16 e i 35 anni, che attraverso attivit&agrave; formative, culturali e laboratoriali promuove crescita personale, orientamento e cittadinanza attiva.
Con sede negli spazi di San Firenze, nel cuore di Firenze, ABF Globalab &egrave; un luogo di incontro e sperimentazione dove ragazze e ragazzi possono confrontarsi con professionisti, artisti ed esperti, partecipando a percorsi che uniscono apprendimento ed esperienza diretta. L'obiettivo &egrave; favorire lo sviluppo di competenze trasversali, consapevolezza e capacit&agrave; di costruire il proprio progetto di vita.. Un laboratorio per il futuro
Nato nel 2021, il programma accompagna i partecipanti in attivit&agrave; dedicate allo sviluppo delle cosiddette soft skills: comunicazione, lavoro di squadra, leadership, creativit&agrave; e problem solving. L'approccio educativo della Fondazione punta infatti a rendere i giovani protagonisti del proprio percorso.
Un ruolo centrale &egrave; svolto dal Comitato di San Firenze, che contribuisce alla progettazione delle iniziative culturali e formative. In questo modo gli spazi della Fondazione diventano una comunit&agrave; di apprendimento in cui i ragazzi non sono semplici destinatari delle attivit&agrave;, ma partecipano attivamente alla loro realizzazione.. Il freestyle come strumento educativo
Tra le iniziative pi&ugrave; recenti si &egrave; distinto il workshop "Le arti di improvvisare in rima", dedicato al freestyle rap e conclusosi il 22 maggio con l'evento aperto alla citt&agrave; "Free Solo &ndash; Parole dal basso".
Durante il laboratorio i partecipanti si sono cimentati in esercizi di scrittura, ascolto e improvvisazione, scoprendo il freestyle come linguaggio contemporaneo e come palestra per sviluppare rapidit&agrave; di pensiero, capacit&agrave; comunicativa, creativit&agrave; e fiducia nelle proprie capacit&agrave;.
La serata finale ha visto esibirsi i giovani che avevano preso parte al percorso, affiancati dal cantautore e rapper Davide Shorty. Ma il significato dell'evento va oltre la performance artistica. Per molti dei partecipanti &egrave; stato il momento in cui mettere alla prova pubblicamente competenze e consapevolezze maturate nel tempo.
Come ha spiegato Marta Tempesti, Program Manager di ABF Globalab, il freestyle pu&ograve; essere paragonato al free solo nell'arrampicata: un esercizio che richiede coraggio, ascolto e capacit&agrave; di gestire l'imprevisto. Non solo musica, quindi, ma un'esperienza che aiuta a costruire identit&agrave; e autonomia.. La forza del protagonismo giovanile
Secondo la filosofia di ABF Globalab, il successo di un percorso educativo non si misura nella riuscita di un singolo evento, ma nella trasformazione che quell'evento rende possibile. Vedere sul palco giovani che alcuni anni prima si erano avvicinati alla Fondazione con una semplice passione significa osservare concretamente la crescita della loro capacit&agrave; di esprimersi e assumersi responsabilit&agrave;.
&Egrave; il concetto di agency, ovvero la possibilit&agrave; di riconoscere il proprio valore e agire in modo consapevole nella realt&agrave; che ci circonda. Una competenza sempre pi&ugrave; importante in un mondo in continua evoluzione.
Nei prossimi mesi il programma proseguir&agrave; con nuove iniziative, tra cui una rassegna di presentazioni di libri negli spazi di San Firenze. Un ulteriore passo nel percorso di una realt&agrave; che punta a fare dei giovani non semplici spettatori, ma protagonisti della vita culturale e sociale della comunit&agrave;..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Perché non liberare mai un pesce rosso]]></media:description>
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            <title>Perché non liberare mai un pesce rosso</title>
            <pubDate>Fri, 03 Jul 2026 08:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Rilasciare pesci rossi nell’ambiente è una pessima idea: sono invasivi e in grado di rovinare interi ecosistemi in breve tempo.</description>
            <link>https://www.focus.it/ambiente/animali/i-pesci-rossi-sono-dannosi-per-l-ecosistema</link>
            <content:encoded><![CDATA[I pesci rossi sono tra gli animali domestici pi&ugrave; diffusi al mondo, anche perch&eacute; sono silenziosi, puliti, belli da guardare e che richiedono pochissimo sforzo per essere tenuti. Certo, vederli vivere in una boccia non &egrave; sempre un bello spettacolo, e infatti molti decidono, per empatia o semplicemente perch&eacute; l'animale sta crescendo troppo, di liberarli in un fiume o un lago.
Ebbene: uno studio pubblicato sul Journal of Animal Ecology&nbsp;dimostra in maniera inequivocabile perch&eacute; questi atti di piet&agrave; non siano una buona idea: i pesci rossi sono estremamente invasivi, e ci mettono poco a devastare un intero ecosistema.. I danni dei pesci rossi
Lo studio &egrave; stato condotto in una serie di mesocosmi, strutture artificiali disegnate per&ograve; per riflettere le condizioni di un ecosistema naturale: nello specifico, il team dell'universit&agrave; di Toledo, Ohio, ha costruito una serie di laghi artificiali. Alcuni avevano condizioni di oligotrofia (erano cio&egrave; poveri di nutrienti), altri al contrario erano eutrofici, cio&egrave; ricchi di sostanze nutritive. Nei mesocosmi, popolati dalla specie locale Notemigonus crysoleucas e da altri animali tra cui diversi invertebrati, sono stati introdotti esemplari di pesci rossi della specie Carassius auratus, e il team ha osservato come sono cambiate le condizioni nei 32 laghi artificiali nel giro di poco tempo (due mesi).. La risposta breve &egrave;: sono peggiorate, sempre. Innanzitutto, la presenza di pesci rossi ha deteriorato rapidamente la qualit&agrave; dell'acqua, che &egrave; diventata in breve tempo pi&ugrave; torbida &ndash; un problema per le specie native che sono abituate ad acque pi&ugrave; pulite. Questo effetto era evidente soprattutto negli ecosistemi eutrofici, ma anche quelli poveri di nutrienti sono peggiorati. Al deterioramento delle condizioni dell'acqua ha fatto seguito un declino di specie native: lumache, anfipodi, tutto lo zooplankton&hellip;. Nessun ecosistema &egrave; al sicuro
I problemi legati alla presenza di pesci rossi si sono poi estesi anche ai pesci nativi, le cui popolazioni hanno conosciuto un declino rapidissimo e, soprattutto, una vera e propria epidemia di magrezza estrema, conseguenza del fatto che i pesci rossi si mangiano gran parte delle risorse. L'ultima conclusione tratta dagli esperimenti &egrave; che sia i laghi eutrofici, sia quelli oligotrofici soffrono della presenza di pesci rossi: non esistono ecosistemi acquatici pi&ugrave; resilienti contro la loro invasione.. L'effetto dei pesci rossi sugli ecosistemi &egrave; stato descritto dagli autori come un vero e proprio "cambio di regime": superata una certa soglia di disturbo, l'ambiente si riorganizza e diventa qualcosa di molto differente. Un problema per le specie locali, soprattutto perch&eacute; far "tornare indietro" un ecosistema cos&igrave; degradato non &egrave; facile. E il fatto che i pesci rossi siano cos&igrave; diffusi a livello globale dovrebbe far suonare un grosso campanello d'allarme, e far scattare una campagna di istruzione e prevenzione..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Un tallone d'Achille del tumore del colon-retto]]></media:description>
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            <title>Un tallone d&#039;Achille del tumore del colon-retto</title>
            <pubDate>Fri, 03 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Una particolare proteina caratterizza le cellule che favoriscono le metastasi nel tumore del colon-retto. Prenderla di mira sembra funzionare.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[Un'etichetta chimica presente sulle cellule pi&ugrave; aggressive del tumore del colon-retto, quelle che favoriscono le metastasi e la resistenza ai trattamenti, &egrave; stata individuata e attaccata in modo specifico dai farmaci in alcuni studi preclinici.
Il marcatore cellulare appena individuato &egrave; descritto in una ricerca pubblicata su Nature: questa proteina &egrave; di solito indicativa di un punto di forza del tumore del colon-retto, cio&egrave; la capacit&agrave; delle sue cellule di sviluppare resistenza alle terapie. Nel nuovo studio, i ricercatori del German Cancer Research Center (DKFZ) e dell'Heidelberg Institute for Stem Cell Technology and Experimental Medicine (HI-STEM), in Germania, propongono di trasformarla invece nel suo tallone d'Achille: di usarla, cio&egrave;, per smascherare le cellule pi&ugrave; pericolose e toglierle di mezzo, aumentando la sopravvivenza dei pazienti.. Una firma comune. Grazie all'analisi di dati di sequenziamento genetico di tumori di ampie popolazioni di pazienti, gli scienziati tedeschi hanno scoperto che i tumori le cui cellule mostravano un'elevata espressione di una proteina di membrana cellulare chiamata TROP2 (Trophoblast Cell Surface Antigen 2) avevano maggiori probabilit&agrave; di sviluppare metastasi; i pazienti con tumori cos&igrave; caratterizzati erano inoltre pi&ugrave; a rischio di avere recidive.. Di norma, negli organi sani, questa proteina regola la proliferazione cellulare e la rigenerazione dei tessuti. Ma nelle cellule tumorali, questo meccanismo viene sfruttato per evadere i trattamenti: le cellule caratterizzate da TROP2 hanno caratteristiche che ricordano le prime fasi dello sviluppo intestinale: possono fungere, cio&egrave;, da staminali tumorali, formando una popolazione cellulare con uno stato biologico alterato che d&agrave; origine a nuovi tumori e favorisce le metastasi.. Segnali incoraggianti dalle terapie disponibili. Poich&eacute; terapie mirate a TROP2 sono gi&agrave; state approvate per altri tipi di tumori, come quello del seno, gli scienziati hanno testato questi farmaci su modelli di tumore del colon-retto metastatico in vitro ottenuti a partire dalle cellule di pazienti e su topi portatori dello stesso tumore. I farmaci, detti anticorpi coniugati perch&eacute; abbinano un anticorpo capace di riconoscere una proteina specifica a una molecola di farmaco chemioterapico, hanno ridotto in modo importante queste popolazioni cellulari e prolungato la sopravvivenza dei topi affetti da tumore del colon-retto.. Questo tipo di terapia potrebbe dare il massimo vantaggio in abbinamento alle chemioterapie standard che, hanno dimostrato gli autori dello studio, possono incoraggiare lo sviluppo di cellule tumorali che esprimono TROP2. Questo effetto potrebbe essere utilizzato per creare pi&ugrave; cellule bersaglio caratterizzate da TROP2 da eliminare in modo massiccio in seguito con farmaci anticorpi coniugati. Anche questa ipotesi &egrave; stata confermata nei modelli di tumori e nei topi: la combinazione tra chemio standard e farmaci anticorpi coniugati ha ridotto la crescita tumorale e le metastasi in misura assai maggiore rispetto alle singole terapie..]]></content:encoded>
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            <title>Un pallone da calcio sulla Luna (per scommessa)?</title>
            <pubDate>Thu, 02 Jul 2026 16:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Durante l&#039;ultimo aggiornamento sulla futura base lunare, la NASA ha mostrato un pallone da calcio lanciando una scommessa spaziale legata ai Mondiali.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[Che cosa ci fa un pallone da calcio negli uffici della NASA, pronto a essere spedito sul polo sud della Luna? No, non &egrave; una fake news e nemmeno una bizzarra trovata pubblicitaria dell'ultimo minuto. &Egrave; una promessa in piena regola (con tanto di scommessa calcistica!) nata direttamente durante l'ultima conferenza ufficiale sui piani di costruzione della futura base lunare tenutasi il 30 giugno scorso.
Preparate i tacchetti, perch&eacute; la corsa allo spazio potrebbe presto incrociare il rettangolo di gioco.
Chi, quando e perch&eacute;: la nascita della scommessa lunare
L'aneddoto &egrave; venuto a galla durante la conferenza stampa ufficiale "Moon Base Update".&nbsp;A parlarne sono stati i vertici stessi dell'agenzia spaziale americana. Da un lato Jared Isaacman, l'Amministratore capo della NASA &ndash; ex astronauta privato e imprenditore abituato a pensare fuori dagli schemi &ndash; e dall'altro Carlos Garc&iacute;a-Gal&aacute;n, il Moon Base Program Manager, ovvero la mente tecnica dietro alla costruzione del futuro avamposto sul nostro satellite.. Tra una discussione tecnica e l'altra, ha fatto la sua comparsa un ospite inaspettato: un vero pallone da calcio. L'idea? Spingersi oltre quanto fatto da Alan Shepard nel 1971, quando gioc&ograve; a golf sulla Luna con una pallina e una mazza improvvisata (video sopra). Questa volta la NASA vuole fare le cose in grande: portare un pallone da calcio regolamentare sulla superficie lunare.
C'&egrave; per&ograve; una condizione fondamentale, lanciata con ironia dai vertici dell'agenzia:
"Se gli Stati Uniti vinceranno i prossimi Mondiali di calcio, troveremo assolutamente lo spazio e il volume necessario su uno dei nostri lander per portarci quel pallone".
Una sfida non da poco per la nazionale USA, considerando che &ndash; come ha scherzosamente ricordato lo stesso staff della NASA &ndash; per farcela &laquo;dovranno prima battere la Spagna ai quarti di finale, il che &egrave; tutto dire (la Spagna &egrave; l'avversario pi&ugrave; probabile degli Usa nel caso in cui dovessero qualificarsi per i quarti di finale, ndr)&raquo;. Se il miracolo sportivo dovesse compiersi, il team dei lander lunari si &egrave; gi&agrave; detto pronto ad accettare la sfida e a calibrare il peso del payload, il carico utile che verr&agrave; trasportato a bordo.
Non solo calcio: cosa sta succedendo (davvero) "attorno" alla Luna?
