Nebraska
(il disco, il film, la morte di un tizio che col disco e il film non c'entra niente)
“We first met Springsteen in 1980. He was recording The River and we were recording our second album in New York. I spent five or six days hanging out with him and driving around. Then we had a playback meeting for our album. There were three or four big shots from our label, and Bruce was there, too. After we played the album, there was deathly silence…except for Bruce, who said, ‘That was fuckin great.’”
Alan Vega
Controllo le notizie via social dal telefono, seduto in un bar dove non sono mai stato prima, in una cittadina che frequento raramente -sto aspettando che si faccia l’ora di incontrare un amico, andremo a vederci i McLusky a Bologna, una serata che aspetto da tanto tempo e che spero sarà carina (lo sarà). La notizia arriva così, un po’ a caso, senza grandi fanfare: Ian Watkins è stato ucciso in carcere. È l’11 ottobre 2025. La notizia mi turba un bel po’. Il bar è deserto, un po’ inquietante nel marrone laccato di un banco banco wannabe-tirolese. Sto ascoltando in cuffia un disco. Il giorno prima è uscito quello che per quanto mi riguarda è di gran lunga il più bell’album del 2025, ma non è il disco che sto ascoltando. Ian Watkins è l’ex-cantante dei Lostprophets, una band che negli anni duemila ha venduto milioni di dischi e si è sciolta in seguito al suo arresto, avvenuto alla fine del 2012 per reati connessi all’uso di sostanze, e agli abusi nei confronti di minori (anche di uno o due anni di età) di cui si è scoperto in seguito alle indagini. Il giorno 14 ottobre, su Metalsucks, uscirà un articolo intitolato “Identificati dalle autorità i compagni di cella che hanno rimosso dal pianeta la macchia di merda umana di nome Ian Watkins”. All’interno dell’articolo è presente questo passaggio: “qualcuno sa come si possa mandare un cesto regalo a Gedel e Dodsworth (i due accusati del’accoltellamento, ndr)? Magari un conto in prigione a cui mandar soldi perché si possano comprare delle merendine o qualcosa del genere? Chiedo per un amico…” Metalsucks è uno dei siti di area metal più letti al mondo. L’autore dell’articolo (su MS scrivono sotto pseudonimo) si bea in più punti dell’omicidio e si augura che Watkins marcisca all’inferno. Il disco che sto ascoltando mentre leggo il pezzo è Nebraska di Bruce Springsteen, lo stesso che stavo ascoltando tre giorni prima, mentre venivo a conoscenza della notizia. Da un mese lo sto ascoltando tutti i giorni, più volte al giorno.
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Scrivevo qualche episodio fa di quanto sia facile montarti la testa nel momento in cui ti metti a scrivere una recensione e immaginarti non solo che qualcuno si prenda il disturbo di leggere qualcosa che non sia il voto, ma anche che tra coloro che lo fanno ci sarà qualcuno la cui vita cambierà sensibilmente dopo averla letta. Poi naturalmente la recensione sulla rivista esce, e va come sempre -è una cazzo di recensione, dicevo, appunto, una roba che è destinata a sparire in mezzo a centinaia di pezzi tutti uguali. Però, come dire, alcuni dischi sono più uguali degli altri e può anche capitare che uno inizi a farsene una malattia. È quello che succede il 9 settembre, quando Rossano Lo Mele (il direttore di Rumore, la rivista per cui scrivo) mi chiede via mail se ho voglia di occuparmi del cofanetto Nebraska ’82, che in quel momento è annunciato per il 17 ottobre (in realtà uscirà la settimana successiva, contemporaneamente al film Deliver Me From Nowhere). Accetto. Nell’attesa che l’ascolto del disco sia disponibile rispolvero metaforicamente la mia copia di Nebraska, lo rimetto sul piatto -e lì inizia una full immersion nell’album. è una buona notizia, per certi versi (sono da settimane dietro a un vecchio disco di PJ Harvey), ma so come è andata le altre volte, e questa volta ho pure la scusa del lavoro, e in effetti due mesi dopo lo svolgersi dei fatti ci sono ancora dentro.
