Tradizionalmente, la fotografia è stata vista come un mezzo privilegiato per catturare la realtà. Ogni immagine è stata considerata una traccia tangibile di ciò che esiste nel mondo, una testimonianza visiva. Questo legame diretto con la realtà ha conferito alla fotografia una certa autorità e credibilità. La capacità di “fermare il tempo” e immortalare momenti ha reso la fotografia uno strumento potente per documentare eventi, raccontare storie e condividere esperienze.
Tuttavia, con l’avvento delle tecnologie digitali e delle tecniche manipolative, questo legame tra fotografia e realtà è diventato più complesso. Oggi, attraverso la manipolazione digitale, la creazione di immagini generative e l’uso dell’Intelligenza Artificiale, è possibile alterare e addirittura inventare immagini. Questo porta a una riflessione critica su cosa significhi “verità” in fotografia.
Le immagini possono essere progettate per ingannare, evocare emozioni o trasmettere messaggi che non corrispondono necessariamente a una realtà oggettiva. “Ma se questa foto mi commuove e poi scopro che non esiste, l’emozione che ho provato vale ancora?”
Il punto di rottura è proprio qui. Quando guardiamo una fotografia “tradizionale”, anche se digitale, scatta in noi un meccanismo inconscio che Roland Barthes chiamava l’«è stato».
In La camera chiara (1980), Barthes introduce l’idea centrale del «ça a été», tradotto in italiano come «è stato». Per lui, ogni fotografia porta con sé una certezza ontologica: ciò che vediamo davanti all’obiettivo è realmente esistito, è stato lì, davanti alla macchina fotografica.
Pensiamo: “Quel bambino era lì, quella luce è passata davvero attraverso un obiettivo”. C’è un legame fisico, una specie di cordone ombelicale tra la realtà e l’immagine.
Con l’intelligenza artificiale, questo cordone viene tagliato. Il rapporto con chi guarda cambia perché entra in gioco il sospetto. Oggi, davanti a un’immagine, la nostra prima reazione non è più “Wow!”, ma spesso è: “Sarà vera?”. Questo dubbio cambia tutto. È come se fossimo diventati tutti un po’ disillusi. Non cerchiamo più la bellezza o la verità, ma cerchiamo l’errore, il “glitch” dell’algoritmo (una mano con sei dita, un riflesso sbagliato) per rassicurarci che la macchina non ci abbia fregato.
Eppure, c’è un risvolto incredibilmente umano anche in questo processo artificiale. Come suggerisce spesso Joan Fontcuberta, l’AI non crea dal nulla: pesca nel nostro immenso archivio collettivo. In un certo senso, le immagini generate dall’AI sono uno specchio dei nostri desideri, delle nostre paure e dei nostri stereotipi. Se chiedi a un’AI di generare una “persona felice”, lei ti restituirà la media statistica di ciò che l’umanità ha caricato online come “felicità”.
Quindi, il fruitore non sta più guardando il mondo attraverso gli occhi di un altro fotografo, ma sta guardando una sintesi di noi stessi. È una forma di introspezione collettiva.
Certo, resta il problema dell’empatia. Possiamo davvero provare solidarietà per una vittima di guerra che non è mai esistita? Qui la fotografia rischia di diventare “illustrazione”. Perde quel potere di denuncia sociale che ha avuto per un secolo perché, se tutto può essere fabbricato, niente può essere usato come prova in tribunale o nella storia.
In definitiva, il rapporto si sta spostando dal “cuore” (l’emozione pura della traccia reale) alla “testa” (la sfida intellettuale di capire cosa stiamo guardando). È un’epoca di “estetica del verosimile”: accettiamo di lasciarci suggestionare, sapendo però che siamo dentro a un gioco di prestigio.
La fotografia non sta scomparendo, ma sta espandendo i suoi confini. Essa mantiene la sua essenza vitale finché continua a rappresentare o a mettere criticamente in discussione la realtà, rimanendo uno strumento essenziale per comprendere il mondo che ci circonda. Che sia generata da un sensore ottico o da una stringa di codice, la sua forza risiederà sempre nella capacità di chi la crea di dare un senso al caos visivo, trasformando un semplice frammento in una domanda aperta sulla nostra identità. In questo nuovo scenario, la “verità” non abita più nell’immagine stessa, ma nell’intenzione di chi la produce e nella consapevolezza di chi la guarda.
Nel prossimo testo approfondisco il discorso dell’onesta intellettuale nella produzione di immagini!
Ciao
Sara
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L’estate è alle porte, la luce si fa calda e le occasioni per scattare si moltiplicano. Ma cosa succederà a quelle foto una volta tornati?
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PER PENSARE UN POCHINO “Inquadrare non significa escludere il mondo, ma dare finalmente un nome a quella parte di realtà che aspettava solo di essere riconosciuta dal tuo sguardo.” Sara Munari
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Date un’occhiata alle mostre che vi proponiamo per il mese di luglio!
Anna
Le mostre di Cortona On The Move 2026
Dal 16 luglio al 1° novembre 2026, Cortona On The Move inaugura la sua sedicesima edizione con una direzione artistica nuova e un progetto curatoriale che prende una direzione precisa: l’Italia. Renata Ferri, photo editor di lungo corso, ha costruito attorno al tema Beautiful Country un atlante visivo che non cerca la cartolina, ma la complessità — i paesaggi erosi, le periferie, i confini, i rituali, le trasformazioni urbane e sociali di un Paese che fatica a riconoscersi.
Il programma di Cortona On The Move conta trentaquattro mostre distribuite tra il centro urbano di Camucia e la Fortezza di Girifalco, con un percorso che attraversa l’intera città. Il progetto di punta è Peninsula, committenza originale prodotta in partnership con Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia e Fondazione CR Firenze: dieci artiste e artisti italiani — tra cui Arianna Arcara, Fabio Barile, Matteo De Mayda, Giorgio Di Noto e Giovanna Silva — si confrontano con territori fisici e simbolici del paesaggio contemporaneo. La presentazione è in programma il 9 giugno alle Gallerie d’Italia di Torino, prima dell’opening ufficiale del 16 luglio.
Il programma espositivo mette in dialogo generazioni e geografie molto distanti. Joel Sternfeld porta a Cortona Campagna Romana, lavoro sviluppato tra il 1989 e il 1991 sulle periferie di Roma. Candida Höfer espone Perfetta bellezza, serie di grandi spazi pubblici italiani — biblioteche, musei, teatri — fotografati tra il 2003 e il 2012 con la precisione formale che la contraddistingue. La canadese Kourtney Roy presenta Failed Postcards from Napoli, autoritratti surreali realizzati nel 2025 durante una residenza alla Spot Home Gallery. L’italiana Andrea Modica, italoamericana di terza generazione, porta Italian Story, quarant’anni di viaggi nel paese delle sue radici.
Tra i lavori più attesi, Guilty Grounds della fotografa olandese Steffi Reimers indaga i paesaggi della Calabria segnati dalla ‘Ndrangheta, usando la luce come strumento per riportare in superficie tracce di violenza invisibili a occhio nudo. Io sono confine, progetto di Francesco Anselmi realizzato con Medici Senza Frontiere, segue i migranti lungo la rotta balcanica fino al Carso e al porto di Trieste. Stella Inquieta di Mattia Balsamini e Raffaele Panizza sposta lo sguardo verso l’alto: un’indagine visiva e giornalistica sulle tempeste solari e il loro impatto sulle infrastrutture globali.
