In sala dal 15 gennaio con I Wonder Pictures, Sorry, Baby è l’esordio alla regia di Eva Victor: una traumedy, ovvero una commedia drammatica che mette in scena l’elaborazione di un trauma. Un filone che attraversa gli ultimi due lustri, tra cinema e tv, e di cui analizziamo le caratteristiche.
Nella notte dell’11 gennaio Julia Roberts è salita sul palco dei Golden Globe per presentare il premio al miglior film commedia/musical, accolta da una spontanea standing ovation che testimonia il suo status di ultima vera diva in uno star system sbrindellato da algoritmi e franchise. Davanti a quella folla di altre celebrità adoranti, prima di pronunciare il vincitore (Una battaglia dopo l’altra, per inciso), Roberts ha indicato una singola persona in sala, una persona che come lei era appena stata “sconfitta” da Jessie Buckley nella categoria miglior attrice: «Eva Victor, who is my hero», consigliando subito dopo a tutti di recuperare, se non l’avessero visto, il film di cui Victor è regista e protagonista, ovvero Sorry, Baby, che arriva domani anche nelle sale italiane. Un momento che immaginiamo surreale per Eva Victor, interprete e filmmaker trentenne e non binary qui al suo esordio alla regia e decisamente lontana anni luce, per età e nicchia di riferimento, dalle star della cerimonia, indicata come personale eroe della star più famosa nella stanza; un legame inatteso, quello tra Roberts e Victor, che ci interessa anche per le simmetrie presenti tra i film di riferimento delle due interpreti. Julia Roberts è la star (fenomenale, in un cast di livello altissimo) di After the Hunt di Luca Guadagnino, che mette in scena, col senso del regista italiano per le geometrie relazionali, il feroce copione della quasi esordiente americana Nora Garrett: la storia di un caso di (presunte) molestie che coinvolge un carismatico professore e una brillante dottoranda nel prestigioso campus di un’università del New England (Yale per la precisione), scoprendo i nervi di due generazioni a confronto sui temi del consenso, dell’abuso, del politicamente corretto. È un film, After the Hunt, che rientra sotto l’ormai amplissimo ombrello dei titoli dell’era del #MeToo, movimento culturale e politico che, dall’autunno del 2017, ha lasciato un segno sostanziale sull’immaginario e su Hollywood.
Anche Sorry, Baby di Eva Victor è ambientato nel New England, nell’arco di una manciata di anni raccontati in ordine non cronologico, e la sua protagonista, Agnes, è a sua volta una brillante dottoranda nonché la favorita di un carismatico professore in un prestigioso college del New England (fittizio in questo caso, o comunque dal nome non specificato). A differenza del cinico caleidoscopio di punti di vista e messinscene allestito da After the Hunt, qui abbiamo solo il punto di vista di Agnes, che racconta in prima persona l’aggressione sessuale subìta dal suddetto professore; un atto che non viene mostrato sullo schermo, e durante il quale la macchina da presa resta ferma fuori dalla soglia della casa dove la violenza sta avvenendo. Costato solo un milione e mezzo di dollari (e ne ha già incassati 3,3 milioni), Sorry, Baby è un piccolo film indipendente, la cui autrice (Victor usa i pronomi they/she, come spiegato anche da una ironica scena del film in cui Agnes/Eva cerca di collocare il proprio genere collocandolo a una distanza asimmetrica tra le caselle F e M) è diventata famosa sui social grazie a piccoli video realizzati su Tik Tok e Twitter e divenuti virali. Victor, che si è fatta le ossa come stand-up comedian e come firma di Reductress, sito satirico e femminista, ha attirato l’attenzione del premio Oscar Barry Jenkins, che ha deciso di produrre Sorry, Baby proiettando Eva verso l’industria cinematografica, e nel corso di 12 mesi piuttosto intensi il film è stato, nell’ordine: presentato (e premiato) al Sundance Festival 2025; selezionato alla Quinzaine di Cannes; acquisito da A24, la casa statunitense ormai sinonimo di cinema audace e “nuovo”, per la distribuzione; lanciato dalla suddetta A24 nella stagione dei premi, ottenendo nomination ai Critics’ Choice, agli Spirit Awards e, appunto, ai Golden Globe, da cui siamo partiti. È facile capire come Eva Victor fosse “l’intrusa” in quella cerimonia: 32 anni da compiere il prossimo 11 febbraio, una carriera fatta perlopiù di video comici distribuiti sul web ed “esplosi” nell’era pandemica, corpo attoriale non conforme agli standard (è alta 1 metro e 80, caratteristica poco hollywoodiana e tendenzialmente limitante; nel film la sua Agnes, dovendo rispondere alla domanda «Come ti descriverebbero i tuoi amici?», verga «Intelligente» prima di cancellarlo e sostituirlo con «Alta») e un’esperienza sul set che, prima di girare Sorry, Baby, si riduceva all’aver avuto l’occasione di seguire da vicino Jane Schoenbrun nelle riprese di I Saw the Tv Glow (cui abbiamo dedicato la newsletter n. 152), forse molti colleghi non erano nemmeno certi di chi fosse, prima che Julia Roberts salisse sul palco e le puntasse addosso l’occhio di bue.