Non ho mai amato Bruce Springsteen e se mi chiedessero cosa ne penso nel complesso direi che non è roba per me. A conti fatti, a dispetto della passione per diverse canzoni della sua discografia elettrica, non amo davvero nessuno dei suoi dischi a parte Nebraska, e nei giorni dal 9 settembre ad oggi non ho avuto il bisogno di ascoltarne altri (a parte Born In The USA, il disco successivo, soprattutto per questioni di contesto). Che Nebraska sia così in antitesi al resto del percorso discografico di Springsteen è una questione centrale in tutta la faccenda. Suppongo che sotto ne parlerò più in esteso ma non posso prometterlo. A Nebraska ci sono arrivato molto tardi. Non sapevo nulla del disco fino a un giorno del 2000 in cui ho letto la recensione di un tribute album del disco, uscito su Sub Pop. La recensione era sulla stessa rivista per cui 25 anni dopo dovrò scrivere dell’album (‘walk home on the same old dirty streets where I was born’). Non mi ricordo chi l’avesse firmata, ma all’inizio diceva una cosa che mi aveva colpito molto: Nebraska è il disco preferito da quelli che avrebbero lasciato Springsteen a lavorare a una pompa di benzina in New Jersey. A dispetto dei nomi coinvolti, quel tribute album non è un granché, parere personale. Ma a quel punto il personaggio di Nebraska è entrato nella mia vita, e avrei potuto scaricarlo da internet. E poi ho sentito State Trooper e lì, come per tutti quelli come me, è cominciata tutta una storia.
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Ci sono tanti argomenti per poter sostenere la tesi secondo cui il caso Ian Watkins sia la più agghiacciante e malata vicenda giudiziaria mai occorsa intorno alla musica rock. Ogni minuzioso dettaglio (biografico, artistico e ovviamente di cronaca) della vicenda contribuisce al suo squallore. Nel momento in cui scrivo mi rendo conto che il disco d’esordio dei Lostprophets esce ufficialmente a tre settimane di distanza dal tribute album con cui arrivo a conoscere Nebraska. I Lostprophets suonavano nu-metal, non particolarmente bravi, nemmeno particolarmente agghiaccianti. In seguito si sono spostati su cose più emo-piacione, o almeno credo, e hanno macinato una caterva di dischi. La loro vicenda copre tutti gli anni duemila ed è raccontata nel segno di un un allontanamento progressivo di Watkins dal resto della band. Un allontanamento anche fisico: tutti si erano trasferiti in California a parte lui, rimasto a vivere nel nativo Galles in balia dei problemi di tossicodipendenza che lo accompagnano per tutta la seconda parte della carriera e forse (o forse no) ha un ruolo nel determinare le derive più psicotiche della sua condotta. A un certo punto, e parliamo di quasi cinque anni prima del suo arresto, iniziano ad arrivare segnalazioni alla polizia di molestie perpetrate da Watkins nei confronti di minori -non voglio nemmeno pensare a certi dettagli, che comunque all’epoca dell’arresto vennero divulgati. Per un consistente periodo di tempo la polizia locale mise a tacere le segnalazioni, ma a un certo punto Watkins venne arrestato, e la quantità di prove a suo carico era schiacciante. La band si è sempre dichiarata parte lesa nello svolgersi degli eventi: Watkins girava da anni separato dagli altri, richiedeva camerini a parte e rifiutava ogni contatto fuori dal palco. Alcuni degli episodi sono probabilmente avvenuti all’interno di quei camerini. Alcuni degli episodi coinvolgevano bambini appena nati. Il fatto che l’arresto di Watkins sia avvenuto un mese prima della nascita della mia prima figlia ha aumentato il mio interesse e il mio disgusto, e credo di poter dire che con il suo arresto per me sia finita in una qualche misura la passione per il metal (che di lì a poco è diventato più che altro il contesto di incresciosi episodi di cronaca, intervallati da dischi perlopiù tristi e inascoltabili). L’articolo di Metalsucks linkato sopra è uno dei tanti che si sono potuti leggere su internet in merito alla vicenda, assolutamente schierati contro il cantante, assolutamente certosini