Non mancano i lavori che guardano alla cultura popolare e alla memoria collettiva: il duo Botto&Bruno presenta Songs of a Lost World, grande installazione wallpaper realizzata con 900 fotografie di periferie urbane e archeologie industriali; Paolo Ventura rilegge gli ex voto tra fede, magia e surreale; Fotoromanzo Italiano ricostruisce l’estetica del neoreality attraverso la casa del collezionista Italo Manzo. L’archivio fotografico di Eni porta invece a Cortona Oasi di sosta, un racconto dell’Italia che cambia attraverso le stazioni di servizio degli anni Venti a oggi, con firme come Luigi Ghirri e Federico Patellani.
Cortona non è solo cornice. La città partecipa alle celebrazioni degli 800 anni dalla morte di San Francesco e ospita la mostra Gino Severini — modernità come dialogo, dedicata all’artista cortonese. Come sottolinea l’assessore alla Cultura Francesco Attesti, il festival è «uno strumento di educazione, di rigenerazione urbana, di promozione internazionale» per una città che porta tremila anni di storia incontro allo sguardo contemporaneo.
16 luglio – 1° novembre 2026 – Cortona (AR) — sedi varie
Ming Smith, Flamingo Fandango (Painted), 1988. Courtesy of the artist.
The 57th edition of the Rencontres d’Arles offers narratives rooted in various regions of the world, including the African continent and the Mediterranean. Spanning archives, major monographic exhibitions and emerging scenes, the images examine identities, stories and representations, whilst others explore the myriad facets of life. The programme highlights what endures, what changes and what connects us, and opens up spaces of freedom and empowerment, inviting us to look at the world with greater intensity.
As everything pushes toward simplification, division and reduction, the 57th edition of the Rencontres d’Arles creates a space for complexity and attentiveness—not to artificially soften the violence of reality, but to bring out its depth, and to face a sometimes unsettling world while continuing to find beauty, connection and freedom in it. Photography has a rare ability to chart new paths. As an essential medium, it shows what goes unnoticed, what endures, what circulates, what is passed on and what connects. By bringing together history and more intimate narratives, photography makes it possible to see the world differently.
This shift in perspective runs through the work of major figures such as William Klein, honored by the Rencontres on the centenary of his birth and known for continually challenging forms and conventions; it also allows us to rediscover Martine Barrat, whose powerful and distinctive work takes us into the marginalized neighborhoods of the Goutte d’Or in Paris and 1970s New York, from Harlem to the Bronx; Ming Smith, whose independent and poetic vision broke new ground in American photography; and finally, Harry Gruyaert, who moves us through a vibrant, color-saturated urban sequence of tightly composed images, from New York to Zanzibar, via Paris, Tokyo and Mumbai.
A new map of the world emerges from a focus on movement, routes, passages and lines of tension across these territories. Between Africa and the Mediterranean, between inherited borders and movements toward emancipation, artists reimagine geographies. Bruno Boudjelal reminds us that images can sometimes emerge from the meeting between an external landscape and inner life. His work does not document, rather it shapes an experience, bringing out something more subtle, where spirituality, memory and sensation come together. In Anne-Lise Broyer’s images, the Mediterranean appears, in turn, as a place inhabited by different layers of time, a space of waiting and projection. In Algeria, the suppressed memory of the Black Decade gradually surfaces in Katia Kameli’s long-term work. Presented as part of the Saison Méditerranée 2026, these three exhibitions show the different faces of the Mediterranean basin.
Further on across the African continent, from Ghana to the Ivory Coast and the Congo (DRC), stories of liberation, transmission and reappropriation emerge. In Ghana!, images of independence, from Paul Strand to James Barnor, feed into a collective imagination that remains active today, as in the work of Carlos Idun-Tawiah, who designed this year’s poster. With Paul Kodjo, an entire Ivorian visual culture comes into being—inventive, popular and modern, able to absorb diverse influences and develop its own language. In Sammy Baloji’s work, photography brings past and present into tension, placing family narratives alongside buried histories, suppressed memories and the ongoing consequences of extractivism.
As Achille Mbembe aptly writes: “Our crises, including ecological ones, stem from the belief that human beings are superior to other species.” The living world stands at the heart of this year’s edition as a necessity. More than an abstract theme, it compels us to recognize that the world cannot be reduced to our categories. In this regard, the exhibition Animal Model retraces two centuries of photography, showing how animals have always been present in the history of the medium: observed, studied, loved, staged, exploited, mistreated, admired and imagined. Seen in this light, photographing animals is not only about representing otherness, but also about recognizing other ways of being in the world.
The same dynamic shapes the work of Lisa Oppenheim, Meghann Riepenhoff and Lara Tabet. All three remind us that the image is a living medium, constantly evolving. In Meghann Riepenhoff’s work, natural forces act directly on the photosensitive surface, leaving their imprint. In Lisa Oppenheim’s work, a lost botanical memory re-emerges through the interpretation and combination of past and present image-making technologies. With Lara Tabet, winner of the BMW Art Makers programme, geological, archeological and organic layers underscore that nothing is fixed, that every form carries multiple temporalities and trajectories. Particular attention is also given to a more intimate aspect of Edward Steichen’s work as part of the Luxembourg Photography Award. A photographer, curator and pioneer, Steichen was also a botanist, attentive to correspondences between forms, seasons, cultures and images.
Because ways of seeing are shaped from an early age, and because a festival passes on as much as it presents, it was essential for children to be included in this edition. The remarkable collection of children’s photobooks brought together in the exhibition L is for Look reminds us, with a sense of play and invention, that photography can be a space of discovery for all ages, a place where ways of seeing can develop freely.
This year again, the Rencontres d’Arles gives ample space to new voices on the contemporary art scene. The Louis Roederer Discovery Award returns to the Espace Monoprix, curated by Nadine Hounkpatin. It offers a reflection on truth in photography through a selection of seven international artists who use the medium as a space of exchange, connection, engagement and responsibility. The program also highlights emerging curators, including Alessandra Chiericato, recipient of the 2024 Rencontres d’Arles Curatorial Research Grant, who develops an original analysis of the cannibalistic nature of images.
What connects these projects, different as they are in form, historical periods and geography, is perhaps a shared attention to processes of transformation: narratives that shift, memories that resurface, forms of life that persist, images that—far from freezing the world—help us see it anew.
Together with Aurélie de Lanlay and the festival team, I look forward to welcoming you to Arles for the 57th edition of the Rencontres d’Arles, opening on July 6 and sharing the full program.
