SHARP PINS
(il pop che rifiuta di essere addomesticato)
Negli anni in cui tutto tende a essere immediatamente leggibile, vendibile, comprensibile, gli Sharp Pins restano un oggetto volutamente opaco. Non perché siano oscuri, ma perché rifiutano l’idea di dover essere decifrati fino in fondo. Il progetto di Kai Slater nasce e cresce dentro questa frizione: tra il desiderio di scrivere canzoni pop e l’impossibilità — quasi etica — di renderle innocue. Chicago è lo sfondo, ma non il marchio. È una città che impone una grammatica precisa: arrangiarsi, suonare ovunque, anche fallire. Slater assorbe questa lezione presto, e la porta con sé senza trasformarla in estetica da cartolina. Il DIY, nel suo caso, non è una posa né una dichiarazione programmatica: è il risultato diretto di contesti in cui nessuno ti deve nulla. Concerti improvvisati, band che durano il tempo di una stagione, spazi comuni dove la musica convive con l’attivismo e la sopravvivenza quotidiana. Tutto questo entra negli Sharp Pins senza essere mai esplicitato. Il percorso iniziale di Slater come bassista in una band pop-punk mostra subito i limiti di un formato troppo chiuso. Lì capisce che l’idea di ruolo — musicale, stilistico, persino umano — è ciò che lo soffoca di più. Quando inizia a scrivere canzoni proprie, la frattura diventa inevitabile. Non c’è romanticismo nella separazione: solo la consapevolezza che adattarsi significa perdere qualcosa di essenziale. Da quel momento in poi, la sua traiettoria diventa erratica per scelta, non per indecisione. Gli Sharp Pins nascono così: non come band nel senso tradizionale, ma come spazio di possibilità. Prima da solista, poi in trio, il progetto resta comunque permeabile, instabile, allergico alla definizione definitiva. Se nei Lifeguard Slater esplora il lato più fisico e abrasivo del suono, qui il conflitto è interno alla forma canzone. Pop sì, ma sempre sul punto di sfilacciarsi. Melodie che sembrano reggere tutto e poi improvvisamente cedere sotto il peso del rumore, della ripetizione, dell’eccesso. Turtle Rock del 2023 metteva già in chiaro le coordinate: jangle-pop deformato, scorie noise, una scrittura che sembrava arrivare troppo in fretta per essere rifinita. Era un disco che non chiedeva di essere ascoltato con deferenza, ma tollerato, persino messo in discussione. Gli Sharp Pins non cercano l’eleganza né la sintesi perfetta: preferiscono l’accumulo, l’ansia, una certa goffaggine emotiva che era considerata un difetto e oggi torna a essere una risorsa. I riferimenti sono evidenti, ma mai rassicuranti. Big Star, il pop britannico, il lo-fi americano, una psichedelia da cameretta: tutto passa attraverso un filtro personale che rifiuta sia il revival consapevole sia l’ironia postmoderna. Slater scrive canzoni d’amore senza proteggerle, senza renderle presentabili. Anche quando il destinatario è reale, anche quando l’intimità è dichiarata, resta sempre una distanza, un rumore di fondo che impedisce l’identificazione totale. Gli Sharp Pins suonano come qualcosa di volutamente maltrattato. Registrazioni economiche, errori lasciati lì, arrangiamenti che sembrano troppo fragili per reggere e invece resistono. Non c’è nostalgia, ma nemmeno l’ansia di essere nuovi. È musica che preferisce sembrare sbagliata piuttosto che neutra, consapevole che il rischio più grande oggi non è fallire, ma funzionare troppo bene. Al centro di tutto c’è l’immaginazione, intesa non come fuga, ma come atto politico. L’idea che crescere non significhi rinunciare a immagini assurde, infantili, improduttive. Slater insiste su questo punto senza trasformarlo in manifesto: lo pratica. Collage fatti a mano, estetica disordinata, canzoni che non spiegano cosa vogliono essere. Non c’è nostalgia, ma il rifiuto dell’essere adulto come forma di addomesticamento. Gli Sharp Pins non sono una risposta, e nemmeno una promessa. Sono una presenza laterale, coerente nel loro rifiuto di diventare comodi. In un panorama musicale che spesso scambia la pulizia per maturità, Kai Slater continua a scegliere il contrario: restare scoperto, incompleto, rumoroso. Non perché sia romantico, ma perché è l’unico modo che conosce per far funzionare una canzone. A proposito, Sharp Pins e Lemon Twigs sono due fulmini in cieli paralleli della musica contemporanea: i primi incantano con melodie che sembrano sussurrare sogni segreti, minimalisti ma irresistibili; i secondi esplodono in un caleidoscopio barocco di falsetti e armonie che ti travolgono come un lampo di pura teatralità. Entrambi riscrivono il passato con un’energia contagiosa: è impossibile non lasciarsi catturare da questi due mondi, due magie, da uno spettacolo che vibra e seduce a ogni nota.
