Senti questa!
Scrivere, sai, serve solo a raccontare
L’altro giorno al telefono ho detto a un mio autore “la scrittura è anche artigianato”, che è una frase abbastanza insopportabile, come tutte quelle abusate e ormai parodiche che accostano l’immagine officina/cassetta degli attrezzi a quel che si fa con la penna. L’intento è giusto, e nasce per combattere l’altro immaginario, quello sì davvero deleterio, dell’ispirazione che scende dal cielo e ti guida verso la Sacra Meta.
E infatti io in quel momento l’ho usata per dire: non puoi tenere la scrittura ferma troppo a lungo, perdi l’allenamento e la dimestichezza, non tanto con la penna, ma con l’idea del raccontare.
Raccontare, sembra a volte ce ne dimentichiamo, è lo scopo dello scrivere. Ognuno gli dà forma come crede, più narrativa o più letteraria, più di ricerca o più d’intrattenimento, ma tante pagine insieme stanno bene solo se una volta chiuse lasciano in chi le ha lette la sensazione di essere venuto a conoscenza di qualcosa, una qualsiasi cosa x.
La metà delle battute di dialogo delle sceneggiature hollywoodiane comincia con quello che qui spesso traduciamo con “Senti questa!” (“Get this!”, “Check this out!”). Espressione che ha la qualità di mettere subito al centro un concetto: non parlo tra me e me, parlo con te. È l'atto della consegna: ti passo qualcosa che io so e tu non sai. Ti dico la mia su una notizia, un tema, un qualsiasi oggetto narrativo. L’oggetto narrativo è ciò che fa la storia.
Sono immersa nelle letture di manoscritti, sarà così fino a luglio (motivo per cui posso accettare nuovi lavori solo da settembre in poi, se desideri che legga il tuo romanzo meglio cominciare a prenotarsi) e quando succede provo a ricavare principi generali che, con la dovuta flessibilità, possano essere utili per tutti.
M’imbatto spesso in oggetti narrativi che vengono trattati in due modi apparentemente opposti ma che ottengono poi purtroppo un pari risultato. I modi potremmo definirli:
la strategia dell’omissione
la strategia della convalida
La strategia dell’omissione tende a evitare di dare informazioni, dettagli, caratterizzazioni, perché vuol creare mistero, e finisce per costringere chi legge a fare l’investigatore. Di cosa mi sta parlando? Di chi mi sta raccontando? Strati e strati di non-detti rendono inintelligibile l’oggetto narrativo, che resta incastrato nella testa di chi scrive senza mai completare la consegna, cioè senza arrivare alla comprensione (e compassione) di chi legge.
La strategia della convalida invece fa dichiarazioni talmente blindate che il lettore può solo prenderne atto. Non c’è spazio per muovere la percezione, l’interpretazione, né tantomeno per vedere e partecipare. La consegna si riduce a un libretto di istruzioni di gesti/azioni/scelte dei personaggi, spesso veicolate attraverso battute di dialogo, così che non ci sia nulla da scoprire o di cui essere curiosi.
Un paio di esempi inventati per un conflitto amoroso (la strategia della convalida viene spesso fuori nelle trame sentimentali), giusto per capirci:
Amanda detestava il modo in cui Leo diceva le cose. Aveva contemporaneamente torto marcio e ragione, e lei lo sapeva. E lui sapeva che lei sapeva.
Ciò che mi dicesti, quel pomeriggio in spiaggia, era ciò che sarebbe accaduto. ‘Tu vuoi solo che io rinunci a tutto per te, e poi tornerai a cercarmi’. E, sì, era vero.
Mi guardi e mi giuri che mi ami. Mi chiedi se sono sicura di quel che faccio. Sì, rispondo, e cerco di fare gli occhi felici. Ma mento. E non posso credere che tu non lo sappia. Tu lo sai eccome.
In questi casi la domanda “cosa succederà all’oggetto narrativo?” diventa superflua. Ciò che accade e accadrà, ciò che i personaggi sentono e credono, viene certificato, così che lo sappiano indubitabilmente personaggio 1, personaggio 2 e anche chi legge. L’oggetto narrativo non è più una scoperta, non è una sorpresa, non è uno sviluppo.
E allora cosa racconta?
ilda & me
ilda è l’acronimo di i libri degli altri, titolo della raccolta di pareri editoriali di Italo Calvino che ormai 11 anni fa mi ha convinta a fare il mestiere che faccio: leggere manoscritti, editare romanzi, scovare nuove voci.
Mi chiamo Francesca de Lena, sono agente letteraria della United Stories Agency e personal editor. Se vuoi lavorare con me al tuo romanzo, scopri come posso darti una mano. Oppure impara in Apnea con me il mestiere di lettrice e editor.
⭐Consigli al buio
Da FuoriQuadro, la mia libreria del ❤️ a Formia, mi aspetta il secondo romanzo di Naja Marie Aidt pubblicato dai bravissimi di Utopia. Mi ero innamorata di Aidt, scrittrice danese nata in Groenlandia, con il suo primo Se la morte ti ha tolto qualcosa tu restituiscilo, probabilmente il romanzo più forte che abbia letto negli ultimi 10 anni.
Consiglio a occhi chiusi, nel caso mi deludesse tornerò qui a darne conto.
📝Sulla mia scrivania
Mai innamorarsi dei propri pregiudizi. Se leggi o leggi per professione, ogni cosa può sorprenderti, anzi ogni cosa deve sorprenderti. Ho le mie idiosincrasie ma aspetto con ansia il giorno in cui mi innamorerò di un romanzo zeppo di sogni o di uno che comincia con il sole che filtra dalle persiane.
