"La Risacca"
..e Ale38 #52
Qualche settimana fa, ero in una riunione online, a un certo punto il mio capo dice una frase che mi è rimasta in testa. Non era roba da Steve Jobs o da quei manager col maglioncino nero che ti parlano di visione e futuro. No. Era una di quelle piccole cose che ti si piantano dentro come una scheggia.
Disse: "Mi sento come la risacca."
Boom.
Mi è partito in testa il suono del mare. Quello vero. Quello che sbatte sugli scogli e poi si ritira, lasciando solo silenzio e un po’ di schiuma. Vivo vicino al mare, lo vedo ogni giorno, ci corro accanto e ci ho nuotato dentro per anni. Quando il mare è agitato è lì che ti giochi tutto. Devi ascoltarlo, capirlo, respirare quando puoi e sperare che non ti stia fregando.
Non come quelli da piscina che guardano quella cazzo di riga blu sul fondo. Illusi. In mare non hai certezze. Il fondo è nero, e sotto c’è sempre qualcosa pronto a tirarti giù. Ma io, io non mi sono mai fatto prendere dalla paura.
Ci sono andato dentro, sempre. Con rispetto. E se ti arriva una medusa in faccia, che vuoi che sia? Brucia un po’ e poi passa.
Tutto passa, sempre.
Eravamo reduci dalla settimana della Stramilano. Una di quelle che ti spolpa. Ognuno con la sua faccia, le sue ossa stanche, il cervello un po’ in pappa. Ma quando lei ha detto quella frase, ho capito che stavamo tutti nello stesso punto: tra l’onda che arriva e quella che se ne va.
In questo mese – o forse più – che non ho scritto, le onde mi sono piovute addosso forti, senza pietà.
La vita fa così: ti prende a schiaffi anche quando sorridi.
Ma ho viaggiato tanto per lavoro, ho fatto tutto quello che dovevo fare. Senza risparmiarmi. E cazzo, lo so, lo sento: ho dato tutto quello che avevo.
E a volte basta questo per non affogare e restare sereni.
Una di quelle onde bastarde è arrivata e ci ha travolti. Me e mia moglie.
Tutto sottosopra. Non entrerò nei dettagli, non ne ho voglia, non mi serve. Ma ci ha lasciato qualche cicatrice addosso, notti agitate come cani randagi sotto la pioggia, eppure alla fine eccoci qua: più duri, più veri, più vivi.
Ho mollato una gara che mi portavo nel cuore, la mezza maratona a San Benedetto del Tronto. Campionati Italiani. Avevo il motore a mille, le gambe di fuoco, la testa in bolla. Stavo da dio. Il classico picco che arriva dopa tanta fatica. Ma non sono andato.
Ho scelto il divano.
Ho scelto casa.
Ho scelto mia moglie, il silenzio, il cane che dorme ai piedi.
E no, non mi è pesato nemmeno un po’. Anzi, ho pensato che potrei anche smettere domani di correre, fanculo. Basta che non mi tolgano la mia pace, quella vera, quella che comincia dentro e si allarga a chi ti dorme accanto.
Poi, dopo quel temporale, è tornato il sole.
Sono andato a Taranto a correre una dieci chilometri. Che poi non erano dieci, ma nove. Una di quelle fregature che ti mandano in bestia.
Finisco quarto, pochi secondi dal terzo. Se ci fosse stato quell’ultimo chilometro l’avrei preso, lo so. Ma niente. Arrivo, guardo il cronometro e dico: non ci credo, ma che cazzo, non si fa così.
Però Taranto... Taranto è stata bella. La città che si srotola sotto le scarpe, due ponti da salire e scendere, e l’amico Fabbro in bici che mi filma, ride, scatta, mi dice che sembro quasi bello. Una giornata vera, come piacciono a me.
Taglio il traguardo, e subito penso a lei. A mia moglie. Sta ancora gareggiando.
Mi butto indietro sul percorso, correndo controcorrente tra la folla che applaude.
La trovo che ansima, rossa come un cazzo di peperoncino e pronta a mollare tutto. Il finale è in salita, e il sole picchia duro.
Mi metto al suo fianco.
Le parlo.
Le dico che ce n’ha due alle spalle che la stanno per sbranare.
Lei sbuffa, ringhia, spinge. Parte come una belva e si va a prendere quel traguardo da sola.