Il 4 giugno 2026, alle ore 19, Milano apre una riflessione su Marilyn Monroe. Negli spazi di Opificio della Fotografia, in Via Niccolò Jommelli 24, prende forma “Marilyn Monroe: An Appreciation”: un gesto di cura, un corpo restituito alla complessità. Una mostra esclusiva dell’Eve Arnold Estate che offre un ritratto intimo, che si sottrae alla molteplicità degli sguardi per concentrarsi su una relazione sola, prolungata nel tempo. Nello stesso giorno, a Londra, la National Portrait Gallery inaugura “Marilyn Monroe: A Portrait”, ampia retrospettiva dedicata alla diva. La mostra di Milano nasce da una domanda: perché continuiamo a guardare Marilyn Monroe? Cosa cerchiamo, quando cerchiamo il suo volto? «Marilyn Monroe è stata un corpo che ha lavorato, sofferto, riso, atteso; non è mai stata solo un’immagine.» La risposta curatoriale di Federicapaola Capecchi parte da un’intuizione mitologica: Marilyn Monroe è per il nostro tempo una Proserpina. La dea che trascorre metà dell’anno nel mondo dei vivi, luminosa, desiderata, onnipresente, eterna primavera, e l’altra metà nell’oltretomba. Come Proserpina, anche Marilyn è stata rapita: dal cinema, dallo sguardo maschile, dall’industria dell’immagine, dai suoi amori. Creata dal sistema come dea della luce, solare, viene al contempo inghiottita dallo stesso sistema nell’oscurità: la fragilità psichica, la dipendenza, l’isolamento, la morte a trentasei anni. La sua immagine pubblica è eterna primavera. La sua vita reale è discesa agli inferi. Non è una coincidenza, forse, che il suo ultimo film si chiami The Misfits, i disadattati, e sia girato nel deserto del Nevada: paesaggio inaridito, terra di morte lenta. È lì, in quel deserto, che la mostra trova il suo nucleo più profondo e più vero. La mostra non ha la pretesa di “liberarla” da questo destino. Ha la lucidità di renderlo visibile, restituendo complessità là dove c’è stata troppo spesso solo icona. Le 40 fotografie in mostra sono il frutto di una relazione decennale. Eve Arnold, pioniera di Magnum Photos, prima donna ad essere ammessa nell’agenzia, figlia di immigrati russi cresciuta a Philadelphia, ha fotografato Monroe tra il 1950 e il 1960 con un metodo radicalmente diverso da quello dei suoi colleghi: la vicinanza di chi guadagna fiducia nel tempo, di chi sa aspettare. Eve Arnold ha visto Marilyn lavorare, aspettare, ridere, crollare, rialzarsi. L’ha fotografata nei camerini e nei bagni degli aeroporti, sul set di The Misfits e nei parchi di Bement, Illinois. Ha avuto l’intelligenza di non trasformare mai nulla in giudizio. Le sue immagini sono semplicemente vicine. Nessuna agiografia, nessuna crudeltà. «C’è una donna che guarda un’altra donna con la pazienza di chi sa che la verità non si coglie in un attimo, ma si costruisce nel tempo, senza distanza di sicurezza, senza eroizzazione.» Questa vicinanza è ciò che rende unico l’archivio di Arnold, oltre 250.000 immagini in cui i grandi della storia convivono con gli anonimi, le celebrity con i migranti, i potenti con gli invisibili. La selezione per questa mostra porta in luce una parte preziosa di quell’archivio: quella in cui il soggetto più fotografato del Novecento smette di posare. Quaranta fotografie, sei blocchi di senso, ciascuno ancorato a una citazione dalla sinossi curatoriale: MARILYN / PROSERPINA La dualità luce/ombra, vita pubblica/vita reale. Il corpo solare e il corpo inghiottito. IL CORPO CHE LAVORA L’attesa, la concentrazione, la fatica, il crollo, la risata. Non l’icona: la persona. LA RELAZIONE ARNOLD / MONROE Vicinanza, sguardo tra donne. La verità che si costruisce nel tempo. THE MISFITS COME UNDERWORLD Il deserto, il casinò, il controllo, la fine imminente. Il Nevada come oltretomba. IL CORPO VS L’IMMAGINE La tensione tra essere guardate e guardarsi dentro. Il corpo che prova a riprendersi il controllo. EPILOGO Il corpo quando l’immagine non basta più. La soglia finale. Come filo conduttore costante, attraverso tutti e sei i nuclei, la fisicità della stampa: superfici, texture, contrasti estremi e bianchi e neri profondi che sulla carta baryta cotone diventano anche esperienza tattile, presenza fisica, materia. Le stampe in mostra sono opera di Danny Pope, lo stampatore di fotografia che ha lavorato direttamente con Eve Arnold per anni, portando nel suo lavoro l’eco della sua voce, le annotazioni sulle prove approvate, le intenzioni originali. Questo gli conferisce un vantaggio che nessun altro stampatore al mondo possiede: gli echi della voce dell’autrice nell’orecchio. «In un’epoca in cui profili e perfezione orientata alla macchina aspirano all’uniformità e alla ripetizione tediosa, Pope crede che una stampa possa essere creata fedelmente solo ricominciando dall’inizio, creando un artefatto unico e splendidamente lavorato del processo fotografico.» Ne legge l’intenzione originale e la reincarna nel presente. La sua posizione è quasi una dichiarazione politica: in un’era di immagini infinitamente replicabili e manipolate, la stampa unica è un atto di resistenza, di presenza. Entrare nel mondo di Danny Pope significa varcare la soglia del laboratorio di un alchimista della luce. La mostra svela l’anima del suo lavoro anche attraverso una serie esclusiva di prove di stampa e cartoline da collezione, che raccontano la ricerca ossessiva della perfezione. Poi c’è l’emozionante Cibachrome con dedica a Danny da Eve Arnold stessa: ‘a un grande stampatore’ che racchiude in poche parole una vita spesa a interpretare lo sguardo dei più grandi maestri del Novecento. Un’opportunità magica per scoprire come un negativo diventa leggenda grazie a mani sapienti. Delle fotografie in mostra, alcune fanno parte della “accesible edition” – 250 copie per ogni immagine-, su carta baryta cotone di qualità museale, sono concepite come un punto di accesso privilegiato all’opera di Eve Arnold, per permettere a un pubblico più ampio di vivere con le sue fotografie, preservando la qualità, la cura e la provenienza di un’edizione autorizzata dall’Estate. È una scelta etica, coerente con la missione di Eve Arnold: credeva profondamente che le sue immagini dovessero circolare, non essere rinchiuse in caveau. “Marilyn Monroe: An Appreciation” desidera usare lo sguardo di Marilyn, e lo sguardo di Eve Arnold su di lei, per parlare di noi. Il corpo non è mai neutrale. È spazio politico, luogo di resistenza, di trasformazione, di conflitto. Mai come oggi il corpo è oggetto tanto di rivendicazione quanto di contestazione. E Marilyn Monroe, suo malgrado, è diventata il territorio su cui si è combattuta gran parte di quella battaglia: il corpo desiderabile, il corpo controllato, il corpo che prova a riprendersi il controllo, il corpo che alla fine cede, ma non del tutto. Fermarsi davanti a una foto di Marilyn, quella che Eve Arnold ha colto mentre riposa o si concentra, è un atto di resistenza. È rallentare. È ricordarsi che dietro ogni icona c’è stato un corpo, e che quel corpo ha sudato, pianto, desiderato. «Cosa succede quando un corpo diventa immagine? E cosa succede quando un’immagine, finalmente, torna a essere un corpo?» Il 4 giugno 2026, nel centenario di Marilyn Monroe, Milano e Londra aprono simultaneamente due mostre che guardano la stessa donna con sguardi differenti. A Milano, la vicinanza, la cura; alla National Portrait Gallery di Londra, il grande ritratto istituzionale. La mostra milanese chiuderà il 31 agosto 2026, due mesi e mezzo in cui Marilyn tornerà a essere, finalmente, un corpo e una persona, grazie allo sguardo di Eve Arnold.