Se il pallone da calcio rappresenta il lato pi&ugrave; pop e leggero della conferenza, i temi seri sul tavolo della NASA delineano una vera e propria tabella di marcia per la colonizzazione lunare fino al 2029 e oltre.. Ecco un riassunto dei punti chiave emersi durante l'incontro:
1. I nuovi contratti per i Lander Commerciali
La NASA ha annunciato l'assegnazione di quattro nuovi contratti a tre aziende private per portare esperimenti scientifici e dimostratori tecnologici sulla Luna. I finanziamenti vedono cifre attorno ai 144 milioni di dollari per singole missioni e oltre 280 milioni di dollari destinate a partner storici come Astrobotic (impegnata con il lander Griffin 1), Intuitive Machines (con il Nova-C) e Firefly Aerospace (con il Blue Ghost). L'obiettivo &egrave; creare una cadenza di lanci costante per ridurre i rischi prima del ritorno degli astronauti.
2. "Promise": il gemello dei rover marziani va sulla Luna
C'&egrave; una sorpresa nei magazzini del Jet Propulsion Laboratory (JPL). Gli scienziati stanno valutando seriamente di inviare sulla Luna Promise, l'unit&agrave; di sviluppo ingegneristico (in pratica il gemello terrestre) dei celebri rover marziani Curiosity e Perseverance. A differenza dei piccoli rover solari come Viper, Promise &egrave; alimentato da un generatore termoelettrico a radioisotopi (RTG), ovvero a energia nucleare. Questo gli permetterebbe di sopravvivere alla gelida notte lunare e di esplorare le regioni permanentemente in ombra del Polo Sud senza temere il buio.
3. La sfida termica e il problema della polvere
Garc&iacute;a-Gal&aacute;n, uno dei massimi esperti della NASA per la base lunare, ha spiegato quanto sia ancora ignoto il Polo Sud. Le temperature passano da picchi di 120 &deg;C sotto la luce solare fino a -200 &deg;C (e addirittura -240 &deg;C nelle zone d'ombra perenne). Inoltre, la NASA sta studiando soluzioni per mitigare l'effetto dei gas di scarico dei lander (plume mitigation), che sollevano la tagliente regolite lunare rischiando di danneggiare le strutture gi&agrave; posizionate. Tra le soluzioni al vaglio, la costruzione di veri e propri "bunker" e collinette di protezione artificiali.
Verso Artemis 3 e 4
Mentre i robot preparano il terreno e si attende di capire se la nazionale USA guadagner&agrave; il suo biglietto simbolico per la Luna a suon di gol, la tabella di marcia Artemis &egrave; stata aggiornata. Artemis 3, prevista per il 2027, non sar&agrave; pi&ugrave; la missione del ritorno umano sulla superficie lunare: servir&agrave; invece a testare in orbita terrestre bassa Orion, i sistemi di supporto vitale, le tute xEVA e le operazioni di rendezvous e docking con uno o pi&ugrave; lander commerciali. Vi parteciper&agrave; anche l'astronauta italiano Luca Parmitano. Il primo nuovo allunaggio con equipaggio &egrave; ora associato ad Artemis 4, al momento in programma per il 2028.
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            <title>Il rapporto con i cani è uguale in tutto il mondo?</title>
            <pubDate>Thu, 02 Jul 2026 13:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Nonostante le differenze culturali, il modo in cui ci rapportiamo con i cani è molto simile in tutto il mondo.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[I cani sono ovunque: li si trova praticamente a ogni latitudine e sono parte integrante della nostra societ&agrave; da migliaia di anni. Questo significa che "avere un cane" non &egrave; una frase con un significato univoco: le enormi differenze culturali tra le diverse parti del mondo fanno s&igrave; che ogni Paese abbia la sua percezione del rapporto tra uomini e cani.
Cos&igrave; almeno si potrebbe pensare, ma un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports&nbsp;suggerisce il contrario: ci sono somiglianze impressionanti nel modo in cui trattiamo i cani in giro per il mondo, indipendentemente da quanto distanti siano due culture diverse.. Non solo Occidente
Condotto da un team della Friedrich Schiller University di Jena e del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, lo studio ha coinvolto un totale di 164 coppie cani-padroni, reclutate in cinque diverse comunit&agrave; rurali in giro per il mondo: Vanuatu, Mongolia, Madagascar, Per&ugrave; e Germania. Luoghi abbastanza distanti da avere tradizioni e abitudini molto diverse quando si tratta di cinofilia: la scelta delle location &egrave; anche conseguenza del fatto che, tradizionalmente, gli studi sui cani vengono condotti in Paesi che sono occidentali, educati, industrializzati, ricchi e democratici (i cosiddetti WEIRD, cio&egrave; "Western, educated, industrialized, rich and democratic" appunto). Per una volta si &egrave; scelto di allargare lo sguardo e includere anche comunit&agrave; poco considerate dalla scienza comportamentale.. Detto delle inevitabili differenze, e aggiunto che tutti gli animali reclutati erano cani da caccia, il cui ruolo a fianco degli umani &egrave; antichissimo, lo studio si &egrave; voluto concentrare su quanto queste cinque diverse comunit&agrave; rurali abbiano in comune quando si parla di cani. Per farlo, il team ha organizzato sei test comportamentali a cui sottoporre i cani, accompagnati da un questionario per gli umani; tra i comportamenti analizzati c'erano alcuni classici del rapporto uomo-cane, dal richiamo alla capacit&agrave; dell'animale di individuare del cibo seguendo i gesti del padrone.. 30.000 anni insieme
Tutti i comportamenti analizzati si sono rivelati molto simili anche tra le diverse comunit&agrave;: quasi tutti i cani, per esempio, guardavano agli umani come fonte di informazione, e sapevano interpretare la loro gestualit&agrave;. C'erano piccole differenze locali: per esempio, i cani di Vanuatu erano particolarmente bravi a indicare ai padroni del cibo nascosto, forse perch&eacute; i cani da caccia dell'isola sono usati per la caccia ai maiali selvatici. I tedeschi, invece, si sono dimostrati mediamente i pi&ugrave; obbedienti, conseguenza di un addestramento pi&ugrave; strutturato ed esigente.. Chiunque abbia partecipato all'esperimento, comunque, ha detto di voler bene al suo cane, di essere felice quando ce l'ha intorno e di avere una vita migliore da quando l'ha adottato. Pi&ugrave; del 90% hanno detto di potersi fidare del loro cane, e di essere sicuri che li difenderebbe in caso di pericolo. Le differenze locali, quindi, spariscono di fronte a quanto simile sia il nostro rapporto con i cani indipendentemente dalla nostra cultura: evidentemente, 30.000 anni di convivenza sono pi&ugrave; forti di ogni altra tradizione..]]></content:encoded>
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            <title>Creata una cellula vivente da zero?</title>
            <pubDate>Thu, 02 Jul 2026 13:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Un prototipo di cellula sintetica può nutrirsi, crescere, replicare i suoi geni e dividersi, funzioni possibili solo alle cellule viventi. Ma è viva?</description>
            <link>https://www.focus.it/scienza/scienze/spudcell-creata-una-cellula-vivente-da-zero-non-proprio</link>
            <content:encoded><![CDATA[Un prototipo di cellula costruito in laboratorio a partire da 36 geni pu&ograve; nutrirsi, crescere e moltiplicarsi in una piastra di Petri: pu&ograve; compiere, cio&egrave;, molte funzioni che sono caratteristiche delle cellule viventi. La SpudCell, questo il nome della proto-cellula di cui tutti parlano, una creazione di un gruppo di ricerca a guida di Kate Adamala, biologa dell'Universit&agrave; del Minnesota, rappresenta un passo in avanti importante per la biologia sintetica. Ma non si pu&ograve; affermare con leggerezza, come in molti fanno in queste ore, che sia paragonabile a una vera cellula, o che sia stata generata da zero.. Che cos'è e come è stata creata la SpudCell. La SpudCell &egrave; una cellula costruita a partire "dal basso". Gli ingredienti di base sono 36 geni presi in prestito dal batterio E. coli, da fagi (virus che infettano batteri) e - in piccola parte - da una medusa, che ha prestato quelli per codificare una proteina fluorescente cos&igrave; da rendere la cellula visibile.
Nel complesso, il genoma di una SpudCell &egrave; 50 volte pi&ugrave; piccolo di quello di un tipico batterio. Si &egrave; optato per un numero limitato di geni in modo tale che, in questo sistema, ogni elemento fosse controllabile e potesse essere modificato singolarmente, e che fosse allo stesso tempo possibile per la cellula compiere alcune funzioni di base come la copiatura del DNA.
I geni sono stati organizzati in 7 frammenti circolari di DNA, cos&igrave; da non lavorare con stringhe di DNA troppo grandi, e immersi in una specie di "zuppa" contenente&nbsp;minuscole sfere d'acqua larghe pochi millesimi di millimetro, i liposomi, oltre a proteine e ribosomi, le macchine molecolari necessarie per trascrivere il DNA in RNA messaggero e tradurre l'RNA in proteine.
Una curiosit&agrave; sul nome: spud vuol dire patata, termine scelto per la forma della proto-cellula, ma il termine SpudCell &egrave; anche un richiamo allo Sputnik, primo satellite artificiale lanciato in orbita, e all'alba dell'era spaziale, poich&eacute; i ricercatori vogliono porsi come pionieri di un nuovo corso della biologia sintetica.. Che cosa può fare una SpudCell?. Tornando alla zuppa, alcuni dei liposomi nella soluzione hanno finito per inglobare tutte le diverse parti del genoma spezzettato previsto per la SpudCell. Nella soluzione di partenza sono anche stati inseriti minuscoli liposomi nutritori contenenti lipidi per la membrana di questa simil cellula, oltre a ribosomi, enzimi e piccole molecole necessarie al suo funzionamento.&nbsp;. La fusione con le capsule "nutrienti" &egrave;, spiegano i ricercatori, &laquo;innescata da una proteina che la cellula produce a partire dal proprio DNA&raquo;. &Egrave; quindi il genoma a controllare &laquo;se SpudCell si nutre, quanto velocemente cresce e quanto diventa grande. Nutrirsi in questo modo, anzich&eacute; svolgere un metabolismo completo, permette a SpudCell di completare un intero ciclo cellulare con un genoma molto pi&ugrave; piccolo di quello necessario a una cellula naturale&raquo;.. Il DNA di partenza permette di controllare anche altre funzioni, come la replicazione del genoma la divisione cellulare. La cellula &egrave; inoltre capace di selezione: quando i ricercatori hanno introdotto una mutazione vantaggiosa, le SpudCell che le possedevano sono cresciute pi&ugrave; velocemente, soppiantando quelle originali dopo alcune generazioni. Tuttavia, la mutazione &egrave; stata introdotta deliberatamente dall'esterno, non si &egrave; verificata spontaneamente. Non si pu&ograve; perci&ograve; parlare di evoluzione darwiniana.. Che differenza c'è rispetto agli approcci precedenti?. In progetti precedenti, come quelli del J. Craig Venter Institute (JCVI), si era scelto un approccio "top-down": partendo dai geni di un batterio vivente naturale si era limato il genoma cos&igrave; da arrivare al pi&ugrave; piccolo in grado di mantenere la cellula in vita. In questo caso si &egrave; optato per l'approccio opposto, "bottom-up": singoli componenti prelevati da diversi organismi sono stati assemblati cos&igrave; da poter controllare ogni elemento in maniera meticolosa, e in modo che non ci fossero geni con funzioni sconosciute.. Perché è difficile parlare di "vita". Come scrivono i suoi creatori, anche se SpudCell svolge alcuni dei comportamenti spesso utilizzati per distinguere gli esseri viventi da quelli inerti, &laquo;&egrave; molto pi&ugrave; semplice di qualsiasi cellula naturale ed &egrave; stata assemblata, pezzo per pezzo, a mano. SpudCell non svolge ancora la maggior parte delle funzioni delle cellule viventi. Non &egrave; in grado di autosostenersi senza un aiuto esterno&raquo;, il suo processo di divisione &egrave; molto inefficiente ed &egrave; stato innescato meccanicamente dai ricercatori, e il suo processo di replicazione fallisce dopo cinque generazioni, forse per un malfunzionamento dei ribosomi.
Anche se il lavoro dimostra che le cellule sintetiche sanno copiare alcuni comportamenti delle cellule viventi, &laquo;non sono neanche lontanamente capaci quanto le cellule viventi&raquo; scrive il Guardian. &laquo;Le SpudCells dipendono completamente dalle sostanze e dai componenti del liquido in cui sono immerse. Non sono in grado di costruire il proprio apparato di sintesi proteica, controllare il proprio metabolismo o smaltire i propri scarti. Inoltre, quando si dividono, spesso trasmettono una quantit&agrave; errata di DNA. Muoiono dopo poche generazioni&raquo;.
Non &egrave; neanche del tutto corretto parlare di una cellula sintetica, costruita a partire da zero, perch&eacute; gran parte del corredo genetico della SpudCell proviene dall'Escherichia coli, e anche il resto del kit di partenza proviene da parti di cellule esistenti. Si pu&ograve; pensare a questo organismo come a una sorta di Frankenstein che parte da un E. coli estremamente semplificato, con l'aggiunta di altri elementi presi qua e l&agrave;.. Perché sono state create le SpudCell?. Esperimenti cellulari come questo potrebbero portare un giorno a cellule sintetiche utili per la produzione di alimenti, farmaci, materiali, combustibili. Adamala e colleghi hanno deciso di lanciare un'istituzione senza scopo di lucro chiamata Biotic per coordinare gli sforzi di ricerca sulle SpudCell e accelerare il lavoro. Anche l'articolo scientifico che descrive la proto-cellula, rigettato dalla rivista scientifica Cell, &egrave; stato caricato sul server di articoli in prepubblicazione bioRxiv, cos&igrave; da risultare pubblicamente consultabile, dopo essere stato inviato sotto embargo ai giornali. Un approccio quanto meno poco convenzionale..]]></content:encoded>
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            <title>Urano e Nettuno: se fossero fatti di magma?</title>
            <pubDate>Thu, 02 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
            <description>&lt;span data-path-to-node=&quot;3,0&quot;&gt;Addio al vecchio mito dei &quot;giganti di ghiaccio&quot;: secondo un nuovo studio della UCLA, sotto le atmosfere di Urano e Nettuno potrebbe nascondersi un profondo oceano di magma&lt;/span&gt;&lt;span data-path-to-node=&quot;3,2&quot;&gt;.&lt;/span&gt;</description>
            <link>https://www.focus.it/scienza/spazio/urano-e-nettuno-non-sono-giganti-di-ghiaccio-un-nuovo-studio-ipotizza-oceani-di-magma</link>
            <content:encoded><![CDATA[Da quasi quarant'anni, la definizione di "giganti di ghiaccio" accompagna Urano e Nettuno nei libri di testo e nella divulgazione scientifica. Un'etichetta nata dall'idea che, sotto le loro spesse atmosfere di idrogeno ed elio, si nasconda un mantello ghiacciato composto da acqua, ammoniaca e metano.
