
Alla perplessità espressa da Don Abbondio nell’VIII capitolo dei Promessi Sposi ho cercato di dare risposta con una mia personale ricerca, tutt’ora in corso, su opere e scrittori del tutto dimenticati, ma immeritatamente dimenticati, che al contrario sarebbero degni di essere riportati all’attenzione.
So che i post troppo lunghi non raccolgono grande attenzione, perciò pubblico questa mia recensione in due parti, sperando venga comunque seguita.
Chi è Carneade ?
Solo non poco tempo fa, per la scomparsa di alcune personalità molto note, membri di famiglie industriali importanti, politici e attori, le cronache ci informavano dei diverbi nati intorno alle loro eredità. Sui quotidiani, spesso in prima pagina, si susseguivano particolari dettagliati e a volte contrastanti (come spesso succede in questi casi) e parlavano di scontri legali, aspre controversie, accapigliamenti. Soprattutto confermavano che sono i patrimoni a smembrare le famiglie. Possono consistere in grandi patrimoni, notevoli fortune, numerosi beni mal suddivisi, ma non necessariamente: liti interminabili nascono anche su piccole fette di torta difficili da spartire, si può litigare per una vecchia utilitaria ferma da anni o una casa colonica abbandonata e ormai in rovina, così come per un pietoso appartamento in periferia infestato da topi e blatte. Proprio come i predatori nella savana, nessuno vuole restarne fuori e abbandonare il bottino, sia pure una semplice carcassa.
La mia esperienza personale sui lasciti conferma tutto ciò ed è il motivo che mi ha portato ad apprezzare immensamente il ritrovamento dei due volumi dimenticati di cui ho parlato in un precedente articolo; la scoperta li ha circondati di una luce speciale, arricchiti di un valore affettivo intimo, come se fossero stati custoditi e conservati solo per me, perché un giorno li ritrovassi; un dono estraneo che nessuno si è sognato di rivendicare, lontano da linee di successione, leggi patrimoniali, notai, fratelli famelici e sorelle che trasmutano in sorellastre avide, pretese d’ogni sorta. Qualcosa di esclusivo da godermi in santa pace.
Sfogliando il volume opaco, dal cartoncino macchiato e segnato dal tempo, edito da quello che un recente saggio della Giunti del 2024 titola Aldo Martello, un editore dimenticato del Novecento, tutto mi sarei aspettata di trovare tranne un romanzo con tono e posizioni così inaspettate.
L’autore Vern Sneider (nome completo Vernon J. Sneider) mi è parso subito il classico buco nero: mai sentito nominare, mai incrociato nemmeno in qualche articolo casuale, solo il titolo del libro mi evocava una indistinta reminiscenza, un non so che di già sentito: La casa da tè alla luna d’agosto. Le poche e laconiche notizie ricavate da Wikipedia indicano l’autore come nato nel Michigan e arruolato nell’esercito statunitense come ufficiale subito dopo gli studi universitari. Fu membro di una squadra militare governativa che sbarcò a Okinawa nell’aprile del ’45. Qui Sneider divenne comandante del villaggio di Cobaru. Che altro aspettarsi se non un romanzo di guerra e sui risvolti della guerra: pagine e pagine che blaterano intorno ai valori sbarcati con gli americani su quelle sponde, secondo gli stilemi a cui siamo da tempo abituati. Pensate un po’ che sorpresa quando dopo le prime quindici righe ho cominciato davvero a divertirmi.
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