Dal 04/06/2026 al 31/08/2026 – OPIFICIO DELLA FOTOGRAFIA – Milano
Marking over thirty years of collecting, Fragile Beauty celebrates Sir Elton John and David Furnish’s passion for photography, reflecting their personal taste and unique eye as collectors. Across five thematic sections, the exhibition explores themes such as desire, celebrity, fashion, reportage, and affirmation of identity.
Sir Elton John began collecting photography in 1991. Today, with over 7,000 images, the private collection he shares with David Furnish is considered one of the largest in the world. Renowned for its exceptional quality, scope, and remarkable depth, the collection spans the 20th and 21st centuries, and includes many works considered pivotal in the history of photography.
Produced by London’s Victoria and Albert Museum, the exhibition showcases over 300 prints covering the period from 1950 to the present day, celebrating the work of over 90 international photographers. The Paris show at the Jeu de Paume offers a selection of images that tell the story of modern and contemporary photography, including work by Robert Mapplethorpe, Herb Ritts, Nan Goldin, Diane Arbus, William Klein, Ryan McGinley, Ai Weiwei, Irving Penn, and Richard Avedon.
From 12 June to 27 September 2026 – Jeu de Paume – Paris
IL MONTE ANALOGO – Michelangelo Antonioni e Luigi Ghirri
L’esposizione esplora le affinità profonde tra l’opera di Michelangelo Antonioni e quella di Luigi Ghirri, indagando il modo in cui i due grandi artisti riflettono sul silenzio, sull’invisibile e sui vuoti dell’esistenza. Attraverso una selezione di opere tratte dalle serie delle Montagne incantate di Antonioni e dalle immagini di Ghirri, il progetto costruisce un “catalogo di analogie” che trasforma la montagna nella metafora di un’idea, di una ricerca mai conclusa.
13 giugno – 1 novembre 2026 – Ferrara, Spazio Antonioni
Dal 27 giugno all’11 ottobre 2026 il Magazzino delle Idee di Trieste presenta FOTONI, la prima personale, a cura di Barbara Casavecchia, che rivela al pubblico la ricerca fotografica di Ila Bêka, artista e regista friulano riconosciuto a livello internazionale per il lavoro filmico sviluppato insieme a Louise Lemoine. Prodotta e organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC, la mostra raccoglie per la prima volta una selezione di 300 fotografie provenienti dall’ampio e inedito archivio personale di Ila Bêka, composto da circa 300.000 immagini realizzate nell’arco di quarant’anni di pratica artistica.
Il titolo FOTONI rimanda alla passione di Ila Bêka per la meccanica quantistica e alle particelle di luce al centro delle ricerche di Albert Einstein. Più di un secolo fa, il fisico formulò l’ipotesi che l’energia di un raggio luminoso non si distribuisse in modo continuo nello spazio, ma fosse composta da “quanti” localizzati e in movimento, successivamente denominati fotoni. Una volta riflessi dalla materia, questi vengono percepiti e interpretati dal nostro cervello. Da qui il titolo della mostra, che l’artista sintetizza così: “Vedere significa tradurre i fotoni in esperienza”.
Come spiega Carlo Rovelli, la fisica quantistica ci invita a vedere il mondo come una rete di relazioni, in cui gli oggetti non hanno proprietà assolute, ma le acquisiscono attraverso le interazioni. Tutto ciò che ci circonda emette, riflette o trasmette luce. Quando la luce entra nei nostri occhi, la retina la trasforma in segnali nervosi, e il cervello li interpreta come forme e colori.
La parola “fotoni” suggerisce anche una sottile dose di autoironia dell’artista per la scala di grande formato che alcune fotografie assumono in mostra, rispetto alla dimensione tascabile del repertorio d’immagini da lui scattate in maggior parte con il suo cellulare. Per Ila Bêka, infatti, il cellulare assume la funzione di un taccuino di schizzi e annotazioni, uno strumento spesso in uso dagli artisti per sviluppare e affinare la propria grammatica del guardare, ancor prima del raffigurare. Vagando per le strade l’artista registra attese, piccoli eventi e il suo sguardo si cala nella quotidianità, rimanendo vigile e curioso, senza imporsi l’obbligo della perfezione formale o della completezza.
Il percorso espositivo ripercorre un arco di quarant’anni di pratica artistica senza seguire un ordine cronologico. Le fotografie si susseguono liberamente, seguendo associazioni, intuizioni, emozioni e ricordi,come fossero pensieri in libertà dello stesso artista, spesso accompagnate da sue brevi annotazioni, simili a frammenti tratti dal suo diario. Affiorano in mostra due grandi filoni: il corpo e la luce. La tematica del corpo s’incontra nelle serie fotografiche emerse dall’adolescenza a Latisana (dove Ila – all’anagrafe Filippo Clericuzio – è nato nel 1967) e dalla vicina spiaggia di Lignano Sabbiadoro, dove le inquadrature giocano con i volumi dei corpi dei bagnanti. La luce, invece, è il fil rouge che unisce la selezione di immagini più astratte e rarefatte, incentrate su di essa come materia primaria della visione e delle nostre esperienze percettive. Buio, tenebre, riflessi, baluginii diventano simili ad apparizioni “…capaci di riempirci dello stesso stupore che, da piccoli, ci ha colti nello scoprire un raggio di luce che danza tra la polvere, o un micro arcobaleno che s’imprime sul palmo aperto”, scrive nel suo testo critico la curatrice.
Molte delle fotografie esposte prendono corpo qui per la prima volta, stampate su carta fotografica. Le immagini non sono pensate secondo dimensioni prestabilite, ma possono assumere forme e formati diversi, così come sono tanti e diversi i possibili mondi simultanei ipotizzati dalla fisica quantistica. Anche per questo, come osserva Barbara Casavecchia, FOTONI è“una delle tante mostre che avrebbero potuto emergere da quel ricchissimo e assai intimo archivio personale, fin qui inedito”.
La selezione delle opere esposte al pubblico nasce, nelle parole di Bêka, “dalla volontà di capire, all’interno di questo flusso di immagini, quali siano in grado di riattivare lo sguardo e far emergere nuove percezioni”. L’analogia più efficace per raccontare questo processo è suggerita da Louise Lemoine: un montaggio cinematografico, capace di far nascere un racconto dalla massa informe del girato. Anche nei film di Bêka & Lemoine il racconto non si fonda su una sceneggiatura strutturata, ma resta sempre aperto all’esperienza emotiva e all’incontro. Proprio questa speciale sensibilità ha portato nel 2016 all’acquisizione da parte del MoMA di New York dell’intera opera prodotta dal duo fino a quella data, oggi parte della collezione permanente del museo.
Dal 27 Giugno 2026 al 11 Ottobre 2026 – Magazzino delle Idee – Trieste
Dopo l’esposizione a Torino nel 2024, la mostra realizzata da CAMERA e Chora Media, in partnership culturale con Lavazza, verrà inaugurata al centro Le Milieu di Emarèse nel contesto di Mine Festival.
Da venerdì 12 giugno, sarà possibile visitare la mostra che presenta tre progetti fotografici commissionati ad Arianna Arcara, Antonio Ottomanelli e Roselena Ramistella dedicati al tema delle minoranze linguistiche nelle aree interne italiane. Un percorso multidisciplinare che unisce fotografia contemporanea, materiali raccolti nei territori e nelle comunità coinvolte e una serie di podcast realizzati da Chora Media, dando vita a un archivio in divenire sulle marginalità linguistiche e sulle questioni culturali, sociali e identitarie ad esse collegate.
