E tu, hai paura del lutto?
Il dolore per una perdita scorre come un fiume nascosto. È una menomazione senza sangue di cui non sappiamo più come parlare in un tempo che rallenta mentre questo mondo ci chiede solo di correre.
Ciao, sono Andrea Luccioli, giornalista professionista, esperto di comunicazione, a volte creatore di contenuti. Faccio molte cose, spesso tutte insieme. La musica è la mia salvezza, l’altra è la curiosità.
Qui, di solito il mercoledì, ma ogni tanto cambio giorno, troverai spunti e riflessioni che partono da quello che (mi) accade intorno e che, attraverso qualche grado di separazione, si aggancia alla musica, ai libri, ai film che ho amato. Alle cose di cui mi nutro e che, secondo me, hanno bisogno di essere messe al riparo nel posto delle cose ritrovate.
In queste settimane dopo la morte di mio fratello, tante persone si sono avvicinate a me, hanno cercato un contatto. Molte di queste mi erano sconosciute. Alcune hanno voluto semplicemente porgermi le condoglianze, in maniera discreta, quasi imbarazzata. Quasi a sentirsi in difetto. Forse anche io mi sentirei in difetto, a ben guardare. Altre hanno usato premura nel chiedermi come stessi, come la mia famiglia stesse attraversando la tempesta. Lo hanno fatto con gli occhi pieni di qualcosa di indicibile. Penso fosse il rispetto dovuto a chi ha subito una perdita così assurda e in un modo così brutale.
La potenza conciliatoria delle storie
E poi sono arrivate le storie. Quelle delle persone che hanno avuto il coraggio, bellissimo e potente, di condividere la loro vicenda personale con la morte e la malattia. Due persone in particolare, A. e M., mi hanno profondamente colpito. La prima è una donna che sta attraversando la malattia e che ha scelto di raccontare la sua storia sui social. C’è un passaggio che mi ha fatto molto riflettere, quando mi ha spiegato come questo suo racconto (salvifico e curativo) abbia ricevuto stigma, generato tabù e “terrore in alcuni per il pensare che il dolore possa essere accolto e che ci sono momenti di grande gioia che possono essere vissuti anche con il cancro”.
Con M. la partita è stata ancora diversa. Entrambi i nostri fratelli sono morti il 27 novembre, entrambi hanno avuto pochi mesi di vita dal momento della diagnosi della malattia. Con M. abbiamo parlato di come noi che siamo sopravvissuti, è come se facessimo parte di una setta, quella dei menomati. Quelli a cui manca un arto, un organo primario. La perdita di un fratello o di una sorella è a tutti gli effetti un’amputazione invisibile. Non scorre sangue, la mancanza è un buco nero. Qualcosa di indimostrabile, eppure tangibile. Qualcosa di cui non è facile parlare, ma per cui, soprattutto, è molto difficile essere capiti.
Mi sono fatto un’idea leggendo queste storie. Abbiamo un enorme problema con il lutto, oltre che con la morte. Ho provato a capirci un po’ di più facendo qualche ricerca e recuperando un paio di libri (di uno di questi ho già parlato) e, ovviamente, delle canzoni.

Una civilissima società decadente che ignora il lutto
Per farla breve, nel nostro bellissimo Occidente (ma poi, occidente rispetto a cosa?) culla della civiltà etc, etc, stiamo assistendo a una rimozione sistematica della morte e del lutto. Dalle nostre parti ormai si sposta tutto fuori campo e così si confina il dolore negli ospedali, nelle RSA, infine nelle statistiche. La morte non deve disturbare la narrazione del progresso capitalista. La morte non è efficiente. Come ha mostrato lo storico Philippe Ariès (Storia della morte in Occidente - L’homme devant la mort, 1977), siamo passati da una “morte addomesticata” a una morte nascosta, medicalizzata, silenziosa. Il lutto, che è la traccia visibile della morte nella vita dei vivi, è qualcosa da minimizzare. Quasi di cui vergognarsi. Viviamo immersi in una cultura della prestazione emotiva, della performance. Occorre stare bene, reagire, “riprendersi”, trasformare tutto in resilienza. Maledetta resilienza, è un termine che non riesco più ad ascoltare tanto è vuoto, inutile e capitalista. Dicevo, il lutto è improduttivo, lento, opaco. Ficchiamocelo in testa. Non ha una curva narrativa positiva. Non “insegna” nulla di spendibile - o economicamente rilevante - nel breve periodo. È un vuoto a perdere. Il lutto ha bisogno di tempo non misurabile. Non rispetta i calendari lavorativi, non accetta l’idea del “dopo quando starai meglio”. Ma dopo quando? Che questo buco nel petto non ha fine.