Ma quell'etichetta potrebbe presto rivelarsi fuorviante: un nuovo studio, condotto da un gruppo di ricercatori dell'Universit&agrave; della California, Los Angeles (UCLA), propone infatti che i due pianeti nascondano al loro interno non ghiaccio, bens&igrave; un oceano di magma.. Due pianeti ancora avvolti nel mistero
Urano e Nettuno restano tra i corpi meno esplorati del sistema solare. L'unica visita ravvicinata risale alla sonda Voyager 2 della NASA, che sfior&ograve; Urano nel 1986 e Nettuno nel 1989: da allora, nessun'altra missione li ha pi&ugrave; raggiunti. Questa scarsit&agrave; di dati diretti ha lasciato ampio spazio a modelli teorici, spesso in conflitto tra loro, per spiegare cosa si celi realmente sotto le nubi dei due pianeti.. A differenza di Giove e Saturno &mdash; anch'essi dominati da idrogeno ed elio, ma privi di un vero "strato di ghiaccio" interno &mdash; Urano e Nettuno sono da tempo considerati pianeti a struttura stratificata, con un nucleo roccioso avvolto da un denso mantello di componenti ghiacciati. Un quadro che, per&ograve;, non ha mai spiegato in modo del tutto convincente alcune anomalie osservate: i campi magnetici estremamente irregolari e asimmetrici dei due pianeti e la loro peculiare distribuzione del calore interno.. Un oceano di magma, non di ghiaccio
Attraverso simulazioni computerizzate, il team di lavoro - guidato da Edward D. Young, da Sarah P. Marcum, da Aaron Werlen e da Paula N. Wulff - ha messo alla prova i modelli tradizionali confrontandoli con i dati osservativi disponibili su Urano e Nettuno: raggio, densit&agrave; media, armoniche gravitazionali (come la gravit&agrave; varia nello spazio attorno a un corpo), momento d'inerzia normalizzato (&egrave; un modo per esprimere "quanto &egrave; distribuita la massa" rispetto a una forma standard), luminosit&agrave; intrinseca e composizione chimica dell'atmosfera. Il risultato &egrave; sorprendente: tutti questi parametri risultano compatibili con un interno dominato non da ghiacci, ma da un oceano di magma supercritico e ricco di idrogeno, racchiuso sotto un involucro gassoso a base di idrogeno.. Nel dettaglio, la struttura proposta dai ricercatori prevede tre strati principali: un'atmosfera di idrogeno ed elio, che trasporta il calore interno verso l'alto e lo disperde nello spazio, uno strato limite intermedio, composto da una miscela di idrogeno, elio, magnesio, monossido di silicio (SiO) e ossigeno e un oceano di magma profondo, formato da silicati, ferro e idrogeno disciolto. Un aspetto chiave del modello riguarda proprio la capacit&agrave; dell'idrogeno di dissolversi nel magma quando sottoposto alle pressioni estreme che si registrano negli strati profondi dei due pianeti, dando origine a un fluido ben miscelato. Questo meccanismo, secondo gli autori, offrirebbe una spiegazione pi&ugrave; coerente per la densit&agrave; di Urano e Nettuno, tradizionalmente attribuita proprio alla presenza di ghiacci.. Un ponte verso gli esopianeti pi&ugrave; comuni della galassia
Oltre a riscrivere la fisica interna dei due pianeti, lo studio apre una prospettiva pi&ugrave; ampia: se confermato, il modello a oceano di magma renderebbe Urano e Nettuno analoghi diretti dei cosiddetti "sub-Nettuno", pianeti con un raggio compreso tra 1 e 4,5 volte quello terrestre. Si tratta della categoria di esopianeti pi&ugrave; diffusa nella nostra galassia, eppure ancora scarsamente compresa, proprio perch&eacute; il sistema solare non ne ospita un rappresentante diretto su cui condurre osservazioni ravvicinate.
Gli stessi autori dello studio sottolineano come le caratteristiche chimiche di base dei giganti di ghiaccio ricordino da vicino quelle dei sub-Nettuno gassosi, un indizio che potrebbe suggerire condizioni al contorno simili, imposte in entrambi i casi dalla presenza di un oceano di magma sottostante.. In questa prospettiva, Urano e Nettuno smetterebbero di essere una stranezza isolata del nostro sistema planetario, per diventare laboratori naturali, accessibili e ricchi di dati, utili per testare modelli strutturali e propriet&agrave; dei materiali applicabili anche ai numerosi sub-Nettuno scoperti attorno ad altre stelle.
Va detto, comunque, che il nuovo modello resta uno fra i tanti in grado di riprodurre correttamente le caratteristiche osservate dei due pianeti e non una risposta definitiva: la comunit&agrave; scientifica dovr&agrave; ora valutare i risultati attraverso il consueto processo di revisione tra pari e, si spera, con nuove osservazioni.. Il nodo irrisolto: mancano nuove missioni
Il vero limite resta la scarsit&agrave; di dati diretti: senza nuove missioni verso Urano e Nettuno, gran parte di queste ipotesi sar&agrave; difficile da verificare con certezza. Restano infatti ancora tutti da chiarire, ad esempio, il luogo di formazione originario dei due pianeti nel primo sistema solare e le cause della loro caotica attivit&agrave; magnetica.
Non mancano, tuttavia, le proposte sul tavolo. Tra i progetti discussi dalla comunit&agrave; scientifica figurano l'Uranus Orbiter and Probe (UOP), che prevede l'invio di una sonda destinata a immergersi direttamente nell'atmosfera di Urano, e la missione Neptune Odyssey, pensata per entrare in orbita attorno al pianeta e studiarne da vicino il complesso sistema di lune. Nessuna delle due missioni &egrave; per&ograve; ancora stata formalmente approvata: per il momento, Urano e Nettuno restano gli unici due pianeti del sistema solare che attendono ancora una vera e propria missione dedicata..]]></content:encoded>
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            <title>I bimbi che fanno sport sono meno ribelli?</title>
            <pubDate>Thu, 02 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Praticare sport tra i 6 e i 10 anni riduce la tendenza a sfidare l&#039;autorit&amp;agrave; di genitori e insegnanti. Merito di regole, ruoli e autocontrollo, con un effetto positivo riscontrato soprattutto nei ragazzi.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[Praticare sport organizzato tra i 6 e i 10 anni &egrave;&nbsp;associato a una minore tendenza a sfidare l'autorit&agrave; durante l'adolescenza. Uno studio dell'Universit&agrave; di Pavia e dell'Universit&agrave; di Montr&eacute;al ha analizzato quasi 1.500 bambini che partecipavano ad attivit&agrave; sportive strutturate, mostrando meno comportamenti oppositivi verso genitori e&nbsp;insegnanti rispetto ai coetanei coinvolti in minor misura.. Effetto regole
Lo sport organizzato offre infatti un contesto ricco di norme, ruoli chiari e supervisione adulta, in cui i&nbsp;bambini imparano autocontrollo, cooperazione e gestione della frustrazione, e questa associazione resta significativa anche non tenendo conto delle situazioni familiari.. L'effetto emerge soprattutto nei maschi, che statisticamente presentano con maggiore frequenza comportamenti oppositivi, mentre nelle ragazze non &egrave; stata trovata una differenza rilevante.
Gli autori suggeriscono in ogni caso che lo sport resta una semplice ma efficace strategia educativa per favorire atteggiamenti pi&ugrave; adattivi..]]></content:encoded>
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            <title>Quanti ragni ci sono in casa nostra?</title>
            <pubDate>Wed, 01 Jul 2026 14:00:00 +0200</pubDate>
            <description>I ragni si nascondono in ogni abitazione. Ecco cosa hanno scoperto i ricercatori analizzando centinaia di stanze e perch&amp;eacute; non dobbiamo preoccuparci.</description>
            <link>https://www.focus.it/ambiente/animali/quanti-ragni-ci-sono-in-casa-nostra-molti-piu-di-quanto-immaginiamo</link>
            <content:encoded><![CDATA[Uno studio condotto da ricercatori della North Carolina State University ha analizzato la biodiversit&agrave; di piccoli animali nelle abitazioni e ha scoperto che quasi tutte le case ospitano ragni, anche se spesso non ce ne accorgiamo.. Il censimento: 10.000 ospiti in 50 case
Gli scienziati hanno visitato 50 abitazioni nella zona di Raleigh, negli Stati Uniti, esaminando ogni stanza e raccogliendo tutti gli artropodi visibili, vivi o morti.. In totale hanno identificato oltre 10.000 esemplari appartenenti ad almeno 579 tipi diversi di artropodi, il gruppo che comprende insetti, ragni, acari e&nbsp;millepiedi. I ragni erano tra gli animali pi&ugrave; comuni: sono stati trovati in tutte le case studiate, e i cosiddetti ragni delle ragnatele domestiche erano presenti nel 65% delle stanze esaminate.. In visita
Solo 5 delle oltre 550 stanze erano completamente prive di artropodi. La maggior parte di questi piccoli animali non &egrave; dannosa: molti sono visitatori occasionali entrati dall'esterno o specie innocue che coabitano pacificamente con noi, vivendo negli angoli della casa e catturando piccoli insetti..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[La Chiesa e il nuovo scisma lefebvriano: e ora?]]></media:description>
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            <title>La Chiesa e il nuovo scisma lefebvriano: e ora?</title>
            <pubDate>Wed, 01 Jul 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Con l&#039;ordinazione dei vescovi a &amp;Eacute;c&amp;ocirc;ne si consuma lo scisma dei lefebvriani. Scopri i meccanismi della sociologia e della mente umana dietro questo strappo.</description>
            <link>https://www.focus.it/cultura/curiosita/la-chiesa-e-il-nuovo-scisma-lefebvriano-i-meccanismi-psicologici-dietro-le-grandi-separazioni</link>
            <content:encoded><![CDATA[L'accorato appello all'unit&agrave; lanciato da Papa Leone XIV non &egrave; bastato a fermare il braccio di ferro. A &Eacute;c&ocirc;ne, in Svizzera, la Fraternit&agrave; Sacerdotale San Pio X ha conferito l'ordinazione episcopale a quattro sacerdoti senza il mandato pontificio, trasmettendo la cerimonia in diretta streaming. Un atto gravissimo di rottura ecclesiale che, secondo il canone 1387 del Codice di diritto canonico, comporta la scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica per il vescovo consacrante e per chi riceve la consacrazione.
Con questo evento, la cronaca vaticana riporta alla ribalta una parola antica, densa di significati storici. Ma per comprendere a fondo le radici di questo evento, dobbiamo fare un passo indietro e chiederci: che cos'&egrave; uno scisma e perch&eacute; avviene?. Al di l&agrave; delle formule del diritto canonico, queste spaccature nascondono precisi meccanismi psicologici e sociologici che regolano da sempre le comunit&agrave; umane.
Anatomia di una "lacerazione"
Come abbiamo spiegato nell'approfondimento sul significato del termine scisma, la parola deriva dal greco sch&iacute;sma, che indica una "fessura" o una "lacerazione". C'&egrave; per&ograve; una differenza fondamentale: lo scisma non &egrave; un'eresia. Chi compie un'eresia nega una specifica verit&agrave; di fede; chi compie uno scisma, invece, non necessariamente nega una verit&agrave; di fede specifica, ma rifiuta l'autorit&agrave; del leader e la sottomissione al governo centrale.. Nel caso del movimento lefebvriano&nbsp;lo strappo ripercorre i binari di quello gi&agrave; avvenuto nel 1988 con il fondatore Marcel Lefebvre: i tradizionalisti non riconoscono la legittimit&agrave; di alcune riforme del Concilio Vaticano II, decidendo di agire in totale autonomia gerarchica pur dichiarando di voler "salvare la fede".
Il "narcisismo delle piccole differenze"
Gli psicologi sociali studiano gli scismi come casi limite delle dinamiche di gruppo. Fu Sigmund Freud a coniare una formula illuminante per descrivere questa tendenza: il "narcisismo delle piccole differenze".. Secondo questa teoria le comunit&agrave; che condividono quasi tutto &mdash; radici, valori, testi di riferimento &mdash; non si dividono per macro-elementi. Tendono invece a focalizzarsi in modo ossessivo su dettagli minimi e apparentemente secondari (come la lingua della liturgia o un dettaglio del rituale), trasformandoli in barriere insormontabili. Pi&ugrave; due fazioni sono vicine a livello identitario, pi&ugrave; l'insorgere di una divergenza viene vissuto come un tradimento della purezza originaria, innescando una polarizzazione radicale che rende impossibile la mediazione.
Il punto di non ritorno sociologico
Nelle scienze sociali, uno scisma si consuma quando viene meno il "contratto di legittimit&agrave;". Un'istituzione regge finch&eacute; tutti i suoi membri riconoscono le stesse regole del gioco. Quando una sottofazione smette di ritenere legittima l'autorit&agrave; del vertice, la convivenza cessa di essere possibile.
Nelle istituzioni tradizionali il processo segue dinamiche biologiche: il gruppo scismatico si stacca convinto di essere l'unico vero custode dell'ortodossia; di contro, il corpo centrale attiva un meccanismo di difesa &mdash; la scomunica &mdash; volto a escludere la minoranza per proteggere la compattezza della maggioranza rimasta fedele.