Voci Nascoste. Le lingue che resistono costruisce un paesaggio visivo e sonoro in cui la fotografia incontra la storia, la memoria, la vitalità delle persone e la dimensione simbolica dei luoghi, delle feste e dei miti. Al centro del progetto vi è un patrimonio di conoscenze, pratiche e storie in continua trasformazione: il risultato di migrazioni, coesistenze, dispersioni linguistiche, marginalità numeriche e centralità culturali che restituiscono la diversità come valore identitario.
La mostra è inserita all’interno del Mine Festival – nuovo festival partecipativo che dal 12 al 14 giugno 2026 porterà nel comune valdostano tre giorni di arte, musica, fotografia, parole, laboratori e convivialità – e invita il pubblico a riflettere sul valore delle lingue minoritarie non come tracce del passato, ma come presenze vive, fragili e necessarie, capaci di raccontare un’Italia plurale, complessa e profondamente legata ai propri territori. Il progetto è organizzato dall’Associazione La Clé sur la Porte ETS è sostenuto dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta.
12 giugno – 5 settembre 2026 – Centro Le Milieu – Emarèse (AO)
Il Degree Show è la mostra collettiva finale del Corso Triennale in Fotografia 2023-26 che inaugurerà giovedì 25 giugno alle ore 19 presso la galleria di Spazio Labo’ in Strada Maggiore 29 a Bologna.
Il percorso espositivo restituisce al pubblico l’esito di un intenso anno di lavoro, configurandosi come la sintesi perfetta di un triennio dedicato alla formazione, alla ricerca e alla crescita stilistica. Durante gli studi, ciascun partecipante ha potuto metabolizzare stimoli diversi, traducendoli in un proprio linguaggio fotografico personale.
Dopo la tappa del Degree Show, la classe si propone oggi all’esterno non più solo sul piano studentesco, ma come un gruppo di nuovi professionisti dell’immagine, pronti a contribuire al dibattito fotografico contemporaneo attuale con sguardi lucidi e metodologie progettuali innovative.
Gli autori e le autrici in mostra sono Stefano Amigoni, Manfredi Almiro Calabrò, Caterina Cecere, Mara Giammattei e Francesca Raspanti.
All’interno della mostra saranno esposti tutti i libri fotografici realizzati dalla classe e la nuova collana di approfondimenti teorici legati alla ricerca e ai processi delle singole progettualità.
Dal 25 giugno al 23 luglio 2026 – Spazio Labò – Bologna
Ferdinando Scianna al Ghetto di Venezia | Courtesy IKONA Venezia
La prima volta fu nel 2007, a fine maggio, quando varcai la porta in vetro di Ikona Photo Gallery, soglia che invita lo sguardo a entrare. C’era una mostra allestita in galleria, Watermark di Robert Morgan: un accrochage il cui titolo riprendeva l’originale del saggio di Joseph Brodsky – Fondamenta degli Incurabili – di cui Morgan è il destinatario della dedica scritta in apertura del libro. Di quella mia prima volta ricordo, tra i numerosi dettagli, il silenzio all’interno dello spazio e il riflesso della luce a terra. Una luce proveniente dalla scala luminosa realizzata da Federica Marangoni, sopra la quale è posta l’insegna IKONA VENEZIA in vetro color turchese. E seduta alla scrivania, Živa Kraus, presenza incisiva e laterale. Iniziò così il mio costante far visita a una camera posta al centro di un campo che è “isola nell’isola”, il Campo del Ghetto Nuovo. Dopo diciannove anni ancora ritorno a varcare quella porta in vetro che conduce a un temporaneo incontro con la grafia dello sguardo di un fotografo.
Il lavoro di Ferdinando Scianna sarà esposto alle pareti di Ikona Gallery. Dal prossimo 31 maggio 2026 si potranno riscoprire le immagini raccolte dal fotografo siciliano per un progetto realizzato nel 2016, in occasione del cinquecentenario della nascita del Ghetto: fotografie allora presentate al pubblico con la mostra Ferdinando Scianna Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo presso la Casa dei Tre Oci alla Giudecca. Questa testimonianza ritrae una memoria e un campo che ancora recano in sé una forte specificità. Soffermarsi di fronte a questi scatti consente al visitatore di percorrere i masegni del campo, di oltrepassare uno dei tre ponti che ne permettono l’accesso e di sollevare lo sguardo fino alla cima degli edifici, qui fitti e alti più del normale. E, ancor di più, significa interrogarsi sulla Fotografia e sull’andatura che permette all’autore di abitare gli istanti fino a renderli visibili.
Un progetto, questo di Scianna, che non è stato solo la risposta a una commissione di reportage da parte di Fondazione Venezia, ma un atto di conoscenza: un inoltrarsi fino a riconoscere, a registrare e a pronunciarsi su un confine che è ben di più dell’ala esclusiva di una città. Queste fotografie contengono anche molto di qualcosa che sta in filigrana. C’è nel loro bianco e nero la dedizione, l’attenzione dell’osservare, lo sporgersi fino al punto di comprendere.
Vi è inscritto un tempo di passi e di parole, di indicazioni e di punti visitati insieme, di confronti e scambi tra persone che in un campo hanno condiviso un’azione comune. Alludo a Ferdinando Scianna e a Živa Kraus che, amici, hanno percorso insieme il Ghetto nei giorni di ripresa. Il primo in qualità di autore, la seconda in qualità di persona che dal 2003 ha scelto questo luogo per attuare il suo gesto curatoriale verso la Fotografia. Questa mostra afferma la visione personale di un maestro sul Ghetto di Venezia e sottolinea quanto il linguaggio fotografico, oggi apparentemente alla portata di tutti, sia il risultato dell’applicazione di una vita intera; di quanto sia necessario immergersi nell’esercizio dello sguardo e della compartecipazione. Me lo testimoniano le immagini di Scianna e la presenza incisiva e fedele di Živa Kraus.
Dal 31 Maggio 2026 al 22 Novembre 2026 – IKONA Gallery – Venezia
Oriri, di Francesco Bellina, è un lungo viaggio a ritroso dalla Sicilia alla Nigeria, che ricalca la tratta delle migliaia di vittime che a partire da Benin City sono trafficate in tutto il mondo. Donne ricattate e legate ai loro sfruttatori sia da un vincolo fisico, ma anche spirituale: emerge dal progetto che è attraverso la partecipazione a riti iniziatici delle religioni locali che le vittime sono obbligate a condurre vite di sfruttamento, diventando oriri ovvero “incubi”.
Le fotografie, i video e le testimonianze dirette di Francesco Bellina emergono come una denuncia. Attraverso il linguaggio etico ed estetico dell’arte, le opere mostrano la reciproca dipendenza tra le reti criminali di sfruttamento e i culti religiosi, rappresentati nella loro duplice presenza di vincolo e possibile salvezza, dove politica, economia e spiritualità si manifestano nella collettiva partecipazione rituale.
Dal 27 maggio al 30 settembre 2026 – IIC MARSIGLIA
Ciao! Ecco una selezione di premi fotografici internazionali e italiani con scadenza nel mese di Luglio 2026, perfetti per esporre il tuo lavoro, vincere premi in denaro e ottenere visibilità globale. I concorsi includono categorie per professionisti e amatori, con temi che vanno dalla fotografia documentaria, street photography, bianco e nero, paesaggio ecc… Alcuni sono gratuiti, altri richiedono una tassa di iscrizione e offrono premi che spaziano da mostre personali, pubblicazioni, fino a premi in denaro.