🫀Ispirazioni
[Un controcanto a questa newsletter scritto da Julio Cortázar — che nel finale cerca di fare un po’ di autocritica, non credendoci troppo ❤️]
Ho sempre pensato che non dovrei dare le mie cose da leggere a nessuno, perché in fondo non sono scritte per nessuno. Mi spiego: solitamente sono scritte pensando a qualcuno, o riferite a un determinato momento della mia vita che, per la fatalità propria della nostra condizione, implica la relazione con qualcuno — uno o vari individui legati in un modo o in un altro al sottoscritto. Tuttavia, per quanto riguarda l’opera in sé, non è creata in funzione di un lettore. Mi spiego? Ciò che intendo dire è che scrivo, molte volte, prendendo come riferimento altre persone; ma che non li vedo mai come possibili lettori. Possono dettare la mia opera, certo; ma non è per loro che la creo. Tutte, o quasi tutte le mie poesie, sono scaturite da x o da z; ma non erano mai destinate a x o a z. Da ciò deriva, nella maggior parte dei casi, un’oscurità che io sono il primo a deplorare, ma della quale non mi libererò mai, a meno che un’imprevista grazia non scenda dal cielo con il solo fine di mostrarmi una bellezza meno complessa. […]
Tuttavia, lei rientra da molto tempo nella minuscola cerchia di spiriti amici che mi consolano dalla vita; e per questo è una gioia consegnare le mie musiche nelle sue mani. Lei è troppo modesta, a volte; so che legge nella mia Poesia molto più di ciò che confessa. Forse vi legge tutto; e se non trova di più, è perché non c’è. Quante volte, dietro l’oscurità si nasconde il vuoto.
Julio Cortázar, Chi scrive i nostri libri, Lettere editoriali. Cura e traduzione di Giulia Zavagna, SUR
Arrivederci classe 10 di Apnea! 🥲💔
Siamo state insieme per 6 mesi intensissimi e leggeri, non so come abbiamo fatto a creare questo ossimoro, forse ormai siamo capaci di miracoli!
L’ultimo nostro incontro è stato aperto agli 8 autori candidati a essere protagonisti della prossima edizione di Apnea e in effetti che davvero tutti e 8 i romanzi abbiano potenzialità pazzesche è una specie di miracolo. Di sicuro non era mai successo prima. Sarà una primavera/estate divertente trascorsa a leggere queste e altre storie, e troveremo il modo per lavorare ancora insieme!
🎧Ascoltare
Il memoir di Gisèle Pelicot: Un inno alla vita, traduzione di Bérénice Capatti, Rizzoli.
Ascoltalo solo se te la senti. Per me è stato catartico e ho compreso l’attrazione che molte persone hanno per un altro genere di narrazioni: il true crime. Anche questo memoir, con le dovute variazioni, racconta il Male. Che, si dice, è un amplificatore delle crepe umane ed è in grado di mostrarci chi siamo.
Di tutto quello di cui avrebbe potuto raccontare, con una storia così unica come la sua, Gisèle Pelicot ha scelto di insistere su due tasti sorprendenti:
Non sono (solo) la storia che mi riguarda. La mia identità non deve coincidere con quella di una vittima. Perfino i miei 50 anni di matrimonio non possono riassumersi solo negli stupri che ho subito. Se la mia vita diventasse solo questo, allora io sarei morta.
Non è vero che i traumi uniscono. I traumi deflagrano all’interno di famiglie e comunità e l’unica cosa che gli esseri umani riescono a fare è un si salvi chi può che lascia strascichi, ferite, allontanamenti. Trovare il modo, ognuno il suo, di sopravvivere al trauma è l’unica via.
Non vado mai alla ricerca di eroi ed eroine, ma se oggi dovessi averne una sarebbe la famiglia Pelicot tutta: Gisèle, la figlia, i figli, le nuore, i nipoti. Sopravvivere a un male così grande non dovrebbe essere umano.
🎬Guardare
Hai mai visto la serie tv Patriot, di Steven Conrad?
È nel podio delle mie serie tv preferite, in cima a una lunga lista variabile che però ormai da anni la tiene saldamente in testa insieme a The wire e Shameless.
Bene, DTF St. Louis è la nuova serie tv dello stesso creatore. Il pilota è sorprendente perché per la prima metà la vicenda è pressapoco: due colleghi goffamente assortiti fanno amicizia e decidono di provare un’app di dating; mentre nella seconda cambia del tutto — non posso dire come per non rovinare la sorpresa.
La commistione di generi e toni (grottesco, malinconico, ironico, morboso, crime, sentimentale) è tipica di Conrad. Nel pilota viene fuori in maniera splendida, mentre nei successivi due episodi è parecchio più attutita, pur mantenendo ancora abbastanza alta la curiosità. Vedremo più avanti come andrà. La fotografia usa i verdi e gli azzurri lividi e alle volte sfumati, la regia qualche grandangolo e zoom su facce e dettagli. Il cast è di alto livello: Jason Bateman, Linda Cardellini, con una menzione speciale per David Harbour: ti verrebbe di abbracciarlo dall’inizio alla fine, che è poi lo stesso effetto che faceva Michael Dorman in Patriot. Tout se tient.
Torno presto!
Se ti va di sbirciare, su Instagram racconto il mio lavoro mentre leggo e edito.
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