Oggi, nell'era digitale, dinamiche analoghe possono essere osservate anche all'interno delle echo chamber dei social network. Quando un partito politico o una comunit&agrave; online si divide, possono emergere schemi comparabili: accuse di aver svenduto i valori originari, forme simboliche di esclusione tramite banning o cancel culture e la fondazione di una nuova fazione scissa. Lo scisma lefebvriano ci ricorda che, cambiate le epoche, gli esseri umani tendono spesso a seguire codici sociali ricorrenti quando si tratta di dividersi..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Trovati 3,7 litri di una bevanda di 2.000 anni fa]]></media:description>
                <media:credit role="author" scheme="urn:ebu"><![CDATA[]]></media:credit>
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            <title>Trovati 3,7 litri di una bevanda di 2.000 anni fa</title>
            <pubDate>Wed, 01 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Un sigillo ha preservato per oltre 2.000 anni il contenuto di una bottiglia di bronzo cinese. Analizzandolo siamo riusciti a ricostruire la ricetta originale della bevanda.</description>
            <link>https://www.focus.it/cultura/storia/abbiamo-trovato-quasi-4-litri-di-un-antica-bevanda-alcolica-cinese</link>
            <content:encoded><![CDATA[In una tomba della necropoli di Shanjiabao, nella regione del Ningxia, in Cina, abbiamo ritrovato una bottiglia in bronzo contenente 3,7 litri di un liquido blu-verde, inodore, prodotto oltre 2.000 anni fa. Le analisi ci fanno ipotizzare che si tratti di una bevanda alcolica a base di cereali, principalmente miglio e in minima parte grano o orzo. I risultati della scoperta sono dettagliati in uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports.. Ingredienti di una bevanda millenaria
Oltre ad alti livelli di acido lattico e acido ossalico (e pochissimo acido tartarico, un composto associato soprattutto all'uva, cosa che esclude che si trattasse di vino), nel campione sono stati individuati migliaia di altri composti organici, tra cui amminoacidi, zuccheri e acidi grassi, il che esclude che il liquido sia semplice acqua filtrata nella bottiglia.. Le analisi al microscopio dei sedimenti depositati sul fondo hanno svelato oltre 100.000 granuli di amido: il 92% era miglio (Panicum miliaceum L.), mentre il resto erano cereali del gruppo Triticeae, ovvero grano o orzo. Alcuni di questi granuli mostravano segni di danneggiamento compatibili con macinazione e cottura, prova che i cereali venivano lavorati prima della fermentazione. Gli oltre 8.500 residui di cellule di lievito ritrovati nello stesso sedimento hanno confermato la fermentazione.
I ricercatori ipotizzano che l'agente fermentante fosse il qu, un fermento tradizionale cinese ottenuto da cereali colonizzati da muffe, talvolta insieme a erbe.. E ora, cin cin (o no?)
Anche se l'alcol fosse ancora presente, assaggiare la bevanda non &egrave; un'opzione: il liquido &egrave; rimasto sigillato dentro un vaso di bronzo che si &egrave; corroso per oltre 2.000 anni all'interno di una tomba. In tutto questo tempo pu&ograve; aver assorbito composti metallici dal contenitore stesso, oltre a sostanze organiche degradate, microbi e altri possibili contaminanti accumulati nei millenni.. Il sigillo originale (un tessuto inserito all'interno dell'imboccatura e uno strato di argilla applicato all'esterno) ha preservato perfettamente il contenuto della bottiglia fino a oggi, permettendoci di studiarlo e ricavare gli ingredienti per produrne una versione moderna: la ricetta base &ndash; miglio, grano o orzo, e un fermento simile al qu &ndash; &egrave; piuttosto semplice, e la bevanda risultante dovrebbe avvicinarsi abbastanza all'originale..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Caldo record: gli effetti sulla salute mentale]]></media:description>
                <media:credit role="author" scheme="urn:ebu"><![CDATA[]]></media:credit>
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            <title>Caldo record: gli effetti sulla salute mentale</title>
            <pubDate>Wed, 01 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Le ondate di calore hanno effetti negativi sul cervello: ecco perché, con il caldo eccessivo, peggiorano facoltà cognitive e disturbi psichiatrici.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[L'ondata di calore che negli ultimi giorni ha investito l'Europa &egrave; destinata a provocare migliaia di morti in eccesso: l'OMS ha stimato gi&agrave; 1.300 decessi aggiuntivi, un migliaio dei quali soltanto in Francia. Ma c'&egrave; una conseguenza pi&ugrave; subdola del caldo record, che sfugge alle statistiche ufficiali ma che ha gravi ripercussioni sulla salute pubblica: le temperature eccessive peggiorano la salute mentale.
Se in molti avranno gi&agrave; accusato una sensazione di esaurimento cognitivo, con grande fatica a concentrarsi e una forte irritabilit&agrave;, in chi gi&agrave; soffre di disturbi mentali le ondate di calore cos&igrave; prolungate possono avere conseguenze molto gravi. Vediamo di quali effetti stiamo parlando, e anche perch&eacute; si verificano.. Studiare gli effetti del calore sul cervello è complicato. Poich&eacute; le ondate di calore sono eventi transitori e non prevedibili con largo anticipo, analizzare il loro impatto sul cervello non &egrave; facile. Ci vengono in aiuto alcuni studi condotti su chi col caldo eccessivo ha a che fare per lavoro: quelli che hanno testato le capacit&agrave; cognitive dei pompieri prima e dopo un addestramento programmato all'interno di edifici in fiamme hanno trovato che, per i Vigili del Fuoco, &egrave; pi&ugrave; difficile concentrarsi e mantenere alta l'attenzione dopo essere stati esposti al calore, ma che queste doti ritornano come prima dopo 20 minuti di temperature "normali", in cui l'organismo ha potuto raffreddarsi.. Pensiamo per&ograve; che, per i pompieri, parliamo di una manciata di minuti di esposizione a temperature molto elevate. Non certo di giorni o settimane sotto una cappa di calore, senza la possibilit&agrave; di riprendersi dal calore neanche di notte.. Le conseguenze su chi già è affetto da disturbi mentali. Come spiegato in un articolo sulla MIT Technology Review, i dati raccolti in seguito alle ondate di calore raccontano di una correlazione evidente tra temperature molto sopra la norma per una data regione e aumento degli accessi ospedalieri dovuti ai disturbi mentali.
Secondo uno studio dell'Universit&agrave; di Oxford su cambiamenti climatici e salute mentale pubblicato nel 2023, i periodi caratterizzati da un'ondata di calore sono associati a un aumento del tasso di ricoveri ospedalieri per disturbi mentali del 9,7% rispetto a quelli con temperature nella norma.
I pi&ugrave; suscettibili a questo tipo di impatto sono coloro che gi&agrave; soffrono di un qualche tipo di disturbo mentale. Durante un'ondata di calore che interess&ograve; il Canada nel 2021, le persone affette da schizofrenia corsero un rischio di morire tre volte pi&ugrave; elevato rispetto alle altre.
. Isolamento e squilibri chimici. In che modo le ondate di calore nuocciono al cervello? Una parziale risposta &egrave; legata alla minore socialit&agrave;. Con le temperature eccessive si riducono le occasioni di incontro fuori casa, in molti rinunciano all'attivit&agrave; fisica, e diventa difficile dormire bene. Sonno, esercizio fisico e socializzazione sono tre ingredienti essenziali alla salute mentale, e il caldo record pregiudica tutti e tre.. Studi su animali suggeriscono che il calore in eccesso interferisca con la chimica del cervello, alterando i livelli di certi neurotrasmettitori, le modalit&agrave; di comunicazione tra neuroni e i livelli di ossigeno nel cervello.. Bambini e ragazzi: i più esposti e i più vulnerabili. I bambini nati nel 2020 avranno nel corso della loro vita esperienza di un numero di ondate di calore sette volte maggiore rispetto ai loro nonni. Allo stesso tempo, per&ograve;, bambini e ragazzi sono particolarmente vulnerabili agli effetti delle ondate di calore.
L'esposizione a temperature eccessive (troppo calde ma anche troppo fredde) pu&ograve; avere un impatto negativo sullo sviluppo cerebrale e alterare la quantit&agrave; di sostanza bianca, l'insieme dei prolungamenti dei neuroni che costituisce la rete di comunicazione tra cellule nervose. Non &egrave; chiaro quali conseguenze abbia tutto questo per i singoli individui.
Secondo uno studio pubblicato negli ultimi giorni sull'American Journal of Psychiatry, inoltre, per ogni aumento di 1 &deg;C della temperatura media mensile &egrave; stato osservato un aumento del 2,97% del tasso di suicidi tra i ragazzi di et&agrave; compresa tra i 15 e i 24 anni negli Stati Uniti. &Egrave; un incremento pi&ugrave; che doppio rispetto a quello riscontrato nelle persone di et&agrave; superiore ai 24 anni, gi&agrave; di per s&eacute; preoccupante.
Gli effetti delle ondate di calore sull'organismo umano stanno iniziando ad emergere in modo sempre pi&ugrave; chiaro; andranno trattati con la massima seriet&agrave; e urgenza, come una nuova emergenza sanitaria..]]></content:encoded>
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            <title>Uomini e pipì: meglio da seduti?</title>
            <pubDate>Tue, 30 Jun 2026 15:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Fai la pip&amp;igrave; in piedi o seduto? Uno studio su 3.000 uomini svela un legame incredibile tra la tua postura in bagno, la salute della prostata e... lo stato civile!</description>
            <link>https://www.focus.it/scienza/salute/pipi-urinare-seduti-uomini-urologia</link>
            <content:encoded><![CDATA[Se sei un uomo, probabilmente hai passato gran parte della tua vita a fare la pip&igrave; in piedi, convinto che sia l'unico modo naturale, "maschile" e veloce di gestire la faccenda. Ma ammettiamolo: quante volte, subito dopo, hai dovuto controllare il bordo del WC o il pavimento?
Se ultimamente hai iniziato a preferire la comodit&agrave; della tazza da seduto, sappi che non sei affatto solo. Anzi, secondo diversi studi urologici ed epidemiologici internazionali, la tua scelta non &egrave; solo un atto di civilt&agrave; domestica, ma una decisione che pu&ograve; avere senso anche dal punto di vista dell'igiene, del comfort e, in alcuni casi, della salute urinaria.
Il fattore "guerra del bagno": una questione di pura igiene
Inutile girarci intorno: una delle motivazioni principali che spinge molti uomini a sedersi sul WC &egrave; la pace familiare. Uno studio condotto dal Tokyo Metropolitan Bokutoh Hospital&nbsp;ha rilevato che tra gli uomini che urinavano da seduti una quota consistente indicava come motivo principale il desiderio di mantenere pulito il bagno.
Il dato &egrave; interessante perch&eacute; sposta la questione dal terreno dei tab&ugrave; a quello della convivenza quotidiana. Sedersi non &egrave; una resa della virilit&agrave;: &egrave; spesso una scelta pratica per ridurre schizzi, gocce e discussioni domestiche.. Un secondo dato arriva dal Japan Community Health Survey, ricerca pubblicata sull'International Journal of Urology, che ha analizzato le abitudini urologiche di migliaia di uomini giapponesi. Lo studio ha osservato che essere sposati &egrave; associato in modo significativo alla scelta di urinare da seduti a casa, anche tenendo conto dell'et&agrave;.
Attenzione, per&ograve;: si tratta di un'associazione statistica, non di una prova che il matrimonio... "causi" automaticamente questa abitudine. Detto in modo pi&ugrave; semplice: gli uomini sposati risultano pi&ugrave; spesso seduti, ma la scienza non pu&ograve; trasformare questo dato in una certificazione ufficiale di sensibilit&agrave; domestica. Pu&ograve; per&ograve; suggerire una cosa molto concreta: quando il bagno &egrave; condiviso, l'igiene pu&ograve; diventare (anche) una forma di rispetto.
La fisica dello "schizzo": cosa succede quando urini in piedi (VIDEO)
Ma cosa succede esattamente quando il getto incontra l'acqua del WC? La risposta arriva dalla fluidodinamica. Le telecamere ad altissima velocit&agrave; dello&nbsp;Splash Lab (un rinomato laboratorio di ricerca della Utah State University che applica la fisica dei fluidi avanzata a problemi della vita quotidiana) hanno filmato cosa accade a livello microscopico, svelando che l'impatto continuo del flusso crea una vera e propria reazione a catena (video sotto).. Come mostra il filmato in ultra-slow motion, ogni goccia scava una micro-cavit&agrave; nell'acqua che amplifica il getto successivo, generando una nube invisibile di goccioline che collassa e schizza ovunque. Capito il disastro idraulico, passiamo a cosa dice la medicina...
Cosa succede alla prostata e al flusso?
Dal punto di vista urologico, la domanda spessp &egrave;: ma sedersi, fa bene o fa male alla salute? Qui la risposta cambia a seconda dei soggetti: uomini sani da una parte, uomini con sintomi urinari o problemi alla prostata dall'altra.
Le analisi urodinamiche disponibili indicano che, negli uomini sani, non ci sono differenze clinicamente rilevanti tra urinare in piedi e urinare seduti per quanto riguarda lo svuotamento della vescica. In altre parole, se non hai disturbi urinari, scegliere una posizione o l'altra dipende soprattutto da comfort, abitudine e igiene.. Diverso &egrave; il discorso per gli uomini con sintomi del basso tratto urinario, come flusso debole, urgenza, frequenza, difficolt&agrave; a svuotare la vescica o iperplasia prostatica benigna. Una meta-analisi basata su 11 studi ha osservato che, in questi casi, urinare da seduti &egrave; associato soprattutto a una riduzione significativa del residuo post-minzionale, cio&egrave; della quantit&agrave; di urina che resta nella vescica dopo aver urinato.
La stessa analisi suggerisce anche una tendenza verso un miglior flusso massimo e un tempo di minzione pi&ugrave; breve, ma questi ultimi risultati non sono sempre statisticamente solidi. Quindi forse &egrave; meglio evitare frasi troppo perentorie: per chi ha sintomi urinari, sedersi pu&ograve; aiutare soprattutto a svuotare meglio la vescica; per chi &egrave; sano, non cambia molto dal punto di vista clinico.
