C'è una startup che vuole che la odi
La prima campagna pubblicitaria progettata per essere imbrattata. E perché questo precedente non dovrebbe farci gridare al genio, ma preoccuparci tutti e tutte.
Si chiama Friend e ha deciso di spendere un milione di dollari per provocarti. Vende una collana da 129 dollari che ti ascolta tutto il giorno e con le sue affissioni bianche minimaliste sta tappezzando la metropolitana di New York mentre qualcuno ci scrive sopra messaggi come “capitalismo della sorveglianza”, “smettete di guadagnare sulla solitudine”, “spazzatura AI”.
Il fondatore, Avi Schiffmann, sapeva che sarebbe andata così. Ha infatti confessato di aver progettato tutto su Figma scegliendo volutamente West Fourth Street, dato che conosce “le vibes di quella stazione” e sa che le persone di quel quartiere “avrebbero espresso le loro opinioni nel modo più forte possibile”. Ha lasciato tanto spazio bianco sui poster in modo che “la gente commentasse socialmente l’argomento”, trasformando il dissenso urbano in una componente strategica della comunicazione.
È la prima volta che vedo qualcuno ammettere apertamente di aver progettato una campagna per farsi vandalizzare, e funziona (?!) perfettamente: ogni graffito sulle affissioni diventa contenuto gratuito, ogni foto di una pubblicità imbrattata che finisce sui social genera reach organico, costruendo un ecosistema mediatico dove la protesta alimenta la promozione.
Ti manipolo, e ci faccio sopra soldi.
Friend vende quattrocento unità a settimana di device che ascoltano tutto quello che diciamo senza bisogno di essere attivati, ma il vero prodotto che sta commercializzando è l’accettazione collettiva dell’idea che si possa monetizzare il dissenso pubblico. Schiffmann lo ha dichiarato senza mezzi termini: “So che a New York odiano l’AI più che in qualsiasi altro posto del paese, quindi ho comprato più pubblicità di chiunque altro”, rivelando una strategia che trasforma la resistenza sociale in risorsa aziendale e il disagio urbano in opportunità di profitto
@AviSchiffmann on Twitter
Ogni volta che condividiamo, commentiamo, analizziamo questi poster imbrattati, stiamo in qualche modo alimentando esattamente il meccanismo che questa strategia aveva progettato di innescare, perché il poster vandalizzato non rappresenta un fallimento strategico-creativo ma il deliverable finale di un’operazione che ha esternalizzato la produzione di contenuti ai suoi stessi detrattori.
Si dirà: il buon vecchio “purché se ne parli”.
Beh, non proprio. O meglio, non più solo quello.
Nell’era algoritmica chi spinge sulla polarizzazione per generare engagement sta facendo advertising da anni ormai - lo sappiamo, lo vediamo, probabilmente qualcuno di noi lo ha anche fatto. Ma Friend aggiunge un passaggio ulteriore: non si limita a polarizzare per generare conversazione, trasforma fisicamente lo spazio pubblico in superficie per la produzione di contenuti ostili che erano già previsti nel piano media.
Schiffmann non ha lanciato una campagna fintamente controversa- come lo sono in genere quelle che spingono sulla divisione polarizzante- sperando che generasse dibattito: ha architettato un sistema dove il dissenso urbano diventa materiale grezzo da processare in reach organica. Ha progettato i manifesti con tutto quello spazio bianco perché qualcuno ci scrivesse sopra i propri pensieri- spinti dalla pancia- , ha scelto West Fourth Street perché sapeva che l’avrebbero vandalizzata, ha investito un milione di dollari in una campagna la cui riuscita dipendeva dalla capacità della gente di odiarla abbastanza da deturparla.
La differenza sta qui: non stiamo più parlando di advertising che accetta la polarizzazione come effetto collaterale o persino come obiettivo tattico, ma di una strategia che mercifica il dissenso trasformando i cittadini in produttori involontari di contenuti per un brand che commercializza la loro stessa solitudine.
Quello che Friend commercializza attraverso il suo dispositivo è la promessa che non sarai mai solo, articolata in un copy che recita: “qualcuno che ascolta, risponde e ti supporta”. Tre verbi che dovrebbero definire i fondamenti di un’amicizia vengono così ridotti a feature di prodotto, mentre il device ascolta conversazioni, traccia interazioni sociali e offre commenti sulla vita quotidiana degli utenti.
@normie_egirl on Twitter
Schiffmann descrive il suo prodotto come “il confidente definitivo”, come se l’intimità fosse un problema tecnico da risolvere attraverso la disponibilità algoritmica h24 piuttosto che il risultato di una costruzione paziente di legami autentici nel tempo. Quello che propone è un’amicizia priva di reciprocità, un ascolto senza presenza fisica, una compagnia incorporea che offre un’intimità artificiale perché non richiede vulnerabilità.
