Certi giorni – da un po’, la maggior parte – sono molto stanca di questo mondo miserabile. La sua oppressione mi grida in faccia non solo nelle crisi di un mondo costruito sulla crisi, ma in tutta la sofferenza che questa oppressione dagli infiniti volti ha inciso lentamente e a fondo sul mio corpo, nei dettagli più piccoli della vita.
Voci vorticanti nella mia testa dicono, tutte assieme, parole che corrono, inarrestabili, sulla tastiera. Qualcuno potrebbe dire che sono esagerazioni, ma non mi interessa dimostrare nulla. Non serve rassicurare nessuno, perché non si tratta di generalizzare. Non si tratta nemmeno di citazioni. Si tratta di dare spazio alla ferita, e a qualcosa che emerge, che sale in superficie, da dentro di me, dove si è sedimentato nel tempo, e spunta sulla mia pelle e tra le mie dita nel momento della vulnerabilità, nelle lacrime. Le parole riempiono la pagina bianca e dicono cose che non sono state dette così, ma che non per questo non esistono. Cose che non sono state dette a parole, ma che il corpo ha conosciuto. Quando non sono state rivolte a me, mi arrivano da una memoria segreta, silenziosa, radicata nel corpo, e nei sogni, come mi ricorda spesso un amico.
Le parole si gettano, si catapultano, sulla pagina esplodendo. Dicono la rabbia che non so più calmare, contenere, ignorare… Dicono un trauma a cui non so dare un nome preciso, perché di sentimenti, emozioni e corpi non si parla quando si denunciano le strutture del potere, del capitalismo, della “nazione”, della modernità, e come tutte queste spezzano e fanno soffrire la vita, la psiche, il corpo. Eppure il potere su di noi, per la maggior parte, lo conosciamo prima nell’esperienza che nella teoria.
Io stessa ho continuato, a lungo, ad approcciarmi alla critica di queste dimensioni separandola dalle emozioni vissute e ricordate, e da come la mia stessa critica nascesse dalla sofferenza.
Sempre costretta a spiegare, analizzare, difendere, fare passi avanti e indietro, tradurre, comprendere che chi ho davanti non mi comprende (nei due sensi del termine: non mi capisce e non mi include); a ignorare che l’opacità, a volte, è da rivendicare. Non tutto è traducibile, non tutto è comprensibile. E va bene così. La differenza, questo l’ho imparato presto, implica anche il conflitto. Il conflitto è una relazione. Come la convivenza, il silenzio, l’amicizia, l’amore, la vita.
Così impegnata a lottare per la vita da non avere il permesso di fare altro. Né il permesso degli altri, né il mio. Donna, musulmana in un contesto “occidentale”, araba in un mondo “islamofobo”, palestinese– ma non abbastanza!, italiana– ma non per gli altri, giordana per memorie d’infanzia e affetti famigliari– ma estranea, sempre in tensione tra luoghi del passato e del futuro. Ma anche niente di tutto questo, ma anche altro. Come tutti. Ma non proprio.
Lotta per la vita, ci piacciono le donne arabe che lottano. Non ci interessano quelle che vivono, amano, sognano, pregano, ridono. Quelle che piangono ci servono quando dobbiamo muovere le nostre guerre imperialistiche e coloniali. Solo loro e i bambini; gli uomini muoiano in mare o sotto le nostre bombe. E anche queste donne: ci servono solo per le nostre testate giornalistiche e per le nostre posizioni “diplomatiche”.
Qui, per noi, tu non sei donna da amare. Solo donna da difendere o salvare, donna da liberare o da insultare. Non sei donna da conoscere, e con cui fantasticare, poetare, litigare.
Spiegaci e dicci tutto quello che sai, e tutto quello che ancora non sai, sul perché “siete bloccati nel nostro medioevo”. Sai parlare? Puoi parlare? Tu, subalterna di tutti, sei capace di articolare, inventare, una parola che riesca a far breccia nella trappola del nostro linguaggio?
Guardaci, se vogliamo essere Romantici, con quegli occhi “orientali”. Sorprendici col tuo linguaggio che ci parla perfettamente, anticipando le nostre domande su di te.
Qui ti vediamo nel tuo corpo coperto, scandalo alla nostra ipocrita libertà costruita su una Storia di sangue e morte, sradicamento e distruzione del globo terreste, del cielo e del cosmo– che ci approcciamo presto a colonizzare. Qui ti vediamo e non ti vediamo. Difenditi con forza o sparisci tra i volti di tutti quelli che non consideriamo come noi e che vivono tra noi.
Cura le ferite del nostro sguardo cieco su di te quando vuoi. Le tue ferite non ci riguardano, e neanche le nostre.