Perché Eva Victor è «l’eroe» di Julia Roberts, e perché lo sarà forse per molti spettatori e spettatrici di Sorry, Baby? Perché il suo film è un piccolo, preciso e acutissimo diario di un trauma, e di un processo di guarigione che, come sa chiunque abbia subìto una qualsiasi forma di abuso, non è mai un processo lineare: per questo anche Sorry, Baby salta da una stagione all’altra, avanti e indietro nel tempo, a simboleggiare gli slanci in avanti di chi sta guarendo dalle proprie ferite e, di colpo, i salti all’indietro che una frase, un oggetto, un luogo possono innescare. Soprattutto, e qui veniamo alla caratteristica che ci pare più rilevante, Sorry, Baby è una commedia; una commedia drammatica, con venature anche di horror (enfatizzate dalle incredibili location: la casa di Agnes/Eva è immersa nel nulla, nella lussureggiante ma pure inquietante natura del New England), che la nostra Fiaba Di Martino ha definito, nella recensione che trovate su Film Tv in edicola, una traumedy, gioco di parole che unisce dramedy (commedia drammatica, appunto) e trauma. Un film che trasforma la materia incandescente e spesso intoccabile della violenza, dell’abuso e della vergogna in qualcosa di cui si può ridere, che si può guardare dritto negli occhi con un’ironia che non è distacco o escapismo, ma, piuttosto, una forma di coraggio: l’audacia di rompere il tabù e confessare anche gli aspetti più ridicoli, più osceni, più grotteschi di un’esperienza di cui si è stati vittime. Esemplare, in questo senso, la visita medica cui Agnes si sottopone dopo lo stupro, accompagnata dalla fedele amica Lydie (interpretata dalla Naomi Ackie di un altro titolo del cinema #MeToo, Blink Twice di Zoë Kravitz), giocata su una comicità cringe che manda in frantumi la composta e ipocrita procedura sostenuta dal dottore che ha davanti; non si tratta di ridicolizzare o di alleggerire temi ponderosi, quanto piuttosto di usare la schiettezza per riprendere il controllo della narrativa sulla violenza subìta, perché anche da qui passa la riconquista di se stessi che avviene faticosamente dopo un trauma. Gli attacchi di panico, la fatica di tornare padrone del proprio corpo, i dialoghi imbarazzanti o illuminanti con amici o perfetti sconosciuti (perfetto quello incarnato dal grande John Carroll Lynch) sono tappe di un percorso post-traumatico raccontato con la medesima sincerità con cui Victor metteva in scena, nei suoi video per il web, il suo rapporto con l’ansia; come nella serie Eva vs. Anxiety, dove ogni episodio trattava uno dei piccoli grandi drammi (estremamente condivisibili) vissuti da persone non del tutto socialmente funzionali, come fare conversazione spicciola in ascensore o firmare il biglietto d’auguri per qualcuno che non si conosce davvero.