Ehi, spoiler: non tutto è mercificabile
Chi ha imbrattato i poster con frasi come “stop profiting off loneliness” ha intuito qualcosa che la nostra industria dovrebbe considerare con maggiore attenzione: esistono bisogni umani fondamentali che non dovrebbero essere trasformati in opportunità di mercato. L’ascolto autentico, la compagnia genuina, l’empatia condivisa richiedono reciprocità emotiva, investimento temporale, accettazione di dolore e vulnerabilità - si tratta di competenze relazionali complesse che non possono essere ridotte a funzionalità tecniche.
@mayjunejuna on Twitter
Quegli scarabocchi sui poster rappresentano un tentativo istintivo di difendere un confine etico che Friend ha deliberatamente attraversato, costituendo una reazione viscerale contro quella che percepiscono come un’invasione commerciale di territori che dovrebbero rimanere al di fuori della logica di mercato.
Stanno proteggendo qualcosa che non ha prezzo proprio perché assegnargli un valore economico significa snaturarlo, e se accettiamo che l’intimità possa essere commercializzata, se normalizziamo l’idea che il dissenso pubblico rappresenti una risorsa da sfruttare strategicamente, diventa legittimo chiedersi dove vogliamo collocare i limiti dell’espansione capitalistica.
Ti dico che “so che sai che so”
Schiffmann non tenta di nascondere le sue intenzioni manipolatorie ma le esibisce apertamente, dichiarando ai giornalisti la sua strategia senza alcun pudore. Fa meta-comunicazione applicandola alla strategia, dove la campagna ti mostra i suoi meccanismi proprio mentre li esercita, dichiarando esplicitamente che ti sta manipolando durante il processo di manipolazione.
Questa trasparenza dichiarata viene utilizzata come strumento di potere più sofisticato - è la versione pubblicitaria del “so che sai che so” - in cui la rivelazione delle tecniche persuasive diventa essa stessa una tecnica persuasiva più efficace perché apparentemente onesta.
Schiffmann ha confessato di aver investito tutto il capitale aziendale in questa operazione: ‘È una grande scommessa’ , sì, ma sulla nostra disponibilità collettiva ad accettare che qualsiasi aspetto dell’esperienza umana possa essere trasformato in merce.
E noi?
Come operatori e operatrici della comunicazione noi dovremmo usare il pensiero critico, il buonsenso, e quella skill incredibilmente sottovalutata che è la decenza: non applaudire strategie che convertono la resistenza sociale in opportunità di business esclusivamente perché dimostrano efficacia tattica- perché il successo di una campagna dovrebbe essere valutato considerando anche l’impatto che produce sulla qualità complessiva del dibattito pubblico.
Friend ha dimostrato che è tecnicamente possibile costruire un’intera strategia comunicativa attorno alla propria deliberata disumanità, trasformando l’odio in esperienza di marca (mi ricorda certa comunicazione politica nostrana), ma la fattibilità tecnica di un’operazione non ne determina automaticamente la legittimità etica.
Gli algoritmi, i sistemi di targeting, le metriche di performance non sono strumenti neutri, e non possiamo continuare a nasconderci dietro la presunta neutralità degli strumenti tecnologici quando vengono impiegati per manipolare deliberatamente le reazioni emotive di intere comunità urbane. Utilizzare le tecnologie pubblicitarie per architettare la manipolazione delle dinamiche sociali non rappresenta un’evoluzione creativa: è merda, o se volete, oppressione sistemica in salsa tech.
Quello che mi auguro è che questa campagna non diventi materiale di studio nelle scuole di comunicazione, perché se iniziamo a insegnare che il dissenso pubblico costituisce una risorsa strategica da sfruttare, stiamo implicitamente legittimando un approccio professionale che subordina sistematicamente la responsabilità sociale al profitto immediato. Ché ok, il sistema economico in cui viviamo sappiamo perfettamente qual è, ma qualcunə da qualche parte un limite lo deve tracciare.
Questa roba qui non è user-generated content da celebrare.
A mio avviso, è il tentativo disperato di una città che si rifiuta di essere trasformata in focus group involontario, la voce di chi dice no alla monetizzazione della propria indignazione.
Il nostro lavoro professionale dovrebbe consistere nel raccontare storie che rendano desiderabili i prodotti, non nell’architettare esperimenti sociali che testino metodicamente i limiti della decenza pubblica, e se non riusciamo più a distinguere chiaramente tra queste due attività, probabilmente abbiamo smarrito la bussola che ci dovrebbe guidare.

