nell’augurargli ogni male. L’ipocrisia della comunità di appassionati è la prima pietra del castello che ha permesso, o magari persino spinto, Ian Watkins a perpetrare i suoi crimini. La cosa che sconvolge nella vicenda Watkins non sono i crimini in sé, comunque sconvolgenti, ma l’affastellarsi delle circostanze che hanno permesso a quei crimini di poter essere inseriti nel contesto della routine di una rock band di successo, in un modo che (almeno a livello penale) quando la vicenda è esplosa si è potuto descrivere Watkins come una mela marcia di smisurata capacità criminale, che ha potuto compiere i suoi crimini in un mondo nel quale le rockstar hanno visto azzerarsi il loro privato -o che magari era riuscito a volgere quel sistema di modesti privilegi e continua negazione a proprio vantaggio. Il tribunale aveva condannato Watkins a 29 anni, ma qualunque ammontare della sentenza sarebbe stata una condanna a morte: c’era solo da capire se il cantante si sarebbe suicidato o sarebbe stato ucciso in cella. Nelle parole della ex-fidanzata del cantante, ‘è stupefacente che sia durato 13 anni’.
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Non è possibile prevedere come certi eventi di cronaca entrano nella tua vita e come siano, eventualmente, destinati a cambiarla. Nebraska, canzone e disco, nascono dalla fascinazione di Springsteen per la figura di Charles Starkweather, nata dopo aver visto La rabbia giovane di Terrence Malick e aver approfondito la vicenda. Starkweather e la sua fidanzata uccisero 10 persone in giro per Nebraska e Wyoming alla fine degli anni ’50. Il disco si compone per metà di storie di assassini e personaggi che fanno cose più o meno disdicevoli, più o meno al di fuori della legge. L’altra metà è dedicata a ricordi autobiografici legati all’infanzia del cantante, che nel contesto di un altro disco potrebbero suonare come neutri e in questo sembrano intenzionati a colmare la distanza tra la vita del cantante e possibili scenari alternativi. O magari è solo suggestione.
Si parla spesso di Nebraska come del disco di Bruce Springsteen preferito da coloro che odiano Bruce Springsteen, e in qualche modo descrive anche il mio rapporto preferito. È un modo di raccontare la cosa che a suo modo paga tributo a una delle questioni principali intorno a Nebraska, che per sua natura è il disco di Springsteen in cui le persone che giravano intorno al Boss, e hanno contribuito in maniera determinante a definire il personaggio e la sua musica, non hanno potuto esercitare la loro influenza -nel bene e nel male, a seconda di chi siete. Se non conoscete la storia del disco potete vedervi Deliver Me From Nowhere o, meglio ancora, leggere il (bellissimo) libro da cui è tratto. Che inizia con una scena fulminante: l’autore Warren Zanes sta suonando con i Del Fuegos, la sua band, in un club del North Carolina. Siamo a metà degli anni ottanta, e per una serie di circostanze Bruce Springsteen, che in quei giorni sta suonando in zona, arriva nel locale. Rivela alla band di essere un fan del loro disco d’esordio, poi sale sul palco e iniziano a jammare insieme. La voce si sparge in giro per la città, il posto si riempie di gente in pochi minuti, il concerto è un trionfo e i ragazzi portano a casa una delle serate più entusiasmanti della loro vita. Poi si congeda e li lascia così. Siamo a metà degli anni ’80, Springsteen sta mandando sold out gli stadi di mezzo mondo sull’onda di Born In The USA, e Zanes dice questo (spero non si incazzi per averlo copiato): “In quel momento della storia americana non sembravsa possibile poter accendere una radio senza sentire Bruce Springsteen, o comprare una rivista che non contenesse una sua foto. Ma non è stata quella la cosa importante per noi. Non in quel momento. Non erano nemmeno i primi dischi come Born To Run o Darkness In The Edge Of Town, dischi che comunque conoscevamo dalla prima all’ultima nota. Quando si è aperta la porta del nostro camerino e Springsteen è entrato, abbiamo pensato una sola cosa: questo è il tizio che ha fatto Nebraska.”
