Onorevole Borghi, è soddisfatto? Sui mini-bot ha costretto Mario Draghi a risponderle pubblicamente: o è uno strumento illegale, o si tratta di debito.
«La risposta formalmente è corretta. So bene che è vietato introdurre monete parallele, sarebbe un disastro. La mia proposta è quella di introdurre uno strumento esigibile per il pagamento di debiti della pubblica amministrazione. Dunque non sarebbe nuovo debito, ma la cartolarizzazione di crediti esistenti. Né più né meno quel che aveva progettato Corrado Passera quando fu ministro del governo Monti».
Presenterete un progetto di legge?
«Certo, sta nel contratto di governo. Lo faremo con la legge di bilancio, se riusciremo a realizzare la flat tax eliminando deduzioni e detrazioni, e riconoscendo i crediti di imposta che verranno meno attraverso i mini-bot».
A occhio dice e smentisce. I crediti d’imposta non sono debito esistente. Due anni fa in un video disse anche che quello sarebbe stato il primo passo per l’uscita dalla moneta unica. Non è così?
«E’ vero, in quel video dicevo questo. Ma rivendico il diritto di discutere dell’euro e dei suoi limiti. Ieri Draghi ha detto di non voler nemmeno pensare alla ipotesi che il suo successore non faccia qualunque cosa per mantenere l’unità della zona euro. E se invece accadesse? Io non voglio farmi trovare impreparato».
Detto da lei suona come una profezia che si potrebbe autoavverare. O no?
«Se io stessi progettando un’uscita unilaterale dalla moneta unica farei ben altre cose. Lo ripeto: l’ipotesi non è contemplata dal programma di governo, e al momento credo non trovi nemmeno il consenso della maggioranza degli italiani».
Non crede di aver contributo ad una comunicazione allegra che ha alimentato la sfiducia verso l’Italia? L’aumento degli spread non dipende anche da questo?
«Ieri è bastato che Draghi vagheggiasse la riapertura del piano di acquisto di titoli e i rendimenti sono scesi».
Sta dicendo di nuovo che lo spread esiste perché esiste la moneta unica?
«Lo spread fra Paesi con moneta sovrana non ha alcun significato».
Lo spread è il premio che si paga sul rischio Paese. Se tornassimo alla lira secondo lei quel rischio sparirebbe?
«Se hai una moneta che puoi controllare autonomamente hai rischi diversi, come quello del cambio».
E come spiega il fatto che la nostra crescita oggi è di pochi decimali?
«Il nostro differenziale con l’area euro è lo stesso che avevamo ai tempi del Pd: un punto. Per questo diciamo che c’è bisogno di uno shock fiscale».
Forse non avreste dovuto iniziare da cose costose e con scarso impatto sulla crescita come reddito di cittadinanza e pensioni?
«E’ presto per valutare l’impatto di quelle misure sulla domanda interna. E comunque esistono gli impegni presi con i cittadini, dovevamo onorarli».
Con la prossima Finanziaria supererete il tre per cento nel rapporto deficit-Pil?
«Non è nostra intenzione farlo. Anzi, noi siamo per tornare alla cara e vecchia regola del tre per cento, che sarà stupida, ma almeno è più comprensibile dell’astruso calcolo sul prodotto potenziale».
Quel calcolo ha garantito all’Italia molta flessibilità. Non è così?
«Saremmo stati meglio con il tre per cento».
Come fate a rimanere sotto il tre per cento senza aumentare l’Iva e introducendo la tassa piatta? Ci vogliono almeno trenta miliardi di euro.
«Abbiamo spiegato di aver fatto incassi importanti grazie alla pace fiscale. Le entrate fiscali e contributive vanno bene. E ci saranno forti risparmi da quota cento e reddito».
La lettera del premier Conte dice lo 0,07 per cento.
«Oggi sono questi. A fine anno cresceranno. E cresceranno ancor di più nel 2020».
Il governo dura?
«Lo dico dal primo giorno che deve durare».
Nel suo partito non la pensano tutti così. O no?
«E vabbeh...»
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