La fine dell’esperienza collettiva del lutto, la fine dei riti
La nostra società monetizza il tempo e l’attenzione e patologizza ogni interruzione. Il dolore prolungato appare così come una colpa o un malfunzionamento. Un tempo, invece, il lutto era un’esperienza collettiva con i suoi riti, abiti e silenzi condivisi. Oggi è interamente privatizzato. È un imperativo: elabora il tuo dolore, fai il tuo percorso. E non dare troppo fastidio.
L’isolamento che ne deriva rende il lutto più difficile e, paradossalmente, più invisibile. Se non c’è una forma sociale che lo riconosca, il dolore sembra (solo) un problema personale, non una condizione umana. Non sappiamo più come parlare del lutto. Mancano le parole, restano frasi automatiche: “il tempo cura”, “devi essere forte”. Ma io sono un grumo di dolore e senza forze, come faccio da solo?.
Lo ha mostrato con lucidità Joan Didion raccontando che il lutto non consola (vedi TLAF #4). È un pensiero magico, fragile e mette in crisi il nostro bisogno di spiegare tutto. Nell’Occidente tardo-moderno la felicità non è più un desiderio: è un dovere. E questo dovere ci obbliga a rimuovere il lutto. Come osserva Byung-Chul Han (ne “La società della stanchezza”), il dolore diventa una deviazione dalla norma, un fallimento individuale. Il lutto, che è dolore senza colpa e senza soluzione, risulta scandaloso.
Nell’Occidente contemporaneo, quindi, diventa infine un tabù perché entra in collisione con quasi tutti i valori dominanti del nostro tempo. Eppure per secoli la morte e il dolore avevano un posto pubblico, rituale. Una salvezza comunitaria, anzi, una cura condivisa.

Parliamo di canzoni e acque profonde
Non tutte le canzoni sul lutto parlano della morte, almeno quelle che ascolto io. Alcune parlano del tempo che si incrina, di una voce che continua a risuonare anche quando non c’è più nessuno. Perché il lutto che a volte entra come una variazione impercettibile, una crepa nel tempo.
Ecco quattro pezzi che mi accompagnano in questi giorni. Due sono di Sufjan Stevens (lo so, lo metto dappertutto, ma vi rendete conto della grandezza di questo ragazzo?) e poi un pezzo dei Radiohead e uno, dolorosissimo di sua maestà Nick Cave.
Playlist minima del (mio lutto)
Partiamo da “Casimir Pulaski Day” di Sufjan. Il disco è “Illinoise”, il concept album che lo ha fatto conoscere in tutto il mondo nel 2005. In questo brano la morte arriva senza enfasi, mentre la vita va avanti.
“On the floor at the great divide / With my shirt tucked in and my shoes untied”
Non c’è un prima e un dopo chiaro. C’è solo l’accumulo di dettagli che, a posteriori, diventano insopportabili. Il lutto è questo: continuare a vivere senza sapere ancora che non si tornerà indietro. Poi succede qualcosa e il dolore smette di guardare solo indietro e comincia a guardare avanti.
“Oh the glory when he took our place
But he took my shoulders and he shook my face
And he takes and he takes and he takes”
Il brano si chiude con questo riferimento a Dio ma non è una glorificazione della religione, piuttosto una riflessione sull’imponderabilità della morte, sia che siamo credenti, o no.
Poi c’è “Videotape” dei Radiohead (l’album è quel capolavoro assoluto che è “In Rainbows”), dove la voce di Thom Yorke parla come se fosse già altrove. Sta lasciando un messaggio di commiato. La struttura musicale del brano è ipnotica e quasi “illusoria”, gioca con il ritmo sincopato (esistono versioni live più veloci, mentre quella in studio è lenta e riflessiva) che parlano di temi esistenziali di morte, vita, ricordi e riflessione sul tempo, evocando immagini malinconiche e una sensazione di attesa e transizione, spesso legati a una “visione” finale: un addio. Tutto accompagnato da quel pianoforte che guida l'ascoltatore in un'atmosfera sospesa e malinconica. Un colpo al cuore.