Alcuni autori ipotizzano che un minor residuo urinario possa contribuire a ridurre problemi come cistiti o calcoli vescicali, ma questo non pu&ograve; essere presentato, come dire, come una "garanzia automatica". Sarebbe pi&ugrave; corretto dire che nei soggetti con disturbi urinari la posizione seduta pu&ograve; essere una scelta favorevole, soprattutto per comfort e svuotamento.. Anche uno studio della University of California San Francisco, pubblicato su Neurourology and Urodynamics,&nbsp;va in questa direzione. I ricercatori hanno osservato che gli uomini con sintomi urinari pi&ugrave; intensi tendono pi&ugrave; spesso a preferire la posizione seduta, soprattutto per motivi di comodit&agrave;, controllo e riduzione degli schizzi.
Il paradosso del getto forte: perch&eacute; molti giovani si siedono di pi&ugrave;
C'&egrave; un altro dato che ribalta i vecchi stereotipi: almeno in Giappone, non sono necessariamente gli anziani a sedersi di pi&ugrave;, ma i giovani. I dati epidemiologici mostrano che la percentuale di uomini che urina seduta a casa &egrave; pi&ugrave; alta tra le fasce giovani: nello studio giapponese, circa il 69% degli uomini tra i 20 e i 29 anni e il 66% tra i 30 e i 39 anni dichiarava di preferire questa posizione.
Con l'avanzare dell'et&agrave; la percentuale tendeva a diminuire. Una possibile spiegazione &egrave; culturale: gli uomini pi&ugrave; anziani potrebbero essere pi&ugrave; legati alle abitudini tradizionali o essere cresciuti in contesti in cui l'idea di urinare da seduti era meno diffusa.
C'&egrave; per&ograve; anche un'ipotesi pi&ugrave; pratica, legata alla fisica del getto. Alcuni studi indicano che un flusso urinario pi&ugrave; forte pu&ograve; essere associato alla scelta di sedersi. Il motivo &egrave; intuitivo: un getto pi&ugrave; potente, se colpisce la ceramica del WC da una certa altezza e con un certo angolo, pu&ograve; aumentare gli schizzi e le micro-gocce.
Non serve esagerare parlando di "vaporizzazione esponenziale": basta osservare la realt&agrave; del bagno. Pi&ugrave; distanza, pi&ugrave; forza e pi&ugrave; angolo d'impatto possono voler dire pi&ugrave; schizzi. Per questo molti uomini giovani, pi&ugrave; che sfidare un tab&ugrave;, potrebbero semplicemente fare una scelta razionale: evitare il disastro.
Il consiglio della scienza: rompi il tab&ugrave;, ma senza miti
Gli studi dunque concordano su un punto: non esiste un solo modo "maschile" o "naturale" di urinare. La posizione scelta dipende da abitudini, cultura, igiene, comfort, salute urinaria e contesto domestico. Per un uomo sano urinare seduto non &egrave; una terapia miracolosa, ma nemmeno una stranezza: &egrave; semplicemente una scelta pratica, spesso pi&ugrave; pulita e pi&ugrave; comoda. Per un uomo con sintomi urinari o problemi di svuotamento, invece, la posizione seduta pu&ograve; offrire vantaggi concreti, soprattutto nel ridurre il residuo di urina nella vescica..]]></content:encoded>
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            <title>Alleanze: se il fagiolo chiama, la vespa attacca</title>
            <pubDate>Tue, 30 Jun 2026 13:00:00 +0200</pubDate>
            <description>I fagioli hanno sviluppato un sistema anti-parassiti che attira le vespe quando le piante sono sotto attacco.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[Se avete mai avuto delle piante di fagioli, potrebbe esservi capitato di svegliarvi una mattina e trovarle invase da uno sciame di vespe comparso apparentemente dal nulla. E se questo vi ha regalato incubi che ancora non passano, ora potete stare tranquilli: possiamo spiegarvi perch&eacute; &egrave; successo, e anche perch&eacute; in realt&agrave; la presenza delle vespe &egrave; una buona notizia.
Uno studio pubblicato su Science Advances&nbsp;dimostra infatti che, quando vengono attaccati dai parassiti, i fagioli usano una sorta di "richiamo d'allarme" chimico che attira le vespe, le quali a loro volta sono solo contente dell'abbondante pasto che viene loro offerto.. Richiamo per vespe
Lo studio &egrave; stato condotto in Messico nel 2023 e nel 2024, in alcuni campi di fagioli della regione dell'Oaxaca. Qui le piante sono spesso sotto attacco da parte del parassita Spodoptera frugiperda, noto come falena del mais: i suoi bruchi sono in grado di fare danni devastanti alle colture di mais (appunto), fagioli, ma anche cotone, tabacco, riso, persino mele e arance. Il team dell'universit&agrave; di Washington che ha condotto lo studio ha per&ograve; identificato il meccanismo di difesa usato dai fagioli contro questi parassiti: ha a che fare con un peptide che si chiama inceptina.. L'inceptina &egrave; contenuta nella "bava" dei bruchi delle falene del mais: quando le foglie dei fagioli vengono attaccate, la sua presenza viene rilevata da recettori specializzati, che fanno scattare una serie di risposte immunologiche, il cui scopo principale &egrave; quello di riparare le ferite.
Questa reazione ha per&ograve; anche un altro effetto: emette nell'aria un mix di sostanze chimiche volatili che attirano le vespe, le quali, una volta arrivate sul posto, scoprono che i fagioli parassitati sono pieni di cibo nutriente e di facile accesso.. Un loop positivo
Ovviamente non possiamo dire che questa risposta sia volontaria: non &egrave; un "grido d'aiuto" dei fagioli. &Egrave; pi&ugrave; probabile che sia successo per caso: le piante che emettono pi&ugrave; sostanze attirano pi&ugrave; vespe, che a loro volta imparano che, quando sentono quell'odore, significa che &egrave; ora di pranzo. Questo sistema porta benefici sia ai fagioli sia alle vespe, per cui le piante che emettevano pi&ugrave; "profumi" sono state premiate nel tempo dalla selezione naturale, fino ad arrivare alla condizione attuale nella quale tutti i fagioli hanno questo meccanismo difensivo.. Il sistema di difesa &egrave; stato messo ulteriormente alla prova quando il team ha provato a esporre ai parassiti alcune piante di fagioli nelle quali era stato disattivato il recettore dell'inceptina.
Il risultato? Le vespe le hanno sostanzialmente ignorate, preferendo concentrarsi sui fagioli "normali". Secondo gli autori dello studio, questa scoperta &egrave; importante anche perch&eacute; potrebbe aiutarci a sviluppare sistemi di difesa per i raccolti che non usino pesticidi, ma solo gli aromi naturali emessi dalle piante stesse..]]></content:encoded>
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            <title>Perché si gioca in bianco a Wimbledon?</title>
            <pubDate>Tue, 30 Jun 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Il regolamento del mitico torneo di tennis di Wimbledon vuole che i giocatori indossino abbigliamento di colore bianco. Perch&amp;eacute; questa regola e quali sono le eccezioni?</description>
            <link>https://www.focus.it/cultura/curiosita/wimbledon-bianco-obbligatorio-regola-vietati-colori-tennis-</link>
            <content:encoded><![CDATA[Il regolamento del mitico torneo di tennis di Wimbledon vuole che i giocatori indossino abbigliamento di colore bianco. Perch&eacute; questa regola e quali sono le eccezioni? Al contrario di quanto accade in altri tornei, nel prestigioso evento londinese per l'abbigliamento degli atleti non sono ammessi colori al di fuori del bianco, l'unico consentito anche per i capi intimi.
Sempre pi&ugrave; rigoroso!
Il dress code di Wimbledon &egrave; infatti uno degli elementi che contraddistingue il torneo, forse il pi&ugrave; iconico del calendario. E negli ultimi anni, con l'esplosione di colori nell'abbigliamento sportivo, Wimbledon &egrave; diventato persino pi&ugrave; rigoroso (e invece sai chi ha inventato le palline da tennis moderne?).
Le tenniste sono abituate a vedersi contestare reggiseni o spalline colorate e negli anni scorsi alcuni atleti sono stati rispediti negli spogliatoi per cambiare l'intimo, quando, magari dopo una caduta, risultava visibile sotto i pantaloncini.
. Bianco a Wimbledon: una questione di tradizione (e un po' di decoro). Una delle ragioni per cui Wimbledon insiste sul bianco &egrave; la tradizione. Il tennis su erba veniva giocato principalmente in bianco sin dalle origini, a fine '800 (a proposito: sai chi ha inventato la Coppa Davis?). Gli uomini indossavano pantaloni di flanella e le donne calze lunghe sotto le gonne, ma sempre rigorosamente bianchi. O quasi. Spesso la flanella era infatti color crema e alcuni tennisti indossavano maglie a righe in stile rugby.
La pietra dello scandalo
Tuttavia il bianco divenne presto la norma per entrambi i sessi, con poche eccezioni fino al 1962, quando Maria Bueno, l'elegante campionessa brasiliana, os&ograve; indossare pantaloni con evidenti tocchi di colore. L'anno successivo Wimbledon eman&ograve; una regola formale che imponeva ai giocatori di vestirsi "prevalentemente di bianco"&nbsp; (sai perch&eacute; si dice "deuce", "ace", "net" e le altre parole del tennis?).. Da "prevalentemente bianco"  al bianco... quasi totale!. Con i cambiamenti sociali degli anni '60, i colori nel tennis divennero sempre pi&ugrave; comuni e gli US Open li permisero dal 1972. Anche se Wimbledon resistette, la regola del "prevalentemente bianco" lasciava un po' di margine e le donne ne approfittarono, con campionesse come Martina Navratilova e Chris Evert che sfoggiavano abiti con tocchi di colore.
Non per moda.
Tuttavia, il regolamento &egrave; stato inasprito nel tempo e ora sia l'abbigliamento sia le scarpe devono essere quasi interamente bianchi &ndash; anche le varianti panna e avorio sono bandite. A tale proposito in passato i dirigenti dell'All England Lawn Tennis Club, organizzatore del torneo, hanno dichiarato: &laquo;Per noi la regola del tutto bianco non &egrave; una questione di moda, ma di far risaltare i giocatori e il tennis. Chiunque entri in un campo di Wimbledon, dal campione in carica alle qualificazioni, lo fa indossando il bianco. Questo &egrave; un grande livellamento. Se un giocatore vuole farsi notare, deve farlo attraverso il suo gioco. &Egrave; una tradizione di cui siamo orgogliosi&raquo;.. Vestirsi di bianco a Wimbledon: il regolamento in pillole:. Ma vediamo, in estrema sintesi, cosa prescrive il regolamento di Wimbledon sul tema del colore dell'abbigliamento:
Bianco dominante: L'abbigliamento deve essere quasi interamente bianco, senza panna o avorio.
Dettagli colorati minimi: &Egrave; consentito un bordo colorato (max 1 cm) su scollo, polsini e cuciture laterali di pantaloncini/gonne.
Loghi e fantasie: Vietati loghi grandi e fantasie con colori troppo estesi.
Bianco anche per gli accessori: Cappellini, fasce, polsini e calze devono essere bianchi, con eventuali bordi colorati (max 1 cm).
Scarpe quasi total white: Suole e lacci rigorosamente bianchi.
Intimo a vista: Bianco, con massimo un bordo colorato (max 1 cm).
Eccezione per le donne: Possono indossare pantaloncini intimi colorati, purch&eacute; non pi&ugrave; lunghi dei pantaloncini o della gonna.
Supporti ortopedici/medici: Preferibilmente bianchi, ma ammessi colorati se necessari.