Women Photograph + Leica Project Grants 2026
Grazie al generoso supporto di Leica USA, queste tre borse di studio da 10.000 dollari ciascuna sosterranno progetti fotografici, nuovi o in corso, di fotoreporter che operano nel campo del documentario.
I fondi possono essere utilizzati per coprire i costi diretti del reportage, i compensi dei fotografi e qualsiasi altra spesa a supporto della produzione di nuovi lavori. Questa borsa di studio non è destinata a finanziare la produzione di libri, mostre, workshop o altro materiale secondario.
Si incoraggiano i candidati a presentare un reportage completo, piuttosto che singole immagini, come parte della domanda di borsa di studio. Le immagini non devono necessariamente essere correlate alla proposta progettuale (ma si prega di specificare nella domanda se le immagini non sono correlate alla proposta).
La fotografia in bianco e nero è alla base stessa del mezzo fotografico. Libera da distrazioni, parla il linguaggio della luce, dell’ombra, della forma e dell’emozione, collegando la visione contemporanea con una tradizione artistica senza tempo. Molto prima che la fotografia diventasse onnipresente, le immagini monocromatiche la definivano come forma d’arte, trasformando idee nate dall’immaginazione in dichiarazioni visive durature.
I Monochrome Awards celebrano questa eredità, abbracciando al contempo la creatività moderna. Con un’ampia gamma di categorie accuratamente selezionate, il concorso offre ai fotografi la libertà di esplorare diversi generi, tecniche e interpretazioni personali dell’espressione monocromatica. Dagli approcci classici alle prospettive audaci e sperimentali, i premi riflettono la grande ricchezza e l’evoluzione della fotografia in bianco e nero oggi.
Oltre al prestigioso riconoscimento e ai premi in denaro, i vincitori beneficiano di visibilità internazionale, promozione dedicata e supporto a lungo termine per la loro carriera. Partecipando ai Monochrome Awards 2026, i fotografi entrano a far parte di una comunità globale unita da una passione condivisa per la potenza e la purezza delle immagini in bianco e nero.
Fin dai primissimi giorni della fotografia, le persone hanno rivolto la macchina fotografica verso se stesse. Non come una performance, ma come esperimento, necessità e curiosità. Alcune delle prime immagini fotografiche erano autoritratti realizzati attraverso specchi, lunghe esposizioni e immobilità attentamente studiata. Il mezzo ha quasi immediatamente racchiuso questo gesto interiore.
Ciò che continua a rendere affascinante l’autoritratto fotografico non è la novità, ma la sua persistenza. L’immagine non è mai solo descrittiva. Diventa un punto d’incontro tra il proprio aspetto e il modo in cui si viene momentaneamente catturati dalla macchina fotografica. Questa raccolta considera l’autoritratto come parte integrante del fondamento della fotografia, piuttosto che ai suoi margini.
Questo concorso è aperto a tutte le interpretazioni della fotografia monocromatica: dal tradizionale bianco e nero alla scala di grigi, seppia, cianotipia o qualsiasi altra variante basata su un singolo tono. Ciò che conta è come utilizzi questa limitazione per costruire un’immagine.
Il vincitore sarà riconosciuto come Fotografo dell’Anno e, insieme ai finalisti, sarà incluso nel Monochromatic Book annuale. Questa pubblicazione raccoglie una selezione internazionale di opere, accuratamente curate e presentate, creando un corpus coerente che riflette ciò che sta accadendo oggi nella fotografia monocromatica.
Più che visibilità, offre un posizionamento. Uno spazio in cui il lavoro non viene consumato frettolosamente, ma considerato, rivisitato e ricordato.
Il premio internazionale Beautiful Bizarre Art Prize vuole riconoscere creatività e originalità agli artisti di ciascuna categoria, oltre a riconoscere un eccezionale vincitore assoluto del Gran Premio.
Tra le opere ricevute, i 200 finalisti (25 per categoria: Disegno, Arte Digitale, Fotografia, Scultura, Realismo Immaginativo e Premio Artista Emergente, e 50 per la categoria Pittura) riceveranno un’ampia promozione internazionale attraverso le campagne di email marketing, la copertura sul sito web, il marketing sui social media e la pubblicità della rivista Beautiful Bizarre (oltre 2 milioni di follower), oltre a ulteriori contatti e visibilità tramite partner, sostenitori e media.
I Chromatic Awards 2026 aprono le iscrizioni per la decima edizione di questo concorso fotografico di fama internazionale, dedicato esclusivamente alla fotografia a colori. Celebrando un decennio di creatività, i Chromatic Awards continuano a premiare gli artisti che utilizzano il colore come potente linguaggio per raccontare storie, evocare emozioni e plasmare la cultura visiva.
I Chromatic Awards vogliono supportare e ispirare i fotografi offrendo loro una piattaforma globale per condividere la loro passione, la loro visione e le loro storie. Attraverso questa piattaforma, il concorso si propone di promuovere talenti eccezionali in tutto il mondo, continuando al contempo a scoprire e valorizzare nuove voci emergenti nel panorama della fotografia contemporanea.
L’Architecture Photography Awards 2026 (APA) è un concorso internazionale che celebra l’eccellenza nella fotografia di architettura.
Aperto a fotografi di tutto il mondo, l’APA invita a presentare candidature in 23 diverse categorie, dai paesaggi urbani e interni alle forme astratte e al minimalismo. Il concorso riunisce un pubblico globale e una giuria internazionale composta da fotografi esperti e professionisti del settore.
Le opere vincitrici saranno pubblicate nella galleria online ufficiale e promosse attraverso i canali globali e i partner mediatici dell’APA.
Gli European Photography Awards accolgono fotografi provenienti da tutto il mondo, pronti a perfezionare le proprie competenze fotografiche e la propria straordinaria interpretazione della diversità, ritraendo le maestose culture tramandate di generazione in generazione.
Il premio celebra un’ampia gamma di generi fotografici, estendendo la portata del vostro talento in tutto il mondo. Indipendentemente dal vostro livello professionale, il premio celebra le vostre visualizzazioni del mondo e di tutto ciò che esso racchiude. Scoprite infinite possibilità intraprendendo un viaggio straordinario attraverso il vasto continente, formato da innumerevoli paesi diversi che si uniscono a formare una maestosa massa continentale.
Il Nomad Art Prize è un premio internazionale per le arti visive che celebra il dialogo tra la creazione artistica e i luoghi che la ispirano. Fondato sulla convinzione che l’arte sia per sua stessa natura nomade – capace di attraversare confini, culture e contesti – il premio si propone di scoprire 8 artisti la cui opera incarni questo spirito di movimento.
Ogni edizione si svolge in una città diversa, creando una geografia dinamica dell’arte contemporanea. Per il 2026, Lisbona – con la sua storia stratificata, il suo patrimonio marittimo e la sua vivace scena creativa – è al tempo stesso sfondo e musa ispiratrice.
Production Paradise promuove fotografi commerciali di livello mondiale e servizi creativi per agenzie pubblicitarie, editori di riviste, marchi e clienti aziendali.
Spotlight Magazine, di Production Paradise, si concentra sui talenti fotografici più ricercati che operano in specifiche categorie pubblicitarie.
