Su questo abbiamo già detto
Leggere un grande classico
Nella scorsa puntata ho parlato dell’ultimo libro che ha vinto il premio Strega. Se siete nuovi qui, ecco una presentazione mia e dei temi di cui parlo. Se quello che trovi qui sotto ti piace, condividilo con qualcuno che potrebbe apprezzare. E infine, se non sei ancora iscritto/a, puoi ricevere le prossime uscite di questa newsletter nella tua casella di posta cliccando qui.
Che cosa si potrà più dire su Orgoglio e pregiudizio, il libro di Jane Austen pubblicato nel 1813 e probabilmente uno dei più famosi titoli in lingua inglese di tutti i tempi? È stata la mia ultima lettura, che ho apprezzato grandemente, che d’altra parte è stata adattata per schermi grandi e piccoli a più riprese, e su cui tutto è già stato scritto almeno tre o quattro volte. La metropolitana che prendo tutti i giorni è tappezzata dalle pubblicità di quello che, se non ho capito male, è una nuova versione in audiolibro. Dunque, che dire?
Che tutto sia già stato detto (e scritto) è un motivo della letteratura fin dai tempi più antichi, che si salda al motivo più ampio che l’umanità stessa finisca per ripetere sempre gli stessi gesti e comportamenti, nonché errori. Nihil sub sole novum è la celebre formulazione dell’Ecclesiaste, libro biblico scritto in ebraico oltre duemiladuecento anni fa. Dalla storia umana alla letteratura: una delle massime più celebri del commediografo Terenzio è Nullum est iam dictum, quod non dictum sit prius («Nulla è stato detto che non sia già stato detto prima»).
Terenzio, vissuto nella prima metà del II secolo avanti Cristo, è uno dei più antichi autori latini di cui ci siano giunti i testi. Non sappiamo con precisione quanto abbiamo perduto del teatro e della poesia a lui precedente, anche se deve essere stato molto, ma è significativo che uno dei padri della letteratura latina, e dunque occidentale, già pensasse di essere arrivato troppo tardi per dire qualcosa di nuovo. Si potrebbe scrivere un corposo saggio, e un giorno mi piacerebbe farlo, esplorando la tensione contraddittoria tra i proclami sull’originalità impossibile, come quello di Terenzio, e viceversa le fiere rivendicazioni di originalità e novità da parte degli autori. Parrebbe che gli scrittori abbiano sempre oscillato tra il dubbio di essere solo gli ennesimi pappagalli di parole altrui e la rivendicazione delle proprie innovazioni: Leon Battista Alberti, uno dei più eclettici e innovativi scrittori e architetti del nostro Rinascimento, scriveva comunque che «gl’ingegni d’Asia e massime e’ Greci, in più anni, tutti insieme furono inventori di tutte l’arte e discipline».
Oggi la sensazione del già detto è forse più viva che in altre epoche. Alcune delle più celebrate opere del postmoderno hanno esibito, e spesso rivendicato e teorizzato, il collage di materiali precedenti come massimo grado dell’espressione artistica. I romanzi di Umberto Eco, per fare un esempio, le poesie di Eliot o di Pound, o fuori dalla letteratura i film di Tarantino: il citazionismo è stato per molti anni, forse per gran parte del Novecento, uno degli elementi essenziali della nostra estetica (negli ultimi anni hanno prevalso altre linee, verso la rimozione della tradizione, ma di questo si parlerà un’altra volta).
Dall’arte al discorso sull’arte: negli studi letterari, in parallelo al citazionismo artistico, l’università di massa ha moltiplicato sia i ricercatori che le riviste, mentre i criteri bibliografici, sviluppati per ottenere una misurabilità della produzione scientifica, nell’illusione di conoscerne anche il valore, e per regolare l’accesso ai concorsi e alle carriere hanno spinto alla pubblicazione di sempre più articoli. Con il risultato che, soprattutto sugli autori maggiori, ogni aspetto è stato almeno notato, se non studiato approfonditamente, da qualcuno e spesso a più d’uno. La sensazione può essere disperante: prima di esprimersi su qualsiasi cosa sarebbe bene conoscere la bibliografia relativa, ma questa è spesso così numerosa che il tempo necessario a padroneggiarla appieno si estende a dismisura. Chissà se è così anche per le materie scientifiche, come la matematica o la fisica.
Non è detto che sia tutta di qualità o che non esistano cose nuove da dire o da scoprire, ma i territori del tutto inesplorati sembrano quasi spariti. L’era delle grandi esplorazioni in terre incognite, per i cartografi come per gli studiosi, appare finita, nel primo caso grazie ai satelliti, nel secondo alla proliferazione degli studi. È una fase, probabilmente, un’impressione/illusione forse neppure tanto originale (ecco che si torna al tema del già detto): l’Alberti scriveva, poco sotto il passo che citavo prima, che «veggonsi queste cose litterarie usurpate da tanti, e in tanti loro scritti adoperate e disseminate, che oggi a chi voglia ragionarne resta altro nulla che solo el raccoglierle e assortirle e poi accoppiarle insieme con qualche varietà dagli altri e adattezza dell’opera sua». L’autore è insomma come un autore di mosaici, che mette insieme tessere create da altri. Così Leon Battista Alberti, circa seicento anni fa.
Dunque, che dire di Orgoglio e pregiudizio? Libro attuale quant’altre mai, con la centralità del tema delle differenze sociali. Allo stesso tempo libro anacronistico, con le convenzioni sociali ai nostri occhi assurde e un po’ ridicole della società inglese del primissimo Ottocento. Libro di piacevole lettura, con la sua ironia e vivacità quasi priva di vero dramma anche nei momenti più gravi. Ma di certo tutte queste cose le avrà già dette qualcuno e non sono certo che abbia senso continuare.
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