Eva Victor, che come interprete ha una dinoccolata e affascinante goffaggine e la resa comica impassibile di un attore di Wes Anderson, come regista ha citato tra le sue ispirazioni i ritratti al femminile di Kelly Reichardt (in particolare gli episodi di Certain Women), le scene di sesso non rassicuranti di Burning di Lee Chang-dong e perfino il modo di trasformare una casa in co-protagonista di L’amore non va in vacanza di Nancy Meyers, ed è inevitabile vederci anche l’eredità di quella messa a nudo del femminile (e della messa al centro di un corpo attoriale fuori dai canoni) operata da Lena Dunham e Greta Gerwig fin dagli anni 10, e arrivata sino ai lavori di Kit Zahuar (Actual People, su MUBI) e a titoli da noi inediti come The Feeling That the Time for Doing Something Has Passed di Joanna Arnow, passando anche per la letteratura (Sally Rooney su tutte). Ma ci piace qui cogliere l’occasione per tratteggiare una diversa genealogia del modo di fare cinema di Eva Victor, e del suo modo di raccontare il corpo femminile (e non binary), il sesso, l’autoironia, la vergogna, il tabù; una genealogia con la quale, nei titoli a seguire, proviamo anche a ricostruire una possibile breve storia dell’ipotetico genere della traumedy, ovvero la commedia drammatica, o commedia nera, che mette in scena le conseguenze di un trauma e l’irregolare processo di elaborazione. Un genere molto più affollato di quanto possa sembrare: in fondo, vi rientrano anche titoli maiuscoli della serialità degli ultimi anni, da BoJack Horseman (e tutte le serie di Raphael Bob-Waksberg, comprese le successive Undone e Long Story Short, sono traumedy) a The Bear, quest’ultima pervicacemente inserita in ogni award season nella categoria “commedia”, a dispetto del fatto che si tratta di una serie sull’elaborazione del lutto, del senso di colpa e del trauma legato a una madre con disturbo della personalità. Anche una delle serie più discusse e viste del 2024, Baby Reindeer, era una traumedy, esplicitamente autobiografica: creata e interpretata dall’aspirante comico britannico Richard Gadd, metteva in scena la sua esperienza come vittima di stalking e, prima ancora, come vittima di un abuso di potere relazionale sfociato nello stupro da parte di un uomo più maturo di lui. Lo citiamo come raro ed emblematico esempio di traumedy al maschile e prima di elencarvi, in ordine cronologico, 10 tragicomici esempi di messa in scena del trauma firmati da donne o da autor* non binar* senza i quali probabilmente Sorry, Baby non sarebbe esistito, appoggiamo qui una considerazione: se sono in schiacciante percentuale donne le persone che attingono alla propria esperienza con l’abuso e col trauma per farne audiovisivo, non è solo perché li subiscono, statisticamente, con maggiore incidenza, ma anche perché è ancora tabù, per molti versi, la messa in scena di un uomo ferito dall’abuso e dalla violenza.
Girls
2012-2017 creata da Lena Dunham
Tutto parte da qui, e non ci stanchiamo di ripeterlo: la serie di Dunham (proprio in questi giorni tornata disponibile in streaming sulla nuova piattaforma HBO Max) è stata seminale per la rappresentazione del femminile, rompendo le regole in un modo che ha influenzato tutto il cinema e la tv a venire. Citiamo, in particolare, il memorabile episodio American Bitch (6x03), andato in onda quasi un anno prima dell’esplosione del #MeToo: Matthew Rhys interpreta un romanziere accusato di molestie sessuali, che Hannah/Lena Dunham intervista, ritrovandosi a subire in prima persona la manipolazione dell’uomo e finendo vittima dello squilibrio nel rapporto di forza. Un episodio autonomo che è un vero e proprio cortometraggio-teorema sul tema del consenso, in anticipo sui tempi.
One Mississippi
2015-2017 creata da Tig Notaro
Regina statunitense del black humour, la grande Tig Notaro ha usato la serie One Mississippi (su Prime Video) come versione appena romanzata della sua autobiografia: la protagonista si chiama Tig Bavaro e di traumi, pur con la sua classica ironia deadpan, ossia impassibile, deve affrontarne un bel po’, a partire dal cancro che l’ha portata a una doppia mastectomia fino alla morte di sua madre. Anche qui c’è un episodio di cui si è parlato molto, a posteriori, ritrovandoci una ricostruzione non troppo velata delle molestie sessuali attuate dal comico Louis CK; nella puntata Can’t Fight This Feeling (2x05), una delle protagoniste presenta il pitch di un progetto al suo produttore, che chiude dietro di sé la porta dell’ufficio e inizia a masturbarsi mentre la donna parla dall’altro lato della scrivania; era il settembre del 2017, #MeToo sarebbe stato twittato per la prima volta poche settimane dopo.