Dicevo, nella scena c’è un po’ tutto. La dimensione indipendente, quella del mercato sotterraneo, in cui Nebraska ha continuato a cementare il suo status per quarant’anni. Poi c’è l’amore incrollabile di Bruce Springsteen per la musica e in particolare il rock’n’roll, che negli anni ha sicuramente sfondato ogni soglia tollerabile di retorica ma lo ha anche portato per tutta la vita a tenere le orecchie aperte in cerca di roba da ascoltare. Ma più di tutto, c’è che non si può davvero dichiarare l’amore per Nebraska stando fuori dalla propria esperienza di vita. Una delle cose più belle che io abbia mai letto sull’argomento, e sicuramente la migliore in lingua italiana, è la mostruosa trattazione che Stefano Isidoro Bianchi riservò al disco su un numero di Blow Up uscito qualche anno fa. L’impostazione sarebbe quella di un pezzo di giornalismo musicale abbastanza classico, ma applicato addosso a un disco su cui l’autore esprime il suo fanatismo fin dalle prime battute, e in cui si prende il tempo di andare pesantemente sul personale in chiusura (invito a recuperarlo se si riesce, sta sul numero di settembre 2015). L’amore di lunga data che Bianchi prova per il disco gli permette tra l’altro di evidenziare un aspetto che viene preso un po’ sottogamba: mentre per la maggior parte delle canzoni del Boss le esecuzioni dal vivo valgono spesso più di quelle su disco, non si trova nessuna versione live dei pezzi di Nebraska che competa con le versioni presenti sul disco.
Per molti versi è l’immagine speculare delle circostanze che hanno portato all’uscita del disco, che tutti conoscono a menadito ma racconterò comunque in un paio di righe per amor di completezza. Bruce Springsteen ha incassato da poco il successo di The River, che ha più o meno finito il lavoro che era iniziato con Born To Run: la sua musica è finita in radio, gli anni ottanta sono iniziati e lui è sulla rampa di lancio per diventarne il simbolo rock’n’roll (chiassoso, prepotente, bigger than life). Ma dopo anni di lavoro senza pause l’artista è in un momento di crisi personale, che poi si evolverà in una vera e propria depressione con cui lotterà per tutta la vita. Le letture (Flannery O’Connor), le visioni (Terry Malick) e gli ascolti (Suicide) del periodo plasmano una serie di canzoni a cui si mette a lavorare dentro una cameretta, con l’intenzione di arrivare in studio con dei pezzi già pronti che andranno solo riarrangiati e suonati con la E-Street Band. Ma le canzoni ottenute in studio non lo soddisfano quanto i nastri originali registrati in cameretta, e si impunterà per pubblicarli nella prima versione, un progetto più intimista e laterale, senza promozione o tour a supporto. Nebraska esce nel 1982, con un buon riscontro di pubblico, comunque non paragonabile a quello di The River, né tantomeno dell’album costruito sulle registrazioni in band di alcuni pezzi che erano rimasti fuori dalla scaletta di Nebraska, prima fra tutte una canzone sulle difficoltà di un veterano del Vietnam tornato a casa, Born In The USA.