.]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Pale eoliche e innovativi sistemi di accumulo]]></media:description>
                <media:credit role="author" scheme="urn:ebu"><![CDATA[]]></media:credit>
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            <title>Pale eoliche e innovativi sistemi di accumulo</title>
            <pubDate>Tue, 30 Jun 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Siamo andati a Bremerhaven, in Germania, dove FRoSTA AG, azienda specializzata in prodotti surgelati, sta attuando strategie che puntano una riduzione delle emissioni a 360°.</description>
            <link>https://www.focus.it/scienza/energia/una-pala-eolica-e-un-innovativo-sistema-di-accumulo-la-transizione-energetica-che-parte-dalle-aziende</link>
            <content:encoded><![CDATA[Lungo il tragitto da Brema ad Amsterdam, le pale eoliche sono una costante nel paesaggio. Si vedono dall'aereo, dal treno, dalla finestra dell'albergo. Da solo, il Land tedesco di Brema e Bremerhaven ne conta 88 sul suo territorio, per una copertura totale del 30% del consumo elettrico locale. Bremerhaven, uno dei porti pi&ugrave; grandi d'Europa, &egrave; considerato un vero e proprio hub per l'eolico: si assemblano qui gli impianti che andranno a formare poi i parchi off-shore nel mare del Nord. Ed &egrave; qui, in uno dei luoghi pi&ugrave; ventosi della Germania, che un grande gruppo alimentare ha installato una pala eolica dentro i propri spazi produttivi: l'ultimo tassello di una strategia che l'azienda porta avanti almeno dal 2009, quando apr&igrave; il suo primo parco solare.. LA TURBINA EOLICA "PETERS FL&Uuml;GEL".&nbsp;Svelata il 15 giugno, in occasione della Giornata mondiale del vento, la turbina eolica "Peters Fl&uuml;gel" di FRoSTA AG, in Italia meglio conosciuta come FRoSTA, &egrave; in funzione gi&agrave; da inizio anno. Alta 99,5 metri e con un diametro delle pale di 61m, ha una potenza di 750 kW e garantisce la copertura del 10% dei consumi dello stabilimento principale dell'azienda, contribuendo ad alimentare 15 linee di produzione.. L'ACCUMULO DELL'ENERGIA IN ECCESSO.&nbsp;Da un punto di vista tecnologico, il progetto &egrave; interessante per un'innovativa soluzione di accumulo dell'energia in eccesso. Al verificarsi di un surplus, l'elettricit&agrave; non viene&nbsp;stoccata in batterie, ma convogliata verso i magazzini frigoriferi dove vengono conservati i prodotti surgelati e dove, per legge, la soglia massima di temperatura &egrave; fissata ai -18&deg;C. Il termometro scende, cos&igrave;, fino ai -30&deg;C e i 12 gradi di differenza diventano una riserva: quando il vento cala, i sistemi di refrigerazione vengono spenti lasciando che la temperatura risalga lentamente verso la soglia prevista, senza richiedere ulteriore elettricit&agrave; dall'esterno.&nbsp;"La capacit&agrave; di integrare l'impianto eolico con un sistema di gestione e accumulo trasforma una criticit&agrave; tipica delle fonti rinnovabili in un'opportunit&agrave; di efficienza, funzionale ed efficace anche per un'attivit&agrave; industriale", ha fatto notare Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente.. L'INDIPENDENZA ENERGETICA.&nbsp;L'intero progetto &egrave; costato 2,1 milioni di euro, un investimento da cui l'azienda conta di rientrare in massimo 10 anni. Lo scopo ultimo, per&ograve;, guarda ben oltre quella data: "Volevamo essere indipendenti e ridurre i costi dell'energia elettrica - conferma Felix Ahlers, CEO di FRoSTA. - Non potevamo limitarci ad acquistare energia pulita proveniente da impianti esterni perch&eacute; oggi l'infrastruttura tedesca non &egrave; ancora adatta a sostenere i flussi intermittenti delle rinnovabili. Tanto per fare un esempio: durante le giornate di maggiore produzione di eolico nel Nord della Germania, la rete non riesce a veicolare l'energia in eccesso verso il Sud".. CINQUE ANNI DI BUROCRAZIA.&nbsp;La turbina &egrave; stata assemblata in meno di 24 ore all'inizio di dicembre dello scorso anno, ma &egrave; stato solo l'ultimo passo di un percorso durato ben cinque anni. Cinque anni spesi in pianificazione, ma soprattutto in gestione della burocrazia, dall'individuazione dei fornitori pi&ugrave; adatti all'ottenimento dei permessi, dagli accordi con i vicini alla valutazione dell'impatto sulla fauna, in particolare sugli uccelli. "In certi periodi dell'anno, &egrave; necessario tenerla spenta durante la notte per non disturbare il volo dei pipistrelli", spiega Frank Hoogestraat, Production Operations Manager della sede di Bremerhaven.. ESEMPIO PRATICO DI TRANSIZIONE ECOLOGICA.&nbsp;Per il 2035 l'azienda ha fissato un obiettivo pi&ugrave; ampio: ridurre anche le emissioni dell'energia acquistata e dell'intera filiera, dalle materie prime al trasporto. Una quota che non dipende dagli impianti interni, ma da fornitori e rete elettrica.
&Egrave; stata prima di tutto modificata la logistica per spostare su rotaia l'80% del trasporto delle merci tra gli impianti produttivi tedeschi e verso l'Italia, fino al magazzino nei pressi di Verona. La selezione dei fornitori di materie prime, poi, avviene sulla base delle pratiche sostenibili come la riduzione di pesticidi e fertilizzanti nei campi per gli agricoltori, e la presenza di certificazioni per i pescatori. Tutto questo si inserisce in un panorama, quello di Bremerhaven, dove esiste gi&agrave; la "Cooperazione Climatico-Portuale per la Pesca" tra le aziende del porto, che ha come fine ultimo proprio la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e la promozione dell'uso delle energie rinnovabili. La speranza &egrave; di poter lavorare insieme anche per aumentare il numero degli impianti, condividendo l'onere degli investimenti e l'elettricit&agrave; prodotta.
A partire da agosto &egrave; inoltre prevista l'installazione di pannelli fotovoltaici sull'80% della superficie del parcheggio interno dello stabilimento di Bremerhaven. Se da un lato forniranno maggiore ombra alle auto, dall'altro garantiranno una produzione di elettricit&agrave; fino a un picco massimo di 410 kW.&nbsp;&Egrave; uno dei tre parchi solari presenti negli impianti produttivi dall'azienda, il primo, come dicevamo, &egrave; entrato in funzione 17 anni fa sui tetti dello stabilimento di Bydgoszcz, in Polonia.. DOVR&Agrave; ESSERE PRESTO SEGUITO DA ALTRI.&nbsp;In Unione Europea una direttiva che l'Italia ha recepito quest'anno ha reso obbligatorio l'implementazione di impianti rinnovabili per ogni edificio di nuova costruzione. Compresi gli stabilimenti industriali, che dovranno garantire una copertura a energia pulita del 60% dei consumi complessivi per acqua calda sanitaria e climatizzazione.&nbsp;. LE AZIENDE SI STANNO GI&Agrave; MUOVENDO. Legambiente, presente con noi a Bremerhaven, sta raccontando la diffusione della transizione ecologica in Italia proprio attraverso le storie di cantieri, progetti e innovazioni che investono su sostenibilit&agrave; ambientale ed economia circolare. Finora nel suo tour&nbsp;"I cantieri della transizione ecologica"&nbsp;ha raccolto una quarantina di esempi a livello nazionale e altrettante realt&agrave; pi&ugrave; locali. FRoSTA &egrave; stata la quarantunesima tappa, la prima fuori dall'Italia. Una transizione silenziosa che dimostra meglio di tanti discorsi quanto&nbsp;il Green Deal&nbsp;sia un'opportunit&agrave;, non un limite allo sviluppo industriale..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Libri: "La matematica in tasca" di Rocco Dedda]]></media:description>
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            <guid isPermaLink="true">https://www.focus.it/cultura/libri-la-matematica-in-tasca-di-rocco-dedda</guid>
            <title>Libri: &quot;La matematica in tasca&quot; di Rocco Dedda</title>
            <pubDate>Tue, 30 Jun 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
            <description>In questo libro l&#039;insegnante di &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://www.instagram.com/unquartodoraconilprof/&quot;&gt;@unquartodoraconilprof&lt;/a&gt;&lt;/span&gt; (su Instagram) propone un viaggio sorprendente tra formule invisibili e applicazioni pratiche per scoprire come i numeri governano la nostra vita.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[La matematica non &egrave; un incubo, ma la chiave nascosta della nostra quotidianit&agrave;. Un viaggio sorprendente tra formule invisibili e applicazioni pratiche per scoprire il potere dei numeri e farci nascere una nuova curiosit&agrave;.
Nel suo nuovo libro La matematica in tasca (Newton Compton Editori), Rocco Dedda &ndash; docente, formatore e noto divulgatore, creatore del progetto social "Un quarto d'ora con il Prof" &ndash; ci accompagna in un viaggio affascinante, capace di farci vedere i numeri con occhi completamente nuovi. In questo testo il lettore potr&agrave; trovare numeri e formule che usa ogni giorno senza saperlo, spiegati con passione e assoluta semplicit&agrave;.
Il libro non si limita a presentare formule e teoremi astratti, ma punta tutto su un legame continuo con la realt&agrave;: dalla descrizione di movimenti e velocit&agrave; fino all'analisi di problemi pratici, ogni concetto matematico trova un'applicazione concreta nella nostra vita di tutti i giorni. A rendere il testo ancora pi&ugrave; coinvolgente sono i continui spunti di fisica, utili a comprendere come le leggi che governano il mondo siano profondamente intrecciate con il linguaggio della matematica.
Grazie a una scrittura scorrevole e accessibile, l'autore riesce ad avvicinare alla materia anche chi ne ha sempre avuto timore. Non siamo di fronte al classico manuale "scolastico", ma a una lettura stimolante che fa nascere domande, riflessioni e, soprattutto, un sincero interesse.
Un libro bello e interessante per tutti: studenti, insegnanti o semplici appassionati. &Egrave; una lettura consigliata a chiunque voglia capire davvero a cosa serve la matematica e quanto sia presente, spesso in modo del tutto invisibile, nella nostra quotidianit&agrave;..
Con l'autorizzazione dell'editore vi proponiamo l'introduzione del libro:
. Il pubblico a cui si rivolge il libro, almeno nelle intenzioni, &egrave; vasto ed eterogeneo, ma unito da una profonda, sebbene a volte sopita, curiosit&agrave;: dall'adulto che desidera riavvicinarsi alla disciplina, liberandosi finalmente dai pregiudizi o dalle paure accumulate sui banchi di scuola, allo studente che cerca un senso vitale e motivante dietro le definizioni, i simboli e le formule. E, naturalmente, i colleghi docenti, che spero troveranno spunti convincenti, nuove prospettive e magari un confronto con un altro insegnante.
Il duplice obiettivo che mi sono posto &egrave; radicale. Vorrei dimostrare che la matematica &egrave; intorno a noi nel quotidiano, che a uno sguardo attento rivela manifestazioni inattese &ndash; nella finanza, nell'ingegneria, nell'arte, nell'astronomia, nelle nuove tecnologie e nella medicina &ndash; e che &egrave; spesso pi&ugrave; semplice da comprendere di quanto si pensi. La si pu&ograve; sentire e apprezzare nell'armonia musicale e nelle frequenze che ci circondano, la si vede nelle simmetrie architettoniche e nelle forme naturali che ci affascinano, la si utilizza costantemente e inconsapevolmente in ogni gesto compiuto con i nostri device elettronici.
Per riuscire in questo intento, &egrave; necessario anzitutto affrontare il problema che molti percepiscono come il "mostro" della matematica: l'aspetto tecnico. Spesso, il linguaggio rigoroso dell'algebra, dell'analisi o della geometria viene percepito come un ostacolo, un muro eretto per tenere lontani i non addetti ai lavori. Ma non &egrave; mai troppo tardi per scoprire orizzonti diversi, e vedere la matematica con maggiore chiarezza e quel senso di appagante scoperta che pu&ograve; superare i timori grazie alla consapevolezza e alla contestualizzazione.
Attenzione per&ograve;: il rigore matematico non &egrave; un impedimento burocratico, ma una necessit&agrave; logica, la garanzia che i sistemi complessi che governano la nostra esistenza funzionino in modo ineccepibile, dalla crittografia che protegge i nostri messaggi e pagamenti elettronici alla precisione del gps. &Egrave; la struttura logica che ci permette di essere liberi dall'incertezza e dal caos.
&Egrave; qui che entra in gioco anche la storia, a volte trascurata nella comunicazione della matematica. La storia delle scoperte e applicazioni matematiche non &egrave; una semplice serie di aneddoti, e rivela como concetti complessi siano nati da un problema reale e magari urgente. La geometria nasce dal bisogno di misurare in agricoltura; il logaritmo nasce dall'esigenza degli astronomi di semplificare calcoli che richiedevano anni; il calcolo differenziale esaudisce il desiderio di descrivere al meglio i moti.
Insomma, che si tratti di invenzioni o di scoperte, la storia della matematica ci illustra come l'astrazione sia solo la soluzione pi&ugrave; elegante e universale a problemi pratici. Scoprendo l'evoluzione del pensiero matematico, noi scopriamo la fatica, le intuizioni e la genialit&agrave; umana dietro le formule, rendendole vive e inserendole in un contesto che non guarda solo al presente. La formula non &egrave; un dogma calato dall'alto, ma il culmine di un percorso di ricerca tra prove ed errori.
Troppo spesso, come dicevo, la matematica &egrave; concepita come una serie di procedure algoritmiche da replicare, slegata dal contesto storico e applicativo. Si impara come si esegue la derivata, ma non sempre perch&eacute; essa rappresenta uno strumento potente per risolvere problemi di ottimizzazione in microeconomia e per trovare il punto di massima efficienza o velocit&agrave;. Apprendiamo i concetti della probabilit&agrave; spesso senza coglierne l'influenza nelle nostre decisioni quotidiane che affrontano rischi e incertezze, elementi essenziali per la nostra felicit&agrave; consapevole, intesa come capacit&agrave; di fare scelte chiare, razionali e pienamente informate in un mondo complesso.
Del resto, sono convinto che la matematica, se la si sa ben contestualizzare e comprendere nella sua essenza, diventa un viatico insostituibile per il pensiero critico. Ci insegna a dimostrare, a distinguere la certezza dalla congettura, a effettuare previsioni realistiche e, in definitiva, a vivere meglio, pi&ugrave; sereni.
Nelle pagine che seguono, quindi, i tecnicismi non saranno ignorati, ma circoscritti e inquadrati nell'ambito specifico del loro possibile scopo. Forse afferrare concetti astratti sar&agrave; faticoso per qualcuno, ma &egrave; una fatica spesso minore di quanto ci si immagini, e necessaria per trasformare i numeri in vero e proprio pensiero strutturato capace di descrivere la realt&agrave; con esattezza.
Prima di entrare nel vivo, &egrave; fondamentale avanzare una premessa che attiene alla natura stessa della matematica: essa &egrave; intrinsecamente gerarchica. Non si pu&ograve; pretendere di capire al volo il concetto di limite senza avere padronanza delle funzioni, e non si pu&ograve; padroneggiare la geometria analitica senza le basi solide dell'algebra. A differenza di altre discipline, in matematica l'omissione di un gradino logico pu&ograve; rendere impossibili da percorrere i passi successivi.
La struttura del percorso che propongo ai lettori non &egrave; lasciata al caso. &Egrave; una strada costruita gradino dopo gradino, per assicurare che il terreno sia sempre ben saldo prima di avanzare verso concetti pi&ugrave; complessi. Inizieremo dai mattoni fondamentali &ndash; i numeri &ndash; per poi aggiungere progressivamente la geometria, l'algebra e le funzioni, e approdare infine alla potenza dell'analisi matematica. Questa progressione mira a che nessuno si perda nel tecnicismo, e anzi, ogni nuovo concetto sia visto come il logico e naturale sviluppo di quelli appresi in precedenza. Tra una parte e l'altra, troverete anche delle sezioni chiamate L'angolo del prof, in cui presento riflessioni di tipo storico, didattico e comunicativo.
