Il caffé caffé
Quando ero piccola, a fine pranzo mio nonno chiedeva un caffè caffè. Lo diceva due volte, come se una non bastasse.
Io mi ero fatta l’idea che non volesse rischiare di bere un decaffeinato, perché dopo una mangiata in famiglia gli serviva qualcosa per digerire.
Poi ho scoperto che mio nonno non voleva difendersi dal decaffeinato, ma dal surrogato che beveva da soldato.
“Se finita la guerra avevi due soldi” mi spiegava “entravi in un bar e chiedevi un caffè caffè, per non farti servire una schifezza.”
Questa è l’unica cosa che mi ha raccontato della guerra. Nient’altro.
E non so il perché. Forse i ricordi erano dolorosi, forse era stato difficile restare lontano dalla moglie e da un bambino di pochi anni. Oppure non era più certo di essere stato dalla parte giusta e di aver fatto cose di cui andare fiero.
Mio nonno aveva due occhi così chiari da essere quasi trasparenti. Se non diceva qualcosa, nessuno chiedeva perché quegli occhi meritavano silenzio. E io ho imparato a rispettare i silenzi.