Fleabag
2016-2019 creata da Phoebe Waller-Bridge
Un’altra indiscussa firma di riferimento nel trattare gli aspetti più spigolosi e meno compiacenti del femminile sullo schermo, Waller-Bridge crea Fleabag come one woman show teatrale (lo stesso farà il succitato Richard Gadd prima di trasformare similmente in serie tv il suo Baby Reindeer) e infiltra l’umorismo della sarcastica ed esilarante protagonista di uno strisciante senso di disperazione che, si scopre poco a poco durante la serie (disponibile su Prime Video), deriva dal dolore di un lutto e da un insopprimibile senso di colpa. Fleabag ridicolizza tutto, ammicca allo spettatore rompendo la quarta parete, cerca la nostra complicità; ma dietro le sue battute taglienti c’è un trauma che non è in grado di dire a parole.
Nanette
2018 di Hannah Gadsby
Non un film né una serie, ma uno spettacolo di stand-up comedy divenuto poi uno special televisivo per Netflix: Hannah Gadsby, comedian australianə non binary, si mette in scena senza filtri, facendo slittare l’ironia dark verso la cruda invettiva contro il patriarcato e facendo deragliare l’umorismo autoironico e auto-denigratorio in un’autobiografia che affronta di petto la violenza di genere, l’omofobia e il sessismo. Un meta-spettacolo che ha lasciato un segno molto forte nel panorama della stand-up.
Una donna promettente
2020 di Emerald Fennell
Anche di Fennell, di cui attendiamo il prossimo Cime tempestose, vi abbiamo parlato più volte, come nella newsletter n. 121; il suo film non è tecnicamente una commedia, né un thriller, ma un ibrido di generi che affondano tutti, però, le radici in un trauma: quello di Cassandra, migliore amica di una vittima di stupro di gruppo che si è tolta la vita, e che lei sceglie di vendicare, in uno stilizzato e parossistico revenge movie dal finale, quello sì, ferocemente intriso di macabra ironia. Disponibile su Netflix e Prime Video.
Feel Good
2020-2021 creata da Mae Martin, Joe Hampson
Di nuovo unə stand-up comedian non binary, stavolta canadese, e deditə alla rappresentazioni di corpi non conformi: Mae Martin, che nella sua più recente serie Wayward - Ribelli ha interpretato un poliziotto trans. In Feel Good ha scritto e incarnato un personaggio fortemente autobiografico, alle prese con la difficile riconquista di sé, e di relazioni salubri, dopo un passato di tossicodipendenza. La seconda annata della serie, su Netflix, mette in campo una vera diagnosi di sindrome da stress post traumatico e affronta le radici del trauma, in una relazione di abuso vissuta da adolescente con un uomo molto più maturo.
I May Destroy You
2020 creata da Michaela Coel
Un altro capolavoro seriale contemporaneo, un altro titolo cruciale (il cui sottotitolo italiano recita appunto, didascalicamente, Trauma e rinascita) per la rappresentazione della donna sullo schermo: la miniserie creata dalla britannica Coel, anch’essa parzialmente autobiografica, è un fulminante, elettrizzante racconto delle conseguenze di una violenza sessuale, costruito come un grottesco whodunit dove l’indagine di Michaela/Arabella per dare un volto e un nome al proprio aggressore nasconde in realtà il difficile e tumultuoso (e mai, mai lineare) processo di riconquista di sé, del proprio corpo, della propria libertà di essere altro rispetto a una vittima.
Kevin Can F**k Himself
2021-2022 creata da Valerie Armstrong
La gabbia asfissiante di un matrimonio costruito su rapporti di forza sbilanciati, la violenza psicologica di un marito narcisista e le manipolazioni continue subìte da una moglie e madre: tutto questo raccontato con le cifre caratteristiche della sitcom, format televisivo della famiglia tradizionale per eccellenza. È lo spunto geniale della serie, su Prime Video, che sin dal titolo si prende gioco delle rappresentazioni di genere conservatrici delle sitcom americane, citando esplicitamente Kevin Can Wait di e con Kevin James; il linguaggio e lo stile della serie cambiano a seconda della presenza in scena del marito della protagonista, slittando dalla classica sitcom multicamera alle riprese a camera singola per raccontare la psicologia di una donna che tenta di liberarsi dalla gabbia (anche formale) del patriarcato.
How To Have Sex
2023 di Molly Manning Walker
Uno dei nostri film preferiti del 2023, premiato al Certain regard di Cannes e distribuito in streaming da MUBI, è un ritratto al femminile cangiante, che comincia come una chiassosa e sboccata commedia estiva sulle vacanze di un gruppo di giovani studentesse, ed evolve in modo sottile e sinistro nella rappresentazione di una violenza sessuale che si annida nelle ellissi del racconto. Un ottimo film sul consenso e sulla cultura dello stupro, diretto da una giovane e promettente autrice britannica.