Dai sfogo alla tua creatività nella fotografia di strada partecipando allo STREET Photography Competition, un’entusiasmante competizione fotografica internazionale dedicata a catturare la vita nei suoi momenti più autentici e spontanei.
Da ritratti spontanei di grande impatto a potenti scene urbane, questa è la tua opportunità per condividere la tua visione, ottenere riconoscimento e far conoscere il tuo lavoro a una giuria di esperti e fotografi di fama mondiale.
PERSPA – Prix de la Perspective Architecturale 2026
Questo concorso internazionale celebra l’arte di immortalare l’ambiente costruito, dai vasti paesaggi urbani e monumenti storici agli spazi interni vuoti e alle geometrie astratte.
I premi includono un Gran Premio di € 1.000, medaglie d’oro, d’argento e di bronzo per ogni categoria, menzioni d’onore, la pubblicazione nell’annuario PERSPA distribuito alle biblioteche, opportunità espositive e certificati ufficiali dell’associazione francese per tutti i vincitori, le menzioni d’onore e le opere selezionate.
18 categorie, tra cui Astratto, Aereo, Bianco e Nero, Paesaggio Urbano, Culturale, Belle Arti, Francia, Geometria, Storico e Patrimonio, Uomo e Architettura, Industriale, Minimalismo, Architettura Moderna, Notte e Scarsa Luce, Colore Aperto, Immobiliare, Scale e Simmetria.
L’associazione Fiorenzuola Oltre i Confini organizza Comunità in movimento – Migrazioni in Italia, concorso fotografico dedicato al racconto delle migrazioni contemporanee in Italia, in seno alla Festa Multietnica XXIX edizione.
Chi può partecipare
Il concorso è aperto a tutti i fotografi. Ogni partecipante può presentare un solo progetto fotografico.
Il progetto
La partecipazione prevede l’invio di un progetto fotografico composto da un minimo di 10 e un massimo di 15 fotografie, coerenti con il tema Comunità in movimento e ambientate esclusivamente in Italia. Le immagini devono essere in formato JPEG (3:2 o 2:3), a colori o in bianco e nero, e sviluppare una narrazione visiva coerente e strutturata.
Ogni progetto deve essere accompagnato da un titolo, un testo di presentazione (massimo 1.500 battute, spazi inclusi) ed eventuali brevi didascalie (facoltative).
Quote di partecipazione
L’iscrizione prevede il pagamento di una quota di € 10,00.
Premio
Premio in denaro di € 600,00 per il progetto vincitore, assegnato dalla giuria. Il progetto selezionato sarà esposto al pubblico durante tutto il mese di settembre 2026 presso la Chiesa della Buona Morte di Fiorenzuola d’Arda, in occasione della Festa Multietnica (11–13 settembre 2026).
Questo lo ha disegnato Gemini e fa cacare, ha pure mozzato la testa al fotografo, li mortacci sua!
Me lo ricordo ancora, l’odore della camera oscura.
Non era romantico, intendiamoci: fissativo, acido acetico, aria che ristagnava. Ma era anche il posto dove ho imparato davvero cosa significasse guardare una fotografia. Non su uno schermo, non con il pollice che scorre, ma tenendola in mano mentre emergeva lentamente nella bacinella dello “sviluppo”. Con qualcuno accanto che diceva “aspetta ancora, non è pronta” e aveva magari ragione.
Quella comunità era fatta di silenzi condivisi, di critiche dirette che facevano un po’ male e servivano moltissimo, di riviste che arrivavano per posta e si leggevano con la matita in mano. Non era perfetta, aveva le sue gerarchie e i suoi snobismi. Ma era reale. Le persone erano lì, in carne, con le mani macchiate di chimica.
Poi sono arrivati i social.
All’inizio Instagram sembrava davvero una cosa bella. Mi ricordo anche di questo: la sensazione di poter mostrare il lavoro senza dover passare per gallerie o agenzie, di trovare fotografi straordinari a Tokyo o a Lagos o a Città del Messico e scrivere loro direttamente, di costruire qualcosa che somigliava a una conversazione globale sulla fotografia.
Per qualche anno lo è stato davvero.
Poi la piattaforma “capì “ha capito” che noi fotografi eravamo i suoi migliori fornitori di contenuti gratuiti, e ha cominciato a cambiare le regole. L’algoritmo iniziò a premiare la frequenza sulla qualità: non importava quanto fosse bella una foto, importava quante ne pubblicavi a settimana. Il formato verticale divorò la fotografia orizzontale, come se anni di composizione attenta dovessero piegarsi alle dimensioni di uno schermo tenuto in mano sul divano. I reel scalzarono le immagini fisse. E a un certo punto mi sono ritrovata a chiedermi se stavo ancora facendo la fotografa o la content creator per una piattaforma che non mi da molto come corrispettivo.
Il rapporto con i colleghi è cambiato di conseguenza, e questa è la parte che mi pesa di più. C’è molta più competizione visibile, molto meno scambio reale. Si seguono gli altri per essere seguiti, si commentano le foto per ricevere commenti, si costruiscono reti di reciprocità che assomigliano più al networking che all’amicizia. Ho colleghi con cui ho scambiato centinaia di cuoricini e non so niente di come lavorano davvero, di cosa gli piace, di cosa li manda in crisi.
Non voglio essere solo nostalgica, perché sarebbe disonesto e un po’ pigro.
I social hanno dato visibilità a fotografi che il sistema tradizionale avrebbe ignorato, e questo è vero e importante. Hanno permesso a chi lavora lontano dai grandi centri di essere parte di una conversazione che prima era riservata a chi poteva permettersi di vivere a Milano o New York. Hanno abbattuto alcune gerarchie che erano semplicemente gerarchie di privilegio, non di talento.
Ma ne hanno create di nuove, e queste mi sembrano per certi versi più insidiose perché si travestono da meritocrazia. Conosco fotografi straordinari con duemila follower e altri mediocri con duecentomila, e il mercato fa fatica a distinguere. Anzi, non ci prova nemmeno.
La cosa più preziosa che ho fatto negli ultimi anni è stata cercare le comunità reali che sopravvivono dentro e nonostante i social. Un workshop piccolo dove ci si guarda negli occhi mentre si parla di luce. Un gruppo di persone che si trovano fisicamente e portano le stampe, quelle vere, su carta, e le guardano insieme senza pensare ai numeri.
Esistono ancora queste cose. Sono più difficili da trovare, bisogna cercarle con più intenzione. Ma quando le trovi, riconosci immediatamente la differenza. C’è qualcosa che succede quando sei in una stanza con altri fotografi e nessuno sta guardando il telefono. Una qualità di attenzione diversa, una disponibilità a essere in disaccordo senza che il disaccordo sparisca dopo trenta secondi sostituito da un altro contenuto.
È lì che ho ritrovato, ogni volta, il motivo per cui faccio questa cosa.
Ciao Sara Munari
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FOTOGRAFIA di Thomas Ruff dalla serie “Stars”, 1989-1992 – Anni ’80/’90
“Stars”, realizzato tra il 1989 e il 1992 da Thomas Ruff, è una serie che esplora la natura della fotografia e la sua capacità di rappresentare il mondo. In questa serie, Ruff utilizza fotografie astronomiche per creare immagini di stelle e galassie che sembrano al tempo stesso familiari e aliene. Le sue opere, con la loro precisione e la loro oggettività, mettono in discussione le nostre nozioni di realtà e di rappresentazione.