Io la guardo allontanarsi e penso:
Cristo santo oggi mi mena.
Quando mi rivede, mi guarda e mi fa:
"Sei una merda, non avevo nessuno dietro."
Io sorrido, come faccio sempre quando qualcuno mi accusa di qualcosa di vero.
E le dico:
"Pensa che io, quando sono da solo in gara, mi costruisco film interi in testa. Mi immagino gente alle calcagna, pronta a mangiarmi vivo. È così che riesco a non mollare. A volte funziona, a volte no. Ma cazzo, almeno ci provo."
Alla fine, è salita anche lei sul podio.
Giustizia poetica. O una botta di culo. O forse entrambe.
Taranto, l’altro ieri.
Sì, proprio quella Taranto che molti schifano e invece io amo, ci torno spesso.
Domenica eravamo ancora lì. Per un amico. Uno vero. Uno che al 38° chilometro della maratona di Vienna ha preso una sberla in faccia dalla realtà, ed è diventato "Ale38".
Tu dici: “Ok, avrà imparato la lezione.”
E invece no.
A Milano un mese fa ci è ricascato. Ma stavolta ha tenuto botta. L’ha finita con un tempo che per uno alle prime armi è roba seria.
Il fatto è che Ale38, in gara, diventa un animale. Un misto tra un samurai e un cavallo imbizzarrito. È un tipo buono, fine, colto, elegante e sensibile. Ma quando parte, parte con il cuore, e il cervello lo lascia a casa a dormire.
Così, dopo Milano, decide di provarci ancora.
Mezza maratona a Taranto.
Ma il destino, il bastardo, ci mette di nuovo lo zampino: problemi a casa, torna tardi la sera prima, dorme niente, ma alle 5 è sveglio. Pronto.
Decide che si corre lo stesso.
E allora io, Donato, Lorenzo e Giuseppe diventiamo la sua scorta. Tipo Berlusconi quando ancora lo rispettavano e faceva festini a destra e sinistra.
Durante la gara lo copriamo di consigli, di oscenità, di risate che manco nei peggiori bar d’Albania. Ma soprattutto sfottiamo Donato senza pietà, e lui le prende tutte con una pazienza che non so dove cazzo la trovi.
Il percorso è una tortura.
Il keniano che voleva farla in 1h04 ne esce vivo, ma distrutto, in 1h08.
Ale38 invece negli ultimi 2 km ci crede.
Allunga.
Spinge.
Taglia il traguardo in 1h19, con le gambe che urlano e il cuore che ride.
Noi gli stiamo dietro, terzo, quarto, quinto e sesto assoluti.
Siamo stati la scorta ufficiale dei due missili africani arrivati primo e secondo.
Ecco, lo dicevo prima e lo ripeto ora: potrei vivere senza la corsa.
Ma è quello che succede dentro la corsa, che me la fa amare alla follia.
Tutta quella fatica. Il dolore. I soldi buttati via in iscrizioni e viaggi e scarpe (bugia non spendo 1 euro in scarpe) e fisioterapisti.
Eppure, la vita vera, quella che conta, ce l’ho trovata solo lì.
Ale38, sei stato grande.
Hai avuto le palle.
Ricorda: la maratona è la vita, e la vita è una maratona.
A Milano eri solo, forse era per quello che il tempo non è arrivato.
Ma a Valencia saremo tutti lì, e sarà diverso.
Più duro.
Più bello.
Più vivo.
Come sempre se siete arrivati fin qui vi dico bravi e soprattutto grazie. Se mi leggete per la prima volta, io sono Verio e questa è “Fuga dalla realtà” una newsletter settimanale, anzi no mensile, anzi facciamo che ci scriverò quando ne ho voglia senza prendere impegni seriosi. Ho creato questa newsletter per parlarvi di corsa in un modo alternativo e magari ispirare qualcuno a cominciare. Per farlo al meglio vi dovrò senz’altro parlarvi di ciò che mi circonda, come mia moglie, il mio cane, la fotografia, i libri, la musica, il cinema, il cibo e anche qualche spettegulez.
Qui sulla pagina About troverete qualche info su di me, qui invece potete seguirmi su Instagram.






Come ci porti tu in questi viaggi, nessuno mai. 🙏🏽
Verio non smettere mai di pubblicare......... 🔝🔝🔝🔝💪💪💪💪 Grandissimo!!