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Una caratteristica di Nebraska che il tempo ha dimostrato vincente è la sua capacità di rigenerarsi man mano che la carriera di Bruce Springsteen è andata avanti. Un’altra definizione che va di moda tra i cronisti è che si tratti dell’unico disco di Springsteen registrato senza che il suo autore sapesse in quel momento di stare facendo un disco. Nel corso dei decenni si è scoperto che è cosa comune per il Boss lavorare per mesi a delle canzoni o a dei dischi, e poi decidere di abbandonarli, chiuderli dentro a un cassetto e occuparsi di qualcos’altro. Nel contesto del passaggio di mano del suo catalogo, avvenuto qualche anno fa per una cifra impensabile, la nuova proprietà di quei nastri ha ritenuto fosse importante aprire quei cassetti. Nessuna delle cose pubblicate in cofanetti come Tracks II: The Lost Albums è paragonabile (in termini di qualità, ma soprattutto di prassi realizzativa) a Nebraska. Da un punto di vista strettamente analitico si tratta di un album molto ingenuo, forse perfino stupido. Si compone di canzoni che parlano fra di loro, come se fossero tutte state scritte in un pomeriggio e senza pensarci troppo sopra. Alcuni pezzi del disco sembrano la versione a rovescio di altri pezzi, brandelli di testo tornano da una canzone all’altra per negarsi, come una specie di segreto chiuso a doppia mandata. I debts no honest man can pay di cui parla in Atlantic City e Johnny 99, ma soprattutto le strofe di State Trooper e Open All Night. Ci sono, volendo, motivi per sospettare che Frankie di Highway Patrolman e la voce narrante di Born In The USA siano la stessa persona nascosta da diverse stesure della seconda canzone. Ma anche dal punto di vista delle melodie si tratta di tracce oggettivamente molto più modeste di quelle che si trovano negli album della E-Street Band, raccolte che in quel periodo non arrivavano al negozio di dischi se non definite in maniera maniacale, fino all’ultimo contrappunto. Che poi è il motivo per cui io e tanti altri come me non amano troppo Bruce Springsteen, e il motivo per cui io e tanti altri come me amano così tanto Nebraska: dieci canzoni la cui innocenza spigolosa e respingente è stata protetta con una dedizione che rasenta il fanatismo religioso, allo scopo di preservare qualcosa che non ci è dato sapere. Ma è ragionevole sostenere anche che la passione con cui Springsteen ha protetto i buchi narrativi e i difetti realizzativi di Nebraska sia in fondo figlia dello stesso spirito con cui le punk band coeve al disco realizzavano un disco in economia per lasciare una traccia della propria esistenza. E certo che non c’è niente di econo nella jam dell’Uomo, ma il valore di quel disco è talmente alto e condiviso che nessuno pensa a Nebraska come una specie di divertissement estemporaneo a cui non si -lo stesso Springsteen, in interviste recenti, dice che se dovesse scegliere un suo solo disco a rappresentarlo, sceglierebbe quello.
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Non ho modo di dire se gli omicidi commessi da Charles Starkweather alla fine degli anni ’50 abbiano provocato una reazione più o meno intensa rispetto ai crimini sessuali di Ian Watkins all’inizio degli anni ‘10, ma immagino che Ian Watkins si possa qualificare come protagonista di una murder ballad registrata in cameretta tra 25 anni. È possibile, perché nella storia la superiorità morale dei commentatori ha superato raramente il suo tempo. Reagisco comunque in maniera piuttosto sbigottita a rendermi conto che i fanatici di musica estrema amino così tanto il sordido e la brutalità teorica ma siano così solerti nel dare un giudizio morale quando scoprono che almeno una parte di quel sordido esiste e ha delle ripercussioni sul mondo vero -è una specie di BDSM della musica, non c’è niente di male finché c’è una safe word. Ma se fossimo più bravi a sospendere il giudizio morale non è che il risultato finale cambierebbe (Watkins è stato ucciso comunque, la gente a cui ha fatto del male ha subito comunque i traumi, e via ad arrampicarsi su per la catena), ma una parte di tutto il meccanismo è comunque alimentata dall’ipocrisia, o per altri versi dal bisogno di partecipare allo stesso sistema di negazione che è stato come minimo contestuale ai crimini di Watkins. Il legame con Nebraska non c’è, ma credo che Nebraska sia un disco molto emotivo e che sia amato soprattutto da chi ama i dischi molto emotivi. La soluzione di Springsteen è più semplice (I guess there’s just a meanness in this world) e forse più onesta, ha a che fare con la complessità del reale, sa di non essere in grado di spiegarla e non la usa come una scusa.