SHARP PINS – RADIO DDR
(K 2025)
Ci sono dischi che non cercano di imporsi con clamore, ma che conquistano lentamente, ascolto dopo ascolto, fino a diventare indispensabili. Radio DDR appartiene a questa categoria: il secondo capitolo degli Sharp Pins segna per Kai Slater un passaggio dal rumore e dall’urgenza dei suoi progetti punk a un linguaggio più intimo, fatto di melodie senza tempo e di un’energia capace di guardare al passato per reinventarlo nel presente. Se il debutto Turtle Rock mostrava i primi passi di questa nuova direzione, Radio DDR ne rappresenta la piena maturità. Slater registra quasi tutto da solo, eppure riesce a far sembrare il disco vivo, ampio, pieno di dettagli che si rivelano gradualmente. È un lavoro che cattura l’energia spontanea del DIY e, allo stesso tempo, la trasforma in qualcosa di più compiuto, senza mai perdere la sua autentica forza. Il suono è un mosaico di riferimenti: le chitarre jangle dei Byrds, l’immediatezza dei Guided by Voices, la melodia senza tempo dei Big Star, persino qualche eco beatlesiano che riaffiora nei momenti più brillanti. Eppure, ciò che sorprende realmente è come Slater riesca a rendere tutto profondamente personale, con arrangiamenti che alternano leggerezza e densità, malinconia e vitalità. Ogni brano sembra familiare, eppure porta con sé un guizzo nuovo, una sfumatura che lo rende unico e indimenticabile. Le canzoni scorrono con naturalezza: Every Time I Hear apre il disco con un’irresistibile carica rétro; Lorelei e If I Was Ever Lonely brillano di armonie calde e malinconiche; Sycophant sorprende con un falsetto inaspettato; mentre When You Know si prende una pausa contemplativa tutta strumentale. A chiudere arriva Race for the Audience, scattante e incisiva, quasi un manifesto di questa rinascita creativa. Dietro le melodie si nascondono testi introspettivi e non sempre accessibili, che parlano di legami, nostalgia, desiderio di scoperta. Non c’è retorica, ma la volontà sincera di raccontare il presente con uno sguardo che peschi nella memoria: un equilibrio che renda l’ascolto intimo e universale al tempo stesso. Anche l’estetica del progetto racconta una scelta di campo: cassette, fanzine, vinili, piccoli oggetti che tengono vivo l’analogico in un’epoca dominata dal digitale. Non è solo un vezzo nostalgico, ma un modo per riaffermare il valore concreto della musica e della comunità che la circonda. Radio DDR non vuole reinventare l’indie rock, eppure riesce a restituirgli freschezza e verità. È un disco che vibra di passione, fatto con cura ma senza artifici, capace di trasmettere quella gioia istintiva che sta alla base di ogni grande canzone. Con questo lavoro Kai Slater dimostra che non serve gridare per farsi sentire: basta lasciare che la musica parli da sé, con sincerità.