Il tema centrale di “Stars” è l’esplorazione dei limiti della fotografia e della nostra capacità di comprendere il mondo che ci circonda. Ruff utilizza la fotografia per creare immagini che sono al tempo stesso scientifiche e poetiche. Le sue immagini, con la loro precisione e la loro oggettività, ci invitano a riflettere sulla natura della conoscenza e sulla nostra percezione del cosmo.
FOTOGRAFIA di Thomas Ruff dalla serie “Stars”, 1989-1992 – Anni ’80/’90
Thomas Ruff è una figura chiave della cosiddetta “Scuola di Düsseldorf”, un gruppo di fotografi tedeschi che, a partire dagli anni ’80, ha rivoluzionato il linguaggio fotografico, mettendo in discussione i concetti tradizionali di rappresentazione e di autore. La sua opera si caratterizza per un approccio concettuale e per l’utilizzo di diverse tecniche e formati, spaziando dal ritratto al paesaggio, dall’architettura alla fotografia scientifica.
La serie “Stars” (1989-1992) rappresenta un esempio emblematico della sua ricerca. Ruff utilizza immagini astronomiche preesistenti, provenienti da archivi scientifici e da osservatori, per creare fotografie di stelle e galassie che appaiono al tempo stesso familiari e stranianti. Attraverso un processo di ingrandimento e di manipolazione digitale, Ruff elimina ogni elemento di contesto, isolando le stelle in uno spazio infinito e uniforme.
Temi Chiave
La Natura della Rappresentazione: Ruff mette in discussione la capacità della fotografia di rappresentare la realtà in modo oggettivo. Le immagini di “Stars” non sono “fotografie” nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto riproduzioni di immagini preesistenti, manipolate e decontestualizzate.
La Percezione del Cosmo: Ruff esplora la nostra percezione del cosmo, un luogo infinito e incomprensibile. Le immagini di “Stars” ci pongono di fronte alla vastità dell’universo, invitandoci a riflettere sulla nostra posizione all’interno di esso.
Il Ruolo della Tecnologia: Ruff utilizza la tecnologia digitale per manipolare e trasformare le immagini, evidenziando il ruolo della tecnologia nella costruzione della nostra visione del mondo.
Fotografia concettuale: Il lavoro di Ruff si allontana dalla fotografia come semplice riproduzione della realtà, per abbracciare un approccio concettuale, dove l’immagine diventa veicolo di riflessione e indagine.
La serie “Stars” ha avuto un impatto significativo sulla fotografia contemporanea, influenzando numerosi artisti e fotografi. Ruff ha dimostrato che la fotografia può essere un potente strumento di indagine concettuale, capace di mettere in discussione le nostre certezze e di aprire nuove prospettive sulla realtà.
Biografia di Thomas Ruff:
Thomas Ruff, nato nel 1958 a Zell am Harmersbach, è un fotografo tedesco noto per le sue fotografie concettuali e sperimentali. Dopo aver studiato fotografia alla Kunstakademie Düsseldorf, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica rigorosa e da un’attenzione alla ricerca. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandolo come uno dei fotografi più influenti della nostra epoca.
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Ma allora, come si fa a dimostrare di essere “onesti” in un mondo che dubita di ogni pixel? È una domanda interessante, perché ci riporta a un concetto molto antico: la fiducia. Se un tempo l’onestà di un fotografo era un dato di fatto: c’era il rullino, c’era lo scatto, fine della storia. Oggi l’onestà è diventata una scelta attiva, quasi un patto che l’autore deve firmare con il suo pubblico ogni volta che pubblica un’immagine.
Non si tratta più solo di “non usare Photoshop”, ma di essere trasparenti sul percorso che ci ha portato a quell’immagine. Ecco come questa onestà sta prendendo forma oggi, in modo molto concreto. Immagina di essere al ristorante: un conto è leggere “pesce fresco” sul menù, un altro è se lo chef ti invita in cucina a vedere la materia prima. In fotografia sta succedendo la stessa cosa. Molti professionisti oggi mostrano il loro file RAW (il negativo digitale, grezzo e non manipolabile) o utilizzano i nuovi “passaporti digitali” (come lo standard C2PA). È un modo per dire: “Ecco la filiera della mia immagine, puoi controllare tu stesso dove finisce la luce e dove inizia la post-produzione”. È un’onestà che passa per la tecnica, ma che serve a rassicurare il cuore di chi guarda. C’è poi un modo molto più viscerale di provare la propria sincerità: mostrare il backstage. Se vedo un video di te che cammini per ore nel fango per catturare l’alba su una montagna, quell’immagine finale acquista un valore umano che nessuna AI potrà mai replicare. L’onestà qui non sta nel pixel, ma nello sforzo. Documentare il “making of” è diventato un atto politico: serve a ricordare al fruitore che dietro quell’istante c’è un corpo, un tempo speso e un’esperienza vissuta davvero. Paradossalmente, l’onestà passa anche per la dichiarazione del trucco.
“Immagine generata da un’intelligenza artificiale, intitolata ‘Pseudomnesia: The Electrician’ di BORIS ELDAGSEN.”
Pseudomnesia: The Electrician è stata presentata ai Sony World Photography Awards e ha vinto nella categoria “Creatività”. L’immagine, in bianco e nero, ritrae due donne e sembra risalire agli anni ’40. L’artista ha poi suscitato scalpore rifiutando il premio e rivelando di aver creato l’immagine con l’intelligenza artificiale (IA). Sul suo blog ha scritto: “Volevo fare un test, per vedere se il mondo della fotografia fosse pronto a gestire l’impatto dell’IA sui concorsi artistici internazionali e, ovviamente, non lo era”. Con il suo approccio, Boris Eldagsen ha voluto aprire un dibattito sullo status delle immagini e, oltre a ciò, sull’importanza di restare vigili quando si tratta di contenuti prodotti dall’IA.
Pensa al fotografo Boris Eldagsen, che ha vinto un prestigioso premio internazionale per poi rifiutarlo, ammettendo che l’opera era stata generata dall’AI. Il suo non è stato un atto di superbia, ma di profonda onestà intellettuale: ha usato un “falso” per costringere il mondo dell’arte a parlare di verità. Essere onesti oggi significa dire chiaramente: “Questo è uno scatto reale”, oppure “Questa è una visione ibrida”. La menzogna non sta nell’uso dello strumento, ma nel nasconderlo. Infine, c’è un’onestà che risiede nell’abbracciare l’imperfezione. L’intelligenza artificiale tende spesso a una perfezione “levigata”, quasi plastica. Molti artisti oggi scelgono di tornare all’analogico o di mantenere volutamente piccoli difetti, riflessi “sbagliati” o sfocature naturali. È un modo per dire: “Questo è umano perché è imperfetto”. È la firma del nostro limite, che diventa la prova della nostra presenza. L’onestà intellettuale non è più l’assenza di filtri, ma la trasparenza sui filtri che abbiamo deciso di usare. Non è più una questione di ottica, ma di etica. Come diceva John Berger, il nostro modo di vedere è influenzato da ciò che sappiamo: se l’autore ci dà gli strumenti per “sapere” come è nata l’opera, allora noi torniamo a essere liberi di “sentire” senza la paura di essere ingannati.
Forse il futuro della fotografia non sarà più cercare la “Verità” con la V maiuscola, ma cercare la sincerità tra chi scatta e chi osserva.
Ciao
Sara
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