Dying for Sex
2025 creata da Kim Rosenstock, Elizabeth Meriwether
Ve ne abbiamo parlato nella newsletter n. 179 e di nuovo in quella sulle migliori serie del 2025: la miniserie Hulu (da noi su Disney+) nata dal podcast omonimo di Molly Kochan, morta a 45 per un cancro al seno, è un fenomenale esempio di come declinare in commedia brillante temi assai complessi come la malattia, l’eutanasia, il desiderio femminile, l’anorgasmia e i feticismi. Se funziona è merito della grande Michelle Williams, ma anche di una scrittura che sa conferire al personaggio di Molly la tridimensionalità per essere contraddittoria e contenere moltitudini (tra cui un difficile e scivoloso percorso di elaborazione del trauma di un abuso sessuale subìto in giovanissima età). ILARIA FEOLE
La serie di Tig Notaro One Mississippi è vissuta due stagioni e la trovate su Prime Video: qui vi riproponiamo la recensione della prima annata, pubblicata su Film Tv n. 12/2017.
One Mississippi
Serie Amazon, commedia sulla famiglia contemporanea come Transparent, brevissima come Crisis in Six Scenes, tutto secondo il cupo senso per la comedy della piattaforma produttrice. L’85%, dice la creatrice, è autobiografia. Lei è Tig Notaro (recuperate, su Netflix, il suo spettacolo, Tig), comedian e speaker radiofonica, omosessuale, 45 anni, pochissimi chili, capelli corti, un cancro che l’ha portata alla mastectomia bilaterale, una seria malattia intestinale. Il lutto di una madre scomparsa inaspettatamente, il ritorno a casa, un posto delle fragole dove la aspettano il patrigno e il fratello, lo spettro della defunta e i ricordi di un abuso. Una relazione rotta e nuove prospettive. Storie vere. O quasi. Il tutto con un’ironia che è passata dal tragico al cinico, ed è giunta a un realismo struggente, impudico perché sincero, umano troppo umano, dolcemente svergognato. Le cose sono dette col nome che spetta loro, le feci si chiamano feci, sul cancro si ride, e il fallimento è condicio sine qua non dell’esistere. Sisifo è tutti noi, certo, ma con leggiadria. Nessun compiacimento. I’m just a person si intitola un libro di Tig. È un manifesto. Le cicatrici non sono mascherate (letteralmente: Tig non lesina nel mostrare il suo petto privato del seno, a interrogare e giocare col suo nuovo corpo, e a proporlo al mondo come possibile oggetto di desiderio). E i sentimenti non sempre trovano una forma narrativa catartica, un racconto sociale a cui aderire. Una parola non detta, un SMS non inviato. Sono anche e soprattutto queste cose sospese a far l’intima, universale verità dell’autoritratto. Produce Louis C.K., Diablo Cody co-sceneggia insieme a Tig. Lo dicono da sempre entrambi: guardateci, siamo solo persone. GIULIO SANGIORGIO
Parte il 16 gennaio l’edizione n. 37 del Trieste Film Festival, il più importante appuntamento italiano dedicato al cinema dell’Est. La storica sezione Wild Roses, focus sulle registe europee, quest’anno punta lo sguardo sulla Slovenia, con 13 lunghi e 10 corti per scoprire una cinematografia così vicina e così lontana. Inaugura il festival Franz di Agnieszka Holland, e in chiusura c’è il bellissimo Silent Friend di Ildiko Enyedi, regista ungherese che al festival terrà anche una masterclass.
Pochi giorni fa, il 12 gennaio, ricorrevano i 50 anni dalla morte della grande Agatha Christie: la celebra anche un nuovo podcast di RaiPlaySound intitolato Cara Agatha - Dieci lettere alla regina del giallo, scritto e narrato da Vanessa Roghi, che ne ripercorre vita, opere e luoghi simbolo.
Per chi legge in francese, imperdibile il nuovo numero della rivista bimestrale cinéphile “La septième obsession”: un monografico dedicato ai “100 più grandi ruoli femminili della Storia dello schermo”, da Gilda a Beatrix Kiddo, da Holly Golightly alla principessa Mononoke, da Ellen Ripley a… Carol Sturka di Plur1bus.



























