“This is my way of saying goodbye”
Come se la vita potesse essere archiviata correttamente, se solo si trovassero le parole giuste. Nel lutto c’è anche questo: il desiderio di controllare ciò che resterà, quando tutto il resto è sfuggito di mano.
Veniamo a “Fourth of July”, ancora Sufjan Stevens. L’album è “Carrie & Lowell” del 2015, il mio disco preferito di Stevens e su cui - prima o poi - farò una puntata speciale di TLAF per le vette che riesce a raggiungere, la perfezione lirica e musicale, la tensione sentimentale e affettiva potentissima. Tornando al brano, qui il tempo si sospende per esprimere dolore e accettazione della morte della madre, rappresentando l’addio finale con una frase struggente, trasformando la morte stessa in un’esperienza condivisa di fragilità e amore, celebrando il momento presente. la rinascita attraverso la consapevolezza della mortalità e un destino condiviso.
“We’re all gonna die”
Questo il commiato ripetuto come una verità detta per tenersi compagnia.
Il lutto è attesa immobile, calma irreale prima che qualcosa venga portato via e torni un orizzonte di futuro.
Infine arriva “Skeleton Tree”, di Nick Cave, dall’omonimo album del 2016. Un brano cosparso di lacrime, un brano che attraversa il dolore.
Le frasi sembrano reggersi a fatica per tutta la canzone.
“I called out, I called out
That nothing is for freeAnd it’s alright now
And it’s alright now
And it’s alright now”
Sono parole che suonano come qualcosa che si dice quando non c’è più niente da aggiustare. Qui il lutto non produce senso. Costringe a parlare anche quando ogni parola sembra inadeguata. Dopo, resta una tentazione silenziosa. Non dichiarata.
Deep Water, Arthur Cave e l’albero scheletrico.
Ancora su Skeleton Tree di Cave. Per me, col tempo, è diventato molto difficile riascoltare questo disco. Quando uscì stavo attraversando un momento personale complesso. Avevo perso il lavoro, avevo affrontato un “lutto sentimentale” in pochi metri quadrati, non c’era un orizzonte. Quel disco ha una storia, tragica, da raccontare. A metà delle registrazioni, Arthur Cave, figlio quindicenne di Nick, cadde da una scogliera perdendo la vita. Skeleton Tree non doveva essere un disco sulla morte, divenne un album sul dolore più grande per un genitore. Nick Cave, per evitare interviste e un’esposizione pubblica insopportabile in quel momento, affidò le sue parole a una pellicola bellissima, “One more time with feeling”. Un video racconto in bianco e nero delle registrazioni di quell’album in cui in mezzo ci sono le parole e i pensieri di Nick Cave, scene di vita quotidiana, riflessioni, musica e un senso strisciante di dolore.
Il finale di quel docufilm è qualcosa di non semplice da spiegare. Almeno nel turbamento che genera. Sui titoli di coda, infatti, ci sono due piccole voci che cantano una versione casalinga e delicatissima di Deep Water di Marianne Faithfull. Le voci, tenerissime, sono dei figli di Cave, Earl e Arthur.
Arthur che non c’era più.
Con affetto, da una stella.
Dentro TLAF#5 mi sono preso cura di:
Philippe Ariès Storia della morte in Occidente - L’homme devant la mort, 1977
“Casimir Pulaski Day” di Sufjan Stevens
Il docufilm sulle registrazioni di Skeleton Tree “One more time with feeling”








A febbraio sarà 1 anno che è mancata mia sorella, ed è vero, mi sembra di essere senza un braccio. Pensavo di andare in terapia, ma poi ho lasciato perdere.
E so che questo buco che ha lasciato in me non è riempibile con niente. Probabilmente proverò ancora dei momenti felici, ma non saró mai più felice al cento per cento.
E questa consapevolezza mi lascia costantemente amareggiata.
♥️