In Deliver Me From Nowhere c’è una scena che ho sentito più vicino a me di altre. Non mi ricordo se l’ho detto (il testo si sta allungando un bel po’, a questo punto non so nemmeno se riuscirò a finirlo) ma credo che Deliver Me From Nowhere sia un grande film. Comunque, insomma, in una scena lo Springsteen interpretato da Jeremy Allen White guida troppo veloce la sua fuoriserie nuova di pacca (‘now mister the day the lottery I win I ain’t never gonna ride in no used car again’) (giusto per dire) mentre la colonna sonora spara Frankie Teardrop come se stesse uscendo dal suo cervello; nella scena successiva Mike Batlan entra in casa di Bruce e lo trova steso in soggiorno mentre ascolta la stessa canzone a palla. Non succede spesso che un film si prenda la briga di mettere in scena il bisogno di usare la nostra musica preferita per riuscire a dare una forma alle cose che ci succedono dentro la testa. Nel caso di specie, i miei momenti preferiti per ascoltare i Suicide sono quelli in cui mi trovo da solo dopo aver partecipato ad eventi legati al business con una cravatta al collo e discorsi improbabili che escono dagli altoparlanti. Nel corso degli anni la continuità tra Nebraska e il primo disco dei Suicide è stata un argomento impossibile da svicolare, ma ultimamente mi sono trovato parecchie volte a pensare quanto ad esempio Johnny 99 sia più legata al secondo album e al Vega solista dei vari Power On To Zero Hour, e quindi ci sarebbero questioni da approfondire sulla natura morbosa del rapporto di Bruce Springsteen con il rock’n’roll (che sono state approfondite, certo, ma personalmente non sono un cultore). Comunque si torna sempre lì, e come il primo giorno si aspetta che State Trooper arrivi alle parti finali per provare quella cosa che si prova tutte le volte che si ascolta State Trooper. Che continua comunque a essere il centro del disco e la principale ragione per cui si continua a tornare.
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Dopo due mesi di riascolti, a botte di cinque-sei al giorno, non sono convinto di avere imparato qualcosa da Nebraska che non sapessi già; ma tutto quello che è successo in questi due mesi ormai mi sembra comporre un messaggio cifrato di cui Nebraska è diventato la chiave, come se la più famosa rockstar della storia umana si fosse presa la briga di registrare un disco in camera da letto per darmi modo di vedere il disegno di quello che succede intorno a me una quarantina d’anni dopo (gliene sono grato). Non so dire se avrei amato così tanto Deliver Me From Nowhere (il film, intendo) se non fossi così dentro al disco di cui parla. Non so dire se avrei odiato così tanto Nebraska ’82 se il suo originale non fosse tornato così al centro della mia vita (se mai vi interessasse sapere cosa ne penso della expanded edition e di Electric Nebraska e tutto il resto, li trovate sul numero di Rumore in edicola). Magari se avessi avuto una routine di ascolto normale e senza Nebraska non avrei pensato così tanto alla fine di Ian Watkins.
(mi permetto di mettere una postilla perché nell’ultimo periodo si sono iscritte diverse persone: di solito i pezzi sono più corti. Gli errori di grammatica purtroppo rimarranno anche la prossima volta, rileggo raramente la newsletter prima di pubblicare)

Letto solo ora. Grazie, pezzo splendido. Lo dico da springsteeniano spesso apostata: serviva un non springsteeniano per leggere così lucidamente l'album e il contesto da cui è nato. Credo che sia anche il motivo per cui hai apprezzato il film (che io, biased, ho visto piacevolmente ma notando più dei pregi alcuni difetti didascalici). Grazie!
Ma con sta scimmia per Nebraska, neanche The Ghost of Tom Joad riesci a digerire?