Scoprirete come l'arcana natura dei numeri primi sia un fondamento inviolabile della nostra sicurezza digitale. Vi sorprenderete di come la geometria sia fondamentale per comprendere le strutture fisiche e le leggi che spiegano, per esempio, i colori del cielo e l'efficacia dei sistemi di telecomunicazione. Vedrete le semplici proporzioni che governano molte scelte quotidiane, ma che ispirano anche tecnologie antiche o avanzate come forbici da sarto o da elettricista, guanti per il touch screen e tute spaziali. Osserverete, spero con meraviglia, il modo in cui le funzioni e l'analisi matematica rendono possibili previsioni, come il picco del contagio durante un'epidemia o la previsione del massimo profitto per un'azienda.
La matematica &egrave; il battito cardiaco silenzioso della realt&agrave;, il linguaggio universale che unisce le leggi della fisica e i principi dell'economia umana. E spero di convincervi del fatto che i suoi strumenti sono utili, se non indispensabili, per la chiarezza mentale e la libert&agrave; intellettuale.
Che ne dite, cominciamo?.]]></content:encoded>
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            <guid isPermaLink="true">https://www.focus.it/cultura/curiosita/quanto-spendiamo-in-italia-ogni-anno-in-carta-igienica</guid>
            <title>Quanto spendiamo ogni anno in carta igienica?</title>
            <pubDate>Tue, 30 Jun 2026 08:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Gli americani spendono in media 182 dollari all&#039;anno a testa per la carta igienica (oltre 11.000 dollari nella vita). In Italia, invece, la spesa media pro capite &amp;egrave; pi&amp;ugrave; bassa: tra i 23 e i 25 euro all&#039;anno. Ecco perch&amp;eacute;...</description>
            <link>https://www.focus.it/cultura/curiosita/quanto-spendiamo-in-italia-ogni-anno-in-carta-igienica</link>
            <content:encoded><![CDATA[Nel 2020, nel pieno della pandemia di Covid-19, l'azienda produttrice di bidet Tushy condusse un sondaggio su 2.000 americani stimando una spesa media di circa 182 dollari all'anno per persona. Nell'arco della vita, uno statunitense potrebbe quindi arrivare a spendere oltre 11.000 dollari per la carta igienica.. Tutta colpa del Covid?
Bench&eacute;, all'epoca, il dato risentisse della eccezionale corsa agli acquisti di quei mesi, negli anni successivi alcune stime hanno indicato non una riduzione ma anzi un aumento della spesa media pro capite.. Merito del bidet
In Italia, la spesa media annua per persona si attesta su una cifra molto pi&ugrave; bassa di quella statunitense: tra i 23 e i 25 euro.. Il dato &egrave; influenzato da un consumo pro capite tra i pi&ugrave; bassi d'Europa, principalmente grazie all'uso diffuso del bidet, che riduce la necessit&agrave; di carta rispetto ad altri Paesi..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Google ha un piano per debellare le zanzare]]></media:description>
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            <title>Google ha un piano per debellare le zanzare</title>
            <pubDate>Tue, 30 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Un batterio naturale che blocca le nascite, milioni di maschi sterili e una popolazione destinata a collassare: ecco il piano anti-zanzare di Google.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[Qual &egrave; l'animale pi&ugrave; letale al mondo? Lo squalo? Sbagliato. Il leone? Nein. Un indizio: &egrave; piccolo, assetato di sangue e produce un ronzio fastidioso che ci disturba soprattutto la sera, appena spenta la luce, mentre cerchiamo di dormire. Ebbene s&igrave;, &egrave; proprio lei: la zanzara.
Ogni anno uccide oltre un milione di persone trasmettendo malattie mortali come la dengue, la malaria o Zika. Ora Google ha chiesto l'approvazione dell'EPA (Environmental Protection Agency, Agenzia per la Protezione dell'Ambiente statunitense) per tentare di contenerne la diffusione rilasciando in due anni 32 milioni di esemplari sterilizzati di Aedes Aegypti&nbsp;in California e Florida.. Accoppiamento fallito
Da anni la scienza &egrave; alla ricerca di un modo per porre fine a questa piaga, e quella di Google non &egrave; certo un'idea rivoluzionaria: gi&agrave; nel 2021 vi avevamo parlato di una sperimentazione portata avanti dalla Oxitec, azienda britannica finanziata dalla Bill &amp; Melinda Gates Foundation, per rilasciare centinaia di milioni di zanzare geneticamente modificate. . L'idea del colosso di Mountain View &egrave; simile: liberare milioni di zanzare maschio, che non pungono e dunque non trasmettono malattie, infettate con un batterio naturale chiamato wolbachia che le rende sterili. Quando si accoppiano con le femmine selvatiche, le uova non si schiudono; generazione dopo generazione, la popolazione di zanzare si riduce fino a collassare.. La tecnica dell'insetto sterile
L'approccio di Google si basa sulla SIT (Sterile Insect Technique, letteralmente tecnica dell'insetto sterile), una tecnica scientifica nata negli anni Cinquanta del secolo scorso che &egrave; gi&agrave; stata utilizzata con successo per contenere la diffusione della mosca mediterranea della frutta in California e il verme delle carni negli USA.. Per quanto riguarda le zanzare, la SIT &egrave; stata utilizzata a Cuba nel 2018, dove il rilascio di 1,27 milioni di maschi sterilizzati di Aedes aegypti all'Avana ha ridotto a zero il numero di uova nelle trappole di monitoraggio, e anche in Cina nel 2016-2017, dove &egrave; quasi riuscita a eliminare la zanzara tigre (Aedes albopictus) dall'area del test.
La SIT &egrave; efficace, ma il suo utilizzo su larga scala &egrave; complesso: i maschi sterilizzati in laboratorio tendono infatti a essere meno competitivi nell'accoppiamento e a soccombere a quelli selvatici. Se approvata, la proposta di Google sar&agrave; un ulteriore banco di prova per verificare e perfezionare ulteriormente questa tecnica..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[I cacciatori sono regolatori della biodiversità?]]></media:description>
                <media:credit role="author" scheme="urn:ebu"><![CDATA[]]></media:credit>
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            <title>I cacciatori sono regolatori della biodiversità?</title>
            <pubDate>Mon, 29 Jun 2026 14:00:00 +0200</pubDate>
            <description>&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;Dopo il via libera al Senato del DDL Caccia scoppia il caso &#039;bioregolatori&#039;. Ma affidare il controllo della fauna ai cacciatori funziona davvero?&quot;&lt;/p&gt;</description>
            <link>https://www.focus.it/ambiente/natura/i-cacciatori-sono-davvero-regolatori-della-biodiversita-bozza</link>
            <content:encoded><![CDATA[DDL Caccia, DDL 1552, riforma della 157&hellip; sono tutti sinonimi del testo approvato il 23 giugno in prima lettura al Senato e ora atteso alla Camera, ma nessuno sar&agrave; ricordato quanto il soprannome che gli &egrave; stato dato dai suoi critici, cio&egrave; "DDL sparatutto". Un nome che rende bene il clima dello scontro: da una parte la maggioranza, per la quale il DDL &egrave; il coronamento di anni di riforme pi&ugrave; piccole e "silenziose"; dall'altra le associazioni ambientaliste e animaliste, che parlano di un arretramento pesante nella tutela della fauna selvatica.
Dentro questo scontro c'&egrave; un contenzioso meno appariscente ma decisamente pi&ugrave; importante. Il DDL modifica infatti le parole stesse con cui la caccia viene identificata: tolta dalla cornice ricreativa, viene inserita dentro quella della gestione della biodiversit&agrave;. In parole pi&ugrave; semplici: se la proposta diventasse legge, i cacciatori diventerebbero soggetti che contribuiscono a regolare gli equilibri naturali &ndash; i famosi bioregolatori. Ma &egrave; davvero cos&igrave;? Un cacciatore pu&ograve;, solo in quanto tale, essere considerato un regolatore della biodiversit&agrave;? Per rispondere abbiamo parlato con Domenico Aiello, responsabile tutela giuridica della Natura per il WWF Italia, e con Antonino Morabito, responsabile nazionale CITES e benessere animale di Legambiente. Due esperti che ci hanno aiutato ad approcciare la questione da punti di vista diversi, ma con le stessse conclusioni: il problema non &egrave; decidere se la fauna selvatica vada controllata, quanto stabilire chi pu&ograve; farlo, e come.
. Caccia o controllo?
La prima distinzione da fare &egrave; tra caccia e controllo faunistico. Entrambe prevedono l'abbattimento di animali selvatici, ma non sono la stessa cosa. &laquo;La prima cosa da evidenziare di questo DDL&raquo; ci spiega Aiello &laquo;&egrave; proprio la differenza tra caccia e controllo, tra gestione e attivit&agrave; venatoria ricreativa&raquo;. Il controllo della fauna selvatica &egrave; un'attivit&agrave; di interesse pubblico: serve a intervenire su problemi specifici, per esempio la presenza di specie aliene invasive, e quindi &laquo;deve basarsi su dati, monitoraggi e valutazioni scientifiche&raquo;. Un punto sul quale anche Morabito concorda, e va oltre: &laquo;Non bisognerebbe neanche parlare di "gestione" ma di "governo". La gestione &egrave; quella di un magazzino, qui parliamo di altre specie senzienti&raquo;.
La caccia, invece, &egrave; un'attivit&agrave; ricreativa regolata, con calendari, specie consentite e quote di prelievo, ma non nasce per risolvere un problema ecologico. &laquo;La caccia, per sua natura&raquo; dice Aiello &laquo;&egrave; un'attivit&agrave; ricreativa che ha come obiettivo quello di divertirsi&raquo;.&nbsp;In alcuni casi gli obiettivi di caccia e controllo possono anche entrare in conflitto. Se un piano di controllo mira a ridurre una popolazione problematica, il mondo venatorio pu&ograve; avere un interesse opposto: mantenere una presenza sufficiente di animali da cacciare. L'esempio pi&ugrave; ovvio &egrave; il cinghiale: &laquo;Il controllo mira a ridurre la specie&raquo; ci dice Aiello &laquo;ma se tu la riduci quanto dovrebbe essere davvero ridotta, domani mattina avrai, come &egrave; gi&agrave; successo qualche decennio fa, i cacciatori a chiedere l'immissione di nuovi cinghiali&raquo;. Ecco perch&eacute; la parola "bioregolatore" &egrave; pericolosa e fraintendibile: dovrebbe indicare una persona che esegue un intervento dentro un piano pubblico, scientifico e controllato. Se invece, come in conseguenza di questo DDL, serve a presentare l'intera attivit&agrave; venatoria come "tutela della biodiversit&agrave;", il discorso cambia radicalmente.
. Il caso del cinghiale
Il cinghiale &egrave; l'argomento pi&ugrave; usato a favore della riforma: &egrave; una specie molto diffusa, causa danni agricoli, crea problemi alla sicurezza stradale ed &egrave; entrata anche nella questione della peste suina africana. A prima vista sembra il caso perfetto per dire: "Vedete? I cacciatori servono". Ma proprio il loro caso mostra i limiti di questo ragionamento. Se da anni si moltiplicano abbattimenti, piani di controllo e possibilit&agrave; di caccia, e il problema non &egrave; risolto, allora bisogna chiedersi se il modello funzioni davvero. Morabito lo dice in modo molto netto: &laquo;I dati dimostrano che aver lasciato, ormai da diversi anni, quasi 12 mesi su 12, il cinghiale come specie cacciabile, con piani di controllo e di eradicamento, non &egrave; servito a niente: i numeri non sono diminuiti&raquo;.
Se l'obiettivo era ridurre la presenza del cinghiale, e questo non &egrave; avvenuto, non si pu&ograve; presentare quello stesso approccio come una soluzione scientificamente efficace. &laquo;I cacciatori, fino a oggi utilizzati come semplici esecutori e non come regolatori&raquo; dice &laquo;hanno fallito: lo dicono i numeri&raquo;. Il punto &egrave; importante: un conto &egrave; usare personale abilitato per eseguire un piano di controllo deciso da tecnici e istituzioni; un altro &egrave; trasformare chi pratica la caccia nel soggetto che, di fatto, dovrebbe regolare quegli stessi ecosistemi dove va a divertirsi.
. Biodiversit&agrave; e fucile
Morabito contesta proprio questo salto logico: &laquo;Il fatto che un cacciatore frequenti boschi e montagne non lo rende automaticamente un esperto. Sarebbe come dire: da domani la gestione delle sale operatorie italiane passa al personale che si occupa della pulizia degli ospedali. Fanno un ottimo lavoro, girano per gli ospedali, quindi sicuramente li conoscono, giusto? Il cacciatore si muove in natura, &egrave; vero, ma non ha alcun obbligo di conoscenza specifica dell'ecologia e degli ecosistemi. Definirlo un bioregolatore &egrave; una fake news&raquo;.
Il fucile, in questa cornice, pu&ograve; essere al massimo uno strumento esecutivo in casi specifici. &laquo;Il bioregolatore oggi lavora sparando&raquo; osserva Morabito &laquo;e oggettivamente, tra gli strumenti della ricerca scientifica, il fucile &egrave; stato abbandonato alla fine del Novecento&raquo;. La frase &egrave; provocatoria, ma il senso &egrave; chiaro: non basta l'abbattimento di esemplari "problematici" per parlare di scienza della conservazione.
. Un problema culturale
La questione del DDL, quindi, non &egrave; solo tecnica ma anche culturale. Parlare di gestione invece che di protezione, o di bioregolatori invece che di cacciatori, non &egrave; una scelta neutra. Le parole sono una cornice: se la caccia viene raccontata come uno strumento di tutela della biodiversit&agrave;, diventa pi&ugrave; facile presentare l'ampliamento dell'attivit&agrave; venatoria come una misura ambientale.