SHARP PINS – BALLOON BALLOON BALLOON
(K 2025)
C’è qualcosa di profondamente irrequieto e luccicante in Balloon Balloon Balloon, qualcosa che non sta fermo neanche per il tempo di una canzone. Il nuovo album degli Sharp Pins, scritto e registrato da Kai Slater tra una data e l’altra del tour dei Lifeguard nel 2024, è un disco che nasce dalla necessità fisica di continuare a muoversi. Fermarsi, per Slater, significa sprofondare: il ritorno dal tour porta con sé un vuoto improvviso, una perdita di inerzia che rischia di trasformarsi in blocco creativo. La risposta è stata accumulare canzoni, registrarle in presa diretta, lasciarle esplodere prima che il silenzio possa prendere il sopravvento. Il risultato è un’opera monstre da ventun tracce che corre veloce, sbanda, traballa e vince per sfinimento. Balloon Balloon Balloon è stato scritto a una velocità quasi indecente: due brani al giorno come media, alcuni nati e chiusi nel giro di venti minuti, altri più articolati, come Popafangout, cesellata nel corso di un’intera giornata. L’urgenza è tale che il disco non si prende nemmeno la briga di essere finito nel senso tradizionale del termine: alla fine di I Could Find Out affiora lo spettro di un’altra canzone, un frammento catturato. Non è sciatteria, è poetica del movimento: l’idea che la musica debba restare viva, permeabile, in fuga. Il suono del disco è inseparabile dal suo supporto. Slater registra ancora su cassette, con un Tascam Porta One a quattro piste e una Maxell C-90, una pratica nata durante la pandemia e diventata metodo definitivo. La cassetta non è nostalgia, ma disciplina: una misura concreta del tempo, una clessidra fisica che scorre davanti agli occhi e costringe a finire ciò che si è iniziato. Balloon Balloon Balloon vive esattamente lì. Gran parte del disco è suonato e registrato in solitudine, ma tre brani con la band al completo emergono come fenditure improvvise, incisi nello studio di Hayes Waring a Olympia. Gonna Learn to Crawl stordisce con armonie sbilenche, Queen of Globes and Mirrors galleggia come una visione psych-folk, Ex-Priest / In a Hole of a Home implode ed esplode in una raffica di riff memorabili, Popafangout luccica con un tremolo a dodici corde che sembra scritto in corsivo, Maria Don’t si regge su un falsetto fragile e commovente, mentre All the Prefabs affonda in un glam cupo che colpisce esattamente dove deve. La filosofia creativa è radicale nella sua semplicità: la prima idea è quasi sempre quella giusta. Balloon Balloon Balloon è fatto in gran parte di prime take, di intuizioni non rifinite, di istanti catturati prima che si possano irrigidire. Slater sa che a volte lasciare sedimentare una canzone può aprire nuove direzioni, ma il nucleo emotivo nasce sempre subito, ed è quello che conta. Anche i testi seguono questa logica: il primo concetto è spesso il più vero, il meno mediato. Questa attitudine si riflette anche nel rapporto con gli strumenti. Slater non ha alcun interesse per il feticismo dell’hardware: le sue chitarre sono dichiaratamente finte, economiche, lontane dall’ideale. Ciò che importa è il gesto, non il pedigree. Una buona canzone emerge comunque, anche, soprattutto, attraverso le limitazioni. Anzi, accettarle significa trasformarle in stile. C’è spazio per l’intimità e per l’esaltazione, per la cameretta e per il palco. Il faro ideale del disco è Revolver, non tanto come suono quanto come attitudine: la libertà di passare da un mondo all’altro senza perdere in identità. È la dimostrazione che puoi tentare qualsiasi cosa e suonerà come te. In Balloon Balloon Balloon questa lezione si traduce in melodie che sembrano confessioni e in chitarre che diventano estensioni del corpo, strumenti di sfogo e eccitazione. L’ombra dei Byrds, e in particolare il jangle di Roger McGuinn, è ovunque, in canzoni pronte a saltare in aria al minimo colpo di amplificatore. Tuttavia, sotto la superficie colorata e psichedelica pulsa una coscienza politica netta, anche se mai urlata. Slater trasferisce questo bagaglio in un’idea di comunità concreta. È una politica dei gesti più che delle dichiarazioni. In questo senso, l’autonomia non è solo una scelta estetica, ma una presa di posizione: fare da sé, restare indipendenti, è già un atto di resistenza. Balloon Balloon Balloon è un disco irrequieto, febbrile, euforico. È breve anche quando dura tanto, saturo senza mai soffocare, pieno di canzoni che sembrano voler scappare dall’altoparlante. Più che un album, è un flusso continuo di energia catartica, un promemoria del fatto che il rock, quando è vivo, non CHIEDE IL PERMESSO. Gli Sharp Pins lo sanno benissimo, e qui lo dimostrano senza frenare mai.