Per Aiello, questo &egrave; uno degli aspetti pi&ugrave; delicati del DDL. &laquo;Il concetto di caccia che tutela la biodiversit&agrave; &egrave; un elemento di principio introdotto dalla riforma. In realt&agrave;, &egrave; difficile definire "la caccia" in generale in questo modo, perch&eacute; &egrave; un'attivit&agrave; cos&igrave; multiforme, cos&igrave; variegata, che si applica in periodi cos&igrave; differenti e riguarda talmente tante specie diverse, che &egrave; assurdo pensare che possa sempre e comunque "tutelare la biodiversit&agrave;"&raquo;. In altre parole: una legge pu&ograve; anche dire che la caccia concorre alla tutela della biodiversit&agrave;, ma non pu&ograve; renderlo vero.
. Ma allora i cacciatori "non servono"?
La risposta pi&ugrave; corretta &egrave;: dipende. In alcuni interventi di controllo faunistico possono essere coinvolti anche cacciatori formati, autorizzati e coordinati. Ma in quel caso non agiscono semplicemente "in quanto cacciatori", ma come esecutori di un piano deciso da altri, con finalit&agrave; pubbliche, limiti, autorizzazioni e verifiche. &Egrave; una distinzione fondamentale. Se per esempio una specie aliena minaccia un ecosistema, l'intervento umano pu&ograve; essere necessario. Lo riconosce anche Aiello: &laquo;&Egrave; vero che la natura ormai &egrave; cos&igrave; tanto compromessa che in alcuni casi non si pu&ograve; non agire&raquo;. Ma subito dopo aggiunge il punto decisivo: &laquo;Quella per&ograve; non &egrave; caccia, si chiama controllo ed &egrave; un intervento che decide la scienza. Identificare i due concetti, affidando alla caccia una funzione che non ha, serve solo a consentire al mondo venatorio, in pieno conflitto d'interessi, di avere il pieno controllo di un settore strategico&raquo;.
. La biologia non si cambia
Torniamo quindi alla domanda iniziale: i cacciatori sono davvero regolatori della biodiversit&agrave;? Non automaticamente. Possono partecipare, in alcuni casi, a interventi di controllo faunistico. Ma la tutela della biodiversit&agrave; richiede competenze scientifiche, obiettivi pubblici, dati, monitoraggi e verifiche, e non coincide, come vorrebbe fare il DDL, con il semplice fatto di poter abbattere animali.
Il rischio del DDL "Sparatutto", secondo chi vi si oppone ormai da anni, &egrave; quello di trasformare una distinzione tecnica in uno slogan politico: "gestire la fauna" non significa solo decidere quanti animali si possono uccidere, ma capire come funzionano le popolazioni, quali pressioni subiscano gli ecosistemi, quali effetti produce ogni intervento e quali alternative sono disponibili. Una legge pu&ograve; cambiare il modo in cui chiamiamo i cacciatori, presentarli come "bioregolatori" e inserire la caccia dentro il linguaggio della conservazione. Ma non pu&ograve; cambiare un fatto di base: la biodiversit&agrave; non si tutela a parole ma con la scienza, sempre nell'interesse pubblico e con strumenti proporzionati agli obiettivi. Tutto il resto, al massimo, &egrave; un modo nuovo per chiamare un'attivit&agrave; vecchia.
.]]></content:encoded>
        </item>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Qual è il portiere che ha segnato più gol?]]></media:description>
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            <title>Qual è il portiere che ha segnato più gol?</title>
            <pubDate>Mon, 29 Jun 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Da Rog&amp;eacute;rio Ceni a Chilavert, fino all&#039;unico portiere capace di fare gol in Champions League indossando tre maglie diverse. La classifica dei portieri con il vizio di fare gol.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[A volte anche i portieri segnano, spesso su rigore o punizione, pi&ugrave; raramente su azione. E alcuni di loro sono stati dei veri specialisti del gol, come nel caso di Rog&eacute;rio Ceni (classe 1973), giocatore brasiliano la cui attivit&agrave; sportiva si &egrave; svolta prevalentemente nella squadra del S&atilde;o Paulo, con alcune presenze nella nazionale brasiliana.. Goleador
Nel corso della sua carriera, tale portiere-goleador, detentore di un record molto difficile da battere, ha saputo realizzare la bellezza di 129 reti in gare ufficiali (addirittura 131 se si includono anche le partite amichevoli), tutti su calci da fermo con l'eccezione di uno.. "Vizio" diffuso
Pur non arrivando a sfiorare il primato di Rog&eacute;rio Ceni, sono stati molti i portieri che hanno dimostrato di avere il pallino del gol. Tra questi, sono da segnalare in primo luogo il paraguayano Jos&eacute; Luis Chilavert (classe 1965), che in carriera si &egrave; "fermato" a 62 reti, e subito dopo di lui, in questa particolare classifica, il peruviano Johnny Mart&iacute;n Vegas Fern&aacute;ndez (1976), con 45 gol.. Il tedesco Hans-J&ouml;rg Butt (1974) &egrave; invece l'unico portiere che ha raggiunto un curioso primato: quello di aver segnato in Champions League indossando le maglie di tre diversi club..]]></content:encoded>
        </item>
                <item>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Lo "scudo di neuroni" che blocca le distrazioni]]></media:description>
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            <title>Lo &quot;scudo di neuroni&quot; che blocca le distrazioni</title>
            <pubDate>Mon, 29 Jun 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
            <description>In una regione antica del cervello che accomuna tutti i vertebrati sono presenti neuroni che ci aiutano a porre attenzione agli stimoli più rilevanti.</description>
            <link>https://www.focus.it/comportamento/psicologia/scoperto-un-antico-gruppo-di-neuroni-che-blocca-le-distrazioni</link>
            <content:encoded><![CDATA[Un gruppo di neuroni che aiuta il cervello a filtrare le informazioni rilevanti e a lasciar perdere gli stimoli superflui, &egrave; stato trovato in una regione cerebrale primitiva e antica - il tronco encefalico, situato alla base del cervello in continuit&agrave; con il midollo spinale. Disattivare questi neuroni nei topi rende i roditori iperdistraibili, dicono gli autori della scoperta, pubblicata su Nature Communications.
La scoperta potrebbe contribuire a sviluppare trattamenti pi&ugrave; mirati contro i disturbi che compromettono l'attenzione come l'ADHD, il disturbo da deficit di attenzione/iperattivit&agrave;.. Filtro necessario. Il cervello &egrave; costantemente inondato di informazioni che deve selezionare per importanza. La capacit&agrave; di concentrarsi sugli stimoli pi&ugrave; importanti e di tralasciare quelli non essenziali &egrave; chiamata attenzione selettiva spaziale: &egrave; la dote che ci permette di individuare subito un volto amico in una stanza affollata di sconosciuti. In alcune condizioni come, appunto, l'ADHD o disturbi dello spettro autistico, questa capacit&agrave; &egrave; in parte compromessa.. Finora si pensava che questo tipo di processo fosse controllato dalla corteccia prefrontale, la regione pi&ugrave; evoluta del cervello che presiede ai compiti cognitivi complessi (come i processi decisionali, la pianificazione, la moderazione dei comportamenti sociali). Tuttavia, anche animali privi di una corteccia prefrontale evoluta, come pesci e uccelli, sono capaci di compiti di attenzione selettiva, abilit&agrave; che ha caratterizzato la loro intera storia evolutiva.. Cervello primitivo. &Egrave; cos&igrave; che gli scienziati della Johns Hopkins University sono risaliti al tronco encefalico, una struttura dalla quale transitano i messaggi da e per il cervello. Nei topi, i ricercatori hanno individuato un gruppo evolutivamente antico di neuroni, presente anche in altri vertebrati come uccelli e pesci, che ha una funzione inibitoria cruciale per distinguere gli stimoli importanti nel "rumore" di informazioni in competizione.
I topi sono stati addestrati a riconoscere un'informazione rilevante su uno schermo - un segnale visivo proiettato davanti ai loro occhi - e a distinguerla da segnali inviati ai lati del campo visivo. Ci sono riusciti fintanto che questi neuroni del tronco encefalico hanno funzionato a dovere. Quando i ricercatori li hanno temporaneamente silenziati, i topi sono diventati molto facilmente distraibili. Altri esperimenti hanno appurato che non era un problema di vista o di movimento.. Selezionare per comprendere. &laquo;Questa parte del cervello &egrave; come un motore di selezione dell'attenzione. Aiuta a risolvere la domanda: "Qual &egrave; l'informazione pi&ugrave; importante a cui dovrei prestare attenzione in questo momento?"&raquo; dice il neuroscienziato Ninad Kothari, primo autore dello studio. Ora bisogner&agrave; capire se questi stessi neuroni esercitino una funzione simile anche nell'uomo, come i dati sembrano indicare. E se la loro attivit&agrave; funzioni diversamente nelle persone affette da disturbi dell'attenzione..]]></content:encoded>
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                <media:description type="plain"><![CDATA[Davvero l’incesto portò alla fine dei Neanderthal?]]></media:description>
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            <title>Davvero l’incesto portò alla fine dei Neanderthal?</title>
            <pubDate>Mon, 29 Jun 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Un nuovo studio sul DNA di 27 Neanderthal vissuti in Belgio e Francia mette in dubbio la teoria dell&#039;inbreeding come causa della loro estinzione.</description>
            <link>https://www.focus.it/cultura/storia/davvero-l-incesto-porto-alla-fine-dei-neanderthal-forse-no</link>
            <content:encoded><![CDATA[Tutto (o quasi) ci&ograve; che sappiamo sui Neanderthal l'abbiamo imparato studiando il DNA di appena quattro individui, tre vissuti in Siberia e uno in Croazia. I loro resti umani erano gli unici finora in nostro possesso dai quali eravamo riusciti a ricavare sufficiente materiale genetico da analizzare. Studiando i genomi di questi quattro antichi cugini (Vindija 33.19, Denisova 5, Denisova 17 e Chagyrskaya 8) eravamo giunti alla conclusione che a contribuire alla scomparsa dei Neanderthal fosse stato un continuo accoppiamento tra consanguinei, che avrebbe portato a un disastro genetico.. Il quinto genoma Neanderthal di alta qualit&agrave;
Ora nuove analisi genetiche su altri individui vissuti tra il Belgio e la Francia ci fanno mettere in discussione questa teoria, non avendo rilevato alcun segno di endogamia (o inbreeding) nei geni analizzati.. Il DNA sequenziato proviene dai resti di 27 individui vissuti tra circa 52.000 e 40.000 anni fa in diverse zone del Belgio e della Francia. In particolare il genoma di un individuo ritrovato nelle grotte di Goyet, in Belgio, vissuto circa 45.000 anni fa, &egrave; di altissima qualit&agrave; ed &egrave; stato definito dagli autori &laquo;il quinto genoma Neanderthal ad alta copertura sequenziato fino a oggi&raquo;.. Niente inbreeding, niente Sapiens
L'analisi dei resti non ha restituito alcuna prova di un crescente carico di mutazioni genetiche dannose dovute a inbreeding o di una riduzione della diversit&agrave; genetica, sebbene tutti i Neanderthal avessero una diversit&agrave; inferiore rispetto agli umani moderni dell'epoca. Un altro aspetto interessante emerso dal sequenziamento &egrave; che, nonostante la sovrapposizione temporale con gli umani moderni in Europa, i genomi analizzati non mostrano segni di incroci recenti con i sapiens.. Alba Bossoms Mesa, coordinatrice dello studio, avanza diverse ipotesi riguardo ai motivi di questa assenza di segnali di interbreeding: la prima, che l'incrocio sia avvenuto altrove, e per quello non ve ne sia traccia in questi individui; la seconda, che sapiens e neanderthaliani, pur incontrandosi, non si accoppiassero di frequente per motivi di comportamento sociale; la terza, che i bambini nati dall'unione tra sapiens e Neanderthal non sopravvivessero oppure venissero cresciuti e integrati solo nei gruppi di umani moderni.. Un'estinzione non uniforme?
I tre genomi della Siberia, che restituivano una fotografia di una popolazione di piccoli gruppi isolati e consanguinei, potrebbero dunque non essere rappresentativi dell'intera specie: i genomi analizzati ora parlano di un gruppo numeroso e ben collegato nell'Europa nordoccidentale, dove l'incesto non era pratica comune, con una diversit&agrave; genetica simile a quella di Vindija 33.19.&nbsp;Gli autori ipotizzano dunque che il declino genetico osservato nei Neanderthal siberiani fosse un fenomeno locale, e che forse l'estinzione della specie non sia avvenuta in modo uniforme..]]></content:encoded>
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            <title>Appello Onu sui consumi dei data center IA</title>
            <pubDate>Mon, 29 Jun 2026 01:00:00 +0200</pubDate>
            <description>Il segretario dell&#039;ONU Guterres lancia l&#039;allarme sul costo climatico dell&#039;Intelligenza Artificiale: &#039;Basta costi nascosti, serve trasparenza&#039;.</description>
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            <content:encoded><![CDATA[Il mondo deve agire con "molta pi&ugrave; urgenza" per limitare il riscaldamento climatico. Lo ha dichiarato il segretario generale dell'ONU, Antonio Guterres, indicando le energie fossili come l'"origine distruttiva" delle crisi energetica e climatica.
"Non possiamo fare pi&ugrave; affidamento su un sistema basato sui combustibili fossili che alimenta sia la crisi climatica che la crisi energetica", ha affermato in un discorso pronunciato in occasione di una conferenza a Londra dedicata al clima.
Il lato oscuro dell'Intelligenza Artificiale
Il capo delle Nazioni Unite ha inoltre indirizzato un duro attacco ai vertici della Silicon Valley, invitando le grandi aziende di intelligenza artificiale a dire "tutta la verit&agrave;" sul costo climatico dei loro enormi data center. Guterres le ha incoraggiate a rivelare pubblicamente i loro reali consumi di energia e a impegnarsi concretamente ad alimentarli solo con fonti rinnovabili.
"Basta costi nascosti. Basta far ricadere il peso su coloro che sono meno in grado di sopportarlo. &Egrave; ora di dire tutta la verit&agrave;", ha incalzato il segretario generale, concludendo con un monito per il futuro del settore: "Se l'IA deve contribuire a costruire un futuro migliore, deve essere onesta riguardo a ci&ograve; che ci costa oggi"..]]></content:encoded>
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